Paolo Candiani alle prese col trascendente.

Dio1

Dio è il concetto attraverso cui misuriamo il nostro dolore (John Lennon, God)

Ma tu ci sei? Sì, perché tanto che invecchio mi vengono delle brutte idee, e ne volevo parlare con te, che mi sembra non ce ne siano altri alla tua altezza.

Certo se non ci sei è fiato sprecato, lo capirebbe anche un bimbo dell’asilo che se non ci sei non è che mi puoi rispondere “No, figliolo, non ci sono e per favore non mi disturbare più.”. Ma alla fine non è fiato sprecato comunque, anche perché io ti parlo col pensiero che secondo me non si consuma mai, anzi sai che ti dico, più ce n’è e meglio è.

Però un attimo… Il mio, di pensiero, a volte mi fa male e se ce ne fosse meno nella mia testa, di quel pensiero lì di quella materia lì non è che sarebbe una brutta cosa. Più mi fa male, il mio di pensiero, più cerco di mandarlo via e vorrei essere più scemo di quello che già sono di mio. Ma quando gli chiedo di andarsene, di lasciarmi in pace per un po’  lui mi sta ancora più addosso, veh proprio come un brutto male, che però preferirei avere quello che c’è una qualche speranza di cura e comunque o muori o guarisci, non è che te ne stai una vita intera a combatterci, lì non c’è zero a zero che tenga, o vinci tu o vince lui.

Ma per i cattivi pensieri non c’è una cura. Dimmi, tu che se ci sei sai tutto, è un peccato come pensare a una donna nuda quello che a volte scappa pensato a me,  che noialtri viviamo una vita senza senso e quando ci pare che il senso ci sia è solo perché ce la contiamo? O magari peggio che pensare a una donna nuda, perché se penso così è come se dico che non ci sei o, peggio ancora, che ci sei ma te ne freghi alla grande.

Il nonno diceva “Aiutati che Dio t’aiuta”, ma io oggi come oggi non lo so come aiutarmi. Ci sarà ben un punto da cui incominciare. Ecco, se il famoso aiuto che diceva il nonno tu me lo dai prima invece che dopo, allora sì che mi serve. Se mi dai un qualche segno a modo tuo, poi guarda che il resto del lavoro me la strigo da per me che io son fatto così.

Non pretendo un segno tipo miracolo, i preti mi hanno spiegato che se vuoi (ma sempre se vuoi, eh, s’intende…) puoi farmi trovare la soluzione che mi sembra d’esserci arrivato da solo, ma poi io dopo un attimo di riflessione capisco che ci deve per forza essere il tuo zampino e allora mi consolo che dico “Allora lo vedi che c’è?”.

Perché io da solo non so mica se ce la faccio. Guarda che non è per i soldi… Da quando non c’è più la Francesca non ho neanche voglia di spendere, mangio la roba che non riesco a vendere e saranno sei anni che non vado a mangiare fuori.

Pagato l’affitto, le bollette, quel po’ di tasse che la bottega va anche male e la signora Irina che mi fa le pulizie e a volte cucina ma solo il mezzogiorno non metto da parte un pio anzi qualche volta il direttore della banca minaccia di sospendermi il fido, bella forza me lo dai quando mi serve fino lì e me lo togli quando mi fa più comodo, ma campare campo.

Dicevo, se non ti ho già bello che fiaccato, che da solo non ce la faccio più perché ci sono questi pensieri che mi ronzano in testa e non trovano l’uscita.

Quando c’era la Francesca lei capiva al volo quando ero giù di corda e mi diceva la parola giusta se ce l’aveva, se no stava zitta ma non ha mai detto delle cose che mi facevano peggiorare il magone e io pensavo “Ma quella donna lì è una maga! Come faceva a saperlo che era proprio la cosa giusta  da dirmi?”.

Quando poi è morta io non ero pronto, avesse avuto una malattia che i medici a lei non dicevano niente ma a me spiegavano la rava e la fava mi preparavo, ma così sono rimasto per dei mesi convinto che c’era ancora ma c’era poco da illudersi. Allora mi sono accorto un po’ oggi un po’ domani che non avevo amici, non avevo interessi oltre alla bottega, e che in casa non sapevo fare niente, neanche cambiare una lampadina o sistemare lo sciacquone del bagno quando saltava via il galleggiante, che anche a quelle robe da maschio ci aveva sempre pensato lei. Figurati che una volta ho chiamato l’elettricista perché era saltato il salvavita e io a malapena sapevo che c’era quel bagaglio lì.

E il bello è che continuo ad andare a messa, a confessarmi e a comunicarmi ma in quelle cose lì è come se tu non ci fossi, ma forse tu ci sei ma io non me ne accorgo.

Alla fine lo so com’è la fola, che se ci credo allora ci sei, e se non ci credo non ci sei. Quindi alla fine un po’ lo decido io.

Allora guarda, per me te ci sei. Perché se non ci sei non vale proprio la pena di vivere.

O magari sei tu che intanto che ti parlo apparentemente non mi rispondi ma mi metti dentro un po’ più di fede che il Candiani ci ha bisogno di un bel tagliando che dopo riparte.

E poi lo so che c’è il libero non mi ricordo cosa, che è come se tu dici “Tu fai come ti senti che se ci arrivi da solo va bene, se te lo devo spiegare io non vale niente”.

Ma il fatto è che a me non interessa molto di cosa mi succede quando muoio, se tu fossi appena un po’ severo il Paradiso sarebbe vuoto e magari davvero ci arrivano in pochi, vorrei stare un po’ meglio adesso, senza far star male gli altri che lo so che quel modo di star bene tu non è che sei troppo d’accordo.

Star bene io intendo la serenità, sentirmi un po’ utile, insomma che sto al mondo per un motivo valido e non per l’aria che tira.

Sto meglio. Abbastanza meglio. Alla prossima eh? Perché ci devi pur essere. E scusami se non mi so mica tanto esprimere. Ma se non capisci neanche tu allora stiamo proprio freschi.

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10 Risposte

  1. Lo sfogo di Paolo è uno sfogo universale, che tutti quelli che ora stanno male possono adattare a se stessi. Lo trovo commuovente, pieno di umanità e speranza. La speranza, da lì si ricomincia e lasciatelo dire da chi ne deve avere molta! Un abbraccio a Paolo. Ciao Riri52

  2. Ho prestato al Paolone alcuni dei miei dubbi, che lui ha espresso in modo meno aulico ma forse più incisivo di quanto io stesso non avrei fatto.

    Guardo con curiosità il profluvio di commenti sul precedente post totalmente improvvisato e il vuoto (che tu per fortuna hai riempito con bella pregnanza) su questo e forse mi sfugge qualcosa.

    O forse no.

  3. Se lo sfogo di Paolo è universale….c’è poco da dire! Vedrai che i commenti arrivano. Ciao Riri52

  4. Una pagina splendida, piena di poesia autentica, quella che fa vibrare come in un sortilegio delle corde interiori.
    Il criticone questa volta si tace e si complimenta.

    1. Le critiche sono sempre le benvenute visto che, alla tenera età di 55 anni, mi sento uno scrittore in erba e assolutamente perfettibile ma, come direbbe Catalano, meglio un complimento incondizionato che una critica sia pur motivata. Quindi grazie.

  5. Posso far mie le parole del commento di Franz e aggiungerne poi altre.

    A volte mi capita, leggendo, di sentire l’impulso di abbracciare un personaggio. Ecco, è questo impulso che ho sentito, leggendo il nuovo capitolo. Mi è venuto l’impulso di abbracciare Paolo, di rispondere al suo “Perché io da solo non so mica se ce la faccio” e dirgli:ci sono io, ci siamo noi.
    Il linguaggio che utilizzi, quello stile solo apparentemente povero, l’inserire parole dialettali, così vive, fanno di questo testo un piccolo capolavoro poetico e filosofico, che, alla fine, parla di, e parla a, tutti noi, che cerchiamo di dare un senso a una vita che senso non sembra avere. La descrizione che Paolo fa della sua esistenza, dopo la morte di Francesca, è così realistica e struggente da far piangere. Attraverso piccole cose, attraverso le sue piccole mancanze, le sue inadeguatezze, ci mette davanti alla sua solitudine, molto più che se tu avessi scritto di come lui si sente dentro. È così che un bravo scrittore deve fare: mostrare attraverso le azioni, i gesti del personaggio, il suo stato d’animo, non descriverlo. Non sono brava a fare recensioni, forse non sono brava a cogliere i punti essenziali di una narrazione, le mie impressioni di lettura sono sempre di pancia. Mi spiace, quindi, di non essere in grado di scrivere un’analisi più profonda come il testo meriterebbe.

    Una cosa buffa: ieri sera ho pubblicato un vecchio post, in cui si parla di una bambina che parlava con il suo Angelo Custode. E ora, qui, trovo Paolo che parla con Dio. Ancora una coincidenza.

    1. Tu sai già, probabilmente, che è mia antica convinzione che le opere che quanto meno si sforzano di essere artistiche (e se un po’ ci riescono è meglio) quando abbandonano il loro autore e cominciano il viaggio nel mondo è come se fossero state “partorite” e vivono di vita propria, ed è come se l’inconscio dell’autore scivolasse su quello del lettore (in questo caso, altrimenti dell’ascoltatore, osservatore, non uso la parola “fruitore” perché mi sembra francamente bruttina).

      Possono arrivare dei feedback critici che ovviamente hanno sempre una loro potenziale utilità, ma può essere prezioso anche un giudizio positivo, non solo a livello narcisistico ma anche cognitivo. Perché, come nel tuo caso, mi aiuta a scoprire nella costituenda “saga” (parola che qui uso ovviamente con intenti affettuosamente autoironici mentre per Eufemio la parola poteva starci in tutto e per tutto) di Candiani Paolo quello che ho messo quasi senza saperlo.

      E siccome la scrittura (ne abbiamo discusso più volte anche di persona) è un complesso intreccio di spontaneità e tecnica, le cose che ti riescono quasi come in una jam session, la volta dopo possono trovare un loro spartito ufficiale. Anche se non è automatico che in questo secondo caso funzionino meglio. Ma, come dire, la strumentazione si amplia e questo va sempre bene.

      La tua analisi quindi è, oltre che lusinghiera, un utile e dettagliato feedback del quale ti sono veramente grato.

  6. Un dialogo con l’Onniponte, un silenzioso monologo che va alla ricerca di risposte, una verifica sulla veridicità dell’esistenza divina. Il dolore porta a questi interrogativi e sempre il dolore cerca consolazione; si è più fragili quando si soffre e credo che come Paolo tanti hanno una reazione così e si rivolgono alla sfera celeste. Anche quando neghiamo l’esistenza di Dio, dinanzi al dolore ci rifugiamo in Lui.
    Bellissimo scritto, molto introspettivo e pregnante.
    un caro saluto
    annamaria

    1. La religiosità di Paolo è un curioso intreccio fra la superstizione e la filosofia: nella sua profonda ignoranza almeno non è arrogante (perché ignoranza più arroganza compongono una miscela tossica per il resto dell’umanità) e cerca di capire.

      Se potessi dargli un consiglio (ma come certamente anche tu sai, e Pirandello sapeva perfettamente, i personaggi sono testardi, protervi e pretenziosi, per cui alla fine devi raccontarli come ti dicono loro) gli direi di cercare Dio un po’ più dentro di lui e un po’ meno nell’alto dei Cieli. Ma, appunto, non credo proprio che mi ascolterebbe.

      Forse un Dio trascendente gli fa più comodo di un piccolo Dio immanente e personalizzato che c’è dentro di lui ma lui non sa riconoscere.

      Un abbraccio.

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