Eufemio all’Inferno – Incredibile!!! Il Filosofo trama contro di lui!

[Riassunto delle puntate precedenti: il clochard Eufemio Torelli viene trasportato in Paradiso come presunta ricompensa per una vita sfortunata e costellata di ingiustizie. Ma non si adatta a quel contesto e viene sostanzialmente emarginato. Disperato, cerca se c’è qualcun altro che si trova in Paradiso ma non vorrebbe esserci. E lo trova, in una misteriosa figura di filosofo eretico col quale però l’accordo è difficilissimo stante la totale inconciliabilità delle loro personalità. Attenzione!! In questo post c’è una parte finale tra parentesi quadre, [], che è una ripetizione destinata a chi non ha letto le puntate precedenti o non le ricorda bene. In sostanza leggetela tutti che è meglio.]

A differenza di Eufemio, il Filosofo non aveva in vocabolario la parola “accontentarsi” e passava direttamente da “accomodarsi” (ovviamente gli mancava anche “accondiscendere”) ad “accorpare”. In compenso aveva una miriade di parole che neanche l’Eufemio semibeatificato avrebbe potuto anche lontanamente immaginare.

In un’ottica laica e materialista non gli si sarebbe potuto muovere alcun serio appunto, ma rispetto agli standard etico-morali sdolcinati ed ipocriti di quella che lui chiamava “la melassa universale”, i sette vizi capitali ce li aveva un po’ tutti. Abbastanza modicamente e a corrente alternata gola, lussuria ed accidia, con venti pateravegloria se la sarebbe cavata con qualunque confessore del XX secolo e forse anche del sedicesimo; ma per quello che concerne superbia, avarizia, invidia e ira lasciamo ben perdere, non apriamo neppure il discorso. Oltre al dato di fatto (che non era sfuggito neppure ai suoi biechi eversori dell’Inquisizione, figuriamoci all’Intelligenza Sistematica Universale Onnisciente), di aver preso i voti solo ed unicamente per crearsi un’opportunità di istruzione ed acculturazione che in caso contrario gli sarebbe stata totalmente preclusa, peccato parzialmente perdonabile perché non fece mai seriamente finta di essere “davvero” un sacerdote.

Egoista, egocentrico, narcisista, insofferente, intimamente convinto della propria grandezza ma incapace di farla valere costruendosi una opportuna rete di alleanze, tipo quelle che permisero a Galilei di cavarsela con un breve periodo di arresti domiciliari, avevano deciso di “assumerlo in cielo”, ma lui sapeva benissimo che quella in cui si trovava era piuttosto una dimensione parallela, una nicchia spazio-temporale infinita, una colossale singolarità astrofisica che col cielo non c’entrava un bel niente, avevano deciso di assumerlo in cielo per ripagarlo di una condanna atroce ed ingiusta ma non avevano comprato la sua anima.

Sapeva, perché ne avvertiva le presenze, che fra i beati c’erano quasi tutti i più grandi filosofi compresi quelli a lui successivi, fino alla catastrofe finale che aveva distrutto il genere umano nel 2348, con una misteriosa esplosione simultanea di tutte le 50.000 centrali nucleari operanti sulla Terra e dodici asteroidi delle dimensioni del Texas che colpivano il pianeta da dodici direzioni diverse. Ed era una delle domande che avrebbe voluto fare a Colui Che Non Risponde, giusto un “Ne sai qualcosa?”.

Da Socrate a Lucrezio, da Platone ad Averroè, da Aristotele a Cardano, da Descartes a Sartre, da Spinoza a Leibniz, e c’erano anche psicologi, etologi, antropologi culturali, linguisti, semiologi, ecologi, informatici, parapsicologi, esploratori del sistema solare, sciamani, esperti di miniaturizzazione umana, cronoviaggiatori, demoni redenti, ingegneri genetici, demoni redenti, cyberindovini.

C’era Jan Huppert, il più grande studioso e difensore dell’ecologia dell’intera breve storia dell’umanità, gettato vivo nel reattore della centrale nucleare di Amsterdam da una banda di teppisti inquinatori.

C’era Pierre Lemaitre, lo psicosacerdote che nel 2347 era riuscito a dimostrare con un teorema matematico che esisteva un’unica Entità Superiore indipendentemente da come la si volesse chiamare o identificare, contribuendo all’unificazione di Cristianesimo, Ebraismo e Islam nel nuovo culto di Ecumenia, nonostante la permanenza di drappelli di eretici che restavano fedeli alla religione di riferimento. Che il mondo fosse stato distrutto esattamente un anno dopo restava ovviamente una sfortunata inspiegabile coincidenza.

E C’era ovviamente Carl Gustav Jung, di cui spesso il Filosofo captava confusi segnali, con la sua affascinante teoria che il Paradiso fosse una sorta di allucinazione collettiva, il precipitato fenomenico del desiderio di immortaità del genere umano.

Mentre l’Inferno, quello conosciuto fin dall’antichità come Ade, esisteva di suo ed era assolutamente reale.

“Mi accontenterei di fare da moderatore in un confronto fra Lemaitre e Jung” pensava con superbia, invidia, ira e perfino un filo di accidia, visto che questo pensiero lo teneva bloccato da qualunque altra cogitazione meno narcisistica e opportunistica e più costruttiva.

Ma poi, costruttiva per chi e perché, visto che non c’era nessuno a cui trasmetterle.

Quando aveva percepito un “Dove sei?” indiscriminato e indifferenziato avrebbe potuto non rispondere e rimanersene in una poco beata solitudine. Ma sperava in un Bertrand Russell, in un Henry Bergson, si sarebbe accontentato perfino di Massimo Cacciari o Gianni Vattimo.

Chiunque avesse rifiutato le gioie del Paradiso doveva essere una mente superiore e raffinatissima, e una personalità coerente e rigorosa non suscettibile di indottrinamenti, suggestioni e condizionamenti.

E invece chi si era ritrovato? Un barbone del 2012 che rifiutava quelle gioie non per una virile meditata rinuncia ma esclusivamente per spirito di bastian contrario, e forse se ne era già pentito. Purtroppo, una volta stabilito un contatto non era come sulla terra dove si può cambiare numero e nel caso estremo anche inidirizzo per liberarsi di una relazione scomoda. Di Eufemio non si sarebbe liberato mai più, ed era un mai più senza limite alcuno.

A meno che…

Certo, c’era un’unica funzione che Eufemio poteva avere. Fare da cavia all’Inferno.

[Il Filosofo era riuscito a scoprire che l’Inferno era molto diverso da come lo raffigurava la superstizione popolare: niente fiamme, niente torture, niente diavoli col forcone, ma qualcosa di molto più raffinato.

Qualcosa che ricordava un eretico meno geniale di lui, ma più accondiscendente coi potenti, almeno quel tanto che basta per essere semplicemente esiliati e non condannati a una morte atroce, e la sua ingegnosa teoria del contrappasso.

I dannati, corredati di un fedele simulacro del proprio corpo mortale con tutti i suoi principali acciacchi (che non guarivano e non peggioravano, stavano lì e si davano un contegno), non facevano altro che ripetere per l’eternità, senza alcuna evoluzione, le scriteriate condotte che li avevano destinati alla Pena Suprema.

Per i primi 2-3000 anni si divertivano da pazzi, poi cominciavano a collassare, e passavano l’eternità implorando di essere spenti nell’oblio, o alternativamente di essere trasferiti a un Inferno con fiamme, torture e crudeli sevizie. Senza ovviamente ottenere soddisfazione.

Il Grande Eretico era stuzzicato fin nel profondo della sua intricata coscienza da una simile sfida. Avrebbe voluto dimostrare che, prima di tutto, le sue non erano scriteriate condotte ma coerenti applicazioni di una rigorosa speculazione sul rapporto fra l’Uomo e l’Infinito; e che, correlativamente, il ripetere all’infinito e per l’eternità la sua sete di virtute e conoscenza (che fatto non fu a viver come un bruto) non gli avrebbe provocato noia alcuna.

Voleva l’Inferno. E sentiva che poteva piegarlo ai suoi desideri.

Ma c’era un fastidioso particolare. L’Inferno non l’aveva materialmente visto, aveva avuto diverse (ma convergenti) percezioni a distanza di anime dannate che gli trasmettevano immagini angoscianti (per loro) della pena che stavano subendo.

Ma…

Se a sostenere che non c’erano fiamme, non c’erano torture e sevizie, men che meno diavoli col forcone, fosse stato il Maligno in persona, che il Filosofo sapeva per esperienza diretta essere particolarmente abile a camuffarsi per portare il nero soffio dell’entropia nelle ordinate vite degli uomini?]

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5 Risposte

  1. Mi piace l’immagine di un Inferno senza fuoco e fiamme, ma la ripetizione del proprio “peccato”. In effetti un Lusi che ruba all’infinito fa anche pena, come un Creso che non riesce più a vivere. Forse frangerei un poco l’introduzione. Un abbraccio Riri52

    1. Mia fascinosa amica, parto dalla fine: in una eventualissima versione ufficiale della saga di Eufemio codesta introduzione verrebbe “frangiata” (trattasi di neologismo o di avventurosa traduzione dallo slang bolognese clandestino? Bello comunque) sent par sent e scomparirebbe del tutto.

      Credo che l’Inferno che mi piace immaginare sarebbe una pena perfida per molti nostri politici lievissimamente brighelloni.

      A presto.

  2. Un’altra pagina che risulta molto accattivante, benché sostaznzialmente retrospettiva e priva di azione.
    Mi piace la locuzione “intera breve storia dell’umanità” anche se trovo ahimé molto ottimistiche sia la datazione sia la modalità della sua fine.

    E con questo il mio inseguimento è quasi concluso!

    1. La storia dell’umanità è obiettivamente brevissima non solo su scala cosmica ma anche su scala riduttivamente terrestre; se dovesse concludersi nel 2348 (datazione che tu giustamente ritieni fin ottimistica) sarebbe letteralmente uno sputo, se non un “flatus ventris” (per usare un garbato eufemismo).

      Comunque, OK per la datazione, ma tu consideri ottimistica anche la modalità (50.000 centrali nucleari che esplodono e 12 colossali asteroidi che colpiscono simultaneamente la superficie terrestre)? Forse nel senso che quella sarebbe un’eutanasia e invece il genere umano rischia una morte dopo lenta e dolorosa agonia?

      1. Sì, soprattutto per quello, ma anche per la relativa deresponsabilizzazione dell’Homo Insipiens che costituirebbe una fine così, rispetto a quella più graduale e probabile.

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