Eufemio in Paradiso – Il Filosofo non è troppo di compagnia.

Eufemio aveva imparato ad accontentarsi e a vivere alla giornata, ma l’incontro col suo simile lo stava vieppiù deludendo ed amareggiando. Per carità, sempre meglio che un’eterna solitudine ai margini di un Paradiso Un Po’ Trovato Un Po’ Perduto, siamo d’accordo, ma è altrettanto vero che la gioia profonda ed incontenibile del primo incontro era miseramente, grossolanamente sfumata.

Il Filosofo aveva tantissime cose da insegnargli e da condividere con lui.

Ma semplicemente non lo faceva.

Eufemio era molto bravo a trovare somiglianze e paragoni, con i quali a volte stupiva e divertiva i suoi occasionali e casuali compagni di deriva, meno ingegnosi di lui.

Anche stavolta aveva un paragone: era come quando fuori piove, in sala d’attesa qualcuno gioca a poker e il regionale per Pontremoli sembra essersi dissolto nel nulla; il clochard si è appena lavato, profumato e cambiato per una serie di contingenze favorevoli e si sente indistinguibile da un comune viaggiatore. Quindi trova naturale sedersi accanto ad un distinto signore, forse un commendatore o un cavaliere del lavoro, un buon padre di famiglia che ha affidato l’azienda al primogenito ed ora si concede qualche viaggetto: sulla sua bella valigia di sky spicca l’adesivo di un cinque stelle di Varadero e sul suo bel faccione da milanese doc spicca un’abbronzatura da sole vero che le lampade danno quel colorito finto che sembra che più è finto più è trendy.

Ebbene, dicevamo che il clochard si siede, quando la sala d’attesa è semivuota vige la regola non scritta per cui ci si accomoda lontanissimi gli uni dagli altri come se tutti si puzzasse un po’ (e per qualcuno è anche vero), ma adesso la sala è zeppa e forse quello era l’unico posto libero. Quando all’ennesimo annuncio di ritardp il distinto signore non riesce a trattenere un gesto d’insofferenza, il clochard esteriormente ripulito butta lì con fare noncurante una simpatica battutina su Trenitalia che infatti il signore di Molfetta che tutte le mattine arriva con un fascio di giornali sottobraccio e resta lì seduto finchè non se li è letti tutti tipo le 3 le 4 del pomeriggio se la ride di gusto.

Il distinto signore invece no, si vede che lui ha un radar o una specie di rivelatore di barboni, lui fa proprio finta di non aver sentito o magari pensa che la battuta fosse rivolta al signore di Molfetta, guarda l’orologio, soffoca uno sbadiglio, si sistema il riportino e si appisola impercettibilmente.

Il clochard ci resta male, vorrebbe alzarsi ed andarsene sotto la pioggia ad inzupparsi la giacchetta dono della Caritas per godersi quell’odore di cane bagnato che fanno le giacchette donate dalla Caritas quando si bagnano. Alla fine non lo fa e rimane lì a chiedersi in cosa il cumenda lo ha visto e sentito indegno di una relazione umana. Gli vengono tante di quelle risposte plausibili che avrebbe solo l’imbarazzo della scelta.

E mentre il clochard elenca ed almanacca le sue risposte, e si sa come va il pensiero che qualcuno ha detto (paragone nel paragone) che è come l’oceano, non lo puoi bloccare non lo puoi recintare, si sa da dove parte ma non sai mai dove potrebbe andare a parare e al clochard vien quasi da piangere perché quel far finta di non aver sentito è un po’ il riassunto degli ultimi 10 anni della sua vita se non della sua vita tutta intera, ecco che entra un tipo col capello lungo la barba incolta e una felpa un po’ impadellata che urla “Tel chì el Viganò, cusa l’è che te fè in territorio nemico?” al che il Viganò si alza, lo abbraccia e vanno a prendersi un caffè corretto insieme, lo si capisce perché hanno entrambi proprio la faccia di chi sta per prendersi un caffè corretto.

Col filosofo andava un po’ nello stesso modo, anzi peggio perché era sempre lui, molto più pratico nella telepatia, a decidere se, quando e come comunicare con Eufemio. Quando lo faceva, era quasi sempre per delle massime lapidarie e sentenziose che le prime volte Eufemio aveva cercato di commentare a modo suo senza ottenere risposta.

Esempio:

“L’amore fa divenire i vecchi pazzi, e i giovani savi.”.
“Beh, io sono impazzito per amore più da giovane che da uomo maturo, ma si sa che faccio eccezione…”.
“…………….”.

“Non colui che ha poco, ma quello che molto desidera è veramente povero”.
“A me poi capitavano tutte e due le cose insieme.”.
“…………….”.

“La fede si richiede per l’istruzione di rozzi popoli che devono essere governati, e la dimostrazione per i contemplativi che sanno governare sé e gli altri.”.
“Detto in altre parole?”.
“………………”.
“Grazie, adesso mi è tutto più chiaro…”.

7 Risposte

  1. Mi piace il racconto nella sala d’aspetto. In effetti quando si avvicina una persona non la si conosce e si deve essere cauti, ma anche ascoltare la voce dell’anima. Ciao

  2. Sì, devo dire che l’ho riletto con distacco e spirito critico ed è riuscito abbastanza bene. Nella trama complessa di un’ipotesi di romanzo in cui ci sono molti passaggi che potrebbero essere indigesti per parecchi lettori (sempre ammesso e non concesso che…) qualche squarcio verista può non nuocere all’effetto complessivo. Il perno centrale concettuale è la contrapposizione fra il pensiero astratto e razionale del filosofo e quello di Eufemio che procede empiricamente nelle strettoie della vita reale.

  3. Dualità affascinante e universale, Fromm direbbe “Essere o Avere”.

  4. Veri capolavori la sala d’aspetto e il dialogo finale Filosofo-Eufemio.

    1. Finchè non verrò bruscamente fermato e invitato a tornare al racconto brevissimo continuerò ad ammorbarvi con le puntate della saga. Io vi avevo avvertiti.

  5. Il fluire del racconto, il suo perdersi in situazioni immaginarie/immaginate fuori dal tempo, generano in chi legge una piacevolissima sensazione di fuga dalle incombenze quotidiane.
    E in questa spece di trance diventa piacevole anche ragionare sui massimi e minimi sistemi, compresi (e sono convinto che prima o poi faranno la loro comparsa), quelli per vincere al superenalotto, …dato che al vecchio e beneamato totocalcio non gioca più nessuno.

    1. Io a volte temo (e forse inconsciamente desidero) che questa esercitazione calligrafica che simula grossolanamente un’ipotesi di romanzo si riveli un mattone illeggibile e probabilmente sotto sotto lo è.

      Certamente, una volta che dovesse essere assemblata in un flusso narrativo non frammentario, avrebbe il pregio, che magari è un difetto, di un’alternanza caleidoscopica di stili che potrebbe sostenere il lettore nella curiosità di vedere quanti ulteriori arzigogoli e saltabeccamenti dovrà arrivare per giungere ad un opportuno e ortodosso finale in cui magari:

      a) ci si accorge che Eufemio si è sognato tutto;
      b) si scopre che il filosofo era, contro ogni evidenza, Gianni Vattimo;
      c) il titolare del Paradiso si adonta e li risbatte tutti e due sulla Terra nel 734 AD così si scantano;
      d) li risbatte sulla Terra in pieno Giurassico così fanno meno gli spiritosi;
      e) il Filosofo riesce ad entrare in contatto con Freud, Marx, Fellini, James Joyce, Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre e pianta in asso Eufemio che torna sulla Terra di testa sua;
      f) il finale viene a mancare alla Gordon Pym.

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