Archivi Mensili: luglio 2012

Giuseppe – direttamente dagli archivi di Leonardo

 

Giuseppe non riusciva a capire perché tutti si aspettassero qualcosa da lui: trovarsi un lavoro, pagare le tasse, comprarsi un’automobile, una casa, sposare una donna e fare dei figli, andare a votare, in estate prendersi su e, incolonnati come sardine in scatola, a 2 km. all’ora, piano piano, arrivare al mare per starci ancora più pigiati.

 

E’vero, tutto questo apparentemente riusciva benissimo alla maggior parte delle persone, che ne provavano un evidente godimento, ma lui non era “la maggior parte delle persone”. Ce n’erano altri come lui; non tanti, ma li aveva conosciuti, e aveva anche cercato di farci amicizia, e anche loro avevano cercato di fare amicizia con lui, ma non era stato facile.

 

Eh sì, perché quelli come lui non erano come quegli altri, la maggioranza insomma. Quelli come lui, e quindi anche lui stesso. erano uno diverso dall’altro ed erano entrati in quella terra di nessuno ognuno da una strada diversa, e per sovrammercato non avrebbero neppure saputo dire di che strada si trattava.

 

A un bel momento era successo: a lui come a Paolo, a Giovanni, a Norberto, a Luciano. Alle donne meno.

 

Se c’erano delle donne un po’ come loro, quelle lo facevano per sfizio, per vedere l’effetto che fa, per provocare. Ma quando trovavano un lavoro lo prendevano al volo; quando trovavano un uomo che gli andasse bene non se lo facevano scappare; erano perfino bravissime a pagare le tasse tutte giuste, nè una lira in più nè una lira in meno, a tempo debito e senza fare una piega.

 

A Giuseppe quello che non aveva non mancava. Forse perchè non l’aveva avuto mai. O forse perchè, come gli diceva l’educatore del SIMAP che ogni tanto veniva a trovarlo, non aveva ambizioni. O forse perchè, come diceva lo psichiatra sempre del SIMAP che però per vederlo doveva andarci lui e cambiare due autobus, l’obiettivo principe della sua vita era quello di punirsi di colpe non sue.

 

Forte, però. A Giuseppe sarebbe piaciuto tirar fuori quelle robe assurde da psichiatri, psicologi, direttori di comunità che suonavano tanto bene anche e soprattutto quando non volevano dire niente. Lui, quando il Dottor Maritozzi parlava, ascoltava con la massima attenzione e mandava a mente tutto. Era l’unico che dentro di sè non rideva per quel cognome ridicolo. Forte il Dottor Maritozzi. Sembrava sempre che parlasse a caso, tirando fuori le parole da un sacchetto, come lui ogni tanto faceva con la mamma giocando a Scarabeo, solo che lì si tiravano fuori le lettere e invece Maritozzi tirava fuori parole molto belle che poi lui andava su Wikipedia ma non sempre c’era già la pagina. Troppo avanti il Dottor Maritozzi.

 

Il giorno che sua madre morì Giuseppe era molto in imbarazzo. Aveva capito che doveva essere triste e fare la faccia che conviene, e poi c’erano quelle cose là, com’è che si chiamavano, “le frasi di circostanza”.

 

Meno male che suo fratello Piero era venuto apposta da Milano, gli avevano dato dei giorni di permesso per lutto familiare e aveva pensato a tutto.

 

Dopo il funerale, Giuseppe e Piero erano andati a mangiare una pizza.

 

“Ma te… com’è che fai a fare tutte le cose come van fatte, Piero?” aveva chiesto Giuseppe al fratello. “Chi te lo ha insegnato?”.

 

“La pizza si fredda.” era stata tutta la risposta.

 

In stazione, mentre il treno di Piero si perdeva all’orizzonte, Giuseppe si sentì per la prima volta un po’ solo, solo un poco però. E adesso gli venivano in mente delle frasi che avrebbe potuto dire agli amici e ai parenti che lo avrebbero fatto figurar bene.

 

Chissà dov’era Milano. Magari in America. O sulla faccia nascosta della Luna.

 

Sì – pensò divertito Giuseppe mentre montava in cima all’autobus e si dimenticava di timbrare il biglietto che Piero gli aveva comprato – Milano è sulla faccia nascosta della Luna. Chissà quante stelle che si vedono da là. Uno di questi giorni mi prendo su e vado a Milano anch’io.

Buona estate.

Sono sereno. Felice. Appagato.

Lo vedo che i commenti sono pochi ma è anche piena estate.

Questo blog non chiude, perchè è già diventato parte di me, ed “Elogio dell’entropia” riposi in pace nel suo celebrare l’inevitabile dissoluzione.

Il blog, semplicemente, entra in una condizione di semiletargo durante la quale non verranno pubblicati nuovi post, ma (forse) inseriti vecchi post dal vecchio blog meritevoli di sopravvivenza, (forse) date risposte ai coraggiosi che commenteranno, (forse) migliorate le funzioni e le mille sorprese che wordpress mette a disposizione a quelli che di informatica ne capiscono qualcosa (e io rientro in questa categoria solo nei momenti di ottimo umore) e del tutto probabilmente fatte cose inutili ma divertenti.

Si riapre ufficialmente il 16 di agosto.

Lazzaro

 

San Lazzaro di Betania

Lazzaro percorreva la città ormai praticamente a memoria. C’era un silenzioso motore nelle sue tibie che lo guidava nei suoi, solo apparenti, vagabondaggi. A volte le gambe sembravano partire da sole, incuranti dei segnali di stanchezza/dolore che giungevano dalle estremità inferiori, e lo portavano magicamente in qualche posto funzionale alla sua sopravvivenza.

Ma poi, oltre ai muscoli e alla mente c’era qualcosa che Lazzaro si rifiutava di capire. Ma che nonostante tutto lo colpiva in mezzo agli occhi. Una muta imbarazzante presenza. Dentro di lui ma non del tutto lui. Ci ripenso domani. Adesso ho sonno.

Buio. Barbagli di luce. Di nuovo buio. Conati di luce. Buio, ma solo per finta. Luce. Un istante di buio e poi una dolorosa sciabolata di luce.

Musica. Aromi. Gusti. Carezze. Senso di vertigine. Poi ancora un istante di buio.

E poi luce, più che luce lucina, lucetta, vaga imprecisa luminosità.

“L’abbiamo riacchiappata per i capelli, sa?” diceva il primario che (Lazzaro non lo sapeva ma l’autore del racconto più che saperlo lo decide) non aveva fatto molto più di nulla per lui ma voleva esserci ora che l’anestesista gli aveva suggerito che potevano togliere il paziente dal coma farmacologico.

 

Quanti anni ho? Vediamo un attimo… Il mio ex-compagno di banco al Liceo ha un figlio che fa l’assessore comunale. Vabbè, quelli pigliano cani e porci per sedersi in giunta e dire di sì al sindaco, ma un 25-30 anni a quel ragazzo glieli vogliamo dare? E lì, il Gorreri quand’è che si è sposato? E vattelo a ricordare… Con la Paola, poi, che piaceva anche a me e anch’io le piacevo. Ma il Gorreri aveva quel qualcosa in più.

C’è stato sempre qualcuno che aveva qualcosa in più. Ma adesso no. Adesso nella mia categoria ho pochi competitors.

E sì che ce l’ho il biglietto. Eccolo qui. E’ ancora valido, non stia a fare sterili polemiche. Lo timbro quando parto. Lo so che sono passati già tre treni per la mia destinazione da quando mi sono seduto qui, caro il mio Serpico della Bassa Padana… Dormicchiavo e me li sono persi, va bene? E comunque viva la Polfer, anche se sembra il nome di una band di rock demenziale. E se mi vede qui prima che sia passato il prossimo, cosa mi fa, mi squarcia le gomme della Volvo? Ma me la faccia prima comprare, per cortesia… Buona serata agente (ma lei è agente o cosa? Ah, bene, vedo che non lo sa neanche lei…).

Tranquillo, eh, fra pochi giorni potrà tornare al suo lavoro”. Lavoro? “Sua moglie l’aspetta.”. Moglie?

Lui ricordava solo una Ornella Vanoni in diretta dalla Bussola con un nude-look che non lasciava nulla all’immaginazione, salvo che dopo 30 secondi la regia aveva iniziato ad inquadrarla dal collo in su; una scopata con una turista tedesca su un isolotto di Manarola infestato dai ricci di mare; una minuscola bara che finiva nell’unico loculo libero per i non abbienti: oltre a Gorreri e quel deficiente di suo figlio, e manco sapeva il perchè.

Un altro giorno finiva. E Lazzaro fissava il sole che adesso non gli abbacinava il cristallino, e il bicchiere di San Miguel doppio malto.

Si imbambolava a studiare l’erratico imprevedibile percorso delle bollicine.

Alcune salivano come una stringa continua. Altre salivano in modo classico, bolla per bolla in distinguibile fila indiana. Altre ancora, infine, formavano bizzarre cangianti figure geometriche.

A questo punto i personaggi dei miei racconti di solito muoiono.

Ma Lazzaro ebbe una meta-rinascita, una contro-rinascita, una rinascita in un universo parallelo (ora non ricordo bene) e di lì a poco divenne amministratore delegato della Barilla.

 

 

 

Le Olimpiadi saga pubblica ma anche privatissima.

olimpiadi.gif

Queste saranno le prime Olimpiadi che non seguirò in televisione: non ho questo bizzarro elettrodomestico che si può anche prestare, al limite, a fare da semplice soprammobile (“Guarderemo la televisione ma non la accenderemo” suggeriva il sempre geniale Bergonzoni). Poi capiterà che, qualche pomeriggio o sera, le accoglienti mura del Tapas Pub o del Bar Gianni Cittadella Crociata (che, a differenza di quanto potrebbe far pensare la denominazione, non ospita cellule anti-islamiche ma semplici tifosi della squadra che io preferisco chiamare “gialloblù”, residenti nel quartiere Cittadella, che prende il nome dall’omonimo parco, ottimo per i picnic a parte qualche ape che a giudicare dal timbro del ronzio viene direttamente da Fidenza) mi accoglieranno offrendomi simultaneamente conforto allo stomaco e alla curiosità sportiva con i loro video perennemente accesi, specie nel secondo caso su poco che non abbia a che fare con lo sport.

E intorno ai Giochi Olimpici si affastellano comodamente un quasi mezzo secolo di ricordi:

  • ancora nulla fui in grado di registrare delle Olimpiadi di Roma 1960 (mentre, di un anno più anziano, si fa per dire, ho qualche sbiadito ricordo dei tripudi che circondarono il centenario dell’Unità, con la bella commedia “Enrico ’61” interpretata da un grandissimo Renato Rascel);
  • di Tokyo 1964 ricordo quasi con tenerezza un curioso equivoco nel mio psichismo di settenne: mi rifiutai di guardare le cronache televisive perchè ero convinto che “via satellite” significasse che il satellite materialmente, da soquanti chilometri di altezza, riprendesse le gare (e, già allora incline a contorte deduzioni originate da premesse inesatte, mi permettevo di dubitare sulla bontà  dell’immagine). In realtà, il satellite si limitava a fare da sponda al segnale audiovisivo (che per sua natura corre in linea retta e non gliene frega nulla della curvatura della superficie terrestre) ricevendolo con opportuna angolatura e riflettendolo direttamente negli studi Rai, che forse allora erano in Via Teulada ma non ci giurerei;
  • Via Satellite
  • di Città del Messico 1968 ricordo il pudore (allora nessuno parlava di censura e men che meno se ne scandalizzava) con cui i Tg parlavano di una feroce repressione che era costata la vita a centinaia di studenti che manifestavano contro un regime neanche dei peggiori dell’America Latina ma a loro parere migliorabile, sperando che l’evento olimpico facesse loro da amplificatore. Non andò proprio così… Poi aggiungerei la rivoluzione nella tecnica del salto in alto di Dick Fosbury, vera epifania del concetto de “l’uovo di Colombo”: alla macchinosa, laboriosa, quasi dolorosa torsione dello scavalcamento ventrale si sostituiva la naturalezza quasi naif dello scavalcamento dorsale. Quante craniate nei mesi successivi sul pavimento della palestra scolastica per tentare di imitare quella tecnica, con dei materassini ancora imprintati allo scavalcamento frontale che portava il corpo molto meno in avanti; ma qui si divaga, ohibbò, dico: si divaga;
  • Olimpiadi 1968
  • di Monaco 1972 la prima cosa che va detta è che erano passati 4 anni e le cronache televisive italiane ed internazionali erano lievitate come il classico pandoro questa volta Paluani: sul sequestro degli atleti israeliani da parte di un commando palestinese (e sulla assurda conclusione legata a un dilettantistico tentativo di blitz per liberare gli ostaggi che furono tutti uccisi) dopo un iniziale momento di confusione mediatica, radio e televisione diedero una copertura “in tempo reale”.  Anche se, a parte l’ovvia decisione di non interrompere lo show, molti inviati radiotelevisivi  si dimostrarono incapaci di rinunciare a quel tono frivolo-romanesco che era l’unico che conoscevano, e ricordo un giovanissimo ma già allora intransigente Mennea che più volte fu lui a ricordare ai sedicenti giornalisti che quello forse non era il tono più adatto al momento;
  • Silenzio per le vittime di Monaco Apertura del mondo arabo
  • di Montreal 1976 ricordo poco: stavo completando il mio primo anno di Università e sembravo una pallina da ping pong che girovagava fra Padova, Parma e la riviera del Conero un po’ ostaggio dei rituali vacanzieri della sua unitissima famigliola, un po’ del tutto di testa mia (ero pur sempre maggiorenne, vaccinato e indipendente, checchè ne pensasse la mia protettiva mamèta): qui direi proprio “Passo”;
  • Mosca 1980: altro che maggiorenne e vaccinato, ero già sposato e padre di famiglia e mia figlia (che oggi è una giovane donna di strabiliante dinamismo e intelligenza) era un esemplare biologico di neppure 3 chili di peso (“la cressa c’me la neva al sol” chiosava la sempre diplomatica zia Gina) però mediamente meno rompiballe dei suoi coetanei; approfittando dell’assenza degli americani l’intransigente Mennea, già peraltro primatista mondiale (e lo resterà per un quindicennio) vince i 200 con tanto di omerica rimonta su un avo di H.G. Wells;
  • misha.jpg
  • Los Angeles 1984: mentre Gabriella Dorio, mercè il forfait delle atlete dell’est, vince i 1500, io la incito con veemenza ma, in un drammatico attimo, mi rendo conto che erano almeno un paio d’anni che non incitavo più una donna alle 3 di notte (ciò dice tante cose sulla riuscita di quel precoce matrimonio);
  • Seul 1988: le differenze di fuso orario sono ancora più pese di quelle di 4 anni prima, molte finali  sono alle prime luci dell’alba. Vista la sopra implicitamente menzionata scarsa piacevolezza del coricarmi con la mia consorte, adotto ritmi sonno-veglia da guardia giurata, vado a letto appena tornato dal lavoro e mi alzo all’ora delle streghe. Mi presento al lavoro ancora in trance agonistica ma non se ne accorge nessuno;
  • Barcellona 1992: adesso “Dai, dai” lo dico a una splendida signora di Langhirano (bella fuori ma bruttina dentro, a volte quasi quasi la rivolterei come un cappotto) con la quale però la convivenza è complessa a causa delle resistenze della figlia (che poi mi accetterà a braccia aperte più o meno quando io e la sua mamuschka ci stiamo solennemente mandando ai reciproci paesi natali, solo che io dovrei fare molta più strada): nei momenti di crisi, direttamente indirettamente o simbolicamente provocati dalle intemperanze della figliola o dai dubbi della madre stessa che le cavalca, mi ritiro nel mio appartamentino sulle prime colline langhiranesi (la località ha il bucolico nome di Pastorello) e mi godo le competizioni a 5 cerchi con vestaglione di flanella, familiare di Peroni e rutto libero. Eccheddiavolo….;
  • Atlanta 1996: dopo l’acquisto casuale e quasi inconsapevole di un videoregistratore in offerta speciale (mantenere due famiglie non è che ti lasci grandi spazi per le spese di lusso) mi sono intrippato con registrazioni di qualunque stronzata anche solo apparentemente degna di conservazione che compaia sul piccolo schermo. Come succede sempre in questi casi, registro svariate batterie dei 16000 metri doberman e mi scordo di premere il tato Rec quando Muhammed Alì stravolto dal Parkinson accende faticosamente il braciere olimpico. Come complilatore di blob sono ancora peggio che come compilatore di blog;
  • Sydney 2000: coincide con un momento “magico”, ovviamente precario e non durevole (e forse neanche valevole, comunque confortevole) della mia trascurabile esistenza: senza entrare troppo nel come e nel perché, mi trovo in una gradevole terra di nessuno fra un passato sepolto e un futuro che per il momento non c’è, una accettabile disponibilità economica e tantissimo tempo libero. Dispongo anche di un plateale televisore a 42 pollici (che in italiano significa un po’ più di un metro quadro, Chiambretti e Paolo Rossi nel loro programma “Il laureato” sono praticamente a grandezza naturale) che venderò di lì a poco (perchè la disponibilità economica nel tempo troppo libero, a meno che non giochi in borsa o non ti arrivino delle quote SIAE, non è che duri in eterno) ed ho una attrezzatura informatica che occupa l’intera scrivania (sapientemente assemblata col fraterno aiuto dell’amico Mario di Salsomaggiore) con la quale faccio partite a Civilization altrettanto interessanti (per me) dei Giochi. Quando tenterò (quasi riuscendoci) di invadere la Russia con l’esercito belga mi illuminerò momentaneamente d’immenso. Quelle Olimpiadi all’altro capo del mondo mi ricordano un film di Wim Wenders o i giochi con l’acqua sul balcone soleggiato di Loreto in una mattina di inizio estate e di inizio ’60. Anche se non vi saprei citare il nome di un solo vincitore. Ah sì, quella maliardona della Pezzo che si tira giù lo zip della tuta (Dio, il caldo!) e mostra un discreto splendore toracico;
  • Villa Angelina B&B
  • Atene  2004 mostra quanto possano fare 4 anni nella vita di un uomo: in pieno dramma economico accanto a una dolcissima oriunda padovan-milanese, lei in malattia perenne e io per il momento in ferie forzate da un leggiadro lavoro di vendite telefoniche, non ci perdiamo un evento e a modo nostro ci divertiamo perfino, e ci vogliamo anche tanto ma tanto bene (almeno lei, io non lo so ma me lo faccio bastare);
  • Pechino 2008: sono appena entrato nel loculo mortuario con vista su un cortile pieno di cicche e di biciclette rubate che mi accoglierà per i successivi 3 anni e mezzo. Ma ne vale la pena se una rampa di scale più sotto c’è l’Oltretorrente che non è un quartiere ma uno stato d’animo. Anche qui, ferie se non proprio forzate virtualmente obbligate perchè la Cooperativa Domus d’estate punta su giovani generalmente acefali o decerebrati ma in piena efficienza fisica e sopporta malvolentieri i signori maturi con 30 anni d’esperienza (che però quando vengono messi alla prova nuotano e toccano la palla come e meglio di quelli) e agitata fine della convivenza con la Vicky (che sperava di andarsene lei ed invece è stata sapientemente cacciata un attimo prima) con la (triste e mal riposta) speranza che la Shirley mi perdoni e mi riaccolga nelle sue capienti e robuste braccia. Lo farà, ma solo per pentirsene un paio di mesi dopo. E va bene così (e qui attingo direttamente al canzonettismo pre-beat di metà sessanta, preferendo citare una frase secondaria e non il moralistico-masochistico titolo).

Londra 2012? Ne riparleremo, forse.

Nuovo abbozzo catartico di novella postneorealista o preveterofantasy.

 

Luigi Pirandello

Vederla e decidere di scendere dall’autobus fu un tutt’uno: non aveva ancora deciso un sia pur minimo abbozzo di strategia e già il suo pollice schiacciava con violenza il pulsante della prenotazione fermata. Erano almeno tre settimane che quando la incontrava tirava dritto senza salutarla, ma poi con la coda dell’occhio studiava le sue reazioni e interiormente godeva nell’indovinare non già l’indifferenza o addirittura il sollievo per non essere stata salutata ma un ulteriore ingrigirsi dello sguardo già un po’ mesto di suo, un leggerissimo incurvarsi del collo come a sopportare un piccolo oltraggio al quale non ci si sapeva opporre.

Meno che meno aveva risolto l’impasse e la contraddizione fra le volte che la incontrava, di solito guarda tu in ambienti talmente stretti che doveva leggermente arretrare la spalla per poter passare e farla passare, e riusciva con il suo sublime talento istrionico a trapassarla con lo sguardo come se lei non esistesse, a guardarla senza vederla e soprattutto senza ostentare la minima reazione neurovegetativa alla sua presenza (come dire: la vista di una cimice avrebbe provocato reazioni significamente più tangibili); e questa volta in cui lei era passata veloce, bella nella sua bruttezza, lampo energetico al finestrino dell’autobus, sicuramente senza vederlo, e quindi quale mai motivo per interrompere la congiura del silenzio e porre fine a un gioco che gli procurava quel sottile piacere che lui ben conosceva, il piacere della rinuncia contrapposto alle sofferenze della ricerca?

Lui era fatto così: una fitta trama difensiva di parole e pensiero, una corazza di gelida logica, una turris eburnea di cartesiana razionalità, veniva di quando in quando squarciata e mandata in corto circuito da soffi misteriosi di impulsività allo stato puro. Talvolta in passato aveva saputo creare spazi in cui l’impulsività allo stato puro poteva essere irreggimentata e delimitata (vedi alcune domeniche in cui, totalmente solo, prendeva la macchina e girava senza meta trovando meravigliosa la casualità apparente dei suoi giri, che sicuramente sottendeva una profonda ancestrale logica inconscia che forse un giorno sarebbe arrivato a padroneggiare); adesso, per tutta una serie di motivi, non poteva e non voleva più farlo.

Passare dal sintomo nevrotico (i giri solo apparentemente a caso della domenica) alla totale rimozione aveva avuto un impatto pesante sulla sua vita: e del resto non era stata una scelta voluta, era stata piuttosto la concomitanza imposta di una condizione di minore disponibilità di beni e risorse e di una drastica riduzione quantitativa e qualitativa della sua vita sociale. A un certo punto i desideri erano diventati un problema, gli impulsi qualcosa da reprimere, la fantasia una voce stonata che era impossibile  tacitare ma alla quale era meglio non dare retta.

E invece no, i desideri ogni tanto gli riprendevano la mano e si facevano cosa concreta, talmente concreti e impellenti da esigere almeno ascolto, se non soddisfazione immediata. In quei momenti la logica veniva scavalcata così come un gigante scavalca con irrisoria facilità uno sbarramento che è ostacolo solo per un uomo di ordinaria statura, ma non per lui…

Cosa lo aveva messo in condizione di perdersi a suo tempo in maniera quasi umiliante dietro quella piccola donna che trasudava fatica e sofferenza, disillusione e arte di arrangiarsi? Quante e quali giustificazioni si era recitato per convincersi che non si trattava di nulla di diverso da un gioco dalle regole maliziosamente mal definite?

E come mai (buffo!!! quasi non se lo ricordava più) a un certo punto fra lui e lei si era di nuovo interposta la sua mortale corazza di divieti? Come mai all’innocuo e disimpegnato piacere di qualche bacio e qualche carezza (senza nessuna prospettiva di ulteriore vincolo, e alla fin fine andava splendidamente bene così) si era sostituita da parte sua una rabbia talmente estrema da non potersi tradurre nè in parole nè in azioni, ma solo e unicamente in un doloroso silenzio?

Solo allora si era legittimato a sognarla.

Solo allora la censura onirica era andata a fumarsi una sigaretta e lui aveva portato fino al risveglio la vellutata sensazione di una presenza di lei talmente profonda che non valeva più la pena di spazzarla via.

Di fatto, queste erano le considerazioni che occupavano la sua mente mentre ripercorreva a ritroso la strada per cercare di incontrarla; ma ovviamente non così lineari e filanti, tutt’altro… come un sugo in cui sobbollivano concetti ancora crudi che non volevano saperne di cuocersi così da poter essere consumati senza rischio di intossicazione.

Quello a cui non voleva cedere era il fascino del fatalismo. Stava quasi per cadere nel gioco perverso “Se non riesco ad incontrarla prima dell’arrivo del prossimo autobus è un segno; ed è un segno a fortiori se la incontro”, quando lei uscì da un frutta e verdura e quasi gli franò contro. E lui capì qualcosa di talmente ineffabile che non c’è modo di ritradurlo in parole correnti.

Universi paralleli: a chi giovano?

Una rappresentazione tridimensionale di uno spazio di Calabi-Yau

La presenza di infiniti universi paralleli sembra stia trovando una conferma: tra 6 e 10 miliardi di anni-luce dal Sistema Solare c’è un volume di spazio di ben 900 milioni di anni luce dal quale sembra che una gigantesca mano (più o meno di un centinaio di anni luce di spessore) abbia cancellato tutte le stelle.

In parole povere, quest’area è completamente vuota di materia, più o meno come l’encefalo di Luca Giurato o l’apparato digerente di un pensionato con la minima.

Una D2-brana e una D3-brana collegate da una stringa.

E 900 milioni di anni luce non sono una bazzecola: se la luce in un solo secondo percorre 300.000 chilometri, salta all’occhio che nei 3.600 secondi che occupano un’ora, quel disgraziato di raggio di luce si troverà già a 1.080.000.000 chilometri (un miliardo e ottanta milioni). In un giorno avrà percorso quasi 25 miliardi di chilometri, mentre in un anno non bisestile potremmo calcolare la distanza in 9.100 miliardi di chilometri, più o meno la distanza tra Piazza Duomo e la Malpensa o Vittorio Sgarbi e la più vicina area dove sarebbe possibile svolgere qualche tipo di attività lavorativa.

Questi 900 milioni di anni luce equivalgono a un tanto al chilo a 81.900 miliardi di miliardi di chilometri, dentro potrebbero starci miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di esseri umani, qualche migliaio di Giuliani Ferrara, una venticinquina di galassie e forse tutti gli album postumi di Jimi Hendrix.

Va detto che secondo la teoria delle stringhe elaborata dal ricercatore canadese Dr. Shoemaker e dall’astrofisico italo-americano Eulalio Scarpetta, è immaginabile l’esistenza di 10 alla 500 universi (un 1 seguito da 500 zeri, più o meno la struttura del PdL) in ognuno dei quali è presente Ignazio La Russa, ma in ciascuno con una pettinatura diversa.

Gli scienziati più creativi o forniti dai migliori pushers immaginano che in un’area di 81.900 miliardi di miliardi di chilometri, che (come chiunque di voi sa) implica un volume di almeno 163.000 miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di chilometri cubi (e bene o male gia così abbiamo un bel 163 seguito da 39 zeri) gli universi in questione ci starebbero tutti, anche se ciascuno non sarebbe più grande di un monolocale affittabile a 2400 euro al mese a Trastevere.

Vale a dire che in ognuno di questi la Terra starebbe nell’angolo cottura e la stella più lontana nello sciacquone del cesso, e Adriano Pappalardo avrebbe le dimensioni di un virus, solo molto più letale.

Uno spazio vettoriale è una collezione di oggetti, chiamati "vettori", che possono essere sommati e riscalati.

Ora la notizia in sè e per sè è affascinante, ma per essere veramente rivoluzionaria ci dovrebbero spiegare se e come si potrebbe abbandonare un universo in cui ci si rende conto che tua moglie non tornerà mai più sotto i 200 chili, sei affetto da gotta cirrosi morbo del legionario e inquinamento acustico, guadagni 12 euro a settimana lavorando 96 ore per trasferirsi in un altro in cui sei conteso tra Paris Hilton e Monica Bellucci avendo sposato Marina Berlusconi, guadagni ogni mezz’ora il PIL del Bangla Desh e gli U2 vengono a suonare “Grandma Eunice’s kidney pie” (cover de Le tagliatelle di Nonna Pina) al compleanno di tuo figlio…

Uomini e donne si cercano e si trovano.

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Note libere e sparse su una città a 5 stelle.

 

http://www.youtube.com/watch?v=HJYJXHfBSc0&feature=relmfu

Stando a Parma non è che sull’amministrazione comunale a 5 stelle si abbiano informazioni di cronaca che anche il resto d’Italia non possa avere: il principale foglio locale (la Gazzetta di Parma, che contende con la Gazzetta di Mantova il record di primo quotidiano regolarmente pubblicato) fa dell’onesta e non faziosa informazione, non si può dire che sostenga la giunta comunale ma, come dire?, la lascia lavorare.

Il sublime paradosso del MoVimento 5 Stelle a Parma (ma forse non solo a Parma) è che in questo momento risponde alla stizzita, storica, strepitosa ingiunzione di Nanni Moretti “Di’ qualcosa di sinistra” molto meglio del programma del Pd a Parma e non solo a Parma ma rischia di essere sostenuto o quanto meno benevolmente accettato dalla destra tradizionale (quella dell’impresa, del grande capitale, del liberismo come illustrato qui con la consueta genialità da Antonio Albanese, sempre che si possano perdonare i perversi errori ortografici del creatore dell’intubata in questione) e guardato con invidia e voglia di emulazione dalla psicodestra paraberlusconiana (psicodestra paraberlusconiana… Ma da dove le tiro fuori?) e di trovare un ingiustificato, pernicioso e pericolosissimo livore da parte della sinistra tradizionale.

La sinistra tradizionale rappresentata da Vincenzo Bernazzoli che pochi giorni prima delle elezioni comunali si aggirava per Parma non con la grinta e la cattiveria agonistica dell’aspirante sindaco, ma con gli ieratici studiati gesti di chi sindaco (suvvia!) lo era già, e chi mai poteva tirargli via la poltrona da sotto il naso. Il paragone con l’Occhetto del ’94 rischia di essere imbarazzante e quasi offensivo per entrambi, e quindi non lo fo. Se non per ricordare un’altra grande topica (nel senso aulico del termine) del Moretti questa volta live e non in film: “Non vincerete mai!!!!”.

La sinistra tradizionale che, sia sul piano della responsabilità nei confronti dei cittadini, che su quello squisitamente etico-morale, che infine su quello biecamente e spicciolamente strategico avrebbe tutto l’interesse a collaborare a un rinnovamento che porterebbe anche ad essa un enorme vantaggio.

E invece niente!

A Parma, fatalmente come nel resto d’Italia (ma qui spiace un po’ di più), ci si trova di fronte ad un dibattito (dibattito! Che parola grossa…) politico diventato una zuffa da cortile, dove  invidie e ripicche, orgoglio e gelosia possono più della ragione, della logica, del buon senso, mettiamoci anche i fatti le opinioni le raccomandazioni per accostare Parma 2012 alla piccola patria cantata da Giovanni Lindo Ferretti, quella che “sa scegliersi la parte sotto la linea gotica“.

Quello che stare a Parma, ma starci davvero vivendola 24 ore su 24 con inesausta voluttà, ti dà come valore aggiunto è respirare la città e parlare con la gente comune o almeno sentirla che parla fra loro (perchè non è che ogni volta che monto in autobus faccio un sondaggio su Pizzarotti, nel giro di due giorni gli autisti TEP tirerebbero dritto alle fermate facendo finta di non avermi visto).

E allora lì, chi ha sostenuto, votato e creduto in questa ingente incredibile scommessa si può rilassare un attimino.

Perché la città nel suo insieme, e la gente fuori dalla stanza dei bottoni, si passa la voce di un sindaco “agli antilopi” (come dice una vecchia negoziante sloggiata da Piazza Ghiaia e deportata nella riserva indiana fra la Pilotta e il Palazzo Provinciale) di quello deposto con ignominia.

Pizzarotti piace. Ha tanto da imparare ma passa giornate intere in ufficio, parla con tutti ed infonde energia. Il buon (acsì par dir) Pietrino Vignali aveva l’arietta superba del primo della classe, stava in ufficio quando proprio non ne poteva fare a meno, parlava con chi diceva lui e quando l’interlocutore gli rubava del tempo prezioso era troppo cafone per non farlo notare e pesare; infondeva tensione e isterismo da catastrofe imminente anche quando tutto andava benino, e per il resto sembrava avesse l’immaginario kit del Giovane Democristiano Che Tesse Relazioni E Trame. E mi fermo qui perchè sono troppo buono per infierire ulteriormente sui fragili sogni di gloria del cefalopode di Ubaldi.

Lo so, lo sapete, lo sappiamo, la politica non è solo questo, ma è “anche” questo. Il modo in cui una città sente “suo” il Primo Cittadino, e in questo fra Pizzarotti e Vignali non c’è confronto, ma anche il più esperto e navigato Ubaldi perde di goleada.

Mi rendo conto, anzi, che di politica ho parlato pochissimo se non per nulla. Ma non era di quello che volevo parlare.

Fino alla fine del mondo.

 

E i giorni che passano sono lunghi e coperti di nero ,
mi trascino perduto nei vicoli a maledire una terra straniera.
E i giorni son secoli aspettando di poter tornare
di nuovo alla fine del mondo cullato dal canto del mare

(Modena City Ramblers, Canzone dalla fine del mondo)

 

 

A volte ti guardi allo specchio, o almeno cerchi di farlo perché lo specchio non ti rimanda più nessuna immagine: perfino lui non ti vede più.

In assenza di uno specchio, devi riorganizzare la tua identità in modi più o meno avventurosi, basandoti su un ristretto numero di principi morali che speri caldamente possano funzionare ma è solo e semplicemente una speranza, perché ti manca qualsiasi feedback.

Ti muovi, agisci, lavori, ti tieni informato e ti guardi intorno, e così ti senti parte della società, ma non è vero… Sei solo uno spettatore passivo di un processo sul quale ti rendi benissimo conto di non aver più nessuna presa.

E ti senti mostruosamente risucchiato nella tua lunga, e per certi tratti gloriosa, storia; se avessi tempo e modo di parlarne con qualcuno, e meglio ancora se la tua storia interessasse a qualcuno, o addirittura fosse utile a qualcuno come fonte diretta o indiretta di esperienza, allora sì che la tua storia sarebbe un patrimonio. Ma così…

Ogni tanto ti agiti, ti riscuoti e decidi di giocare qualche partita: certo, con spirito assolutamente decoubertiniano perché le possibilità di andare oltre a un farraginoso 0-0 sono del tutto infinitesime. Quasi sempre perdi rovinosamente e allora te la prendi con l’arbitro, col pubblico ostile, con i tacchetti inadatti al fondo erboso. Decidi ipso facto e sic et simpliciter di autoradiarti da ogni campionato. Ma poi…

Sarebbe bello se la tua deriva ti conducesse davvero lontano da tutto e da tutti, in quella terra in cui esiste solamente il tuo disfacimento morale. Ma allora non sarebbe più una deriva, sarebbe una rotta da qualcosa verso qualcos’altro. E invece la tua deriva ti fa incontrare uomini, donne, esperienze, momenti di struggente intensità e pienezza. Ma porca puttana tutti nel momento sbagliato. Il tuo buio si illumina per una frazione di tempo e poi torna più nero e assoluto di prima.

Ma nessuno lo sa. Nessuno lo deve sapere. La tua beffarda ironia che sottende un velenoso corrosivo sarcasmo (io e l’universo ci stiamo vicendevolmente sui coglioni ma comunque ha cominciato lui) viene scambiata per amabile e disteso sense of humour. Sembri l’emblema della persona che se la cava benissimo da sola e basta perfettamente a sè stessa. E magari lo sei, ma per necessità più che per scelta.

Certo, basterebbe fermarsi, gettare la spugna e chiedere aiuto. E in passato un paio di volte lo hai fatto. Ma solo per finire in quei dolciastri ipocriti orripilanti circuiti della solidarietà, del tipo “aiutiamo chi è rimasto indietro”. Ma il fatto è che tu non sei nè avanti nè indietro.

Tu sei altrove.

Sempre e comunque altrove. Fuori contesto, fuori ruolo, fuori posizione, non fai a tempo la diagonale e il fantasista avversario ti sfugge agile garrulo e beffardo sfornando assist a manetta.

Occupi una complessa e limitatissima nicchia ecologica che, per espulsioni progressive, contiene solo te e anzi delle volte ti sta perfino stretta. Un paio di donne di recente ci hanno messo il naso e, sgomita di qua appiattisciti di là, sembrava ci fossero entrate a pennello. Ma poi, fatalmente, uno dei due faticava a respirare. Un’altra stava per entrare ma quando ha capito bene cosa le stava per capitare ha fatto il faccino di quella che aspettava la Barbie e si vede recapitare un bambolotto in panno lenci, ed è scappata urlacchiando.

Gli unici amici, o presunti tali, con i quali ogni tanto scambi qualche gratuita e infruttuosa impressione sono solo quelli che, con tua meschina soddisfazione, sono esplicitamentee non solo virtualmente ai margini del mondo. Quelli riusciti pasciuti e un po’ putrefatti nel loro onesto tran-tran di lavoratori indefessi e padri di famiglia modello li scansi perché non ti va di paragonarti a loro (ma probabilmente la cosa è reciproca)….

Dicono in tanti che il genere umano scomparirà nel 2012, secondo le teorie più recenti per la repentina estinzione delle api che farà implodere il sistema alimentare umano, e quindi ti tieni in piedi perché la fine del mondo proprio non te la vuoi perdere.

E 4 anni fa di questi tempi su un piccolo pianeta chiamato Leonardo…

E’ bello vivere in uno schizofrenico intreccio di capitalismo e feudalesimo, che peraltro raccatta il peggio di questi due sistemi, ti prospetta come ideale di vita lavorare incessantemente con l’unico culto del dovere (specie se hai la sfiga di essere una donna)?  Il fatto è che la comunità cinese non è, non si sente e non sarà mai, subalterna a nessun’altra.  Il loro senso di superiorità non nasce da considerazioni filosofico-religiose ma da quella che a loro sembra una valutazione obiettiva.  Dal loro punto di vista hanno il merito di offrire all’Occidente in declino beni e servizi a prezzi convenienti, di lavorare e produrre il doppio di noi, di darci lezioni di capitalismo e imprenditorialità. Quanti bottegai milanesi hanno venduto proprio ai discendenti del Celeste Impero i loro esercizi a prezzi folli, godendosi poi una tranquilla vecchiaia? Quanti consumatori non hanno problemi a scegliere bar, ristoranti, empori, negozi ecc. ecc. ecc. gestiti da cinesi perchè li trovano convenienti e spesso molto ma molto più professionali dei loro omologhi italiani? Parliamo di Milano ma potremmo parlare anche di Londra, Parigi, New York. E quanti yuppies rampanti hanno spregiudicatamente e spudoratamente investito in Cina perchè lì la manodopera costa una cantata, i lacciuoli burocratici sono ai limiti dell’inesistente e il mercato tira da far paura?

Il Palazzo d'Estate a Pechino, con il lago Kunming utilizzato come pista da pattinaggio; oggi il complesso fa parte di un parco, uno dei più belli della capitale cinese

Quando le Olimpiadi furono assegnate, sette anni fa, la Cina si stava lentamente avviando a diventare, ma ancora non era, una terrificante e un po’ ottusa super-potenza economica e politica….. Sette anni fa la Cina trattava già i tibetani come li tratta adesso, ma pochi lo sapevano. Sette anni fa 16 delle 20 città più inquinate del mondo erano già in Cina, ma nessuno se ne curava. Sette anni fa la repressione feroce di Piazza Tien An Men era di sette anni più vicina, ma forse comunque troppo lontana.

Oso dire questo dall’alto di una ammirazione per la storia e la cultura cinese che in un passato non lontanissimo sconfinava nella venerazione, e ancora oggi si situa nella dimensione della fascinazione. Senza ostilità, ma con il biasimo di un amante tradito.

Via Nanchino, a Shanghai.

Nel vedere oggi come la fiamma olimpica nel suo lungo viaggio sia ovunque accompagnato da lazzi e cachinni, sberleffi, feroci contestazioni, minacce di spegnimento provo una sincera stretta al cuore. Nel mondo della comunicazione globale, Pechino non è come la Mosca di quasi 30 anni fa, e neppure come la Città del Messico di 40 anni fa (dove pure centinaia di studenti vennero uccisi pochi giorni prima della cerimonia di apertura). Le miserie e le vergogne sono difficili da nascondere. La ancora bassissima tutela dei diritti civili, la repressione ancora stalinista del dissenso, la colonizzazione ottocentesca del Tibet, l’arroganza verso la stampa estera etc. etc. etc. lasciano un drammatico segno, una sbavante purulenta scia. Mentre l’8 di agosto si avvicina, la Cina è sempre più un gigante dai piedi di argilla che si sente (ingiustamente secondo loro) attaccata dal mondo intero.

E’ lo scotto da pagare, miei cari deliziosi cinesini…. E fate vostro il mio fraterno amichevole auspicio di appena 3 settimane fa:

Adesso la Cina ha un’occasione imperdibile per dimostrare al mondo le sue mille risorse e la complessità della sua storia e della sua cultura. O può fare dell’Olimpiade una squallida occasione di autopromozione tipo riviera romagnola. Che scelga con acume….

Nota del Ripescatore (Autore mi sembrerebbe troppo) Non ricordavo io stesso cosa avevo scritto 4 anni fa a proposito delle Olimpiadi di Pechino. Non me l’ero cavata malaccio.

P. S. Con oggi, credo di aver acquisito una sufficiente familiarità di base con la nuova piattaforma. Un grazie imperituro a Franz, che rinnovella quasi i fasti del mio amico Mario di Salsomaggiore che alla fine dello scorso millennio mi sistemava il computer alla perfezione in cambio di un’insalata di riso e un mezzo fiasco di Lambrusco. Oggi credo che guidi il risciò a Bangkok.

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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