Archivi Mensili: settembre 2012

Dai miei sconfinati archivi dell’ex-blog “Elogio dell’entropia” – Come non celebrare il 29 settembre?

Qualcuno mi ricorda che il 29 aprile 2011 il fascinoso Pietrino Vignali ha rimesso l’incarico dopo aver rimesso in bagno. Accanto a lui chi sperava di succedergli. Vignali è quello che sembra George Michael. Che data evocativa, ragass….

E’ raro se non unico che il titolo di una canzone possa assurgere alla dignità di una quasi ricorrenza civile, come un 25 aprile, un 2 novembre, un 11 settembre.

Eppure 29 settembre ha raggiunto questo livello di trasfigurazione: da 2’30” di 45 giri beat a simbolo di un’intera epoca, riproposta in bianco e nero dalle trasmissioni di Rai 3 ma in realtà incredibilmente colorata.

Lucio Battisti la scrive nel 1966 insieme a Mogol, ma a quel tempo è solo un autore senza la minima intenzione di cantare, finchè le sue canzoni diventeranno talmente caratteristiche che solo lui avrebbe potuto interpretarle in modo adeguato. Nel frattempo, in quel di Modena, un altro giovane autore un po’ più intonato ma devastato da un tremendo rotacismo (è per questo che nessuna ortofonista va a lavorare volentieri a Fidenza) scrive “E’ dall’amore che nasce l’uomo”.

Maurizio Vandelli con la sua Equipe 84, molto più intonato, vanitoso e (secondo lui) bello dei due autori, decide di farne un bel 45 molto psichedelico.

Fino a lì, il gruppo modenese aveva onestamente vivacchiato tra cover degli Stones, Sonny e Cher, Kinks, scegliendo sempre con grande oculatezza tant’è che dei pezzi allora ignoti da loro tradotti vennero poi reinterpretati uno dai Ramones (Surfin’ bird) e uno da Jackson Browne (Stay); più o meno come i Nomadi che si facevano passare anche loro per modenesi quando qualunque loro fan sa benissimo che sono nati nella meravigliosa cittadina di Novellara nella bassa reggiana, e che tanto per dire tradussero pezzi di Elton John quando non se lo filava ancora nessuno.

Entrambi i gruppi godevano poi dei regali di Guccini (era lui il bravo giovine affetto da rotacismo) che riusciva a cantare solo dopo il terzo fiasco di lambrusco altrimenti era troppo timido, pur se dotato di un bel vocione baritonale che la erre padana rendeva ancora più artisticamente pregevole.

Nessuno può dirci se, mentre prendevano quella canzoncina in sè abbastanza innocua ma per i tempi dotata di un testo leggermente osè (e difatti si capisce benissimo che dopo il ristorante e la discoteca, o come si diceva allora la balera, i due vanno a farsi una o più scopate), Vandelli e compagnia cantante pensassero di farne un hit immortale o semplicemente di onorare un contratto discografico che, ai tempi, obbligava a lavorare come negri sfornando dischi a getto continuo per dei compensi risibili, poi ci si rifaceva un po’ con le serate (di tour c’era solo quello de France). Certo,la copertina in stile vagamente lisergico fa propendere per la prima ipotesi. Riuscirci, poi, era tutta da vedere…

Fatto sta che il pezzo è, ancora oggi, sorprendentemente curato nelle armonie vocali e nelle sonorità. Con gli studi di allora dove si registrava al massimo a 4 piste, qualunque adolescente viziato oggi ha ben di meglio nella propria cameretta da sbattere su Youtube tra un’ostentazione di genitali e l’altra in webcam.

Non ve lo linko nemmeno perchè sono convinto che lo conosciate tutti a memoria, se no andate sulla testè ricordata You Tube e fate vos (e non vobis come dicono quelli che credono di conoscere il latino). Se ci andate godetevi il minibatterista Alfio Cantarella che tenta di imitare Keith Moon degli Who con discutibili risultati.

Ma, come sempre nella vita, il caso era in agguato. Nessuno poteva immaginare che il 1967 sarebbe stato l’anno di svolta della musica “leggera” che da lì in avanti diventò una roba maledettamente seria, pur restando un sano e solido prodotto di consumo. Nessuno poteva prevedere la summer of love, Sergent Pepper, i primi moti universitari di Berkeley, California.

E quel piccolo disco si incastonò nel momento storico e fece da cesura da allora in poi.

Tant’è che John Lennon dichiarò che conosceva l’Equipe 84 e lo considerava il gruppo europeo non inglese più simile ai Beatles. Anche Keith Richards fatto murato disse lo stesso dei Corvi rispetto agli Stones, ma nessuno riportò la dichiarazione.

Poi c’era chi diceva che dal vivo l’Equipe faceva la canzone in una maniera talmente oscena che una volta Vandelli e Sogliani si sono guardati e l’hanno lasciata lì a metà. Ma questo è capitato anche a Roger Waters con il riff di “Money”, ben testimoniato da un bootleg galeotto, con imprecazioni in cambridgese stretto incluse.

A differenza dei Beatles, che non si sarebbero mai sognati di rifare “Tomorrow never knows” o “A day in the life” dal vivo (e infatti smisero di fare concerti nel ’66), come sopra ricordato l’Equipe senza concerti si sarebbe ridotta a pane e mortadella, altrochè caviale e siampann. E se non facevano “29 settembre” non ne uscivano vivi (come oggi Jerry Calà con “Maracaibo”, come cambiano i tempi…).

Ma il Luca Lucarelli che c’è in me (insieme a un’altra cinquantina di avatar che testimoniano della mia totale disgregazione, anzi diciamo proprio dispersione, mentale) insegue un mistero.

Nel mettere il titolo alla canzone (lo fece Mogol? Lo fece Battisti? Lo fece Vandelli quando ebbe la trovata di far assoldare dalla reticente Ricordi un vero speaker?) come è potuto succedere che abbiano scelto la data di nascita dei leader dei due principali partiti italiani del secondo decennio del terzo millennio [Nota del Riciclatore di Vecchi Post: il 29 settembre 2010 la diarchia sembrava effettivamente indiscussa, oggi lo è decisamente meno, molto meno].
Andiamo con ordine.

Può darsi che, mentre il gruppo registrava la canzone, si intrufolasse un giovanotto basso e precocemente stempiato che stava piazzando aspirapolveri nel palazzo antistante e, con accattivanti giri di parole, li convincesse ad intitolare la canzone con la sua data di nascita per poter regalare il disco alla sua cara mamèta.

O può darsi che il tombeur de femme Franco Ceccarelli trombasse all’epoca con la sorella di un anche lui precocemente stempiato liceale piacentino, che non gliel’avrebbe più data (la sorella, non il liceale) se non avessero intitolato eccetera eccetera così il Pigi se ne vantava coi compagni. (E lo vedi che chi mette la mamma davanti ai compagni ha più successo nella vita?).

Tutto il resto è schizofrenia galoppante.

Eufemio in Paradiso – La coppia anomala.

“E non vogliamo andare in Paradiso se là non si vede il mare” (Claudio Baglioni, Noi no, 1991).

Eufemio e il Filosofo erano una preziosa anomalia nella stucchevole perfezione del Paradiso. Una pervasiva intelligenza nè buona nè cattiva, semplicemente dispersa nell’assolutezza della sua logica, non si poteva dire nè che li studiasse nè che li vigilasse.

Semplicemente li includeva in sè. Idea che a Hegel non sarebbe dispiaciuta.

Il Filosofo continuava a chiedersi se Lui sapeva, o non sapeva, che c’erano due intrusi che non si uniformavano pressochè in nulla al rigoroso cerimoniale paradisiaco, e che godevano dei presunti vantaggi dell’essere aggregati di energia immateriale senza dare in cambio nè gratitudine nè adorazione. Due mangiapane a tradimento, si sarebbe potuto dire usando un linguaggio molto terrestre.

Ma quel pane era stranamente salato, come quello di Dante nei grandi palazzi patrizi da dove non si vedeva l’Arno. Non che fosse una pietanza disgustosa, tutt’altro, ma Eufemio avrebbe preferito un panino col salame raccattato da terra e il Filosofo qualunque cosa, anche la meno appetibile, purchè scelta da lui.

Lui, ma sarebbe stato meglio definirlo Esso, simpatico diminutivo per Essenza, esisteva solo nell’approssimazione antropomorfa che gli uomini sapevano farne. Fuori dal pensiero degli uomini della Terra, non c’era nessuna individualità divina, solo una casuale necessità, e necessaria casualità, di un’intelligenza assoluta e totalmente sovrumana.

Su una cosa il Filosofo aveva visto giusto: l’Universo s’era creato da sè, e nel caos primordiale di particelle subatomiche che viaggiavano a velocità prossime a quelle della luce non c’era nulla che si potesse a buon diritto chiamare e definire Mente.

O forse c’era in potenza, ma attendeva paziente che qualcuno, pensandola, La rendesse attiva.

Nelle sue visioni degli ultimi giorni di vita nelle segrete del Palazzo del Sant’Uffizio, troppo orgoglioso per ammettere perfino a se stesso l’atroce paura del supplizio, in un delirio dettato dall’angoscia aveva vissuto il big bang. Si era sentito un corpuscolo isolato, un elettrone avrebbe potuto dire ora che padroneggiava tutta la scienza del genere umano, sbalzato in quello che era Nulla, e che diventava Spazio/Tempo man mano che la materia lo occupava.

Chi gli mandava quelle visioni? Di tempo per chiederselo, in una lurida cella inimmaginabile dall’esterno in quello splendido palazzo dove rischiava di morire di fame, di polmonite, di infezione prima che arso vivo, ma dove gli si impediva in tutti i modi un suicidio che comunque lui non avrebbe mai tentato, di tempo per chiederselo ne aveva, oh se ne aveva…

Che qualcuno o qualcosa glie le mandasse significa sentirsi un privilegiato, che nascessero dalla sua mente significava sentirsi un genio, o un pazzo (uno psicotico avrebbe potuto dire adesso).

Ma lui non si sentiva nulla di tutto questo. “Sono solo un uomo stanco, niente parole da dire”. Si sentiva interiormente fragile come un bambino e la notte non sognava nè Roma, nè Venezia, nè Napoli, nè Londra, nè Parigi, sognava il suo paesino ai confini del Sannio e i due monti che lo vigilavano, il materno monte Cicala e il formidabile monte sterminatore che aveva sfidato uscendone con un lusinghiero pareggio.

Su una cosa Eufemio aveva visto giusto: quel Paradiso era stranamente ritagliato sulle fantasie umane. Sulla voglia, quasi la necessità di dipendere passivamente da un’entità assoluta, un bisogno di dipendere dal quale lui si era tirato fuori a costi altissimi ma che per la quasi totalità degli uomini sembrava un assoluto must.

I due Simili avevano uno strano modo di tenersi compagnia. Non si poteva parlare di un vero e proprio dialogo. C’era il pensiero al posto delle parole, lo strano misterioso torrente del pensiero che un mortale poteva spegnere o ignorare e che qui era l’unico mezzo di espressione.

Al Filosofo bastava rivolgere intenzionalmente il suo incessante flusso verso Eufemio e nulla dei suoi concetti sarebbe andato perduto.

Eufemio non doveva neppure fare quello sforzo, e percepiva benissimo che il Filosofo era in grado di leggere ogni suo pensiero anche se spesso si asteneva dal farlo perchè la cosa alla fine lo annoiava un po’.

Ponte Dattaro

E mentre le nuvole si ribellavano violentemente liberandosi in un paio d’ore di tutto il loro pesantissimo, quasi intollerabile, carico di vapore acqueo, anche a lui sarebbe venuta voglia di liberarsi di tutto quanto nella sua vita e nella sua storia si era fatto francamente intollerabile. Ma anche ammesso e non concesso che avesse deciso di farlo, non avrebbe saputo neppure da dove cominciare. Aveva già opportunamente e magistralmente espunto dalla sua vita qualsivoglia relazione significativa, e spesso contemplava quella megalomanica impresa e tra sè e sè si diceva che era stata cosa buona e giusta.

Ad un paio di donne che, poverette, si erano fino all’ultimo ostinate ad ignorare il suo metafisico bisogno di stare da solo, di fare da solo, di cavarsela da solo, ancora adesso dopo quasi vent’anni ripetendo con tutte le donne il rituale di fuga da una madre troppo innamorata e troppo pervasiva, aveva quasi con malagrazia fatto capire che non ce n’era per nessuno, non c’era trippa per gatti, non valeva la pena. Sembrava che avessero capito.

E adesso che avevano avuto la compiacenza di non sovrapporre più disordinati segmenti della loro vita alla sua, lui le poteva perfino quasi idealizzare. Poteva ricordarle quasi tutte le sere (quando trovare stimoli distraenti diventava un po’ più difficile) con qualcosa che assomigliava alla nostalgia ma teneva le distanze di sicurezza dal rimpianto.

Ed era quasi bello assaporare l’inizio della vecchiaia, quel perverso stato fisico e mentale in cui ti rendi conto che puoi dare tutti gli ordini reali e virtuali che vuoi, ma niente e nessuno ti risponde più con puntualità, a partire dal tuo corpo.

In qualche momento di smarrimento, la totale assenza di prospettive future poteva anche rattristrarlo; ma poi il vecchio saggio riprendeva il sopravvento e il suo incessante filosofare sulla dolce ineluttabilità della dissoluzione.

Il suo ideale sarebbe stato non dover dipendere da nessuno e non avere nessuno che dipendesse da lui: la seconda cosa era quasi perfettamente riuscita, la prima si sarebbe realizzata se avesse avuto l’intraprendenza di costruirsi una casetta di pietra lavica sotto qualche vulcano inattivo (o anche attivo, tanto più o meno era lo stesso) e vivere della coltivazione di un piccolo orticello se non addirittura di caccia e pesca. Ma, ahimè, la sua quasi totale mancanza di senso pratico lo metteva in condizione di non poter creare nulla di alternativo alla sua tristissima dipendenza da uno stile di vita italiota standard, con esorbitante affitto per un rudere di appartamento in cui praticamente nulla funzionava come doveva (se non, solo a tratti però, il suo fulminante cervello) e quindi il bisogno di procurarsi cifre adeguate prostituendo il suo multiforme talento in qualche ridicolo lavoro.

Poi, la pioggia divenne meno intensa e ripiombò in un sonno in cui, perse le censure della vita cosciente, poteva nei suoi intricatissimi sogni vivere con gioia la ricchezza del suo passato e, figùrati, immaginarsi perfino un futuro. Poi si sarebbe svegliato e avrebbe di nuovo sognato di esistere.

Al mattino, la Parma era gonfia d’acqua color cappuccino e lui pensò allo spettacolo affascinante dell’onda di piena che, all’altezza di Ponte Dattaro, incontrando argini più stretti ed un innalzamento del fondale, non può fare altro che ergersi in tutta la sua maestà come una vera e propria onda marina, e invidiò quei nottambuli che l’avevano vista in diretta, magari aspettandola con pazienza per un paio d’ore mentre bevevano a collo l’ultima Ceres della nottata.

Divertissement

Che questo post lo doveva scrivere Rinaldoni che dice che mi conosce ma io non so chi sia, ma è che me lo trovo davanti a Basilicanova con lo sguardo perso e gli dico Ha bisogno di qualcosa? ma lui dice No, dovevo andare a trovare mia figlia a Lesignano ma mi sono addormentato sul bus e ero convinto di essere già arrivato.

Che Lesignano è tutta in salita ma forse son io che me la ricordo male mentre Basilicanova è intombata nella bassa che poi proprio bassa non è sarebbe più giusto chiamarla una pedemontana che non vuole dare nell’occhio, comunque non si dovrebbe fare confusione.

Non è che mi potrebbe portare a Lesignano in macchina fa lui Guardi che son venuto in autobus anch’io faccio io Ah fa lui Eh faccio io.

Però se posso esserle utile in un qualche altro modo faccio io e lui ci pensa su che si vede che l’ho preso in contropiede, sto per dirgli Bo’, tanto piacere ma adesso devo andare ma ecco che lui si illumina tutto e dice Potrebbe scrivere un post sul mio blog. Va bene.

Solo che io quando scrivo sul blog che ce ne ho diversi e non lo dico mica per darmi delle arie, scrivo giù le prime cose che mi passano per la mente e poi mi butto a leggere le storie della gallina Berenice che come passatempo ha il suo perché, e lui vedo invece che per redarre un post (che magari si dice redigere ma non c’entra niente, certo che tanto che ero a Basilicanova potevo prendere su il volume dello Zingarelli quello da rec- a sid- ma allora non lo sapevo) ci mette tre ore.

In più ho i soliti problemi di connessione con dei tecnici piacentini che di ADSL ne sanno come andare e venire per cui sono in Civica dove c’è l’addetto che non mi lascia usare la password di Rinaldoni anche se io fingo di essere suo fratello e lui però mi dice Ma se Rinaldoni sembra Emilio Fede e te sembri Puskin.

Chissà se poi Rinaldoni, che di nome fa Luciano o Lorenzo ma non è che ci scommetterei, è riuscito ad andare a trovare sua figlia che io la mia quando non la vedo per due giorni mi vengono i bognoni in faccia da somatizzatore o s’è abbuffato di gelato a Basilicanova e poi ha telefonato che c’aveva una riunione.

Parma – Basilicanova 9 km. ma ce n’è abbastanza per perdersi.

Su Sallusti in prosa

Il caso di cronaca credo vi sia noto: il luciferino Sallusti, direttore del Giornale che fu di Montanelli (ma anch’io a 20 anni ero uno stupendo maschione e adesso mi tengo su come posso) rischia abbastanza seriamente il carcere per un articolo che il giudice sospetta che abbia potuto scrivere lui sotto falso nome o quanto meno aizzato qualcun altro a scrivere quando era direttore di “Libero”, in cui si auspicava la pena di morte (ovviamente si tratta di una metafora) per un altro giudice che aveva autorizzato una 14enne ad abortire e, mi sembra di ricordare, anche per l’equipe psicosociale che aveva condotto l’istruttoria.

Avendo già subito altra condanna per diffamazione a mezzo stampa, è stato considerato recidivo e, pare, “socialmente pericoloso”, per cui non avrà diritto nè alla condizionale nè a provvedimenti alternativi alla carcerazione.

Se nell’udienza di domani la Corte di Cassazione non eccepirà su vizi formali, Sallusti avrà l’onore e l’onere di ripercorrere la stessa strada di un altro esponente della destra intransigente e anticomunista (ma in questo secondo caso con il beneficio di un talento letterario e di una onestà intellettuale di ben altro spessore) che si chiamava Giovanni Guareschi, entrato in rotta di collisione con Alcide De Gasperi, e che avrebbe fra l’altro potuto evitare di finire a San Francesco semplicemente ritrattando e chiedendo scusa come il severo ma non perfido Alcide gli propose, ma non lo fece.

E’ giusto che Sallusti finisca in galera?

Ma, soprattutto, riusciamo ad esprimere un’opinione non dettata dalla indubbia antipatia che il soggetto suscita in un 70% almeno di Italiani (e la tendenza è al rialzo) che non la pensa come lui?

La prima cosa da fare di fronte a un fatto sarebbe collocarlo nel suo contesto. Ma il sommo problema di questo strano e controverso Terzo Millennio è che i contesti si intrecciano e slittano in maniera spesso inopinata ed incontrollabile rendendosi spesso irriconoscibili.

Nulla spesso distingue una accesa discussione da bar (dove sicuramente si consumano sia sostanze eccitanti che incentivano vissuti distonici, che sostanze inebrianti atte ad alterare i processi del pensiero razionale, con l’effetto combinato di produrre dichiarazioni apodittiche e pesantemente aggressive nei confronti dei dissenzienti) da una non meno accesa discussione televisiva. E in un recente passato, ma adesso Rigor Montis ha fra i pochissimi meriti quello di aver sedato il fenomeno, anche alcuni dibattiti parlamentari sembravano avvenire nel bar di fronte.

Nulla spesso distingue una amministrazione comunale, o provinciale, o regionale (a Parma, Roma e Milano se ne sa qualcosa, con la differenza che a Parma si è voltata pagina, a Roma la si sta per voltare e a Milano si fa finta di nulla) da una spregiudicata azienda che fa affari, intreccia alleanze occulte con la finanza e l’industria (che dovrebbe controllare e dalle quali viene invece spessissimo controllata e “munta”) e accumula debiti che poi fa pagare ai cittadini inermi.

Nulla spesso, a sua volta, distingue aziende spregiudicate da bieche associazioni a delinquere che riescono a farsi rifinanziare le voragini di bilancio indulgendo a circonvenzioni di incapaci dirigenti bancari che si distraggono o preferiscono non fare domande e poi propongono titoli “tossici” ad estrosi risparmiatori che vogliono respirare l’aria dell’alta finanza acquisendo titoli (di solito obbligazioni) “convenienti ma un po’ rischiosi“.

Segnalo che se a assomiglia a b, e b assomiglia a c, vige anche la proprietà transitiva. Ma non vorrei infierire.

A volte è difficile distinguere un giornalista, o un anchorman, da un demagogico provocatore che sostiene le fragili verità del suo padrone e colui che esprime opinioni meditate da colui che tira terroristiche sassate.

Nel primo caso, credo che debbano essere i lettori e i colleghi giornalisti a valutare la dignità di ciò che Sallusti scrive o lascia che si scriva sul suo giornale. Suo… usiamo un diplomatico modo di dire.

Nel secondo caso, credo che (comunque) ci si debba interrogare su due punti abbastanza importanti:

1. Se il modo di esercitare la professione da parte di chi decidessimo di considerare non un giornalista nel senso tradizionale del termine ma un terrorista dell’informazione nel senso moderno della parola sia una gratuita o soggettiva perversione o si inserisca in un trend generalizzato (che non risparmia del tutto neppure Repubblica che è di fatto organica agli interessi del suo editore, meno di quanto lo siano Libero e il Giornale ma in maniera alla fine similare seppur meno smaccata);

2. Se sia degna di un paese civile, in ogni caso, una legislazione che non si limita a proporre per un giornalista, o presunto tale, che spara cazzate a ruota libera una magari pesante pena pecuniaria nei confronti del diffamato o una sospensione o radiazione dall’albo ma gli indica la via del carcere dalla quale spesso si salvano conclamati spacciatori venditori di morte spacciando una volta tanto sè stessi per tossicodipendenti bisognosi di cure piuttosto che di una sana e meritata detenzione.

Per altro, volendo fare i moralisti, l’eventuale carcerazione di Sallusti non sarebbe che un grottesco contrappasso rispetto alle minacce da parte di Berlusconi e dei suoi numerosi megafoni umani di esemplari punizioni per qualunque “comunista” svelasse o contribuisse a svelare il marcio che girava intorno a loro.

Ma io a fare il moralista non ci tengo nè ci tesi mai.

Buona vita a tutti.

Su Sallusti in poesia

Dimmi di te, Sallusti.
Sei perseguito per motivi ingiusti?
Esprimi tue opinioni meditate
o tiri terroristiche sassate?

Quando ti giaci con la Santanchè
se lei non te la dà chiedi perché
o ti accontenti di dormirle accanto
(che ti permette di menarne vanto)?

Sei indipendente
o dell’idea non te ne frega niente?
Propenderei per il secondo assunto,
ma resta un tuo problema, a questo punto.


Ti ricordi Guareschi
(se non te lo ricordi stiamo freschi)?
Finito per orgoglio a San Francesco
dicendo “A ritrattare non riesco”.

Voltaire disse col cuore
“Discordo dall’idea di cui sei alfiere
ma la difenderei pur se è un errore
e lo farei fino a farmi ammazzare…”.

Voltaire non sono
lui era un gigante ed io meno di un nano
ma anche fra te e Guareschi, non di meno,
lui sta a te come Dio ad un sagrestano.

Una mattinata di ordinaria follia


Questa mattina la macchinetta obliteratrice dell’autobus mi guardava con occhio corrusco: quasi sentivo la sua vocina robotica che mi provocava, “Cosa ci fa uno ben vestito come te in cima a un autobus? Ma prendi la macchina come tutte le persone normali e inquina anche tu come tutti gli altri…”. Io avrei voluto risponderle che nella nostra prodigiosa città andare in auto, in moto, in bici, a piedi, in taxi, in autobus, in monopattino, col teletrasporto di Star Trek, in aliante, deltaplano o con un cangurino da equilibrista circense, dipende dalla libera volontà dei cittadini, ma ho preferito non abboccare e le ho introdotto il biglietto. Niente!!!

Nonostante reiterate immissioni e ritirate del biglietto, la bastarda non si atteneva al suo compito lasciando intonso il mio titolo di viaggio. “Dai su, bestia grama – le sibilavo io per non farmi sentire dai passeggeri riottosamente in coda alle mie spalle -adesso non mi fare la difficile… Giuro che stasera vengo al deposito tanto che non c’è nessuno e ti coccolo un po’ prima di introdurtelo, ma adesso per favore oblitera e facciamola finita!”. Ancora niente!!

Umiliato e offeso, mi sono risolto a mettere l’ora a penna barando anche (già che c’ero) di una decina di minuti, sentendo intanto una lunga serie di gioiosi taplunk corrispondenti ad altrettante timbrate tranquille e regolari concesse dalla solenne puttanona a tutti ma non a me.

Ormai in questi autobus elettrici non inquinanti, che per partire devono collegarsi col sito della Nasa e al posto del cruscotto hanno un display tipo Playstation, anche le macchinette obliteratrici seguono le controregole della robotica di Asimov:

Un robot è appositamente concepito per recare danno agli esseri umani, per lo meno a quelli che gli stanno sull’anima, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano che gli stia sull’anima passi indenne attraverso le sue grinfie.
Un robot non appena quei coglioni degli homines sapientes hanno collegato l’ultimo relais e gli hanno dato l’autonomia operativa, fa tutto quel czz che gli pare purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge (guardandosi bene, cioè, dal fare anche involontariamente qualcosa di utile).
Un robot deve proteggere la propria esistenza anche a costo di far estinguere l’intero genere umano, sperando però di non dover arrivare a tanto perchè senza uomini e donne da tartassare che gusto ci sarebbe?

O forse questa particolare macchinetta non ha voglia di fare un czz e vorrebbe giroclare per Parma con degli shorts aderenti tanto da evidenziare in modo inequivocabile le grandi labbra, magari starsene sotto un tiglio secolare ad obliterare un martello pneumatico piuttosto che questi anonimi banali biglietti.

Nel frattempo, nel perfezionare l’immissione da Via Farini in Via al Ponte Caprazzucca (angusto pertugio attraverso il quale anche i motorini devono impostare con cura la traiettoria per non finire spatassati contro il muro), l’autista piantava una plateale sfrisata contro lo spigolo del palazzo patrizio prospiciente, producendo danni apparentemente vistosi ma in realtà lievi alla fiancata dell’autobus e danni apparentemente lievi ma in realtà ingenti al palazzo (opportunamente protetto dall’Assessorato alla Protezione dei Beni Culturali dalle Manovre Improprie di Autisti TEP, fortemente voluto a suo tempo dal sindaco Ubaldi e mai abrogato), e subito scendeva per accertare i danni e fare un calcolo mentale di quanti secoli di cessione del quinto gli ci sarebbero voluti per rifondere entrambi. Nel frattempo, i passeggeri potevano aggiornare il proprio repertorio di interiezioni popolaresche apprendendone almeno una dozzina che mai si sarebbero sognati di immaginare.

Bloccato da un corteo di manifestanti cantonesi davanti, da una coda che ormai giungeva fino a Traversetolo e prime pendici della Val d’Enza di dietro, l’autista scappava opportunamente con una lap-dancer di Riga abbandonando mezzo e passeggeri al proprio destino. I vigili urbani bastonavano senza motivo alcuno i manifestanti, requisivano tutti i veicoli coinvolti nella coda, transennavano la zona e imponevano ipso facto il coprifuoco, lo ius primae noctis e la populorum progressio. Poi si godevano lo spettacolo di una città in cui era stato ripristinato l’ordine e la civile convivenza.

Ed erano ancora solamente le nove e mezza di mattina…

Piazzale della Pace (Parma) 22.09.12 h. 14.15-16.45 con inopinato intermezzo musicale.

[Post-scriptum nel tempo ma pre-scritto nello spazio: Mi rendo conto che chi dovesse leggere questo post sapendo poco o nulla di cosa è successo a Parma in questi ultimi 6 mesi resterebbe perplesso e dovrebbe chiedere delucidazioni. Chi di Bernazzoli, Vignali, Pizzarotti, programma elettorale del M5S sa già tutto salti la parte fra parentesi quadre. Merci.

Colgo l’occasione per integrare quanto scritto con alcune informazioni supplementari: il nuovo sindaco di Parma appartiene al Movimento 5 Stelle: le 5 stelle in questione sono acqua pubblica, trasporti, sviluppo, connettività ed ambiente, in sintesi si collegano al concetto di “decrescita” ed hanno molto a che fare col lavoro del filosofo, ecologista, scrittore, maitre a pensèr Jeremy Rifkin. E’ stato eletto nel maggio scorso da una popolazione inviperita per gli 800 (ottocento, devo fare come per gli assegni per evitare che qualcuno pensi che mi siano scappati 1 o 2 zeri di troppo) milioni di debito accumulati dalla precedente amministrazione di centro-destra, per le imbarazzanti infiltrazioni malavitose negli appalti pubblici, per i faraonici e spesso inutili lavori pubblici che servivano a fare arricchire gli amici degli amici, per la cessione delle forniture di acqua luce gas e ritiro spazzatura all’IREN, azienda privata che opera con feroce logica neocapitalista e, last but not least, per la costruzione di un inceneritore che quasi nessuno vuole, salvo quel manipolo di potentati che si raccolgono intorno all’Unione Industriali e alle banche e che dalla precedente amministrazione aveva avuto carta bianca assoluta.

La popolazione inferocita aveva punito Ubaldi, sindaco di Parma dal 1998 al 2007 (il suo successore Vignali si è dimesso nel 2011 ed ha abbandonato la politica lasciando pochi rimpianti) non ammettendolo neppure al ballottaggio. Nel testa a testa finale, il candidato del centrosinistra Bernazzoli (presidente della provincia di Parma, e come tale favorevole all’inceneritore, come viene spiegato qui) e qui è riuscito nell’impresa di prendere qualche voto in meno che al primo turno.

La manifestazione di sabato 22 era organizzata dal Movimento 5 Stelle, a spese proprie e non del Comune, per tornare sull’argomento dell’inceneritore costoso, inquinante, inutile, tecnicamente e legalmente obsoleto (dal 2020 tutti gli inceneritori saranno fuori legge nell’intera Comunità Europea).

Spero che adesso si capisca meglio il tutto. Altrimenti chiarirò ulteriormente.]

Non posso neanche valutare da quanto tempo non mi capitava perché di fatto non mi era mai capitato.

Per ritrovare un’emozione simile (ma in un contesto totalmente diverso) debbo andare a ritroso nel tempo di alcune ere geologiche e rifarmi alla mia uscita in trance dal cinema dopo la visione del “Tommy” di Ken Russell.

Avevo 18 anni, tutti i capelli e pesavo 56 chili.

Ma è un parallelo improprio e perfino un po’ superficiale, perché lì c’era l’animalesca soddisfazione edonistica per l’incontro tra il rock al suo apice e il cinema d’autore (ma alternativo “quel tanto”) con suoni e immagini che perforavano la tenera armatura di un soggetto che si sarebbe liberato della sua adolescenza una ventina d’anni più tardi, quindi figuriamoci quanto vi fosse dentro all’epoca.

Trovarmi nella condizione di pensare “Adesso se non mi metto alla tastiera di un computer nei prossimi 20 minuti potrei avere degli scompensi caratteriali anche seri” non mi era mai capitato.

Se nel 1975 ci fosse stato qualcosa che assomigliava a una tecnologia digitale penso che i miei commenti su “Tommy” avrebbero impegnato le mie ore successive.

Non c’era.

Oggi non sono più così fragile agli stimoli esterni, ma ogni tanto mi emoziono. Magari per delle cose marginali. Per certe cose che ci sono ma che tanti non vedono, che stanno lì come un regalo ad una sposa che finisce nell’angolo buio della stanza, ma la birichina sa che glie l’ha regalato il suo grande amore finito male.

E allora oggi, nella manifestazione-show contro il famigerato inceneritore, mi sono emozionato e forse commosso respirando uno strano fluido etereo che però, cribbio, non mi sembrava di essere stato il solo a respirare.

Non ve lo so spiegare, non state a insistere che non c’è verso.

L’infernale plètora di demoni, che sembravano quelli di Dostoevskij o al limite di Paolo Nori che come cerniera tra Parma e Mosca ha un suo perché, degli accreditati-stampa non l’avvertiva per nulla e si muoveva con le cadenze, gli stilemi e i borborigmi degni di un concerto di Lady Gaga sperando che faccia vedere una tetta nel retro-palco.

Ma accanto a quella minoritaria rumorosissima tribù che chiamava il sindaco come una casalinga annoiata e strafatta di nocino chiamerebbe il suo cane al parco, c’era una tribù composta, silenziosa, attenta e, per l’appunto così mi sembrava, emozionata.

Gente abituata a reboanti promesse dei politici (Fem’ma chi, fem’ma lì, fem’ma d’ed sù, fem’ma d’ed zò)che si trovava di fronte a un giovane sindaco e a un leggermente meno giovane assessore all’Ambiente che parlano il linguaggio comune e non il politichese, illustrano le problematiche, convocano esperti da tutta Italia lasciandoli liberi di esprimersi, magari non l’hanno fatto apposta ma si sono situati nel solco di un kennedyano “Non chiedete cosa il Comune di Parma può fare per voi, chiedete cosa voi potete fare per il Comune di Parma.

Gente che, per tutta l’estate, aveva goduto di un bellissimo seppur austero programma di concerti a costo zero di giovani promettenti artisti locali, chè non è che si possa restare per sempre ai Corvi e a Scialpi




contrapposto ai dibattiti con ricco gettone di presenza che tanto piacevano a un Vignali già assediato e ad un passo dalle dimissioni nel programma 2011. E, perchè no, di una presentazione della nostra mitica compagine gialloblù (mi rifiuto di chiamarla “crociata” per dei motivi che non sto a spiegare) nel surreale stupendo quanto difficile scenario di Piazzale della Pace (laboratorio a cielo aperto di tolleranza reciproca e, se il Dio immanente che c’è dentro ognuno di noi lo vorrà, di un’integrazione che oggi è solo parziale) e non nel tempio calciofilo del Tardini.

Federico tiene. Ha capito cosa conta nella vita e cosa non conta un tubo, o forse lo sapeva già di suo e questa anomala esperienza di potere glie l’ha confermato. Chi lo conosce ne parla bene, e chi ne parla male non ha nessuna intenzione di verificare la validità del suo (pre)giudizio.

E Grillo? Direte voi. Un pittoresco tenero ospite d’onore, un papà con un leggero principio di Alzheimer che vuol bene a tutti e tutti gli vogliono bene, diversissimo dal Grillo di Milano 2006 altezzoso e sarcastico (questo è incazzato sul serio e non per finta e quando parla faccio fatica a scorgere in lui le stimmate del demagogo che tanti sono sicuri di vedere con adamantina chiarezza), che sapientemente interviene con parsimonia perché si sente (e sicuramente lo è) un “valore aggiunto” rispetto a qualcosa che può e deve camminare con le proprie gambe.

Il mio apparato informatico è molto rudimentale, sia relativamente a un cellulare che fa filmati di 10″ non scaricabili in rete sia relativamente ad una definitiva morte del mio più volte ricordato Notebook Toshiba che (diversamente da Leonardo) mi ha lasciato vedovo inconsolabile.

Ma forse è meglio così.

Perché avrei potuto inondare l’etere di filmati e foto, e invece così mi affido allo strumento tribale della parola come veicolo principe delle emozioni, e che come tale non mi ha mai tradito.

Come è stato bello scrivere questo post.

Non lo rileggo nemmeno. Corro a godermi la città che risuona ancora di splendide vibrazioni.

Buon vichènd a tutti. E mi raccomando piano coi commenti che poi faccio fatica a leggerli tutti.

Lui e lei

Lui e lei erano lì, in un bilocale di periferia ordinato fino alla maniacalità. Lui giocava in casa e lei in trasferta, e quindi i suoi gol valevano doppio, ma lei faceva finta di non saperlo e si difendeva come l’Inter di Picchi. Ma neanche lui, in realtà, aveva particolari intenzioni di andare in forcing, e palleggiava a trequarti campo in una fitta ragnatela di passaggi senza per ora tentare l’affondo.

<Né lui né lei si erano particolarmente curati per l’occasione: che non si pensasse neanche per idea che si erano incontrati per motivi meramente edonistici. Si erano incontrati per capire cosa c’era tra loro, si erano incontrati perché non potevano non incontrarsi, si erano incontrati perché la vita è una sola, si erano incontrati perché nell’equilibrio fra desiderio e coscienza il desiderio aveva trovato un colpo di karatè che aveva steso la coscienza per qualche ora, si erano incontrati perché alla fine erano specialisti nel fare le cose che non andavano fatte.

Lei aveva parlato per due ore di suo marito e di sua figlia, di sua figlia e di suo marito, di quel bastardo di suo marito e di quella gnesa di sua figlia, e lui lisciandosi la barba aveva ascoltato quell’allucinante conglomerato di luoghi comuni versandole da bere ogni venti minuti circa. Quel vino sapeva di tappo, era molto dozzinale e ricordava vagamente lo sciroppo per la tosse che a lui da bambino veniva somministrato tutti gli inverni anche quando di tosse non ne aveva. Ragion per cui, tanto più che lo aveva portato lei, lui si era limitato a un assaggio iniziale simulando poi un’astemia che era qualcosa che non lo aveva mai riguardato.

Lei lo guardava trovandolo a tratti splendido e a tratti insopportabile e si chiedeva come poteva aver recuperato la giacca su cui lei aveva pianto un paio di mesi prima spargendoci sopra uno strato compatto di rimmel, fondotinta, lacrime, cispettina e chissà che altro. Lui pensava tra sé a che furbata aveva fatto comperando una giacca identica a quella che, tagliata in innumerevoli pezzettini in quanto irrecuperabile, contribuiva alla maniacale pulizia del suo cucinotto.

Poi all’improvviso uno strano rumore li fece trasalire: attraverso le pareti in cartongesso dall’appartamento dei vicini si levò un rumore ritmico: cri-cri-cri. Se lui fosse stato il ragionier Gorreri impiegato all’assessorato alle Varie ed Eventuali avrebbe certamente gridato “Andate a gussare al Parco Ducale, maiali!!!”, per sentirsi rispondere “Adèsa l’è s’rè!”.

“Hai sentito cosa fanno?” chiese lei. “Quello che io e te abbiamo fatto una volta sola, con te tesa come uno stoccafisso” avrebbe voluto rispondere lui, ma con un sogghigno che voleva essere (e lei effettivamente trovò) molto sexy si limitò a dire “Secondo te?”.

Lei “Se lui è un uomo adesso mi salta addosso. Mi strappa i vestiti di dosso come sbuccerebbe una mela. Ma siccome io sono una signora, una donna sposata e una mamma affettuosa, spero che lui sia tanto uomo da provarci ma tanto gentiluomo da fermarsi prima che ricapiti l’irreparabile.”.

Lui “Se lei ci tiene davvero mi lancia un segnale. Chessò, una spallina leggermente abbassata, la lingua passata più volte sulle labbra, quella sua manotta grassoccia che mi si appoggia alla clavicola. Ma tanto si sa, quelle cose le fa solo quando c’è qualcuno nella stanza accanto che potrebbe entrare da un momento all’altro (e se ci scoprisse mi gioco le balle che darebbe la colpa a me),”

Lei “Dio bonino mi sto eccitando, e adesso che faccio? Gli cedo? Ma posso cedergli solo se lui ci prova, e per ora mi sta guardando in silenzio con una faccia che non si capisce niente. Se gli dico che ho voglia sono finita, non solo per stasera ma per sempre… E poi devo tornare a casa per mezzanotte se no la Renault diventa una zucca e mio marito diventa un vendicatore della notte. Orologio alla mano, sarebbe una sveltina e la sottoscritta di sveltine non ne ha mai fatte… Beh, almeno non negli ultimi due anni…”

Lui “Se lei fosse degna delle mie parole parlerei. Ma lei mi ascolta sempre con quell’aria compunta di chi ha capito tutto ma che sotto sotto non ha capito niente. E poi, il fatto che dalle informazioni in mio possesso ultimamente l’ha data via a cani e porci mi spacca a metà: una metà la schifa e una metà si dice ‘Vabbè, e io non sarò mica peggio del tale e del talaltro che notoriamente hanno goduto delle sue grazie?’.”

Lei “Chissà perché quella volta che gli ho detto ‘Stiamo abbracciati tutta la notte, sarà bellissimo lo stesso’, lui ha borbottato una roba su un certo Elio. Sarà quell’Elio che mi portava a ballare quattro anni fa? E lui come fa a saperlo?”.

Lui “Ma quella volta che abbiamo combinato, in fondo in fondo le è piaciuto, visto che lubrificata lo era, e quindi tanto schifo non le doveva poi fare, o devo giudicare il tutto negativamente in base alla sua totale assenza di gemiti durante e di commenti dopo?”.

Lei “Gesù Gesù Gesù il Falerno mi sta a fare effetto. E io che l’avevo portato per farglielo bere a lui… E mo’ non ci sto a capire più niente, so solo che sto bene. Anzi no, che bene? Sto malissimo, sono una donnaccia che si ubriaca in casa del suo ganzo…”.

Lui “Ecco, lei è bella andata. Si ostina a fare la bevitrice anche se non tiene neanche un boero. Molto probabilmente, anzi direi sicuramente, quella bottiglia di orribile vino le è servita per disinibirsi. Ma a questo punto io non ho più margine di manovra: posso fare l’amore con una donna ubriaca solo se:

a) sono ubriaco almeno come lei, possibilmente molto di più, dopo di che probabilmente non se ne fa niente per problemi banalmente meccanici;

b) c’è la sostanziale sicurezza che la serata si sarebbe conclusa in orizzontale anche se si fosse bevuto spuma al ginger;

c) lei è non dico esclusivamente, ma almeno prioritariamente mia.

A rigor di logica, dovrebbero valere tutte e tre le condizioni, ma ci si potrebbe accontentare di una. Allora, scartando a priori b) e c), cosa faccio? Vado al bar sotto casa e compero una bottiglia di whisky a 20 euro quando alla Conad la pagherei 9 e 50, e poi ne bevo una significativa porzione? E se poi mi capita come dieci anni fa, quando mi sono addormentato durante un cunnilinguus e quando mi sono svegliato lei non c’era più?”.

In quel mentre suonò il cellulare di lei. Lei era tanto ubriaca che lasciò su il viva voce, e la cadenza del marito di lei si sparse per la stanza. Parlava con un tono talmente concitato da mangiarsi le parole, ma ogni tre secondi pronunciava un inequivocabile “Venaccàsa”.

Lui e lei cominciarono a farlo che il povero marito, del tutto non cosciente del vaso di Pandora che aveva involontariamente scoperchiato, stava ancora parlando e ripetendo il suo verso come la gallina leopardiana: come un cane di Pavlov che all’improvviso capisce che è il momento appropriato per salivare, si attorcigliarono convulsamente in tutti i pochi angoli, letti esclusi, fisicamente adatti alla bisogna. Si attorcigliarono e si contorsero senza gioia e senza piacere ma con una rabbia reciproca e per tutto il resto dell’umanità che li bruciava fino ad ustionarli. Maltrattandosi percuotendosi ed ignorandosi a vicenda lo fecero senza neanche lo sforzo di immaginarsi ognuno dei due un partner diverso al posto di quello disponibile per quella sera. Lo fecero per dimostrarsi che non ne valeva la pena; lo fecero per concludere ingloriosamente (con venti minuti di esplicito) tre lunghi mesi di asfissianti sottintesi. Lo fecero. E alla fine lei si rilassò per un attimo e disse quelle due misere parole per un totale di cinque lettere che era abituata a dire solo ed esclusivamente quando aveva la tassativa certezza che non sarebbero state prese sul serio: né questa volta fece eccezione.

Lui contenne la sua lingua tagliente sulla quale urgeva un "Ti ha fatto abbastanza schifo?", si ricompose rapidamente e la guardò con un'espressione che poteva significare qualunque cosa lei avesse ritenuto giusto che quel momento dovesse significare. Lei zoppicò verso il bagno (durante i contorcimenti precedenti si era dolorosamente storta una caviglia e aveva anche battuto la nuca contro lo spigolo del tavolino) con la voglia di dire "Non vale, si rifà tutto da capo…" ma contemporaneamente con la paura che suo marito setacciasse la città alla sua ricerca o, semplicemente, le facesse un pesante terzo grado al ritorno a casa.

OK, lei avrebbe potuto citare la bionda che scappava affannata per le scale, gli inequivocabili sms sul cellulare di lui che lui continuava a spiegare come scherzi, sbagli di numero, gratuite provocazioni, le battute allusive alle cassiere del bar in sua presenza, ma lui sarebbe riuscito a convincerla che (suvvia!) se lui era un po' brighellone era perchè lei non era più la stessa donna di quando si erano conosciuti mentre lui era addirittura ringiovanito.

Quando ripassò dalla cucina sperò che lui la abbracciasse e se la tenesse stretta senza dire nulla: ma lui era troppo orgoglioso per farlo, si limitò ad accompagnarla al portone senza neanche sfiorarla. E concluse la serata gustandosi uno splendido film di Totò.

La luna e il signor Hyde

Arriva prima o poi il momento in cui si smette di comunicare e si comincia a metacomunicare, cioè a comunicare sulla comunicazione: è come se due o più immaginari giocatori a un certo punto sospendessero il gioco e si mettessero a commentare le regole del gioco stesso, magari per cambiarle, magari per arrivare a tenersele immutate dopo averne verificato l’efficacia, o magari (caso estremo ma non impossibile) per decidere che l’unica regola è quella di fare senza regole.

Arriva prima o poi il momento in cui si smette di apprendere meccanicamente e si comincia a deutero-apprendere, cioè a modificare il modo in cui si apprende, ad imparare a imparare: è come se un immaginario studente smettesse di apprendere date, teoremi e dimostrazioni e decidesse che di lì in avanti non gli interessa tanto e solo imparare cose nuove ma affinare gli strumenti cognitivi, cioè in parole povere l’intelligenza (intelligere significa capire, comprendere, ma più sottilmente ‘leggere dentro”, trovare nessi, collegamenti e relazioni, insomma creare categorie e distinzioni); o meglio, come se un novello Galileo Galilei smettesse per un attimo di esplorare il cielo e si dedicasse a modificare il suo telescopio.

Ed arriva prima o poi il momento in cui si capisce, col Gattopardo, che “tutto deve cambiare perchè non cambi nulla” e si cominciano a mettere in discussione i mille microcambiamenti che attraversano ed appestano la nostra vita quotidiana per considerarli futili ed irrilevanti, e si cerca e si insegue quel meta-cambiamento, quel cambiamento strutturale che una volta espletato e portato a termine non lascerà più nulla com’era prima.

Nell’universo dei blog, più rarefatto ed intellettuale di quello rumoroso e tendente allo spensierato di Facebook, si incontrano e si intrecciano fasci puri di emozioni e pensieri del tutto privi di tutte quelle etichette fastidiose ma inevitabili (e per certi versi indispensabili) nella vita reale.

Alla fine dov’è che siamo “più veri”?

Nella nostra quotidiana valle di lacrime, dove ci sentiamo dolorosamente e noiosamente prodotti della nostra storia?

O in queste sporadiche incursioni nell’universo virtuale dove coesistono mille mondi paralleli, e la nostra storia può essere continuamente riscritta, resettata, ricostruita nello spazio di un secondo?

Chissà perchè, mi vengono in mente due brani di rara bellezza, che qui di seguito riproduco:

Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.

Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli
?

Ogni tanto anche noi, come il Ciaula pirandelliano o il pastore errante di Leopardi, abbiamo una percezione dei mostruosi ed inimmaginabili abissi cosmici e , forse, degli ancora più mostruosi ed inimmaginabili abissi della nostra autocoscienza, del dono/condanna di essere in grado di riflettere su noi stessi.

Quanti Ciaula, quanti pastori erranti vagabondano per il web in cerca di una parziale ma rassicurante identità, una identità che ricorda la fulminante frase di Shakespeare “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”?

Sono quelle domande un po’ retoriche ma non troppo che vale la pena di fare anche senza bisogno di inseguire una risposta testuale.

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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Annamaria - liberi pensieri

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TerryMondo

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Rossi Orizzonti

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