Archivi Mensili: dicembre 2012

Pause of reflection

Codesto blog si prende un periodo illimitato (dal brevissimo al lunghissimo all’eterno non stop) di vacanza per eccesso di ribasso, per ricerca della perfezione, per incoercibile snobismo, per carenza d’ispirazione, per movimentazione di pensieri, perché il detentore dello stesso è innamorato, perché allo stesso gli tira il culo e vuole vedere dove cazzo lo porta, perché Parma è 2-3 volte più bella della blogosfera, perché perché perché, a lei ci piace? e lòra?

Natale a modo mio.

Pensavo di chiudere il mio blog fino a Capodanno, disorientato e logorato dalle badilate di retorica che attraversano questi giorni prenatalizi. Ma poi, datosi e visto che il rapporto con questo blog è assolutamente anarchico, umorale, capriccioso e irrazionale, insomma privo di qualsiasi sovrastruttura razionale e/o programmatica, delle riflessioni che stavo facendo (unite a stralci di canzoni che mi percorrevano l’encefalo) mi hanno pirandellianamente chiesto (alla Sei personaggi in cerca d’autore) di essere disperse nel web dove avrebbero trovato infine pace.

Figliolo, sei sicuro che oltre a un pessimo carattere fra te e me ci siano altre similitudini che avvalorino il paragone?

Io sono mediamente cinico coi miei simili, ma con le idee di solito divento molto buono e disponibile e tendo ad accontentarle (è per questo che sono ridotto così male, ma questo è un discorso che rifacciamo nel 2013, per ora lasciamolo lì a stagionare),

Vedendomi intorno facce apparentemente più preoccupate di trovare ancora qualche regalo per il cognato della portinaia del commercialista che felici e beate per il clima natalizio mi è sovvenuto questo stralcio:

Posto che a Natale c’è uno scambio di regali
Che i regali vanno presi, impacchettati, poi li metti sotto l’albero
Posto che il problema principale è procurarsi dei regali
Non importa cosa prendi, l’importante è che li prendi

Provo a non ridurmi all’ultimissimo momento
Ventiquattro sera diciannove e ventinove negoziante, stai chiudendo

Mi accontento di qualunque puttanata
una maniglia colorata, un portaspilli, un portafogli, un portafigli, una cagata,
qualcosa… (Stefano Belisari).

Ancora mi ricordo quando ero in Piazza Garibaldi l’ultimo dell’anno del 2006 a far divertire te e quegli altri divoratori di tortelli d’erbetta con 10 sotto zero, PIRLA!!!!!!!!!!!!!

Va bene che poi cliente e negoziante addivengono a un accordo, ma solo perché quest’ultimo invece di esercitare la dovuta inflessibilità si perde in memorie degli anni ’80 quando asserisce di aver suonato coi Via Verdi (sempre ammesso che si tratti di un titolo di merito).

Poi, nel vedere un’altra faccia, quella di un Babbo Natale che si strafocava di birra in un angolino buio e un po’ maleodorante delle Ghiaie aspettando che qualche bambino fosse tanto masochista da farsi una foto con lui, ho riesumato forse la più bella canzone della incerta carriera musicale di Paolo Rossi

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Ecco il comico momentaneamente prestato alla canzone d’autore mentre si esibisce in un fanculo bemolle carpiato settima più

(su musica addirittura di Claudio Baglioni) che del Natale dà un immagine appunto alla Paolo Rossi:

Son vestito da Babbo Natale
a un incrocio un po’ ubriaco
e allieto questa mia città
fisso le vetrine illuminate
e i tacchini giustiziati
e un capitone mi fa ciao
Dietro c’è un cartello
“paghi dopo, prendi prima”
ma che bravi! non ti fanno preoccupar…
Sento le campane qui vicino
e tra i piedi un ragazzino
mi ci butta un trick e track
Bastardo! Non sai che io…
Io ho finito i soldi
proprio il giorno di Natal
qui pagheranno fra 2 mesi
e il 31 m’arriva un creditor
e chi lo compra lo spumante
per brindare con il mio amor?
Penso a quel geometra in galera
piange, scrive, si dispera,
ma ha un salmone da leccar
schizzan fra i Re Magi ed una Volvo
stan cercando una cometa
con in mano il cellular
Passano le mogli riciclate
e le amanti abbandonate
fino a tutto il 26
il mafioso con la TV accesa
si commuove senza posa
per il filme “La vita è…
… meravigliosa” E io, io, io…
Io ho finito i soldi
proprio il giorno di Natal
qui pagheranno fra 6 mesi
e il 31 m’arriva un creditor
e chi lo compra lo spumante
per brindare con il mio amor?
che ha finito i soldi, anche lei
il giorno di Natal
tra noi c’è stato un sol regalo…
…una bellissima cambial!
Io ho finito i soldi
proprio il giorno di Natale
e non so neanche dove ho messo
il mio abito normale
e chi me lo compra lo spumante
per brindare con il mio amor?
che ha finito i soldi, anche lei
il giorno di Natal
Avessi almeno le mie renne
farei una rapina a Courmayer!
…la lalalaila la…
E canto questa canzonaccia
che tanti ascoltano a Natal
tanti che son senza le renne
e pur fanno Babbo Natal! (Paolo Rossi).

E ho pensato alla nevrosi natalizia, al cui confronto il tedio domenicale di Giovanni Lindo Ferretti è un pruritino alle ascelle,che può portare a gesti inconsulti:

Come in un libro scritto male
lui si era ucciso per Natale (Francesco Guccini).

Coi diritti d’autore ce n’è già da comprarmi una Lamborghini, veh Rinaldoni! E meno male che oggi ti sei limitato a due righe. Intanto io  sono qui in spada alle porte di Parma che cerco casa tua, o almeno vedo se arriva una ventata di marino.

Ho ricordato con una leggera nausea i miei natali medesanesi prima, langhiranesi poi, al cui confronto il film Parenti serpenti sembrava La compagnia dei Celestini; mi sono perfino chiesto come sarebbe stato il Natale 2007 con la villanella malsana, sua madre e sua sorella ancora più pazze di lei, se non fosse ricomparso da Benevento Costa dell’Est a soffiarmi il posto,

o con la Shirley completa di figlio, nipotini e sorella maldicente “Prima un extracomunitario e adesso uno che non si capisce che lavoro fa?”, se non ci fossimo lasciati ai primi sentori di inverno dopo i fuochi (molto) artificiali della bella stagione:

Oggi è Natale
oggi è Natale,
passati due giorni però
te la faccio pagare. (Valentino Alfano per Mina)

Ho ricordato i Natali organizzati per i giovani ospiti del CEIS o per quelli meno giovani della San Cristoforo

È festa persino in galera e dentro alle case di cura
soltanto che dopo la festa la vita ritornerà dura (Pierangelo Bertoli)

e infine ho ricordato i prodigiosi tortelli della suocera medesanese, che a capodanno davano ancora segni di sè nell’apparato digerente

…sono già due mesi che sento odore di mandarino
e di aghi di pino e ne ho la nausea,
pubblicità del panettone senza pausa,
assediato da nevicate di mandorlato! …
in cucina mia madre è chiusa già da un mese
poverina si sbatte di brutto,
lavora come un somaro albanese,
ha fatto tra l’altro anche otto chili d’arrosto,
nel migliore dei casi
mi trovo a mangiare gli avanzi fino ad Agosto. (Alessandro Aleotti).

Sentiti ringraziamenti per la citazione

In conclusione, mentre accendevo il computer, mi dicevo che sarebbe bello se la celebrazione fosse legata a qualcosa che sta realmente succedendo, non all’anniversario di qualcosa successo più di 2000 anni fa di cui oltre tutto si è drasticamente perso il significato. O quanto meno, se si potesse celebrare in modo sincero e non rituale, solo con chi si vuole e non con chi si deve.

Se ogni tanto si potesse celebrare la vita e la speranza, ma così, a sorpresa, magari mollando mezz’ora il lavoro perchè quello che si sta per celebrare è più importante.

E mi sono dato per la ottocentocinquantasettesima volta in vita mia dell’illuso (tengo contabilità accurata di queste cose).

Buon Natale a chi se lo merita, quindi contiamoli pure sulla mano di un mutilato.

Il malinconico Natale di Paolo ed Eufemio.

Quel Natale cadeva di venerdì: non essendo stato ancora sancito il diritto (e mezzo dovere) di apertura anche nei festivi, Paolo doveva chiudere per tre giorni. Alle otto e mezzo di sera della vigilia, aveva accatastato una consistente serie di prodotti che il lunedì successivo non sarebbero più stati vendibili. Accanto a lui, Eufemio li studiava con attenzione e cercava di valutare quanto ne avrebbe potuto portare via.

Certo che era ben strano Eufemio: Paolo non l’aveva mai visto chiedere aiuto. Una volta l’aveva trovato accovacciato sui gradini del duomo asciutto come una bresca, se pesava cinquanta chili era tutto il mondo, gli aveva chiesto da quanto non faceva un pasto decente, e lui aveva anche risposto in modo mediamente spiritoso “Che giorno è oggi? Lunedì, martedì… Due anni e mezzo.”.

L’aiuto di solito gli arrivava quando meno se lo aspettava, e in modi spesso sorprendenti ma, se era illunato male o la persona che voleva aiutarlo non gli andava a genio, l’aiuto veniva cortesemente ma fermamente rimandato al mittente.

Al massimo al massimo, ma forse lo faceva solo con Paolo, Eufemio poteva entrare nel negozio e attaccare un discorso a caso di nessun interesse, al che Paolo capiva l’antifona e senza alcun commento, mentre Eufemio parlava parlava e pudicamente guardava da un’altra parte gli preparava un cartoccino dove c’era dentro un po’ di tutto, poi lo lasciava sul bancone, faceva finta di andarsi a lavare le mani, e quando tornava il cartoccino ed Eufemio erano spariti, e sul bancone c’era un simbolico corrispettivo di  1 o 2 euro, che se non aveva nemmeno quelli Eufemio preferiva digiunare.

Una volta, tanto che c’era, Paolo s’era concesso anche una pisciata e al ritorno mancavano all’appello Eufemio, il cartoccino, due prosciutti e 6 bottiglie di whisky. Ma non se l’era presa. Sapeva che non era stato Eufemio.

Dopo che aveva caricato una quindicina di chili di vettovaglie nello zaino, Eufemio si era seduto e, guardando Paolo fisso negli occhi gli aveva chiesto “Ma te… sei contento della vita che fai?”. E Paolo s’era sentito un po’ a disagio perché era la domanda che voleva (e avrebbe forse anche dovuto) fare lui ad Eufemio, ma non s’era mai attentato.

“Contento… Chi è che è contento al giorno d’oggi?”.

Con pedanteria Eufemio aveva elencato una ventina di persone della città e del resto del mondo che, obiettivamente, sembravano molto felici e avevano tutti i motivi di esserlo.

E poi aveva concluso, con una certa involontaria cattiveria: “Io son contento, che te ci credi o no son contento. Ma te non m’hai mica risposto…”.

A Paolo era scappata una guardata alla gigantografia di Francesca il giorno del matrimonio, che sembrava un po’ Gina Lollobrigida e tutti la scambiavano per un’attrice, ed Eufemio s’era subito messo a parlare delle quotazioni di borsa come uno che s’è accorto di aver tirato un po’ troppo la corda.

Poi, come faceva da qualche anno alle 9 di sera della vigilia, Paolo aveva messo sullo stereo una canzone di Renato Zero che lo faceva commuovere, aveva stappato una magnum di Veuve Clicquot, aveva tirato giù la saracinesca che non vedesse nessuno due signori che si sbronzavano.

L’indomani sarebbe andato alla mensa della Caritas a portare tutto quello che Eufemio non era riuscito a caricare e a dare una mano per la preparazione del pranzo e per servire ai tavoli. Poi sarebbe rimasto lì a mangiare e chiacchierare, che alla fine aveva anche lui le sue disgrazie anche se non riusciva bene a spiegare quali fossero.

E alla sera magari un cinema.

Buon Natale Paolo. Buon Natale Eufemio.

La fine del mondo. E alòra?

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La fine del mondo come notizia potrebbe essere liquidata con un’alzata di spalle e un ghigno dal sardonico al satanico, anche noto come cachinno (di solito associato col “lazzo”, ma in questo caso in uscita singola).

La profezia dei Maya, anche a voler essere molto ma molto creduloni, allude alla fine di un periodo di 5200 anni e all’apertura di un nuovo periodo che durerà felicemente fino al 21 dicembre 7212. Tutte le varianti sul filone catastrofico, che aveva funestato il cinema mondiale nei plumbei e pessimisti ’70 (beffardamente inseriti fra i due decenni più ottimisti della storia dell’umanità, e ancora oggi nessuno sa rendere conto del bizzarro fenomeno) sono delle aggiunte ex post (laddove post va inteso come avverbio e non sostantivo) prodotto o di menti devastate dall’esagerato ricorso a sostanze stupefacenti o genericamente intossicanti, o più spesso di menti che fiutano il business anche a mille chilometri di distanza e hanno perfettamente capito quante copie in più o punti di share codesta immonda bufala può produrre.

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Come per il millennium bug, già gli Australiani ci possono confermare che non sta succedendo nulla e nulla succederà, e forse come allora chioseranno “Same shit as before”, ché al limite un cambiamento (magari moderatamente) catastrofico avrebbe aggiunto tono ad uno dei periodi più grigi degli ultimi 16000 anni.

Sulla fine del mondo come metafora, invece, si potrebbero spendere riflessioni virtualmente infinite. Il mondo ha probabilmente scelto la strada della lunga tormentosa agonia che fra le altre cose è sicuramente, nel complesso, ben più dolorosa di una fine traumatica all’insegna dell’ “una botta e via”.

Un eutanasico cataclisma sarebbe quasi il benvenuto.

Quasi.

Il leone ferito.

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Parma, 21 gennaio 2013.

No, Marco no. L’apparentamento con Storace proprio no. Non è andato a buon fine ma esclusivamente per motivi tecnici. La mia pazienza nei confronti di voialtri politicanti (e tu fai finta di essere di un’altra pasta ma sei come gli altri e peggio degli altri, oltre ad un sovrappiù di arroganza e presunzione inaccettabile in un ottantenne) è oltre il livello di guardia.

Mi pento, e chiedo scusa ai miei lettori, per le espressioni lusinghiere che ho usato nei tuoi confronti. Le ritiro tutte.

In fede

Luca Rinaldoni

Chissà chi lo sa chi era Febo Conti.

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Per oggi ti sembra di aver onorato il tuo sodalizio con la Rete: hai aggiunto un’altra puntata alla minimalistica saga di Paolo Candiani, ti sembra che sia venuta fuori di una qualità tale da non dovertene vergognare.

Sembra ci sia tempo e modo di pensare ad altro e di fare altro, sempre ammesso che succeda. Poi sfogli distrattamente un giornale e ti colpisce ad altezza d’uomo la notizia che Febo Conti ha ultimato quello che Franco Battiato definirebbe “il transito terrestre”.

FEBO%20CONTI%20CAROSELLOE ci resti male. Non tanto e non solo perché Febo se n’è andato, ma molto di più perché (come tantissimi altri) ti eri quasi dimenticato della sua esistenza in vita. Condannato da un cognome molto comune e diffuso per tutta l’Italia, un paese oggi con le pezze sul culo ma che straripa di Conti, Baroni, Visconti, Torri, Castellani almeno a livello onomastico, oggi Febo viene confuso con Carlo (che non è degno neppure di allacciargli le scarpe) o quanto meno con suo padre, la sua fama è sicuramente stata oscurata anche dalle strepitose gesta di Bruno Conti, il primo a brevettare l’assist col contagiri per il quale la punta destinataria vede impressa sul pallone  la scritta “Basta spingere”, o dal di lui figlio Daniele mirabile esempio di attaccamento alla maglia del Cagliari nonostante reiterate offerte dal continente, in questo secondo solo a Gigi Riva.FEBO%20CONTI%203

I più giovani possono perfino confonderlo con Ugo Conti, attore che sta al talento interpretativo come Polifemo allo strabismo ma essendo amico d’infanzia di Diego Abatantuono è come se avesse vinto alla lotteria di Capodanno, o con Roberto Conti eroico gregario del pirata Pantani.

Febo, come Daniele si è legato a una maglia, si è legato a una trasmissione per 13 anni  evitando scorribande per l’etere (che peraltro ai suoi tempi erano meno comuni e non è che non ci si inflazionasse per sagace scelta strategica, c’erano due canali che per quasi metà delle 24 ore ostentavano il monoscopio e  se avevi una buona trasmissione te la facevi bastare).

FEBO%20CONTIE la sua era buonissima. Era quel “Chissà chi lo sa” che, con Cino Tortorella in cabina di regia, e con qualche indulgenza verso il nozionismo che a quei tempi non veniva bollato come retrivo e reazionario (oggi ci sono dei laureati che pensano che Corradino di Svevia fosse svedese), promuoveva l’amore per la cultura e per il buon senso presso le giovani generazioni.

Febo e la sua trasmissione avevano preso sotto braccio una Rai ancora bambina e l’avevano condotta alla maggiore età, tra il 1961 e il 1974. Una Rai, pur nella sua veste abbastanza conservatrice e bacchettona,  portatrice di grande qualità (basti ricordare gli sceneggiati televisivi che non rincorrevano la vita dei personaggi famosi come le “fiction” del Terzo Millennio ma rivisitavano i capolavori della letteratura, dai “Fratelli Karamazov” alla “Cittadella”, dal “Mulino del Po” a “La coscienza di Zeno”) e di trasmissioni di immediata evidente utilità (la leggendaria “Non è mai troppo tardi” del maestro Alberto Manzi che alfabetizzò qualche milione di Italiani non di primissimo pelo) perché, in regime di monopolio pressoché esclusivo (la concorrenza di Capodistria e della Svizzera Italiana non era troppo preoccupante) non doveva utilizzare l’audience (taroccato o meno) come unico indice di validazione.FEBO%20CONTI%202

Si era ritirato ( o, come lasciò signorilmente intendere con garbati giri di parole privi di vis polemica ma gonfi di tristezza, era stato silurato) quando la Rai stava drasticamente cambiando volto, in virtù dell”assalto concentrico dei partiti (che negli anni ’70 ne scoprirono improvvisamente il potere propagandistico e persuasorio occulto) e prima che la competizione con le televisioni commerciali la rendessero un immondo inguardabile carrozzone, laddove le televisioni di Berlusconi sembrava, in una prima fase, che proponessero un linguaggio nuovo e rivoluzionario degno di apprezzamento contro il conservatorismo statalista. Non era così neppure allora, figuriamoci ora che il loro padrone è sceso in campo e non se ne va più.

023546569-492d4eab-ed65-4e8d-838e-bf851c49c730Mette tristezza sapere che tutte le registrazioni delle puntate di “Chissà chi lo sa”, come tanti altri programmi storici di quegli anni, sono state mandate al macero o cancellate per sovrapporvi nuovo materiale più à la page. Non si sa quanto per ottusità e quanto per perfidia.

Resta fra storia e leggenda il merito di aver “scoperto”, ben prima del suo esordio televisivo, e quando lavorava come impresario teatrale e talent scout, Dario Fo e Alighiero Noschese, cosa della quale Febo non era solito vantarsi pubblicamente (alla Pippo Baudo, per intenderci, che a sentir lui ha scoperto mezza televisione italiana) ma molti gli riconoscono.

Quanti di voi invece sanno (anch’io l’ho scoperto solo un paio d’ore fa) che Febo era stato fra gli ideatori di Gardaland, e direttore del parco dal 1975 al 1980.

Un po’ come Lelio Luttazzi, anche Febo, una volta chiuso il suo rapporto con la Rai (per lui in maniera meno drammatica ma forse non meno dolorosa) aveva scelto il basso profilo e, salvo una breve apparizione con una piccola rubrica dal tenero sapore animalista allo spirare del millennio, aveva fatto molta radio, ma quasi tutta in Svizzera, e probabilmente da uomo poco appariscente ma molto concreto aveva saputo non sperperare il piccolissimo gruzzolo che si era messo pazientemente da parte senza bisogno di fare patetiche apparizioni da vecchia gloria per pure finalità di sussistenza economica.

L’ennesimo pezzo di un’Italia che amavamo in tanti viene consegnato alla storia.

Paolo Candiani allievo non proprio modello.

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Di tutta la sua zoppicante carriera scolastica, Paolo ricordava quasi esclusivamente la novella di Ciaula che scopre la luna.

Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.

Aveva recitato quelle parole a Francesca la prima sera che erano usciti insieme da fidanzati, che le volte che erano usciti semplicemente per assaggiarsi quelle non contavano, ma quella sera era diversa, la fioritura dei tigli lungo il torrente profumava l’aria e il tramonto aveva delle strane radiazioni ultraviolette, e Paolo non sapeva come e neanche perché, ma era sicuro che poi al cinema si sarebbero baciati.

E allora si chiedeva se quella novella se la ricordava perché era bella e un po’ misteriosa, e lui in fondo si sentiva un Ciaula che viveva nei bassifondi ma ogni tanto uscendo all’aria faceva delle strane scoperte, o perché era stata la prima e ultima volta che era riuscito a sorprendere Francesca, che di lì a poco avrebbe iniziato a conoscerlo meglio di sua mamma e a non stupirsi più di nulla.

Comunque fosse, la lettura e il commento di “Ciaula scopre la luna” era stata l’iniziativa estemporanea (e probabilmente nociva per la diretta interessata) di una giovane supplente d’italiano della terza media. Infatti il giorno dopo c’era un supplente segaligno e militaresco che era partito subito interrogando “per vedere il livello della classe”, poi era tornata la professoressa Maini e con lei la solita zuppa.

Tutto il resto svaniva in una specie di nebbia indistinta dove i contorni sfumavano e i significati si perdevano. Eppure doveva essere bello andare a scuola avendo l’interesse per le materie e magari tanti amici nella classe. Ma a questa conclusione Paolo c’era arrivato nella maturità, vedendo dei liceali che venivano a comprarsi il panino e la bibita al mattino e discutevano di Omero e di Socrate, di Hemingway e di Hegel e lui si sentiva la quintessenza dell’ignoranza e non osava neppure fare dei commenti perché sapeva che qualunque cosa avesse detto avrebbe fatto una figura fra il pessimo e il catastrofico.

A lui l’aveva rovinato il nonno, ecco la verità. Il nonno sapeva un mucchio di cose, aveva fatto anche un paio d’anni di Ragioneria perché i bisnonni volevano che si interessasse dei conti, che fidarsi degli estranei va anche bene ma se puoi fare le cose da solo è anche meglio.

DIO PADRE

Il nonno sapeva spiegargli delle cose utili catturando al massimo la sua attenzione, forse anche le cose che dicevano prima la maestra e poi i professori delle medie erano utili e potenzialmente anche interessanti, solo che loro ne parlavano come se fosse un dovere e senza metterci neanche un briciolo di entusiasmo, come se avessero fretta di tornarsene a casa a fare dell’altro. Il nonno no. Il nonno era un uomo dai lunghi silenzi, uno che quando non aveva una cosa importante da dire E un modo convincente per dirla stava molto semplicemente in silenzio.

E gli spiegava poco per volta tutto quello che gli sarebbe servito quando, esaurito l’obbligo scolastico e compiuti i rituali 15 anni, piano piano avrebbe scalato i gradini del lavoro in bottega finchè un giorno tutto quello che vedeva sarebbe stato suo. Lo spiegava con una chiarezza e una vivacità infinita, e poi gli raccontava delle cose che apparentemente non c’entravano nulla ma (anche questo Paolo l’avrebbe capito fuori tempo massimo, ma forse era stato meglio così) servivano a comunicargli una esagerata curiosità e un incondizionato amore per il lavoro che lo aspettava.  Non erano, come poteva sembrare, delle divagazioni vagamente inutili al limite estremo della perdita di tempo.

Da ragazzino Paolo non capiva la valenza strategica di quelle digressioni nelle mille nicchie delle scienze dell’alimentazione: dalla stagionatura dei prosciutti alla preparazione del formaggio, dalle differenze fra il grana padano e il parmigiano reggiano ai segreti per capire quando un fungo era velenoso e quando era mangereccio. Credeva che il nonno lo facesse per rivelargli dei segreti che nessun altro sapeva e perché la sua creatività era infinita.

Poi gli avrebbe insegnato dei giochi di prestigio che però a lui venivano benissimo e a Paolo così così; poi i trucchi per vincere quando si faceva a pugni; e ancora più avanti come si faceva la corte alle donne,  ma anche lì le cose dette dal nonno sembravano elementari e inoppugnabili, come se non ci fosse nessun altro modo per fare a cazzotti e per convincere una donna a “uscire” con te (e quando diceva la parola “uscire” il nonno rideva sotto i baffi come se ci fosse dell’altro che Paolo sapeva che c’era ma non era troppo sicuro di come si svolgesse e cosa lo facesse scattare), ma poi messe in pratica da lui funzionavano meno bene di quello che le perfette spiegazioni del nonno sembravano garantire.

La Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.

Quante cose avrebbe voluto chiedere al nonno, che quando ce l’aveva a disposizione per giornate intere (tanto che alla bottega ci pensavano il babbo e la mamma) non gli sarebbero neanche lontanamente venute in mente, ora che la Luna lo guardava con espressione austera e nemmeno si accorgeva di lui.

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Chi è Silvio?

220px-Reagan+Schwarzenegger1984Sono in possesso di un angoscioso segreto a proposito di Silvio Berlusconi che da anni cerco di vendere alle principali testate giornalistiche a prezzi sempre più stracciati (ma comunque loro non abboccano), e siccome sto per morire lo rivelo al colto e all’inclita, urbi et orbi da questo mio blog.img_bonsai_tv

Il Silvio Berlusconi che oggi vediamo è uno dei tre personaggi del romanzo di Philip K. Dick “Noi terrestri”,  che il geniale autore scrisse negli anni 50 ma non pubblicò mai perchè la trama (una evolutissima razza aliena piazza fra il 1911 e il 1947 tre suoi androidi, convenzionalmente noti come Ronald, Silvio e Arnold, come avamposti di una colonizzazione della Terra, col compito strategico di abbassare il livello culturale e intellettuale dell’intero pianeta, ma tutti e tre moriranno in stato di assoluta demenza dopo aver realizzato solo in parte la loro missione) sembrava esageratamente fantasiosa perfino ad un allucinato come lui.

Approfittando di uno squarcio dello spazio-tempo e di una curvatura della parallasse dell’orbita di Melone 3, i tre personaggi riuscirono ad evadere dalle pagine del romanzo, estromettere i veri ed intelligentissimi, Ronald Regan, Silvio Berlusconi e Arnold Schwarzenegger dalle loro vite reali spedendoli in un universo parallelo, e  spargere il nero seme dell’entropia in tutto l’Occidente. 

Questo avvenne il 12 luglio 1956 e provocò delle strane modificazioni nei diretti interessati: Regan cambiò completamente il suo atteggiamento nei confronti di John Wayne, cominciando a trattarlo con sarcastica sufficienza; Berlusconi, all’esame di Diritto Soggettivo e Inopinato esplose in tre stentorei “Mi consenta!!!” che spinsero il docente a rispondergli “Io non le consento, si riprenda il suo libretto e ritorni quando sarà tornato in possesso delle sue facoltà mentali” e Arnold Schwarzenegger urlacchiò al suo vicino di banco delle elementari “Ach so! La prossima volta che mi rubi la merendina ti do l’ergastolo”.

Quando poco prima di morire Philip Dick visitò il set di “Blade runner” e si imbattè in Arnold, i due si guardarono a lungo ognuno pensando “Ma dove czz l’ho visto questo qua?”.

Quindi ci sono delle gran brutte avvisaglie per l’androide n. 2: la fuga dalle pagine del romanzo purtroppo non eviterà nè a lui nè all’altro superstite di seguire la sorte dell’androide n.1. Lo sforzo fatto per rincoglionire il mondo ha sventuratamente dei rinculi simili a quelli delle armi usate da Will Smith in Men in Black, e ogni perdita di informazione nel sistema-terra produce una analoga perdita di informazione nell’androide.

Pensate che la semplice creazione di Tele Alto Milanese ha fatto perdere a Silvio tutto d’un colpo sedici miliardi di bits, mentre la discesa in campo gli ha succhiato il 50% della dotazione mentale; le canzoni scritte con Apicella e il vulcano attivo nella villa in Sardegna non sono più atti ostili verso il Pianeta, ma avvisaglie del fatto che l’androide Silvio viaggia ormai col 5% della dotazione neurale del 1956.

Si calcola peraltro che la battuta “Non sono preoccupato per il debito pubblico americano. E’ abbastanza grande per cavarsela da solo…” abbia bruciato a Regan un numero di bit uguale al debito stesso.

Regan peraltro era dei tre il prototipo meglio riuscito, ha devastato l’economia americana e sparso pressapochismo e dilettantismo politico a piene mani ritirandosi dalla scena nel momento esatto in cui le sue risorse mentali erano ancora sufficienti per rilasciare interviste di senso compiuto; Berlusconi e Schwarzenegger hanno delle anomalie gravi che renderanno loro impossibile ritirarsi dalla scena politica prima che il loro stato di degrado emerga troppo vistosamente. Se avrete pazienza, vi godrete nel 2018 l’intervista che Schwarzenegger rilascerà in ologramma mondiale vestito da Conan il Barbaro e nel 2020 Apicella Presidente del Senato. Neanche Caligola era arrivato a tanto….

La felicità.

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Sembrerebbe tutto chiaro.

A parole siamo tutti d’accordo che felicità non è insediarsi nel nuovo attico in Piazza San Babila costato come un mediano di Lega Pro;

non è montare sulla nuova Station Wagon superaccessoriata con navigatore satellitare che ti avvisa perfino della vecchietta che sta attraversando la strada tre isolati più in là;felicita_00002

non è rimirare Parigi dall’ultimo piano dell’hotel cinque stelle dove il tuo capo ti ha inviato per seguire il convegno “Organizzazioni complesse e ricatti aziendali”;

Parma_697-09-36-30-8356non è entrare in una boutique a caso di Via Montenapoleone, partire per comprare un completino e finire con l’acquistare tutta la boutique e licenziare seduta stante le commesse;

non è gestire la vita degli altri senza saper gestire la propria (destino della maggior parte degli psicoanalisti di successo);imagesCAQ6U5B5

non è ricevere un David di Donatello alla carriera e vedere che nonostante i tuoi 63 anni le creature del sesso opposto ti si farebbero ancora tutte quante;

350px-Padova_Pratonon è andare in Brasile e con una modica spesa sui 20-30000 euro comprarti un bambino da adottare che corrisponde esattamente all’identikit che avevi in mente.

Si può essere felici anche poveri, disoccupati, malvestiti, con una macchina che perde i pezzi, basta che ci sia la salute:

si può essere felici anche ignoranti, emarginati, scansati e schivati fin dai vicini di casa, basta sentirsi belli dentro;

si può essere felici anche soli, senza prospettive, non contando niente, basta farsi buona compagnia da soli;

si può essere felici anche bastonati, umiliati, offesi, incompresi, fraintesi, ipertesi e neurolesi, basta sentirsi moralmente nel giusto.

 

OK, dichiaro il 14 dicembre 2012 giornata della buona fede e dei buoni sentimenti; per 24 ore illudiamoci che tutto questo sia vero e vediamo che effetto fa…

Oggi è Santa Lucia. Rilassiamoci con un classico del mio vasto repertorio.

La montagna del triplo dodici ha partorito il topolino di Sebastian Giovinco, maglia n. 12 di una squadra cisalpina di cui mi sfugge il nome, alto 1 metro e 12, che ha segnato il suo dodicesimo gol ufficiale con la suddetta compagine al 12° del primo tempo contro il Cagliari. Ha festeggiato con 12 strizzate di palle a Vucinic subito dopo il gol e 12 flutes di Asti Gancia negli spogliatoi.

Ciò detto, tenterò di deliziarvi riproponendo un vecchio post che potrebbe passare per nuovo se cambiassi dei nomi (che scoprirete da soli) che oggi voglion dire tra il pochissimo e il nulla assoluto, ma che invece non cambio per poter, insieme con voi, scoprire l’applicazione del celebre detto di Tomasi di Lampedusa “Occorre che tutto cambi affinchè non cambi nulla”.

E per S. Lucia regaliamoci un sorriso, e magari una nascente storia d’amore.

La Terra era osservata da tutte le parti dell’Universo: da Antares come da Vega, da Betelgeuse come da Sirio, da Aldebaran come da Alpha Centauri, da Zeta Reticuli come da Melone 3. Il piccolo pianeta blu  era  come  Monica Bellucci in un club di uomini molto ma molto soli: stimolava le voglie dell’Universo intero…

Solo che, altrettanto fondamentalmente, né i vermiformi di Antares, né gli ectoplasmi multipsichici di Vega, nè i fantasmoidi trascendenti di Betelgeuse, né gli anfibi karmici di Sirio, né le oloturie bivalvi di Aldebaran, né i sigmoidi asintotici di Alpha Centauri, né le ombre policrome di Zeta Reticuli e menchemmeno gli eliformi storitesi di Melone 3 possedevano un apparato genitale, riproducendosi tutti o per scissione o per partenogenesi, e quindi nessuno di loro poteva saziarsi della libidine di farsi la Terra con una sana e solida pugnetta. No! La Terra la volevano e la avrebbero avuta…..

ufo

Regass, a’ s pérta… (Lingua galattica d’ordinanza)

Messe in comune le rispettive conoscenze tecnologiche, gli alieni erano in grado di curvare lo spazio-tempo con una tecnica semplice ma efficace: facevano esplodere una quarantina di stelle minori in super-novae (con il suffisso –ae, son più d’una) producendo un calore inferiore solo a quello di Sesto San Giovanni in pieno agosto, quindi afferravano prontamente le due estremità dello spazio tempo e le ravvicinavano al ritmo di due anni-luce al secondo (grazie a una speciale deroga firmata da un bisnipote di Einstein davanti al notaio Ambrogio Rezzonico di Bellinzona): se erano in vena creativa facevano anche delle gale, dei nodini alla marinara, dei nodini di vitello,  dei nastri di Moebius per cui ti capitava di passare da Beta Cygni a Marina di Massa in una frazione di secondo per sbucare un minuto prima di essere partito nel bidè di La Russa. Un’astronave di Aldebaran è piantata da sei mesi al casello di Marotta-Mondolfo  e non riescono più a tirarla fuori per cui tocca proseguire per Senigallia…

Una volta ottenuta la configurazione spazio-temporale desiderata, grazie ad un’altra deroga firmata da un sedicente conoscente del portiere di una biscugina di Max Planck, veniva innescata una reazione nucleare retrograda dall’elio all’idrogeno che produceva una temperatura di –12000 Kelvin che raffreddava lo spazio-tempo dandogli la forma più opportuna. Et voilà…

George Bush picèn dormicchia nella Stanza Ovale sognando un trattamento all’altezza di un Presidente, ma purtroppo a leccargli le parti basse è solo il suo cagnolino. E si chiede: cos’ho meno di Clinton? E’ solo perché non so suonare il sassofono?

Quando ecco che entra come una furia scatenata l’afroamericana meno sexy del mondo, lo scuote per le spalle e gli dice “Mr. President, aliens approaching!”  Bush la scambia per una scusa per fare sesso con lui e la strapazza a lungo.

Sarkozy riceve all’Eliseo diciotto delle sue trentanove amanti, e quando il Ministro degli Interni irrompe urlando “Monsieur le President, parbleu s’il vous plait voulavant… Alieni in avviscinamonto…”, gli urla “Piantala di parlare come l’Ispettore Clouseau” e gli lancia due preservativi usati e molto pieni in mezzo agli occhi.

Prodi si sta abbuffando di erbazzone e di gnocco fritto largamente innaffiato da Lambrusco di Sorbara quando irrompe Sircana in trance, inseguito da quattro trans e fa un commento tranchant: “Romano, mentre stai qui che te la spassi ci sono  i marziani che stanno mettendo Roma a ferro e fuoco… Perfino i romeni se la stanno dando a gambe…”. Prodi gli vomita in faccia mezzo chilo di erbazzone e sviene.

E scene simili le possiamo immaginare in tutte le altre stanze dei bottoni del mondo, da Downing Street al Cremlino, da Piazza Tien An Men ad Alexander Platz, da Piazza Grande a Piazza Bellapiazza. Una delegazione di tutte le più feroci razze aliene sta invadendo la Terra e tutto quello che i nostri politici sanno fare è ignorare il problema e/o farsi invadere dal più totale panico.

Intanto il comandante Ashtar Shera 2 La Vendetta sta litigando col secondo Starman Waiting In The Sky perché il navigatore satellitare che Starman gli ha procurato va riprogrammato ad ogni cambiamento di sistema solare: “Hrunf?” urla Ashtar, che in Linguaggio Galattico Standard vuol dire “Animale, sei sicuro che fosse il modello più aggiornato che ci fosse sul mercato?” e Waiting risponde “Grugra strabiloff orianto triff tamaran swaizenstein chestaddì” che in Linguaggio Galattico Standard vuol dire “Claro que sì”.

Ma ahimè non è vero: su istigazione del revisore dei conti intergalattico Padua Explode, Waiting ha comprato un navigatore satellitare usato, taroccato e contraffatto al mercatino interstellare di Stargate Portese dall’androide sirio-trasteverino C6-Ceosai, che in perfetto slang siriano (nel senso di Sirio, non della Siria)  gli ha garantito “Ofainnà ettefatuttolù”, vale a dire “Ti fornisco le più ampie rassicurazioni sul funzionamento di codesto apparato”.

E così, mentre Prodi telefona a Sarkozy, Brown telefona a Putin, Bush telefona al papà (What am I to do daddy?), Berlusconi telefona ad Aznar che gli risponde “Cabron, no estamos mas al gubierno!!”, il meglio delle razze intergalattiche manca la Terra di un paio di parsec e si pianta con la sua mega-astronave nella pianura dei mandrilli di Andromeda. Va bene che non hanno apparati genitali, ma la cacca da qualche parte la devono pur fare… Tutto questo per la gioia sfrenata dei mandrilli. Una prece per questi sventurati…

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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