Berlusconi, Bersani, Di Pietro, Grillo.

Delle volte bisogna avere il coraggio di dire quelle cose che a qualunque osservatore ingenuo e un po’ ignorante salterebbero tautologicamente all’occhio come la differenza fra bufalo e locomotiva al Buffalo Bill di De Gregori. Mentre all’osservatore colto e smaliziato sembrano delle trappole dialettiche e gli viene una incoercibile malsana voglia di sospendere il giudizio, menare il can per l’aia e fare una miriade di distinguo.

Berlusconi è praticamente asserragliato nel suo bunker con la nuova fidanzata, che ha sfoggiato più o meno come si fa con la nuova fuoriserie in tribuna VIP a S. Siro in occasione di una delle poche vittorie a cui potrà oramai ambire, perché il calcio ha più pazienza della politica. Ho tanta compassione di lui che non lo identifico con soprannomi, nicks, definizioni estemporanee (anche se “il Bisunto dal Signore” non era malaccio e rispetto allo Psiconano era di mio conio personale). Alla fortunata signorina consiglierei molta attenzione e magari una discreta fuga all’inglese. Il nome Eva Braun le dice nulla?

Lo slittamento semantico (e di fatto anche pragmatico) di Silvio dalla dimensione politica a quella dell’imbonimento da piazzista romagnolo (ragassino Alfano lassiami lavorare per piazere) ha fatto un giro completo su se stesso. Ormai lui non studia più una linea politica ma crea un marchio. Spiega ad Allegri che vorrebbe Guardiola, ad Alfano che vorrebbe Casini, alla nuova fidanzata che rivorrebbe la Ruby ma preferisce non incasinarsi ulteriormente, sposta uomini come carrarmatini del Risiko in modo isterico e compulsivo. “Allora guarda, tu fai un partito di centrodestra per conto tuo e poi ci alleiamo, tu esci per Via Margutta dicendo che sono matto, io ti querelo e poi facciamo la pace in diretta televisiva, tu fai finta di rifondare il PSDI ma in realtà fondi una bocciofila a Scandiano…” eccetera eccetera eccetera.

La coerenza, da tempi immemori e non sospetti, la considera noiosa ed antiquata. Preferisce fondere, confondere, rifondere infine rifondare in un fuoco di fila di cortine fumogene, giochi di prestigio, colpi di teatro, anche se più che colpi di teatro ormai gli ci vorrebbero delle gran botte di culo.

Fidenza e Piacenza fanno rima, sono a 36 chilometri di distanza e ci si parla un dialetto molto simile. Vincenzo Bernazzoli è di Fidenza. Pierluigi Bersani è di Piacenza.

Cavando fuori dal cilindro tutta la moral suasion di cui dispone ha anche lui probabilmente raschiato il fondo del barile dei consensi e adesso si pavoneggia di un vantaggio di 9 punti percentuali sul suo competitor Matteo Renzi (anche se Renzi dice che sono 5 ed è già in piena bagarre agonistica per piazzare la volata, secondo me ha la foto di Federico Pizzarotti sul cruscotto della macchina).

L’unico vero autentico successo non tanto per Bersani ma per il Pd sarebbe stata una sua vittoria al primo turno. Così, anche se Renzi non dovesse vincere al ballottaggio, è comunque emerso quello che tutti sanno: che la fusione a freddo fra postdemocristiani e postcomunisti è una minchiata assoluta che si sfalda e si sfarina al primo refolo di vento. Non diversamente da quella fra postitalioti e postfascisti, questa tiene leggermente di più perché c’è un coefficiente di interessi privati e intrallazzi decisamente inferiore e perché il capo è molto più bonaccione ed accomodante.

Del resto, il Pigi dopo la disfatta parmigiana se ne uscì nella tavanata galattica “Non abbiam perso, abbiamo non-vinto”.

Rischia di ripeterlo di qui a 4-5 giorni.

La stagione politica di Di Pietro appare drammaticamente conclusa, con un inquietante simmetria rispetto a quella del suo nemico storico. E si conclude per ragioni, per carità tutt’altro che identiche, ma in qualche modo omologhe alle ragioni per cui si sta concludendo il ventennio scarso di discesa in campo berlusconiana: l’uno e l’altro sono entrati in politica più per disperazione che per reale convinzione (anche se a Di Pietro quasi tutti riconoscono motivazioni più d’interesse nazionale che personale) e hanno impostato il loro partito come una creatura personalizzata e leggermente feudale, nè l’uno nè l’altro (da uno me l’aspettavo, dall’altro meno e ci sono rimasto anche male) badando troppo alla qualità e all’affidabilità dei collaboratori.

Dopo reiterati sondaggi trionfali, il MoVimento le cui contromisure (bestia: lapsus freudiano, inizialmente avevo scritto “controfigure” e la cosa meriterebbe una bella analisi che adesso mi sa discretamente briga fare) si limitano all’invettiva appare in drastica flessione, mentre la data delle elezioni si è avvicinata ulteriormente (è quasi certo che verranno anticipate a marzo): qualunque bravo statistico direbbe che stiamo assistendo a un semplice fenomeno di regressione sulla media dopo episodiche fluttuazioni verso risultati sovradimensionati al reale appeal elettorale del Dream Team dello zio. Ne provo della reale sofferenza perché mi affascinava l’idea di un movimento di vera autentica rifondazione della politica che aveva significative possibilità di conquistare la maggioranza del paese (a parte l’immonda porcata di cercare di cambiare la legge elettorale per vanificarne la possibile vittoria, sulla quale mi sono già pronunciato).

Ma proprio perché a Beppe voglio il bene che si vuole a un fratello maggiore, non posso non dire che da un po’ non lo vedo pienamente all’altezza del movimento che lui non ha nè creato nè fondato, perché l’hanno fondato i suoi lettori/commentatori (e all’inizio neanche ne volevi sapere, Beppe, se hai buona memoria, spero ti abbiano convinto le insistenze dei tuoi sostenitori e non alchimie dialettico-strategiche del Branduardi In Carne tuo consigliere spirituale), e di cui dovrebbe essere semplice garante.

A parte l’agghiacciante battuta del punto-g (seconda solo al dare della troia all’Onorevole Levi-Montalcini), le scomuniche in perfetto stile vetero-comunista, le semplificazioni un po’ troppo da bar e, anche per lui, uno slittamento semantico e pragmatico in questo caso fra politica e show comico-parodistico-satirico, ma una satira di grana a volte veramente grossolana, tutto questo crea un allarmante scollamento fra lui come immagine mediatica “forte” e tutte le cose meravigliose che succedono a Parma, a Mira, a Comacchio, a Sarego e dovunque ci siano consiglieri comunali a 5 stelle, seri responsabili e a volte perfino troppo austeri, diversissimi da colui che li rappresenta. Che costituiscono un’immagine mediatica debole e del tutto eclissata dalle intemperanze del “santone”.

Beppe, mezzo passo indietro sarebbe più che sufficiente. Ma fallo.

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8 Risposte

  1. Concordo praticamente con tutta la tua analisi.
    Quanto a zio Beppe, di cui, come tu ti senti fratello minore, a me piace definirmi un vecchissimo e affezionatissimo nipote, davvero a volte si resta sbalorditi dalla sua capacità autolesionistica, a livello di immagine, e se questi sono i frutti del lavoro del Branduardi-in-carne (il figlio della casatella e del taleggio), farebbe meglio a spedirlo quanto prima e definitivamente alla fiera dell’Est.
    Ma chi continua a leggere quotidianamente il suo blog, ci trova ancora e quasi sempre tesori di informazione e passione autentica, elementi che, insieme all’austero e tangibile operato dei suoi sindaci e consiglieri eletti, toglie qualsiasi dubbio sull’adesione alla sua proposta elettorale.

    1. Nel licenziare questo post avevo messo in preventivo anche la possibilità di una querelle dialettica con te, che potevi legittimamente essere schierato su posizioni più giustificazioniste rispetto all’operato di quello che tu chiami zio e io fratello maggiore. Sarebbe stata stimolante ed appassionante ma, bene o male che sia, non ci sarà.

      Se il MoVimento 5 Stelle avesse una conduzione discreta e di basso profilo secondo me sarebbe già al 40% in tutti i sondaggi. Glielo spieghi tu allo zio? Glielo spiego io? O sennò chi?

  2. Ottima analisi, non c’è che dire! Io tifo per Renzi: è il più genuino e porta con sé quel rinnovamento di cui abbiamo bisogno. Glielo permetteranno? E qui sta il punto, la passione che lo anima è già tantissimo, le sue idee sono buone e spero tanto che finalmente vedremo facce nuove che prendano seriamente questo paese allo sfascio.
    Un saluto affettuoso
    annamaria

  3. Come probabilmente hai capito io, pur con tutte le perplessità del caso riguardo alle intemperanze verbali e alle costanti cadute di stile del suo leader di fatto, identifico il vero rinnovamento con i giovani dilettanti della politica del MoVimento 5 Stelle.

    Matteo Renzi è sicuramente simpatico, gradevole e grande affabulatore ma mi permetto di avere i miei dubbi sul coefficiente di novità di cui sarebbe portatore. Ammiratore sfegatato del democristiano superconservatore Giorgio La Pira, con una solida formazione scout e una salda fede religiosa, Renzi è un postdemocristiano come Bersani è un postcomunista.

    All’interno del Partito Democratico, che come notavo nel mio post è una fusione a freddo particolarmente mal riuscita, c’è una lotta a coltello (che Renzi e Bersani non ostentano perché sono due gentiluomini) fra la corrente cattolica e quella più specificamente di sinistra, che il dinamico sindaco di Firenze è riuscito con fine dialettica a far figurare come l’ala conservatrice, ma soprattutto come quelli che non riuscirebbero mai a vincere un’elezione.

    Forse le cose non stanno proprio così. Ma ormai non sono più un esegeta di quello che succede nel Pd, e quindi mantengo una posizione saggiamente dubitativa.

    Ma su una cosa non ho dubbi: fra Renzi premier e un funesto Monti-bis, troverei assai meno inquietante la prima ipotesi.

    Ricambio i saluti.

  4. Caro Luca,
    sono d’accordo con te sul M5S: una bella speranza naufragata.

    1. Già naufragata? Ma speriamo di no… Al massimo leggerissimamente alla deriva…

  5. Diciamo pure alla deriva, è più corretto, ma senza ‘leggerissimamente’.

    1. Di solito quando dico “leggerissimamente” si tratta di un’affettuosa presa per il cxxo.

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