Chissà chi lo sa chi era Febo Conti.

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Per oggi ti sembra di aver onorato il tuo sodalizio con la Rete: hai aggiunto un’altra puntata alla minimalistica saga di Paolo Candiani, ti sembra che sia venuta fuori di una qualità tale da non dovertene vergognare.

Sembra ci sia tempo e modo di pensare ad altro e di fare altro, sempre ammesso che succeda. Poi sfogli distrattamente un giornale e ti colpisce ad altezza d’uomo la notizia che Febo Conti ha ultimato quello che Franco Battiato definirebbe “il transito terrestre”.

FEBO%20CONTI%20CAROSELLOE ci resti male. Non tanto e non solo perché Febo se n’è andato, ma molto di più perché (come tantissimi altri) ti eri quasi dimenticato della sua esistenza in vita. Condannato da un cognome molto comune e diffuso per tutta l’Italia, un paese oggi con le pezze sul culo ma che straripa di Conti, Baroni, Visconti, Torri, Castellani almeno a livello onomastico, oggi Febo viene confuso con Carlo (che non è degno neppure di allacciargli le scarpe) o quanto meno con suo padre, la sua fama è sicuramente stata oscurata anche dalle strepitose gesta di Bruno Conti, il primo a brevettare l’assist col contagiri per il quale la punta destinataria vede impressa sul pallone  la scritta “Basta spingere”, o dal di lui figlio Daniele mirabile esempio di attaccamento alla maglia del Cagliari nonostante reiterate offerte dal continente, in questo secondo solo a Gigi Riva.FEBO%20CONTI%203

I più giovani possono perfino confonderlo con Ugo Conti, attore che sta al talento interpretativo come Polifemo allo strabismo ma essendo amico d’infanzia di Diego Abatantuono è come se avesse vinto alla lotteria di Capodanno, o con Roberto Conti eroico gregario del pirata Pantani.

Febo, come Daniele si è legato a una maglia, si è legato a una trasmissione per 13 anni  evitando scorribande per l’etere (che peraltro ai suoi tempi erano meno comuni e non è che non ci si inflazionasse per sagace scelta strategica, c’erano due canali che per quasi metà delle 24 ore ostentavano il monoscopio e  se avevi una buona trasmissione te la facevi bastare).

FEBO%20CONTIE la sua era buonissima. Era quel “Chissà chi lo sa” che, con Cino Tortorella in cabina di regia, e con qualche indulgenza verso il nozionismo che a quei tempi non veniva bollato come retrivo e reazionario (oggi ci sono dei laureati che pensano che Corradino di Svevia fosse svedese), promuoveva l’amore per la cultura e per il buon senso presso le giovani generazioni.

Febo e la sua trasmissione avevano preso sotto braccio una Rai ancora bambina e l’avevano condotta alla maggiore età, tra il 1961 e il 1974. Una Rai, pur nella sua veste abbastanza conservatrice e bacchettona,  portatrice di grande qualità (basti ricordare gli sceneggiati televisivi che non rincorrevano la vita dei personaggi famosi come le “fiction” del Terzo Millennio ma rivisitavano i capolavori della letteratura, dai “Fratelli Karamazov” alla “Cittadella”, dal “Mulino del Po” a “La coscienza di Zeno”) e di trasmissioni di immediata evidente utilità (la leggendaria “Non è mai troppo tardi” del maestro Alberto Manzi che alfabetizzò qualche milione di Italiani non di primissimo pelo) perché, in regime di monopolio pressoché esclusivo (la concorrenza di Capodistria e della Svizzera Italiana non era troppo preoccupante) non doveva utilizzare l’audience (taroccato o meno) come unico indice di validazione.FEBO%20CONTI%202

Si era ritirato ( o, come lasciò signorilmente intendere con garbati giri di parole privi di vis polemica ma gonfi di tristezza, era stato silurato) quando la Rai stava drasticamente cambiando volto, in virtù dell”assalto concentrico dei partiti (che negli anni ’70 ne scoprirono improvvisamente il potere propagandistico e persuasorio occulto) e prima che la competizione con le televisioni commerciali la rendessero un immondo inguardabile carrozzone, laddove le televisioni di Berlusconi sembrava, in una prima fase, che proponessero un linguaggio nuovo e rivoluzionario degno di apprezzamento contro il conservatorismo statalista. Non era così neppure allora, figuriamoci ora che il loro padrone è sceso in campo e non se ne va più.

023546569-492d4eab-ed65-4e8d-838e-bf851c49c730Mette tristezza sapere che tutte le registrazioni delle puntate di “Chissà chi lo sa”, come tanti altri programmi storici di quegli anni, sono state mandate al macero o cancellate per sovrapporvi nuovo materiale più à la page. Non si sa quanto per ottusità e quanto per perfidia.

Resta fra storia e leggenda il merito di aver “scoperto”, ben prima del suo esordio televisivo, e quando lavorava come impresario teatrale e talent scout, Dario Fo e Alighiero Noschese, cosa della quale Febo non era solito vantarsi pubblicamente (alla Pippo Baudo, per intenderci, che a sentir lui ha scoperto mezza televisione italiana) ma molti gli riconoscono.

Quanti di voi invece sanno (anch’io l’ho scoperto solo un paio d’ore fa) che Febo era stato fra gli ideatori di Gardaland, e direttore del parco dal 1975 al 1980.

Un po’ come Lelio Luttazzi, anche Febo, una volta chiuso il suo rapporto con la Rai (per lui in maniera meno drammatica ma forse non meno dolorosa) aveva scelto il basso profilo e, salvo una breve apparizione con una piccola rubrica dal tenero sapore animalista allo spirare del millennio, aveva fatto molta radio, ma quasi tutta in Svizzera, e probabilmente da uomo poco appariscente ma molto concreto aveva saputo non sperperare il piccolissimo gruzzolo che si era messo pazientemente da parte senza bisogno di fare patetiche apparizioni da vecchia gloria per pure finalità di sussistenza economica.

L’ennesimo pezzo di un’Italia che amavamo in tanti viene consegnato alla storia.

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8 Risposte

  1. Ho ascoltato la notizia ieri al telegiornale e non riuscivo a rammentare chi fosse, mentre la sigla la ricordo, forse è un motivetto che hanno trasmesso altre volte.
    La televisione del passato era genuina, senza fronzoli perché la gente era semplice e non aveva molte esigenze; i tempi erano diversi, poi tutto si è complicato e politicizzato, ahinoi! Non sapevo che Fabio Conti fosse stato l’ideatore di Gardaland e che avesse continuato l’attività di speaker presso la radio svizzera, molti italiani del mondo dello spettacolo vanno altrove e tanti stranieri vengono da noi, c’è un ricambio o forse perché l’italiano è tanto esterofilo?

    Buona serata, un caro saluto.
    annamaria

    1. La televisione di cinquant’anni fa o giù di lì era semplice nella logica ma abbastanza raffinata nella confezione: nel mio post ricordavo i numerosi sceneggiati (e ho dimenticato “I promessi sposi” con Paola Pitagora e Nino Castelnuovo, così come Nero Wolfe, Maigret, David Copperfield e tantissimi altri) ma gli stessi programmi di intrattenimento e di varietà erano di altissima qualità e di stile impeccabile.

      Non c’era teledipendenza: il televisore era un normale elettrodomestico e non un feticcio, una gradevole risorsa e non il signore incontrastato delle serate di molte famiglie (che commentando i programmi almeno avevano un argomento di conversazione).

      Buona giornata e buona vita.

  2. A me la notizia l’ha comunicata il mio più vecchio amico, tramite un breve messaggio su Facebook, a cui è seguita una nostra piccola conversazione.
    Disappunto e tristezza, nel perdere un altro punto di riferimento del mio passato remoto, che mi riporta a quelle piccole oasi solitarie, il sabato nel tardo pomeriggio, in cui trovavo molta più serenità che nel resto della travagliata vita quotidiana degli anni della crescita.
    Quanto scrivi sulla longevità di quella trasmissione mi ha stupito: avrei detto che fosse durata non più di cinque anni.
    Comunque sempre piacevoli e condivisibili i tuoi pensieri retrospettivi.

    1. Alla fine, e specie quando è da un po’ di tempo che non si hanno più 20 anni, la morte di un vecchio amico (magari perso di vista quasi definitivamente, ma che nell’occasione ti torna tumultuosamente alla mente) ti porta a considerazioni che vanno ben oltre la sua scomparsa.

      Quando poi il vecchio, caro amico ha attraversato quasi per intero i ’60 valicando anche gli anni della crisi energetica con i programmi che si concludevano alle 21.30 e le domeniche rigorosamente a piedi o in bici, arrestandosi alle soglie degli anni di piombo, le cose da ricordare e da raccontarsi sarebbero talmente tante che raccatti su le prime che ti vengono in mente e alla fine vanno bene un po’ tutte perché la memoria è come l’oceano di silenzio di Battiato, “senza centro nè principio”.

      Se la Rai fosse riuscita a restare servizio pubblico di qualità com’era stata nei suoi primi anni, credo che “Chissà chi lo sa” avrebbe potuto battere tutti i record di longevità. Così non è stato.

  3. Me lo ricordo Fabio Conti e il suo ” chissà chi lo sa” io rispondevo alle domande cercando le risposte esatte. Considerato che sono un tipo curioso ascoltavo tutto e assorbivo come una spugna. Poi lui è sparito e io sono cresciuta. Strade divise! Un salitone e grazie per un ricordo di gioventù! Riri52

    1. Sperando che dopo il salitone ci sia una leggera discesa “così che il corridore stanco si riposa”.

      Nella magistrale invenzione del bolognese d’adozione Cino Tortorella c’era quel tanto di nozionismo che allora non faceva scandalo, ma anche una competizione leale e sportiva, uno stimolo all’ingegno e al buon senso, e soprattutto una cosa di cui Febo Conti (che era abbastanza modesto, lui che aveva “scoperto” Alighiero Noschese e Dario Fo e io l’ho scoperto adesso) non riusciva a non vantarsi: dei ragazzini delle Medie venivano trattati “da adulti” senza bamboleggiamenti vari.

      Una Rai minimamente libera dalla lottizzazione partitica (giustificabile e quasi auspicabile per quello che concerne un’informazione pluralistica, disastrosa per le trasmissioni più o meno “di intrattenimento”) non si sarebbe mai liberata di un professionista serio e amato dal pubblico come Febo sicuramente era. Poco capace, però, o così siamo costretti a immaginare, di fare anticamera nelle sale d’attesa dei funzionari Rai per perorare la sua causa e/o di schierarsi politicamente per trovare una protezione “di parte”.

      I ricordi di gioventù fanno male e bene insieme, ma un po’ più bene che male, quindi alla fine ben vengano.

      Un abbraccio.

  4. Mi ricordo bene sia Febo Conti, sia Chissà chi lo sa. E la sigla, che ogni tanto mi torna in mente, perché legata al ricordo di un ragazzino mio amico che invece di cantare “Ma chissà chi lo sa, dov’è nato Ali Babà”, cantava “Ma chissà chi lo sa dov’è andato il mio papà”, dato che il padre scompariva spesso.
    Me lo ricordo in bianco e nero, Febo Conti, me lo ricordo su uno schermo che ogni tanto faceva le righe, e allora bisognava alzarsi e dare una bottarella neanche tanto dolce all’apparecchio e l’immagine tornava. E mi vien da pensare, proprio ora che sto scrivendo, che quelle righe erano uno spettacolo migliore di quello che ora ci propina la televisione. Televisione, quella di allora, un po’ censoria, un po’ bigotta, ma anche grande propagatrice di cose eccellenti. Un esempio era senza dubbio la TV dei ragazzi, sostituita poi, negli anni che verranno, dai cartoni animati giapponesi, violenti e diseducativi. E poi gli sceneggiati (che tu citi) sostituiti ora dalle “fiction” , che meritano del tutto il loro nome: infatti lì è tutto finto, dalla finta, inesistente recitazione, ai finti dialoghi, alle finte, banali, stucchevoli storie E anche una trasmissione che, si direbbe oggi, era un mero contenitore di spot pubblicitari (reclame, si chiamavano allora) come Carosello era una delizia. Oggi dobbiamo sentire una signora che teme di entrare in ascensore quando ci sono altri…
    Noi che non siamo più giovanissimi (e io non lo sono, soprattutto), rimpiangiamo giustamente Febo Conti (un po’ meno, io, Cino Tortorella, perché pare che non fosse una persona gradevolissima, nella vita) e gli sceneggiati, e i varietà del sabato sera, quelli con Mina e Walter Chiari e il Quartetto Cetra e quanti altri. Chissà se i ragazzini e i ragazzi di oggi, fra trenta, quarant’anni rimpiangeranno Fabio Volo e la Clerici e il Grande fratello? Ma sembra che i ragazzi, oggi, non guardino più la Tv. Quindi la mia è una domanda senza risposta.
    Se n’è andato un altro frammento della mia adolescenza. Ormai, non ne rimangono più tanti.
    Ciao, Luca. E scusa il lungo commento.

    1. I commenti lunghi infastidiscono molti bloggers che vorrebbero ridursi a un “Bravo. Grazie” di petrolinesca memoria, ma io, scusate, non mi lego a questa schiera (morrò pecora nera).

      Cino Tortorella persona sgradevole nella vita privata, forse come Stefano Benni, mentre Bergonzoni e Nori sono persone con cui passeresti volentieri una serata. Bologna ombelico di tutto, nella sua relativa piccolezza quante vite ci passano e magari ci si fermano (ma Nori mi ci gioco il conto in banca che passa la vecchiaia a Parma e si fa seppellire in Villetta).

      Parlare di Febo Conti, pudicamente scomparso quando la Rai se n’è scandalosamente liberata, significa sfiorare le corde più toccanti e commoventi del nostro splendido passato di bambini e ragazzi, che fa pendant con la nostra ondivaga vita di adulti.

      Potremmo sederci al Roxy Bar davanti a un vascorossiano whisky e parlarne ancora per ore.

      Questi lunghi commenti ti trainano nello strano mare della blogosfera, che a volte sembra un minimalistico Adriatico (profondità massima 36 metri fra Ancona e Spalato), altre volte un procelloso Oceano Pacifico.

      Le vele si gonfiano, il viaggio continua.

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