Eufemio in Paradiso – Viaggio nell’Infinito.

[Eufemio Torelli, costretto alla vita di strada da sfortunati eventi contrari alla sua volontà, viene selezionato dall’Arcangelo Gabriele in persona per essere traslato in Paradiso. Ma Eufemio non apprezza il regalo e si trova quindi in una anomala posizione di marginalità, più o meno in cielo come in terra. Meditando per un paio di milioni d’anni, però, il nostro eroe si convince che in Paradiso dev’esserci qualcun altro nelle sue stesse condizioni, e decide di cercarlo.]

La ricerca si presentava abbastanza complessa. Dovevano esserci qualche decina di miliardi di beati, e inoltre il rigoroso pensiero ipotetico-deduttivo che poteva sfoggiare nella sua nuova condizione di aggregato energetico e “mente pura” gli faceva capire che nell’Infinito non esiste un vero spazio, esattamente come nell’Eternità non esiste un vero tempo.

I beati, che erano in numero di n-2 (con n tendente all’infinito), ruotavano in orbite concentriche intorno al punto di massima luminosità, che ovviamente NON ERA l’Ente Supremo che si trovava rigorosamente fuori dallo spazio e dal tempo, ma un suo vezzoso segnale simbolico, uno di quei simulacri attorno ai quali ruotava la simbologia liturgica di qualsiasi religione.

Quel punto di massima luminosità, l’espressione sensibile dell’Essenza, era in qualche modo il centro convenzionale dell’Infinito. Un centro solo convenzionale, perchè l’Infinito (di suo) non ha nè centro nè limiti spaziali.

Per i Beati l’Eternità era proprio identica a quella che ad Eufemio bambino faceva venire un principio di emicrania: il tempo che si attorcigliava su se stesso e sembrava ritornare sempre all’inizio, occupato interamente da una contemplazione e un’adorazione che ai Beati non sembrava venire mai a noia.

“Se avessi potuto contemplare la Patty che dormiva tutta nuda con un sorrisino beato in volto dopo che le avevo ricordato per l’ennesima volta come funzionava un vero uomo… Se fosse durato un’eternità, senza che nessuno dei due invecchiasse o si dovesse alzare per andare in bagno, o gli venisse un alito tipo fogna di Calcutta… Tutto eternato in una specie di loop che si ripetesse identico eppure ogni secondo un po’ diverso, senza nessun pensiero sull’affitto da pagare, sull’IVA da versare, sul frigorifero da riempire, sul droghiere che non gli faceva più credito volentieri… Quanto ci avrei messo ad annoiarmi e ad aver voglia di scappare? O alla fine mi sarei quietamente adattato a quella beatitudine eterna?” Bella domanda, alla quale però Eufemio non riusciva a trovare risposta.

E mentre i Beati scorrevano in uno pseudo-tempo fatto a spirale, ed ogni volta che ritransitavano dal punto di partenza lo rimiravano da un superiore gradino di saggezza, Eufemio si spostava in quell’Infinito a-spaziale con delle capricciose e disarmoniche traiettorie da rapace affamato che non trova prede.

Ma da dove cominciare la ricerca? In effetti non c’era un vero e proprio DOVE in cui supporre che si trovasse il suo simile. Il tutto ricordava un saggio di fisica quantistica che un viaggiatore aveva abbandonato su un seggiolino della sala d’attesa, dapprima Eufemio avrebbe preferito che avesse lasciato un panino al kebab ancora incartato come il signore della sera prima, ma poi si era immerso nella lettura fin quasi all’alba.

Non che avesse capito in termini razionali tutta quella fola dei paradossi controintuitivi della posizione reciproca delle particelle subatomiche, l’aveva intuita ma non l’avrebbe saputa spiegare a nessuno.

Comunque stessero le cose, era vero che, qualunque cosa facesse o si illudesse di fare, le probabilità di incontrare il suo simile erano del tutto infinitesime. In un tempo finito, sarebbe stato virtualmente impossibile sperare di riuscirci.

Ma una probabilità infinitesima in un tempo infinito si approssimava indefinitamente ad 1. Anzi, ERA 1, 100%, sicurezza assoluta.

“Posso metterci un’eternità, tanto eterno meno eterno fa ancora eterno.”.

Volendo spingere all’estremo i paradossi dello spazio-tempo infinito, Eufemio avrebbe anche potuto rimanere fermo immobile ed entro l’eternità “l’altro” si sarebbe fatto trovare.

Ma Eufemio era ancora troppo umano per non indulgere all’illusione di uno spostamento in quello spazio altrettanto illusorio. E quindi iniziò un erratico ed irrequieto tragitto senza una vera destinazione. Ogni volta che un’entità lo sfiorava, Eufemio lanciava un semplice segnale paraverbale traducibile in un “Sono qui” che i Beati sistematicamente ignoravano. Forse anche perché per loro non poteva avere alcun tipo di significato.

Essere ignorato, del resto, era un’esperienza che già conosceva e trovava perfino rassicurante, giacché nella sua esistenza terrena essere notato era di solito prodromo ad essere cacciato, rimproverato, punito o (peggio ancora) trattato con la viscida paternalistica condiscendenza che si riserva ai “poveri”. E nella sua condizione non avrebbe comunque potuto provare noia, stanchezza, distrazione e scoramento.

Come un venditore porta a porta di frigoriferi in Groenlandia o di termosifoni all’Equatore, Eufemio non riceveva risposta. Ma perseverava serenamente nella sua ricerca.

Sulla Terra non aveva mai cercato “qualcuno come lui”. In primo luogo perché alla fin fine si sentiva un po’ unico, e secondariamente perché per cercare “uno come lui” avrebbe dovuto sentirsi appartenente a una categoria, a quella dei barboni, a quella degli ex-elettricisti, a quella dei debitori insolventi, a quella dei bevitori. Ma lui in quelle categorie ci era transitato senza mai metterci su casa.

Sulla Terra tutti erano diversi fra loro e si stava benissimo così. In Paradiso i Beati erano assolutamente identici, gloriosamente e noiosamente parte di un tutto. E allora due che non si uniformavano erano virtualmente gemelli e “dovevano” incontrarsi.

Adesso che era in viaggio, il Paradiso cominciava perfino a piacergli. Pur trattandosi di un viaggio diversissimo da quelli cui era abituato: non c’era nessun cambiamento di paesaggio e scenario, salvo le sempre più rare intercettazioni delle orbite dei Beati (nessuno che gli gridasse un: zitto!).

Di una cosa Eufemio era certo: che si stava allontanando dal centro convenzionale del Paradiso, come testimoniava il diradarsi dei Beati che incontrava; e che il suo simile fosse anche lui lontano, lontanissimo da quel centro perché anche lui rifiutava di partecipare all’incessante glorificazione del Motore Supremo. Lontano ma quanto? Lontano ma dove?

“E se lui si trova lontano dal centro ma dalla parte opposta?”.

E’ vero che Eufemio non poteva provare scoramento, ma per un attimo di eterno si fermò. Dove? Come?

“Dove sei???”.

4 Risposte

  1. Ho dedicato una parte del poco tempo a disposizione, sospendendo fra l’altro la scrittura di un mio nuovo post, al recupero, fra gli ultimi tuoi (più che mai copiosi), del pregresso circa il vissuto (o non vissuto) di Eufemio.
    Una narrazione fluente, fra allusioni di fisica, di vita vissuta, di filosofia, di poesia, di saggezza popolare, da cui è piacevole lasciarsi traportare, alla ricerca, insieme al protagonista, se non, proustianamente, del ‘tempo perduto’, almeno di quello almeno un poco ancora sensato, come può essere cercare un proprio simile in un universo etereo di pseudo-beati.

    Non mancherò di seguire ancora l’eufemiana e rinaldoniana recherche.

    1. L’obiettivo massimale e megalomanico sarebbe quello di scrivere la Divina Commedia del Terzo Millennio; quello minimale e autoflagellatorio è spargere nell’etere schegge incontrollabili della propria pazzia; l’obiettivo intermedio, egosintonico e perseguibile è quello di coltivare una contorta modalità espressiva vedendo se, con l’esercizio, può diventare qualcosa che ha a che fare con la letteratura.

      Mi fa piacere che tu abbia colto il tentativo di far convivere livelli diversi narrativi e stilistici, proprio dei lettori disordinati e onnivori come io sono ormai da mezzo secolo o giù di lì.

      Nelle prossime puntate prometto qualche colpo di scena in più.

  2. Seconda seconda SSSEecondaaa e sto facendo balletto sul podio e non ho letto il post eh eh eh eh eh ciao

    1. Immaginarti che balli sul podio aggiunge una vivida luce alla mia altrimenti spenta giornata. Pregasi immaginare l’emoticon di uno a cui si allunga rapidamente il naso.
      Per leggere il post c’è sempre tempo.

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