Eufemio in Paradiso – Disadattamento insanabile.

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Eufemio Torelli, homeless 48enne della Bassa Padana, viene assunto in Cielo nonostante non ne avesse fatto richiesta. Dovrebbe comunque gioire per questo inatteso colpo di scena, e invece (da quel piantagrane che ha finito per diventare) riesce a trovare da ridire anche sul Paradiso.

Questo era un Paradiso dove i desideri non esistevano più. Circondati da quella luminosità abbacinante che non era luce, da quella sonorità soffusa e invadente che non era musica, costretti a una costante fluttuazione che non era movimento, e illuminati dalla paterna benevolenza dell’Essere Supremo: magari per chi era stanco della vita sarebbe stato l’optimum. Ma non per lui.

Poi, c’era il fatto dell’eternità.

Fin da bambino aveva provato per quel concetto una specie di orrore. Quando andava a scuola dalle suore, vedeva i suoi compagni affascinati dall’idea: immaginavano un gelato che non finiva mai, che si riformava come per magia ad ogni leccata o palettata; o un cartone animato che non finiva mai, quando sembravano pronti i titoli di coda ecco un qualche imprevedibile colpo di scena e così via all’infinito; o un bagno in mare senza che nessuno ti gridasse di uscire proprio quando tu e l’acqua stavate diventando una cosa sola, nei secoli dei secoli finchè i capelli non diventavano alghe e gli arti delle eleganti pinne.

Lui riusciva solo a visualizzare uno scorrere del tempo anomalo e malato che continuava a ritorcersi su se stesso come un lombrico agonizzante. Di solito gli veniva anche il vomito.

Da grande, all’idea di una possibile eternità cosmologica aveva finito per arrendersi.

Leggiucchiando di qua e di là in biblioteca
nei lunghi pomeriggi invernali i libri che gli altri non volevano, aveva imparato molte cose sul destino dell’Universo: tutti gli scienziati erano d’accordo sul big bang, qualcuno ci vedeva un intervento divino ma la maggior parte dicevano che non ce n’era un assoluto bisogno; poi cominciavano a litigare perchè c’era chi diceva che l’Universo si sarebbe espanso per sempre, chi argomentava che prima o poi la spinta propulsiva si sarebbe esaurita e tutto l’Universo sarebbe riconfluito in un unico punto, e c’erano quelli che non volevano farsi troppi nemici e dicevano “Vabbè, avete ragione un po’ tutti e due, ci sarà sto benedetto big crunch ma poi ci sarà un altro big bang e così via.”.

Ma per quanto riguardava il suo limitatissimo orizzonte d’uomo, lui immaginava tranquillo un big crunch con la signora con la falce e poi un riposante Nulla, che poteva anche essere eterno visto che lui non avrebbe avuto nè modo nè maniera di rendersene conto. Gli andava benissimo l’idea di disaggregarsi progressivamente in miliardi di miliardi di atomi e restituire alla Madre Terra sostanze ed energie che lei gli aveva concesso in prestito. Gli sembrava molto bello, moderno ed ecologico.

Ma visto che si trovava in Paradiso era chiaro che le cose non stavano così.

Con l’intuito e le capacità deduttive proprie ad una mente a-corporale, Eufemio sapeva di essere diverso dalle altre entità che ogni tanto lo sfioravano. Ne sentiva con assoluta chiarezza la sostanziale estraneità.

Le entità erano aggregati di flusso energetico impensabile in un mondo fisico, dove l’energia segue docile e disciplinata la seconda legge della termodinamica e tende a propagarsi, disperdersi, irraggiarsi. Ma in Paradiso non poteva esserci entropia, e quindi l’energia non si degradava e non si dissipava, anche e soprattutto perchè non c’era alcun contenitore temporale con la sua bella freccia da un prima a un poi ad ospitare questo processo.

Anche lui era un flusso energetico concentrato come lo erano loro, ma con una grossa differenza. Fra tutte quelle entità c’era una continua corrente di informazione, un riconoscimento reciproco collettivo. Ognuno era dentro ogni altro, ognuno era ogni altro. e partecipava alla gloria dell’Entità Assoluta in un eterno avvicinamento che non si completava mai.

Lui, no.

Lui conservava un ricordo totale della sua vita precedente e un pensiero logico lineare che era diventato potentissimo.

Sono ancora un disadattato, pensava Eufemio, solo che prima spesso riuscivo a dimenticarmelo e qui ce l’ho costantemente presente.

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