Paolo Candiani – La Bottega, il Magazzéno e la téra.

[Riassunto delle puntate precedenti: Paolo è un negoziante di una città dell’Emilia del nord-ovest che da alcuni anni è rimasto vedovo e sembra che la cosa non abbia fatto bene nè al suo morale nè al suo carattere.  Nella sua bottega non si fanno affari esagerati ma capitano un sacco di persone e fatti curiosi, compresi Eufemio Torelli e Gerard Depardieu. Ma lui non è che si senta solo, perché frena i sentimenti e preferisce non ascoltarli, però lo è. Di solito riesce a fare lunghi discorsi solo con le persone morte, a volte sapendo che lo sono altre volte pensando che dormono saporitamente. Oggi, in un sapiente flashback che neanche Sergio Leone, apprendiamo alcune cose della sua infanzia e adolescenza.]

Nell’infanzia di Paolo c’era il feticcio, il Moloch, il Leviatano della Bottega. Che poi, man mano che cresceva, perdeva spazi di mistero e diventava sempre meno enigmatico e sempre più praticabile e praticato.

Leviatano

Era un infernale paradiso dove si officiavano i riti pagani di un moderato e decoroso consumo: la Bottega era il prezioso e leale interfaccia fra la Terra e la massaia cittadina ormai lontana dalla Terra, ma che qualche memoria ne conservava o per nascita diretta in qualche borgo dell’hinterland, o quanto meno per la frequentazione di zii e nonni che vivevano ancora in diroccati cascinali della Bassa o della pedemontana, e per i più fortunati e romantici addirittura in pieno Appennino.

CampagnaLa Terra. Quante volte Paolo aveva sentito il babbo e il nonno che citavano questa parola. Alla fin fine volevano dire la campagna, ma siccome anche quando parlavano in italiano (e lo facevano sempre quando dovevano curare quelle che un bravo manager avrebbe chiamato “le strategie aziendali”, mentre riservavano il dialetto per le questioni più emozionali e che necessitavano più calore e meno precisione) traducevano di peso dal dialetto, il loro dialetto non comprendeva la parola “campagna”, ma solo “la téra”.

La téra. Quello spazio in cui Uomo e Natura rinnovavano quotidianamente la loro santa alleanza e sapevano che non si sarebbero mai traditi.

S. CrocePoi c’era la città. Una città di quel prolungato dopoguerra che sembrava non dovesse finire mai, quasi per non mettersi troppo avanti col lavoro che tanto ne sarebbe arrivata un’altra, prima o poi. Una città dove non c’erano ancora le sirene degli antifurto ma tutti se ne ricordavano altre, di sirene. Una città che però era  comunque  un tradimento alla téra, perché la ricopriva, la violentava, la rivestiva di un abito di catrame e cemento che le rubava tutta la bellezza.sale

Ma nella Bottega, quella Bottega che resisteva da molto più di un secolo, da quando per andare a Milano ci voleva il passaporto, la città scompariva. Era uno spicchio di campagna in mezzo ai palazzi e al cemento, e anche nel 2000 sarebbe stata un tempio, un’istituzione, una cattedrale.

E dietro la bottega, separato da una rampa di scale, gli ancora più grandi misteri del Magazzèno. Che i cittadini chiamavano magazzino con la i sostenendo che fosse più corretto. Non era più corretto. Era un’altra cosa, un’altra idea.

grossisti_alimentariPoi c’era il rituale, il lunedì mattina e il giovedì pomeriggio, del giro dei fornitori: alcuni erano degli enormi magazzini con la i, moderni a struttura aziendale, dove procurarsi tutte quelle cianfrusaglie che gli avventori occasionali pretendono, i sottaceti, le sardine sott’olio, la pasta Barilla con le figurine dei calciatori in regalo, e il nonno li chiamava “grossisti” con un tono severo, e dopo aver pronunciato quella parola si puliva sempre la mano destra sul grembiale, rigorosamente con la a perché quello con la u era quella roba ridicola che Paolo doveva mettersi per andare a scuola.lineaaceto

Ma la maggior parte vivevano in cascinali diroccati dove si producevano formaggi e salumi col minimo indispensabile di macchinari e tantissima fatica e attenzione, e quelli vendevano solo a Candiani perché gli altri non capivano niente, conservavano male le caciotte che quando le mangiavi stavi in bagno due giorni di fila, e i prosciutti li tenevano esposti alla luce e al calore che quando li andavi a tagliare veniva fuori un odore di marciume che al posto di resuscitare i morti (come sarebbe dovuto succedere) ammazzava i vivi.

6246507038_d284d07fb3E poi, sui primi contrafforti dell’Appennino, c’era una piccola miriade di geniali distillatori dalla ricetta segreta. Tanto segreta che quasi nessuno conosceva i trucchi della lavorazione nella sua completezza, si favoleggiava che i vari partecipanti alla preparazione (che poteva richiedere, compreso il periodo di riposo/stagionatura del liquore, settimane o mesi) conoscessero solo il segmento produttivo che li riguardava direttamente, ignorando del tutto i segmenti precedenti e successivi.imagesCA3TBLOB

Un litro di nocino artigianale poteva costare ai Candiani anche 20.000 lire, e poi in negozio il prezzo poteva lievitare indefinitamente perché si andava a trattative private, aste, incanti, opzioni e prelazioni d’acquisto che sembrava di stare al calcio mercato come Paolo lo leggeva sulla Gazzetta, le bottiglie più pregiate valevano quanto un motorino nuovo, quelle così così come un motorino usato ben tenuto.

imagesCAPSUVRPE poi c’era il rituale dell’affettatura dei salumi rigorosamente fatta a mano: per affettare un salame di Felino il nonno studiava per una trentina di secondi la grana esterna della pelle per decidere l’angolatura corretta del coltello, e riusciva a produrre delle fette incredibilmente lunghe ma soprattutto, della stessa identica lunghezza e spessore.

Poi le incartava con soave maestria nella carta oleata con i gesti veloci e apparentemente semplici di un maestro di origami. Infine, con pazienza e precisione, spiegava al cliente quale lembo del pacchetto andava tirato perché la carta si dispiegasse quasi animata da moto proprio. Tirando altrove, il pacchetto si sarebbe immondamente lacerato e magari (orrore!) una o più delle fette avrebbero perso la loro perfezione quasi atarassica.

Mentre lo specialista dell’affettatura manuale del prosciutto era il babbo che prima di cominciare l’operazione rivolgeva una breve preghiera (sottovoce, ma Paolo percepiva il leggero movimento delle labbra e un contenuto ansimare) al santo patrono. E il santo lo proteggeva, perché venivano delle fette che erano un’opera d’arte, e nessuno si lamentava del tempo che ci voleva.6431574-chef-affettatura-jamon-prosciutto--lo-spazio-di-copia-profondita-di-fuoco-superficiale

Alla morte del nonno, la Candiani s.n.c.  dopo due rituali giorni di chiusura per lutto, vide una fondamentale promozione di Paolo, che ora passava da mansioni generiche di supporto un po’ alla cassa un po’ alla tenuta magazzéno a quelle assolutamente specifiche di braccio destro del babbo.

“E se vuol venire anche la Cosa, là, che mi sembra che sia a spasso…”. “Si chiama Francesca, babbo, e non è a spasso, fa la Seconda Superiore.”. “E allora té ci dici alla dottoressa Curì che se vuole un futuro garantito intanto impara il mestiere, e un domani che siete sposati non faccio mica come il nonno, me ne vado in pensione e la Bottega me la portate avanti voi che tranquilli che vi renderà sempre”.

E Paolo aveva fatto finta di niente ma avrebbe voluto saltare per la bottega come uno scimpanzè. Ma poi nel giro di una mezz’ora si era calmato.

(continua)

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6 Risposte

  1. Uno squarcio aperto sulla vita del Candiani. Bello e molto istruttivo! Alla prossima! Ciao

    1. In effetti ci sono anche squarci istruttivi, tipo ricordare agli imbranatelli (o ai non emiliani) che il salame si taglia obliquamente altrimenti vengon fuori delle fette da fame in India. Spero che da questi conati letterari si alzi un effluvio trascinante di incondizionata emilianità, e tanto mi basterebbe.

      Un sincero devoto abbraccio.

  2. Il livello del primo romanzo a puntate ufficiale di ‘Rinaldoni in campo’ letterario, dopo i due più che promettenti esperimenti precedenti, si mantiene alto.
    Compaiono ancora echi pirandelliani (l’osservazione dell’impacchettamento minuzioso ed esperto mi ha ricordato ‘L’uomo dal fiore in bocca’), senza che questo diminuisca l’originalità dell’ispirazione di questa Recherche.
    Questa volta mi è difficile calarmi nel ruolo di critico, anche perché sono coinvolte le mie stesse radici (i miei genitori si conobbero, agli inizi del dopoguerra, nella salumeria di mio nonno, dove mia madre faceva la cassiera); posso giusto consigliarti di non esagerare con l’esplicitare ragionamenti sull’uso dei termini, per evitare che l’autore invada il campo della caratterizzazione del/dei personaggi.

    1. L’aspetto catartico resta ancora dominante nella stesura di codesti modesti pezzulli.
      Quando riuscirò a passare dalla rima “codesti modesti” a “quei bei” proverò una forte emozione con principi di incontinenza urinaria, emozionale, cogitativa e verbale. Nel frattempo l’amichevole apprezzamento dell’Hemingway delle Due Torri, del Tolkien del Sàvena, del Giorgio Bocca di San Petronio, mi è del tutto sufficiente e bastevole. Evviva!!

  3. Molto succintamente: ogni parola è viva, e allunga braccia fuori dallo schermo e ti cattura.

    1. Dove mi porterà il buon Paolo lo sa solo lui. Non dico altro.

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