Archivi Mensili: agosto 2012

Neil Jung

Signor Luca, si sieda… E mi dica la prima cosa che le viene in mente…

La prima cosa che mi viene in mente. Dott. Rinaldoni? Che questo è l’ultimo posto dove vorrei essere, eppure ci sono. Che non desidero fidarmi di lei, ma alla fine lo farò perché in fondo mi conviene. Che ho una barca di cose da raccontare ma non so proprio se Lei nè è degno…

Calma, calma, signor Luca… Quanta furia! Me ne bastava una, ma forse lei non me l’ha ancora detta… Mi sbaglio?…

Ebbene sì, maledetto Carter, ho mentito ancora… Sono qui per…

Per?

Per…

Per?

Ma senta, caro il mio dottorazzo, a Lei non capita mai di avere una parola sulla punta della lingua, lì bella solare e traslucida eppure inesprimibile? Eh? Non le capita mai?

Certo che mi capita, signor Luca, io e lei ci somigliamo molto più di quanto lei non oserebbe mai ammettere.

Ma si può sapere perché parla con quel tono da Hal di 2001 Odissea nello Spazio? Lei ogni tanto prova delle emozioni?

Se fossimo in Questura le potrei rispondere: Qui le domande le faccio io, e lei ha già violato due volte questa regola. Ma non siamo in Questura. Ha intenzione di rilassarsi con significativo anticipo sulla fine della seduta, o intende sfidarmi dall’inizio alla fine?

OK, OK, dottore… Sono rilassato… Rilassatissimo…

Il suo non verbale dice tutto il contrario, ma comunque cominciamo… Che cosa l’ha portata qui?

Rispondere il 6 non è sufficiente?

Direi di no, signor Luca… Direi di no…

Che cosa mi ha portato qui… Lei vuol dire qual’è la causa ultima, o qual’è la causa remota?

Veda lei. Per sua fortuna le mie domande sono meno aggressive delle sue.

Le donne… Forse UNA donna… Forse parecchie donne che nella memoria sembrano una sola… O forse un’unica donna che si frammenta in mille donne…

Molto bene. Vada avanti.

Andare avanti… Non c’è il tasto rewind, o contr-alt-canc? Non c’è un gigantesco elastico per tirare indietro le parole che ho appena detto?

Ma in fondo lei non ha ancora detto praticamente nulla… Si è limitato a collocare, e probabilmente la collocazione è corretta, il suo problema nella sfera degli affetti. Vuol parlare d’altro?

Ma no, ma no… E’ di questo che voglio parlare… Ma non so dove mi porterebbe questo argomento…

Credo che sia il bello dell’esprimersi, signor Luca. A meno che non impariamo la nostra lezioncina a memoria, non sappiamo MAI dove andrà a finire il nostro pensiero. E a volte, senza qualcuno che ci rispecchi, non lo sappiamo nemmeno quando ci sembra di averlo dipanato per intero.

E io di lezioncine a memoria ne conosco parecchie, è questo che vuol dire?

Come tantissimi, signor Luca, forse come tutti…

Sa, Dottor Rinaldoni, mentre salivo le scale mi chiedevo delle cose… Delle cose molto precise… E’ normale per me tempestarmi di domande, lo faccio di continuo… Ma il fatto è che le risposte fluttuano, oscillano, seguono delle ciclotimie molto strette…

Ciclotimie?

Io credo che lei conosca il significato di questa parola… Quindi devo arguire che Lei mi invita a non usare termini tecnici…

Se le creano una buona difesa li usi pure, ma se può parlare il linguaggio dei sentimenti e non quello della tecnica, credo che guadagnerebbe tempo.

Cos’è che stavo dicendo… Ah sì, venendo su per le scale mi facevo delle domande… E nel farmele quasi mi vergognavo di farmele… E pensavo all’ultima donna della quale credo di essere innamorato.

Crede?

Credo, dottore, credo.

Io posso accettare il concetto “Io credo che LEI mi ami”. Ma “Io credo di amarla” è un concetto che mi sfugge.

Le sfugge?

……………

E va be’, le sfugge… Ci provi lei a stare con una donna che sistematicamente fa sembrare le tue parole sbagliate, i tuoi sentimenti esagerati, i tuoi stessi pensieri inappropriati…

Io provo ad immaginarmela, signor Luca, e dal tono con cui lei ne parla vedo che le piace molto che tutto questo succeda.

Mi piace molto?

Lei che ne dice? Mi sta parlando di una donna che le fa da specchio.

Be’ insomma… da specchio…

Sì, signor Luca, da specchio. Lei mi sta descrivendo una dinamica fondamentale ed importantissima tra un uomo e una donna che cominciano a stare insieme: lei vede lui diversamente da come lui si vede (e ovviamente lui fa altrettanto con lei). E’ fondamentalmente per la ricerca di questo rispecchiamento nuovo e diverso che ci si continua ad innamorare.

Lei dice?

E’ una mia opinione, signor Luca, che metto a sua disposizione. Ovviamente non ho alcuna pretesa di convincerla. Ma lei, questa donna, la ama o non la ama?

Amo di lei quello che potrebbe essere… quello che è ma non sa di essere… forse, e questo mi fa impazzire di rabbia, quello che è stata in passato con altri uomini e che con me non sa o non vuole più essere.

Ma della donna reale ed esistente cosa mi dice?

A volte mi affascina e a volte non la sopporto.

Quando capita la prima cosa e quando capita la seconda?

Non credo che dipenda da quello che fa lei… Dipende da come sono messo io…

Cioè?

E’ la prima donna che mi tiene testa sul piano dialettico. A parole mi tratta come un genio, ma nei fatti spesso e volentieri mi fa sentire un perfetto cretino…

Butto lì un’ipotesi… Quando la fa sentire un perfetto cretino lei prova come un senso di sollievo?

Sollievo? Ma… delle volte sì…

Delle volte sì!

Penso a quante altre donne, in passato, si facevano apparentemente incatenare dalle mie parole ma solo per vendicarsi di questa gabbia; mi verrebbe da citare un mitico “Ci hai raggione ma te meno…”, o un quasi equivalente “Lo so che hai ragione ma non voglio dartela (sottinteso ovviamente la ragione, ma in realtà da come evolveva il rapporto anche qualcos’altro…)”.

E con la donna che sta attualmente frequentando, invece?

Lei non si lascia incatenare. Ho la penosa impressione di doverla riconquistare tutti i santi giorni…

Penosa? Cosa c’è di penoso nel mantenere e valorizzare la dimensione della seduzione e della conquista? Non sarà invece proprio questo che le fa amare questa donna?

Sì, perché la amo… Il problema è che lei non ci crede…

Uno che ha una padronanza così perfetta e completa della lingua italiana, signor Luca, a volte può lasciare perplesso chi comunica con lui… E lei è innamorata?

A parole no… Anzi alle mie pressioni lei esplicita di non esserlo… Ma mille piccole cose che fa per me, che sopporta di me, che mi comunica, mi fanno pensare il contrario.

Benissimo!! Lei tocca giustamente la dimensione del non verbale, perché é lì che si misura la pienezza di un sentimento. La donna che le interessa le dà delle prove che lei in fondo ritiene convincenti; e lei, signor Luca?

Io… Io non mi accontento mai, la provoco, cerco di metterla a disagio e di farla sentire cattiva perché non dice mai che mi ama…

Ma lei vuole amare o essere amato?

Amare è qualcosa di banale… Mi riesce benissimo… E’ essere amato che mi stuzzica di più.

Ci rifletta signor Luca, ci rifletta… Ci vediamo lunedì prossimo….

Eufemio in Paradiso – riflessioni del protagonista sul trascendente.

Riassunto delle puntate precedenti: Eufemio si ritrova in Paradiso inopinatamente e contro la sua volontà. Definirlo disorientato è un garbato eufemismo. L’Entità Somma non la prende bene.

Insomma, alla fine nell’aldilà contavano più i sentimenti che le azioni. Magari è anche giusto, si diceva Eufemio, ma certo che l’aldiquà non funzionava così. Nell’aldiquà le tue azioni pesavano, spesso e volentieri in modo irreversibile, e ti inchiodavano ai tuoi errori, che quasi nessuno era disposto a dimenticare. Viceversa, le azioni virtuose finivano per passare inosservate, nient’altro che l’espletamento del proprio dovere.

Solo che qui in Paradiso Eufemio si era sentito più volte sfiorato dal gelido vento di storie di cattiveria e perfidia, sempre riscattate da opportuni pentimenti corredati da indicibili sofferenze. Meno chiaro era quanti di costoro avessero riparato tangibilmente alle proprie malefatte, perché di questi minimalismi comportamentali sembrava non rimanere traccia.

Sarebbe stato giusto distinguere tra chi violava delle norme morali più o meno astratte, bestemmiando drogandosi andando a puttane o masturbandosi compulsivamente, e chi intenzionalmente e magari ridendoci sopra provocava il dolore di anche un solo essere umano. Per loro, Eufemio avrebbe previsto un’eternità di efferate sevizie, operazioni a cuore aperto senza anestesia, smembramenti e vivisezioni con lame acuminate intinte nel pepe di Cayenna.

“Ma qui decisamente non comando io”.

Ad Eufemio sembrava di non aver mai fatto del male a nessuno, se mai il male (e anche in copiosa quantità e variegata qualità) l’aveva ricevuto e subito. Gli sembrava di aver fatto sempre il suo dovere, fin quando si era reso conto che il gruppo della maglia rosa lo aveva irreparabilmente distanziato lungo gli impervi tornanti di una vita sempre più ripida, e allora si era ritirato in un purgatorio terrestre fatto di libertà e di vuoto.

Nessuno aveva mostrato di ritenere un problema la sua assenza.

Questo era quello che gli sembrava, ma forse non sapeva ancora ragionare da Mente Pura ed era troppo vincolato ad un modo di ragionare opportunistico, autocentrato, autoindulgente, individualistico tipico di quegli esseri biologici che immaginavano un Dio su misura e a loro uso e consumo.

Il bello era che Eufemio non si sarebbe potuto considerare un ateo e neppure un agnostico: la sua unica colpa era quella di non sapersi mettere in relazione col trascendente. Già gli riusciva difficile con le persone in carne ed ossa, del 99,9 periodico per cento delle quali avrebbe immediatamente e con somma goduria fatto a meno, figuriamoci con un’Entità misteriosa e paradossale.

Sapeva che c’era qualcosa, più o meno come credeva agli extraterrestri senza averne mai visto uno dal vivo, e sapeva che questo in qualche modo lo riguardava. Ma non ne faceva il vertice della sua esistenza.

Qualche volta andava anche a Messa, prevalentemente in inverno. Gli piaceva appisolarsi (a volte svegliato gentilmente dal vicino affettuosamente severo) cullato dal tepore della chiesa, dal lisergico odore dell’incenso, da quei solenni canti ai quali lui, stonatissimo, non poteva partecipare, dalla ritmicità delle risposte dei fedeli e da qualcos’altro che non sapeva descrivere ma pur tuttavia lo rassicurava e lo faceva sentire protetto.

Talvolta quando scambiava un segno di pace il vicino non vedeva e preferiva dare una mano a qualcuno più lontano ma meglio vestito e meglio odorante.

E gli piaceva anche confessarsi da Don Antonio, con cui però parlava di ecologia e di storia della città, dopo di che il suo confessore invariabilmente concludeva “Peccati ne avrai fatti, ma senza neanche accorgertene o senza considerarli tali. Per penitenza starai tre giorni senza bere”.

Le poche volte che, da bambino, aveva immaginato il Paradiso, Eufemio lo immaginava come un posto dove ogni desiderio diventava realtà.
Desideravi mezzo chilo di patatine fritte e, zac, eccole lì fresche e croccanti, le mangiavi tutte e non ti veniva neanche un’ombra di mal di pancia.
Volevi visitare la Cina e subito, come un angelo invisibile e guizzante la sorvolavi tutta, Pechino Canton Shanghai, le moschee le pagode la muraglia le risaie sconfinate.
Volevi fare una partita a pallone e ti ritrovavi a San Siro a ricevere un assist da Rivera, fare uno stop a seguire che mandava Burgnich fuori tempo, far passare la palla sopra la testa di Picchi e fulminare Sarti con una fucilata nell’angolino destro, per la disperazione della famigliola di aracnidi che stazionava lì indisturbata da anni.

Ma questo era un Paradiso dove i desideri sembravano non esistere più.

Nei meandri di una psiche che avrebbe bisogno di una guardatina.

Quella mattina Luca non aveva la minima intenzione di andare dal Dott. Rinaldoni.

Quell’insopportabile vanesio, tragicomico monumento ad un glorioso passato ormai definitivamente sepolto, pallone gonfiato che trasudava arroganza e supponenza da ogni parola, ogni gesto, ogni silenzio, ogni stropicciatina di mani, ogni ironica grattatina di testa (non era meglio un normale “Ma cosa sta dicendo?”).

Quell’individuo che non gli ispirava alcun rispetto, e al quale pure per anni e anni si era appoggiato ascoltando i suoi risibili consigli senza la capacità di reagire, forse perché spesso diceva la verità…

Sì, è vero, la verità la diceva spesso e volentieri. Ma non basta dire la verità. Bisogna metterla umilmente a disposizione questa verità, non farla cadere dall’alto e tenerla legata a una corda impossibile da spezzare. Non basta dire “Io so la verità e tu no, pappapera pappappera…” sperando così di creare una dipendenza. E d’altra parte la felicità degli arroganti è contare quante persone dipendono dalle loro parole, dai loro giudizi, dai loro consigli.

Insomma, il Dott. Rinaldoni era stato in tutti quegli anni un pessimo terapeuta, almeno con lui. Di solito era molto più bravo con le donne, almeno finché non si innamorava di loro, perché poi scompariva nelle brume padane e molte, guarda caso, le scaricava proprio a lui che ne finiva immancabilmente inesorabilmente schiacciato.

Ma poi c’era un altro motivo per cui Luca preferiva non vedere mai più il Dott. Rinaldoni. Perché va bene la strana coincidenza di essere nati nello stesso giorno mese anno e città e di abitare nella stessa città (il Dott. Rinaldoni in zona molto più centrale, ma ovviamente lui aveva ben diversi mezzi finanziari), ma il sogno che aveva fatto quella notte lo aveva spaventato e quasi traumatizzato. Se Rinaldoni gli avesse chiesto di raccontargli il suo ultimo sogno, lui cosa avrebbe fatto? L’ultima volta che aveva tentato di imbrogliarlo raccontandogli un sogno immaginario era stato smascherato nel giro di due minuti…

Oltretutto di solito i sogni non se li ricordava, era quando andava da Rinaldoni che, col suo aiuto, frammenti incoerenti diventavano una trama degna di Wim Wenders. Ma questo, nella sua brevità, avrebbe potuto raccontarlo in tutte le sue sfumature: lui era inginocchiato in adorazione del Dott. Rinaldoni, contento di partecipare della Sua grandezza e sentendo che non sarebbe stato nulla senza di lui. Siccome i sogni sanno esprimersi solo per immagini, non c’era alcun indizio per capire se il rapporto era padre-figlio, fratello maggiore-fratello minore, o di tipo larvatamente gay fra due perfetti estranei.

A un certo punto il Dottore alzava ieraticamente una mano, dalla quale si alzavano l’indice e il medio, e pronunciava delle parole che, seppur dal tono apparentemente pacifico, non ammettevano replica alcuna “Luca, è tempo che tu abbandoni questo incongruo paradiso che non hai fatto nulla per meritare, cullandoti stancamente dietro la Mia immagine e spesso vendendola al colto e all’inclita macchiandoti così del terribile peccato di simonia. E’ mio pronunciamento che tu debba scendere nel mondo dei comuni mortali e ivi rimanere fin quando a mio insindacabile giudizio ti riterrò degno di ritornare in unione con me. Hai capito tutto, che mi stai guardando con la tua solita aria da pesce lesso?”.

Luca si era svegliato urlando nel suo lettino-piscina, il vicino di casa aveva dato due rabbiose nocchiate alla parete, e il sogno si era concluso.

Alla fine anche Luca aveva delle nozioni di psicoanalisi necessarie e sufficienti per analizzare il sogno (Freud stesso aveva brillantemente analizzato i suoi, alla fin fine, ignorando bellamente ogni paradosso di auto-referenzialità): quel sogno illustrava il suo ormai quasi fastidioso vissuto: che quel fetente di Rinaldoni fosse un personaggio virtuale, quasi un cartone animato, mentre lui, lui era una persona reale in carne ed ossa. Il suo Padre Celeste lo aveva cacciato dal Regno, e negli anni a venire aveva lasciato che fosse reiteratamente sbeffeggiato, ammanettato battuto dal suo stesso popolo, hai la minima idea del perché te lo meriti?, e infine più volte crocefisso in sala mensa, in verità tutte le volte uscendone più vivo e incazzato di prima, probabilmente grazie alle robuste iniezioni di DNA jesino che ne caratterizzavano il genotipo e ne facevano un raffinatissimo schermidore.

Lui combatteva tutti i giorni la dura eppur gloriosa battaglia della sopravvivenza, della quale Rinaldoni nulla sapeva e nulla poteva sapere, sospeso nel suo Empireo talmente rarefatto da portare all’anossia chiunque vi entrasse senza un’adeguata acclimatazione.

Lui si innamorava, si arrabbiava, soffriva, gioiva, si illudeva, rincorreva tutti i legnetti che gli venivano lanciati per vederseli poi portar via da cagnoni che non aveva mai nè visto nè conosciuto ma abbaiavano meglio di lui. Rinaldoni pensava, meditava, cogitava, elaborava teorie che poi cercava coscienziosamente di passare al vaglio delle evidenze empiriche, constatava, riteneva, supponeva, desumeva.

Ma poi c’era un altro motivo ancora per cui Luca non voleva confrontarsi col Dott. Rinaldoni: per la prima volta gli aveva disobbedito, non aveva messo in pratica nessuna delle sue indicazioni terapeutiche (indicazioni che lui travestiva da personalissime opinioni, ma che in realtà erano degli ordini tassativi, la cui mancata esecuzione avrebbe comportato un numero imprecisato di sedute in cui sarebbero state analizzate TUTTE le resistenze, TUTTE le contraddizioni, il gioco non valeva la candela…). Luca aveva fatto di testa sua e aveva scaricato tutta la sua rabbia, la sua vergogna di sè stesso, la sua sfiducia, il suo minimalismo esistenziale, il suo masochismo morale erigendo in poche ore un battagliero Muro di Berlino tra sè e ogni ipotesi di Amore (ma anche tra ogni ipotesi di Amore e sè). Un muro presidiato da guardie armate fino ai denti, con mine e filo spinato percorso da scariche a 40.000 volts.

Mentre il ritardo di Luca diventava ormai sospetto, il Dott. Rinaldoni valutava diverse ipotesi: chiamarlo al cellulare per rammentargli l’appuntamento? mandargli un sms? un’e-mail? un piccione viaggiatore?

Ma mentre le valutava, capiva che Luca era un paziente un po’ particolare: il trattamento era iniziato e si era interrotto tumultuosamente una lunga serie di volte, ed ogni volta Luca ritornava dicendo “Non so perché sono qui e non vorrei esserci….”. Non era sempre facile condensare 26 anni in poche righe, ed io i miei in un solo saluto. Ma davvero, Rinaldoni stava per fare quella cosa che tante volte aveva stigmatizzato nei suoi colleghi a orientamento psicodinamico ortodosso: ricorrere al controtransfert.

Per la prima volta da tanti anni Rinaldoni si lasciò invadere da tutte le sensazioni che gli provocava quella specie di fratellino minore ribelle, autolesionista, a volte francamente ai limiti estremi del disadattato, incapace di gestire denaro carriera storie d’amore immagine sociale amicizie rapporto con l’autorità rapporto con lo Stato. Sentì che gli sarebbe mancato, sentì che avrebbe lasciato per sempre vuota la sua ora del lunedì, ma capì che ognuno dei due doveva recidere il cordone ombelicale. Era pericoloso, certamente. Ma se pensava al sogno che aveva fatto, in cui lui, nella parte di Dio Padre, mandava Luca sulla terra a trasmettere il Suo Vangelo, si rendeva conto che ogni prosecuzione dei contatti interpersonali sarebbe stata ancora più pericolosa.

E a quel punto si lasciò serenamente guidare dall’istinto a digitare per Luca lo scarno SMS “Buonavita, Luca, buonavita”.

Due secondi dopo si accasciò sulla sua comoda poltrona vittima di un (fatale?) attacco cardiaco.

Le visioni di Fernando Pessoa.

Fernando Pessoa gestiva con uguale attenzione la fine della settimana e la fine del continente che si arrestava spaventato davanti all’Atlantico. Era simultaneamente affascinato ed orripilato da tutto quanto ci fosse di marginale e periferico nella sua vita. Dal fatto che nulla riusciva a durare abbastanza da consolidarsi, e così strane stanche astratte bolle di putrido nulla decoravano con austero decoro gli interstizi della sua esistenza.

Immaginava un non lontano futuro in cui ogni uomo avrebbe avuto accesso in tempo reale a tutti i suoni, le immagini e le informazioni in quel momento disponibili, ed intuì che allora nulla avrebbe potuto mai più contenere la marea montante dello spleen, del tedium vitae, della sfiga.

Immaginava un non lontano futuro in cui le idee e le opinioni, e Dio non volesse perfino i fatti, sarebbero stati messi in vendita al miglior offerente, e allora forse qualcuno avrebbe smesso di inseguire il proteiforme illusorio mito della Verità.

Immaginava un non lontano futuro in cui si sarebbe riusciti ad individuare nelle infinità del Cosmo pianeti enormi ed immaginarli pullulanti di vita, ma intuì che questo avrebbe fatto sentire l’uomo acora più solo.

Immaginava un non lontano futuro in cui la Terra sarebbe sembrata così piccola da poter stare nella mano di ciascuno dei suoi figli, ma questo non avrebbe fermato le guerre, le violenze e le sopraffazioni, le avrebbe semmai rese più fattibili e più evidenti, finché chiunque si sarebbe abituato.

Si addormentò sulla sabbia umida e sognò di sognare la sua vita: ma era un sogno maledetto perché in ogni secondo sapeva che quella realtà sarebbe finita e sarebbe tornata l’illusione della vita.

Si risvegliò molte ore dopo senza saper nè voler decidere se dell’umidore che velava i suoi calzoni fosse responsabile l’oceano o un principio di incontinenza.

Per fortuna aveva scordato le sue visioni. Inseguendo i rimasugli di una poesia che non ricordava più se aveva già scritto o doveva urgentemente scrivere, dolorosamente ricordò la strada di casa.

Sigla di coda

La saga di Eufemio in Paradiso. Difficoltà di ambientamento.

Ma l’Essere Supremo non parlò: aveva a disposizione modalità comunicative molto meno primitive e rudimentali del fallibile linguaggio umano, che pure talvolta non poteva esimersi dall’usare.

Invase e soverchiò il malcapitato Eufemio con uno tsunami psichico in cui c’era qualcosa che corrispondeva, ma amplificato fino a un livello che sarebbe stato intollerabile per un uomo ancora in vita, all’insanabile olore di una madre verso il figlio ingrato ed irriconoscente; una promessa di amore assoluto a determinate condizioni, di gioia assoluta ma non subito; insieme a un leggero retrogusto di spregio verso uno spirito ribelle che non voleva, neppure ora che sarebbe stato il caso, chinare la testa.

Nella mente di Eufemio (anzi, IN Eufemio che ormai era pensiero ed energia pura) si affastellarono episodi particolari e inspiegabili della sua vita. In quelli negativi sembrava comparire la didascalia “Ti ho messo alla prova e quasi mai tu l’hai superata”; in quelli positivi il sottotitolo era “E’ stato tutto merito mio ma non mi hai mai dato il minimo riconoscimento”.

Ad Eufemio sembrava di risentire Don Cavatorta, quando gli faceva pagare un pasto solo teoricamente gratis con stentorei pistolotti sulla provvidenza che dobbiamo riconoscere anche, se non soprattutto caro Eufemio, nelle contingenze sventurate (quelle che più prosaicamente il Torelli chiamava “sfiga” e sulla quale avrebbe potuto tenere un seminario di una settimana).

“Sei libero di scegliere” furono le uniche parole che risuonarono lente, plastiche e maestose.
Ah già, il libero arbitrio. Come dire che lui ha sempre tutti i meriti e io sempre tutte le colpe. E qui il ricordo si spostava dal dimenticabile Don Cavatorta alla indimenticabile (ma non per motivi gioiosi) ex-moglie maestra in quel tipo di sapiente dialettica che De Andrè avrebbe definito “tua culpa, tua culpa, tua maxima culpa”.

Ed eccomi qua, meditava Eufemio che ormai non poteva dedicarsi ad altra occupazione. Anche in cielo come in terra eccolo là il mio pane quotidiano: permanentemente fuori posto a fare la cosa giusta nel momento sbagliato, o più probabilmente la cosa giusta per lui e sbagliata per quasi tutti gli altri.

Fuori posto. Fuori contesto. Nei momenti di maggiore sconforto si sarebbe definito “fuori luogo” come una frase o una scoreggina che non si è saputo trattenere piuttosto che come un essere umano coi suoi diritti e desideri. Fuori corso, come uno studente bamboccione e coglione che userà il pezzo di carta per fare un bell’aeroplanino o una moneta che non ricomprerebbe neanche se stessa.

Percepiva la presenza delle altre Energie (chissà quanti miliardi ce ne dovevano essere) che si libravano in un quieto volo costante e circolare non potendosene che beare. Quando lo sfioravano, c’era una lieve ma percettibile diminuzione della luminosità che lo circondava e qualcosa che somigliava a una carezza. Ne percepiva a volte le storie umane: quasi tutti erano incalliti peccatori pentiti e convertiti (o forse erano quasi esclusivamente loro che mettevano le proprie storie di errori e provvidenziale ravvedimento a disposizione degli altri beati).

Per loro, Eufemio non provava invidia o rabbia, sentimenti che (lo stava scoprendo) in Paradiso non sono proibiti ma tout court inibiti ed impossibili. Ma la constatazione, riassumibile in una sola parola (“Comodo…”) quella non gliela inibiva neanche il Padreterno, e in tal caso non era una metafora.

La saga di Eufemio in Paradiso – Accoglienza freddina.

Riassunto del prologo: il senzatetto Eufemio Torelli viene trascinato in Paradiso senza averne fatto richiesta e contro la sua volontà (come Mark Twain, apprezza il Paradiso come clima ma predilige l’Inferno per la compagnia; e, come Mae West, pensa che le brave ragazze vanno in Paradiso e le cattive ragazze vanno in tutti gli altri posti). Dopo un momento di iniziale sconcerto, decide che la cosa non gli piace.

“G A B R I E L E ! ! !”.

In quel momento, l’Arcangelo in questione, che aveva coordinato le operazioni di prelievo di Eufemio senza parteciparvi direttamente, avrebbe voluto essere altrove. Peccato che in Paradiso il concetto di “altrove” fosse sostanzialmente impraticabile.

“C O S A  H A I  C O M B I N A T O ? ? ?”.

Gabriele sapeva da secoli dei secoli che quelle domande erano retoriche, ed era opportuno considerarle un garbato modo di evitare affermazioni esageratamente apodittiche e magari tali da sconfinare nel turpiloquio, cosa che per il Sacro Emittente sarebbe stata non solo sconveniente ma materialmente impossibile. Quindi fece l’equivalente celeste di un’imbarazzata deglutizione e si dispose di mala voglia ad ascoltare il resto della lavata d’ali.

 

“C H I  M I  H A I  P O R T A T O  S U  Q U E S T A 

V O L T A ?  C O S T U I  N O N  H A  N E S S U N A 

D E L L E  C O N D I Z I O N I  M I N I M A L I  P E R 

G O D E R E  D E L L A  L U C E  E T E R N A. 

V U O I  C H E   T I  E L E N C H I  T U T T O  C I O’  C H E 

L O  A L L O N T A N A  D A  M E?  R I S P O N D I, 

Q U E S T A  N O N  E’  U N A  D O M A N D A

R E T O R I C A.”.

“Ehm… Sì, credo di capire ciò a cui Vostra Essenza allude. Conosco le manchevolezze del neobeato.”.

“E  D U N Q U E?”.

“Stasera nella città dal nome dolce come una caramella non ho trovato di meglio.”.

“N O N  H A I  T R O V A T O  D I  M E G L I O ! ! ! 

M A  C O S A  E’,  U N  C O N C O R S O  A  P R E M I ? 

T U  E  Q U E S T O  T U O  A T T I V I S M O  D A 

E S E R C I T O  D E L L A S A L V E Z Z A ! ! ! 

M A  Q U A N T E  V O L T E  T E  L O  D E V O 

S P I E G A R E  C H E  I L G O D I M E N T O  D E L L A 

M I A    P R O S S I M I T A’  E’  D E S T I N A T O S O L O 

E D  E S C L U S I V A M E N T E  A  C O L O R O   C H E  N E  F A N N O 

A L M E N O  I M P L I C I T A  R I C H I E S T A? 

M E N T R E   C O S T U I  M I  N O M I N A V A 

E S C L U S I V A M E N T E  N E L  T U R P E  A M B I T O 

D E L L E  S U E  R A B B I O S E  I M P R E C A Z I O N I. 

O L T R E  A D  I N D U L G E R E  A D  A M O R I

M E R C E N A R I  E  A D  A L T R I  I N N O M I N A B I L I 

C O M P O R T A M E N T I  E D O N I S T I C I, 

M A T E R I A L I S T I  E  S I B A R I T I C I ! ! ! !”.

“Ma non ha mai fatto male ad anima viva, Vostra Immensità, mentre ha subito una lunga serie di malefatte ed ingiustizie che l’hanno spinto ad una vita solo apparentemente dissoluta. E aggiungerei che le bestemmie vanno contestualizzate.”.

“L E  B E S T E M M I E  N O N  H A N N O  D I R I T T O  A D  A L C U N A 

C O N T E S T U A L I Z Z A Z I O N E ! !  

I L  S E R V I Z I O  D I  R E C U P E R O  B A R B O N I  E’ 

S O S P E S O  A  T E M P O  I N D E T E R M I N A T O. 

E U F E M I O ! ! ! “.

Eufemio non poteva più provare nè paura nè impressione. Per definizione, nel Luogo di tutti i Luoghi in cui si trovava, poteva provare solo emozioni positive e soavi, dalla Gioia alla Letizia, dalla Serenità alla Beatitudine. Ma  quel tuono roboante fatto Verbo che lo chiamava un certo effetto glielo fece lo stesso. Soprattutto perchè non proveniva da un’ipotesi di Esterno, ma dal profondo della sua stessa mente.

“Eccomi, Vostra Essenza.” rispose in automatico.

La saga di Eufemio in Paradiso, prologo.

 

Ogni tanto, dei veri angeli si mescolavano proditoriamente ai City Angels, nella città dal nome dolce come una caramella, si caricavano un clochard addormentato in spalla e lo portavano in Paradiso.

Tale sorte arrise quella notte ad Eufemio Torelli, 48 anni, ex-elettricista, che pisolava sereno nel fragile sonno del senzatetto incompatibile col dormitorio.

Quando si svegliò, tentò di stiracchiarsi, ma senza riuscirci. Un principio di artrite? Una subdola paralisi? Accidenti, pensò Eufemio, devo andare a pisciare che qui ho la vescica piena e me la faccio addosso come quella volta a Milano. Ma… un momento… la vescica era vuota, anzi non dava segno di sè.

Certo però che in sala d’aspetto dovevano aver montato un impianto luci da almeno 2000 watt (lui era arrivato quando le luci erano spente). Ma come faccio a vederle se non ho ancora aperto gli occhi, argomentò con logica cartesiana il Torelli.

E non era mica finita. No no. Dov’era il doloretto sopportabile ma maligno in area lombare? L’ulcera che al mattino lanciava lancinanti muggiti (e che di solito, inopinatamente, si spegneva con un sorso di birra)?

Le sue nozioni ancora vivide di elettricista qui potevano servire ben poco, ma in qualche strano modo Eufemio intuì di essere senza corpo.

Come era potuto succedere?

Va bene che ultimamente in stazione ti portavano via anche lo sfintere anale, ma questa era più grossa del carrarmato americano rubato a Napoli nel ’45.

“Chi si è preso il mio corpo?” pensò solennemente, e già implicitamente pronto ad elevare formale protesta alla Polfer (sì, ma senza corpo ciò poteva presentare delle insormontabili difficoltà). Poi, come una mano carezzevole ma comunque invadente (e il gatto la riconosce come tale e dopo una soffiata d’avvertimento graffia senza pietà) qualcosa penetrò nei suoi pensieri e li bloccò.

Allora Eufemio seppe, o meglio avvertì, che era passato a un nuovo modo di esistere. Un modo piuttosto definitivo… Galleggiò per un tempo indeterminato (ancora non lo sapeva, ma lì il tempo era un fatto molto relativo) in quella sensazione senza farsene sopraffare. E alla fine decise che non gli piaceva.

Dall’agosto 2010 all’agosto 2012: ultimo riempitivo antologico

Agosto in città non è poi così brutto: innanzitutto, rispetto a pochi anni fa, il numero di concittadini che condividono per amore o per forza la tua scelta è drasticamente aumentato; gli esercizi commerciali che terranno aperto tutto il mese sono parecchi, e lo strillano con sesquipedali coloratissimi cartelli convinti di strappare clienti alla concorrenza, che resteranno anche in autunno ed oltre; la città relativamente vuota prende un’aria risorgimentale-chic che cozza con le atmosfere postmoderne degli altri 11 mesi.

Si lavoricchia a ritmi rallentati e più umani, facilitati da un’afa in leggero calo rispetto ai vertici insopportabili di luglio: se capita di andare sulla pedemontana piuttosto che a Colorno o Polesine Parmense si gode anche di una rinfrescante brezza che lava via i cattivi pensieri, che invece nella canicola stazionano pesanti e plumbei.

Agosto in città è fatto su misura per i giovani anziani che non hanno più ambivalenti vincoli familiari, figli da crescere mogli da non fare annoiare sennò la danno via al garzone del lattaio mutui da pagare carriera da portare avanti suocere da sopportare con cristiana rassegnazione.

Si ricordano agosti preistorici, Cheltenham nel Gloucestershire (pronunciare: Celtnam nel Glostersciaier) 1975 sotto una impressionante canicola a una sagra del pudding (omologa delle nostre sagre dello gnocco fritto); Riviera del Conero 1984 con una unica fiumana di 12 chilometri dalla collina al mare guardata con spocchiosa noblesse dopo essersi rifugiati sul poggio di Villa Gigli tra Recanati e Loreto con l’amico Marco; Courmayeur 1973 dopo aver fatto un virtuale bagno nel calderone del vin brulè; Palermo 2001 a capire come dev’essere un’estate tropicale.

Vengono in mente canzoni che cantano agosto in modo non convenzionale e non previsto, dalla Agosto di Claudio Lolli ricordata già ieri che parla di una ripugnante strage che non era ancora quella di Bologna, di una Tu puoi dei Nomadi che oppone alla gente un po’ ottusa per la quale è solo agosto, agosto ad ogni costo le antiche fatiche dei pescatori ed un uomo in cerca di se stesso, ai Diaframma che vorrebbero chiudersi in casa con 2000 giornali porno, ad un Jovanotti che degregoreggia guardando la luna urbana.

E più in generale tutti i tuoi affettuosi fantasmi ti vengono a trovare specie nelle notti in cui è difficile prendere sonno e tu fai i conti su quanto ti costerebbe un condizionatore in nudo prezzo d’acquisto e in consumo elettrico salvo il fatto che non è il caldo che ti toglie il sonno.

Sono fantasmini teneri e comodi come gli omonimi calzettini e non fanno paura anche se a volte sono reali e non solo virtuali, e alcuni lasciano la camera piena di strani odori non  del tutto piacevoli; sono i fantasmi di matrice dickensiana completamente fuori stagione, delle estati passate (tante e forse troppe) e di quelle future che fatalmente si assottigliano. Sono i fantasmi che escono dalla tua mente e poi non ci tornerebbero neanche se li ammazzi.

Dal primo settembre se ne andranno e ti lasceranno alle prese con una precaria realtà.

Ahmed ancora una volta again.

 

Ad Ahmed quella città non piaceva particolarmente.

 

Alla fine le città degli Infedeli si assomigliavano tutte, o quanto meno facevano in modo di somigliarsi per chi non dava loro fiducia.

 

Erano tutte piene di promesse cui nessuno credeva, ma che nessuno aveva il coraggio di contestare. Perchè è vero, facevano tutte schifo, ma quando ti cacciavano con qualcuno dei loro perversi artifici retorici provavi nostalgia.

 

Ma a questa, almeno, si era abituato. E forse lei (chissà) si era abituata a lui.

 

Chissà cosa pensano le città, si chiedeva Ahmed ubriaco di una pesantissima birra scura che quasi stentava a credere non fosse uno scherzo a parte di Canale 5. Chissà cosa pensano quando si sentono espropriate da persone che le percorrono senza un briciolo di amore, senza nulla che assomigli ad un principio di appartenenza, disperate abbrutite incazzate incattivite. Le persone. Ma anche le città.

 

La sua città non lo sopporterebbe.

 

Chiaro che non lo sopporterebbe. Lei è una mamma gatta che morde sul collo i cuccioli meno scantati. Al terzo quarto morso gli si può anche rompere l’osso del collo, e se lo capiscono prima tanto di guadagnato.

 

Lui no, lui non si era lasciato mordere l’osso del collo,

 

L’aveva capito prima.

 

Ricordava ancora l’approdo in quel grande aereoporto dove nessuno aveva fatto troppe domande su un visto turistico che faceva acqua da tutte le parti.

 

Inizialmente credeva che, nel Paese dov’era sbarcato, nulla potesse passare inosservato. Poi aveva scoperto che non era così. Bastava muoversi, fare delle cose poco logiche (che a un disperato riescono meglio che a un ricco) e poteva, ogni giorno con maggior successo e competenza, godere di quei ricchi cascami del benessere che la società degli Infedeli abbandonava.

 

Che quei vestiti, quei cibi, quei computer, quei televisori, quei mobili, fossero veramente stati abbandonati come non più buoni, e quindi degni del godimento da parte degli Ultimi, avrebbe dovuto provocargli un senso di gratitudine. Ma non era così.

 

Godeva dei cascami di un benessere agonizzante e qualcosa gli diceva che era proprio l’agonia ad indurre degli aggiustamenti di coscienza.

 

Nella sua terra il disgraziato innocente era sostenuto dalla comunità fino al reintegro.

 

Ma qui non era così. I ricchi si liberavano di una parte della loro ricchezza per liberarsi simultaneamente del contatto col povero.

 

Allora, anche lui aveva imparato.

 

Aveva imparato a fare il povero quando non ne poteva fare a meno. Una doccia, una settimana di mensa in una città piuttosto che in un’altra, l’accaparramento di tanti di quei vestiti che ben pochi al suo paese si sarebbero potuti comprare, qualche giorno in un dormitorio.

 

Ma poi, di andare a lavorare a delle paghe, con degli orari, con delle assolute mancanze di garanzie che nessun ragazzo del posto avrebbe non dico accettato ma anche minimamente preso in considerazione, non è che ne avesse una gran voglia.

 

Con un po’ più di faccia tosta avrebbe potuto fare il fotomodello (si diceva così, no?). O il concorrente del Grande Fratello, che oltre a fare rima era un po’ la stessa cosa.

 

Ma gli mancavano dei passaggi, nella sua cultura per fare dei soldi bisognava almeno farsi il culo, correre qualche rischio, imbrogliare qualcuno e poi scappare. Non imbrogliare una nazione intera e restare lì a goderne i frutti.

 

Chissà cosa pensavano le città, maledizione, a sentirsi pestate quotidianamente da persone senza una meta, o con delle mete del tutto immaginarie il cui capolinea era due-tre stazioni fuori della realtà.

 

Quando la pallottola del carabiniere lo raggiunse alla testa non provò qualcosa che si potrebbe chiamare dolore. Al dolore era vaccinato. Fece appena in tempo a vedere la felpa coi colori sociali del Parma F.C. imbrattarsi di pezzetti del suo cervello.

 

Gli uomini bianchi dicevano che in questi casi si muore sul colpo. E forse sarebbe stato meglio. Ma Ahmed leggeva molto, e sapeva che i nobili ghigliottinati durante la Rivoluzione Francese facevano in tempo a terminare le loro preghiere anche quando la testa si era spiccata dal corpo. Si fosse almeno ricordato da che diavolo di parte stava La Mecca…

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