Archivi Mensili: gennaio 2013

Incontro con un grandissimo.

 

Pierfrancesco Galli parla di moduli calcistici, di passaggio dal sistema al metodo, di una partita di calcio medici-infermieri in cui lui giocava da libero, parla di sartoria, di cucina, racconta una sua tragicomica avventura quando, da giovane psichiatra, si trova a dover fare un colloquio con una attempata caratteriale abbastanza pericolosa di Ischia, sembra che si distragga e qualcuno borbotta “E’ l’età”, poi all’improvviso quella che sembrava una divagazione gratuita e un po’ alzheimer-style si rivela come una digressione indispensabile per un fulminante affondo dialettico.

Il luogo è la nuova sede della Feltrinelli di Parma, un luogo dove corpo e mente si danno allegramente la mano, i libri sono affondati in mezzo a mille delizie gastronomiche da asporto e da consumo in loco, fino al punto che qualcuno dice che i libri per alcuni sono quasi un sovrappiù, può darsi che per qualcuno sia vero ma per tanti altri (quorum ego) il matrimonio è riuscito e tutt’altro che contro natura. L’occasione è la presentazione del libro “Psicoanalisi in trincea”, una raccolta di contributi sulla vexata quaestio “Si può fare psicoterapia nel Servizio Pubblico” che allarga l’angolo visuale a un parallelo fra la colta e spendacciona Italia e l’empirica, pragmatica, sostanzialmente sempre un po’ thatcherian-churchilliana Gran Bretagna a cui il Professore ha regalato il saggio iniziale.

Il prof. Galli sembra confabulare e invece affabula. Vedete, cari amici, a volte basta cambiare un prefisso e c’è uno slittamento semantico totale, il problema è solo se sei tu che controlli la fabula (affabulazione) o se è la favola che controlla te (confabulazione). E’ un po’ come quando vorresti fonderti con la persona amata, o con una religione o ideologia (che forse è la stessa cosa) e invece ti con-fondi, e quella che poteva essere una cosa bellissima diventa una cosa orrenda.

Il prof. Galli ha parlato, quasi con affetto ma comunque non era un complimento, di una Parma invidiosa e un po’ pettegola, scenario che favorisce l’emulazione e la competitività, ma che lascia spesso soli quelli che non sanno costruirsi con una certa sapienza alleanze e collusioni. Una Parma nella quale lui scendeva da Milano ogni martedì nella seconda metà degli anni ’70 per formare una incredibile generazione di operatori sociosanitari che confluivano nell’ombelico del Norditalia (come ogni buon parmigiano considera la sua città, ma la geografia gli dà in parte ragione) da tutto il resto della nazione. 

L’edificio della sua affabulazione è talmente complesso (le singole parole sono semplici, ma è la loro scansione che crea geometrie non euclidee) che alla fine, quando Maria Zirilli (è la prima volta che la vedo sinceramente emozionata) chiede se ci sono domande, tutti si guardano e tacciono.

E in quel momento la Parma competitiva e invidiosa un po’ maligna di cui sopra si vede tutta: la Parma che odia Paolo Nori perché non parla della città col dovuto rispetto per la sua noblesse  e ne parla come di una rezdora un po’ sfatta e non come di quella nobildonna che Ubaldi e Vignali seppero raccontare beccandosi un sacco di voti per poi farsi i propri santi comodi (loro sì confabulando, ma questo è un altro discorso); la Parma che Bevilacqua ha mostrato ai tavolini del secondo piano del Caffè Orientale che studia dall’alto il passeggio per Piazza Garibaldi e Via Cavour traendo auspici preziosi per il futuro da chi c’è, chi non c’è e chi sta con chi, e chi passa veloce e chi invece si ferma a parlare con tutti; la Parma che Luca Goldoni descrive con affettuosa tolleranza come il santuario di tutti i bizantinismi, i distinguo e le chiacchiere coltissime e dottissime ma improduttive, o con la fulminante metafora del letterato parmigiano che, in treno, mentre tutti parlano di donne e motori, tira fuori allora la Olivetti Lettera 32, oggi il notebook, e comincia a scrivere “Quella notte in Borgo Marodolo…”.

Hanno tutti paura di fare brutta figura; di dire delle banalità; di far sogghignare il vicino.

Allora, dopo un lungo minuto in cui nessuno spiccica parola, mi decido e, totalmente indifferente al tipo di brutta o pessima figura che posso rischiare (chi si trova in serie Z può solo salire qualunque cosa faccia o dica) e dico alcune cose:

  • che il prof. Galli ha costruito una cattedrale gotica nella quale si ha una certa qual reverenza ad entrare, a meno che non si sia degli irresponsabili sconsiderati (“come me” lo lascio vezzosamente implicito);
  • che il prof. Galli ha parlato di psicoanalisi non parlandone, come raramente capita, e che mi sembra una cosa straordinaria;
  • che attraverso le sue parole ho respirato di nuovo la Parma a cavallo fra i ’70 e gli ’80, anni prima di piombo e poi di plastica per quasi tutto il resto d’Italia e in Europa, ma nella Parma di Franco Basaglia, Mario Tommasini e Lauro Grossi erano anni “della materia di cui è fatto il sogno”, una Parma che paragonata con quella degli ultimi quindici anni sembra una cosa verdonianamente “avursa”;
  • e che attraverso le sue parole ho capito finalmente, questo non cambia la mia vita ma risistema alcuni pezzi del mosaico e l’effetto estetico ora è migliore, quanti e quali errori ho commesso nella mia zoppicante carriera di psicologo per arrivare a decidere di cambiare mestiere.

La risposta di Galli è lunga e appassionata, ma soprattutto mi si rivolge con un “tu” che istintivamente non mi offende ma mi onora (con i due che interverranno dopo di me userà un gelido e distanziante “lei”) e conclude: “Tu lavoravi da solo”, e in quelle quattro parole riassume in una maniera che mi lascia fra il commosso e lo spaventato 17 anni di errori sistematici e irreparabili.

Se fossi quello che non sono andrei a stringere la mano al Professore ringraziandolo per le sue parole e ritagliandomi lo spazio di un piccolo trionfo con tanti ex-colleghi che, paralizzati dal loro solidissimo narcisismo, non hanno spiccicato parola. Ma siccome io sono quel che sono e non faccio la vita che fai, abbandono la libreria quasi furtivamente perché, quel mio piccolo trionfo, non ho nessuna intenzione di condividerlo con altri che con me stesso. Nonché ovviamente coi pazienti meravigliosi lettori del mio blog.

Tortelli d’erbetta.

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Derrate alimentari occorrenti per la preparazione della pasta: 600 grammi di farina, ovviamente bianca e non gialla perché non siamo qui nè per fare la polenta nè per pettinare le bambole; quattro uova di gallina; il quantitativo d’acqua che Voi ritenete a Vostro insindacabile giudizio necessario; una quantità di sale raccolta con lo stesso gesto con cui si prenderebbe per la guancia un bambinetto ribelle e gradasso.

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Derrate alimentari occorrenti per la compilazione del ripieno: trecento grammi di erbette, o come ci si ostina a dire nel resto d’Italia, bietole; trecento grammi di ricotta romana perché a Parma siamo poco campanilisti; due tuorli d’uovo che avrete separato sagacemente dall’albume col tradizionale metodo dei due cucchiai, se non siete buoni lasciate lì e andate da Mc Donald’s; centocinquanta grammi di parmigiano, mica di grana padano che magari lo fanno a Cremona e così son buoni tutti gli asini, e che sia grattugiato molto fine sennò oltre a Mc Donald’s c’è anche Burghy, Spizzico e Ulcerino che vi aspettano a braccia aperte.

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Ulteriori ingredienti per condire il tutto: burro fresco, ma qualche carrettiere dell’Oltretorrente adora quello lievemente rancido che fa svisare il sapore verso orizzonti di gloria; parmigiano del più buono a volontà.

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Lavare molto bene le erbette o bietole che dir si voglia, giacché le stesse hanno la pessima abitudine di raccogliere terra, animaletti di tutti i generi, sporcizie innominabili e lerciumi da tutto il mondo. Evitare centrifughe o altre diavolerie per poltroni, adoperare occhio pazienza e olio di gomito finché le erbette non brilleranno come diamanti ed emaneranno il caratteristico odore dell’erbetta ben lavata, indi farle scottare in due dita d’acqua dopo di che strizzarle crudelmente e senza requie finché non tornino asciutte e tritarle finemente dapprima con un coltellaccio da Jack lo Squartatore e quindi con la tradizionale mezzaluna. Questa tritatura deve lasciare minuzzoli di non più di 100 mg. Disporre la ricotta in una terrina insieme ai risultati della tritatura, i tuorli d’uovo, il sale e il parmigiano grattato (spesso in tutti e due i sensi possibili della parola). I più insicuri a questo punto assaggiano il ripieno per sentire se è abbastanza saporito e i più dubbiosi ne assaggiano così tanto che non basta più per la sfoglia, così che arriveranno in tavola alcuni tortelli come si deve ma tanti altri che sono l’emblema della fame in India. Nel frattempo qualche vostro aiutante, o voi stessi se siete dei poveri sfigati, avrete preparato e tirato la sfoglia con l’avvertenza di non farla troppo sottile o il ripieno sguscerà fuori da tutte le parti, nè troppo spessa se no ci vorrà la betoniera per avvolgerla.

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Ora è il momento in cui tecnica e creatività si sposano: sull’appetitosa spianata della sfoglia sappiate disporre a intervalli regolari quantità equivalenti di ripieno, ciò fatto gustate l’aroma inebriante che si sprigiona e l’altrettanto inebriante quadro visuale, scattate anche un paio di foto col telefonino da mandare a qualche amica perennemente a dieta per farla impiccare al cesso, quindi procedete alla pigiatura manuale della pasta in posizione equidistante tra un prelibato mucchietto e l’altro, e se siete dei puristi procedete alla separazione sempre a mano di ogni singolo tortello, altrimenti fate passare una banale volgarissima rotella e limitatevi ad esprimere la vostra arte quasi demiurgica nel dare ad ogni tortello una forma simile ma unica con qualche artistico svolazzo.

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Fate bollire l’acqua in un capace pentolone esagerando un po’ col sale e versarvi i tortelli il più contemporaneamente possibile anche a costo di ustionarvi in più punti per l’allegro schizzamento che ne risulterà. La buona tavola implica i suoi sacrifici e i suoi piccoli màrtiri e martìrii, cribbio…

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Mescolare con bella maniera ad evitare di presentare in tavola tortelli oscenamente spanciati, e quando il vostro intuito vi dirà che sono cotti, con infinita cautela e amore tirarli su con un mestolo sforato (che non vi venga in mente di sbatterli tutti in una volta su un lurido scolapasta) e metterli a strati in una capace e plateale zuppiera spolverando ogni strato con abbondante parmigiano grattugiato. Nel frattempo il vostro fedele inserviente avrà fatto fondere il burro a fuoco lento (altrimenti si sprigioneranno una miriade di radicali anarchici che altereranno in modo irreversibile e vergognoso il sapore) che andrà versato bel caldo su ogni singolo strato di tortelli.

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I tortelli, a questo punto, andranno ingeriti nella loro totalità entro i 20 minuti successivi perché riscaldati fanno assolutamente cagare.

Buon appetito e niente paura, la dieta può (ri)cominciare domani…

Depressione caspica

 

 

20091113113031-omino%20pompiereL’Omino si aggirava per le strade della sua città facendo finta di vivere, ma in realtà si sentiva già il monumento a un sè stesso che fu, che fuggiva, che fugava ogni dubbio o non ne fugava nessuno, che furoreggiava una volta  nelle serate tra single di ritorno che cercavano una nuova confortante gabbia di coppia.

Forse semplicemente aveva già sparato tutte le sue cartucce e gli stava passando la voglia di combattere; forse rivendicava il diritto, o si imponeva il dovere, di cominciare disciplinatamente ad invecchiare perché si era rotto il cazzo di fare l’adolescente a vita.

L’Omino si dedicava a mille occupazioni, alcune retribuite, altre comunque giovevoli alla sua immagine sociale seppur retribuite poco o punto, altre ancora dettate solo dal suo buon cuore e dalla sua tendenza a farsi sfruttare da qualche Cavaliere della Solidarietà, altre infine totalmente improduttive, nocive al suo portafoglio e alla sua salute fisica e mentale.

Coi pochissimi amici che gli resistevano accanto proclamava il suo superomistico entusiasmo ed il suo orgoglio per una vita di francescana povertà: ma nel profondo di sè stesso rimpiangeva e malediceva una lunga sequela di scelte sbagliate (alcune francamente tra il delirante e il demenziale) dettate da romanticismo, candore d’animo, ingenuità, ottusità, tratti ossessivo-compulsivi, masochismo morale, Super-Io sadico-punitivo, cattive compagnie, testardaggine, culto della trasgressione, idolatria per le donne purtroppo non ricambiata, disordini alimentari, tilt completo dei ritmi circadiani, bioritmi impazziti, spunti paranoidi, dislivello tra conclamati altissimi Ideali dell’Io e visione profonda e segreta di un Io impotente e pasticcione da mettere a cuccia senza cena, totale mancanza di malizia, Edipo irrisolto, traumi di relazione, choc anafilattico, folgorazione sulla Via Emilia, inconcludenza, irresolutezza, disadattamento socio-culturale, tendenze all’auto-emarginazione, tortuose e turbinose ciclotimie, carenze nella razionalizzazione, scarso dialogo tra gli emisferi cerebrali. Ma questa era ovviamente solo una piccola parte delle cause della sua infelicità.Incazzatus

Non ci credeva più che si sarebbe risollevato e che sarebbe arrivato il suo grande momento: prima di illudersi di poter pigliare un qualsiasi treno avrebbe dovuto almeno trovare la stazione, che chissà dov’era nascosta….

Ogni tanto si accontentava di riavvolgere il nastro e guardarsi rapito qualche meraviglioso momento di 10, 20, 30 anni prima; da diverso tempo aveva invece prudentemente abolito ogni fuga in avanti con la fantasia, vivendo ogni giorno non necessariamente come l’ultimo ma come un giorno “singolare”, che nulla aveva a che fare coi precedenti e nulla avrebbe avuto a che fare coi successivi.

E del resto c’erano una serie magari non lunghissima ma molto molto significativa di disillusioni nella vita affettiva e professionale che l’avevano oramai educato e condizionato ad uno sfrenato pragmatismo (pragmatismo che gli sarebbe servito qualche anno prima, e che oramai assomigliava a chiudere il recinto quando al suo interno era rimasto qualche bue sciancato e 2-3 vitellini non ancora in grado di darsela a gambe). Non si aspettava nulla, così che qualunque cosa arrivasse poteva essere considerata positiva, e qualunque novità (a volte anche le più fastidiose) rendeva la sua vita appena un po’ più interessante (interessante?).

L’Omino però alla fine tirava avanti, un po’ fantozzianamente, ma dando l’impressione all’esterno (e a chi non sapeva, non poteva, non voleva o non doveva vedere la sua frantumazione interiore) di essere assolutamente impermeabile e indistruttibile. E questa immeritata ed ingiustificata fama gli procurava a volte qualche istante di sincera e genuina contentezza.image004

A gh’è na cà ch’l’an gh’ha miga l’uss.

C’è una casa senza la porta ed io vivo lì, di notte fa così freddo e le giornate sono difficili da sopportare là dentro.
C’è una casa senza soffitto, così la pioggia ci scende dentro
cadendo sulla mia testa mentre io tento di capire cosa sia il tempo.
 
Io non ti conosco, ma tu dici di conoscermi, magari è anche vero,
ci sono tante cose sulle quali non so cosa pensare …
Tu chiami il mio nome, ma non sembra vero
ho dimenticato le emozioni che provo, il mio corpo sta rifiutando le cure
C’è una casa senza campanello, ma tanto nessuno suona
qualche volta mi sembra difficile credere che qualcun altro sia vivo là fuori
C’è una casa senza alcun rumore; sì, tutto è tranquillo là …
non c’è un gran bisogno di parole se non c’è nessuno con cui scambiarle.
Ho imparato le mie logiche, le conosco molto bene, sono pronto a spiegarle a chiunque alla fine entrerà.
La logica nella mia mente, che è fredda di notte, non sembra che vada bene
quando c’è quella piccola nera figura che passa …
C’è una casa senza la porta, e nessuno vive là
un giorno è diventata un muro … bene, lì per lì non ci feci troppo caso. 

C’è una casa senza nessuna luce, tutte le finestre sono sigillate, barricate e sprangate,
ora solo il tempo si rivela.
Io non ti conosco, ma tu dici di conoscermi, magari è anche vero, ci sono tante cose sulle quali non so cosa pensare …
Tu chiami il mio nome, ma non sembra vero
ho dimenticato le emozioni che provo, il mio corpo sta rifiutando le cure
Qualcuno vuole aiutarmi ?

Paolo è morto, viva Paolo. Come ogni persona(ggio) che muore, Paolo si consegna alla leggenda. A parte la tentazione di dedicargli un qualche tipo di prequel, visto che tanto resterebbe da dire sulla sua vita. Basta che lui si decida a venirmele a raccontare… Perché dovete sapere (ma forse l’avete capito) che i personaggi navigano nel nulla già con tutto il pacchetto completo, dal primal scream della nascita ai grotteschi singulti della morte, ma di loro nascono solo quando qualcuno li mette sulla carta e non muoiono mai davvero.

E’ un po’ il 2009 immaginato da Lucio Dalla nel 1989: “Non ci si ferma più, non si muore veramente”, specie se “al brivido sottile di due occhi, di due occhi mescolati tra la gente …”.

Nel 2009 si moriva ancora, e nel 2013 ancora, ma raccogliamo comunque la metafora.

Nel cercare di immaginare la casa di Paolo, mi sono venute in mente allucinate visioni del futuro di Philip Dick di case supertecnologiche autosufficienti che escludevano l’esterno, oltre a una sua geniale anticipazione per la quale, nell’incipit di “Ubik” aveva perfettamente immaginato Dagospia, che avrebbe avuto luogo 15.000 km. più a ovest ma più o meno nei tempi da lui previsti. Prendete “Ubik”, leggete le prime pagine e sappiatemi dire.

La casa di Paolo era mediamente tecnologica per il 2014, ma trasudava comunque una sofferta autosufficienza. Allora ho pensato a Peter Hammill, ai suoi Van der Graaf Generator, assurdo gruppo senza chitarre e dalle anomale sonorità che però a volte, come nel caso suesposto, si stemperavano in armonie perfino eufoniche.

Ed è nato questo ennesimo rinunciabile post.

Buona vita.

NB. All’inizio del post c’è la versione ufficiale, come qualcuno di voi della mia età (cioè la quasi totalità dei miei attuali lettori) la ricorderà. Qui sotto c’è una minimalistica versione live piano e voce di Peter Hammill che rende l’idea ancora meglio e personalmente mi ha fatto venire  una devastante pella d’oca. Se avesse saputo cantare e suonare, Paolo l’avrebbe scritta e cantata lui, magari si sarebbe intitolata “A gh’è na cà ch’l’an gh’a miga l’uss”.

Paolo Candiani ha capito. O crede di aver capito di aver capito. Ma ha ragione?

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Ed ecco che all’improvviso Paolo aveva capito. O meglio, quelle strane cose che stavano capitando nella sua testa, in parte sotto il suo controllo e in parte di testa loro, si sarebbero potute (con un briciolo di fantasia e buona volontà) riassumere nel sommario concetto di “Ho capito”.

Ma, accidenti, il sublime inghippo era che non aveva capito che cosa aveva capito. Ma avrebbe potuto giurare che aveva capito.

Erano tre giorni che non apriva più il negozio. lineaaceto

Il negozio? Non era più “la bottega”? No, non era più “la bottega”. Era diventato per lui il neg-otium, la negazione dell’ozio, qualcosa che occupava militarmente la sua vita (e lui, incapace di costruirsi alternative, aveva perfino solidarizzato con quella occupazione, o quanto meno l’aveva considerata coerente col suo destino).

pedrettiComunque fosse, Candiani Paolo aveva imparato a usare ClipArt e gli venivan fuori dei cartelli con quelle lettere con l’effetto 3D che sembrava uscissero fuori dal foglio e ci dicessero “Oh Paolo, co’ fe’t incò?”, tutte multicolori e piene di sfumature che così anche le bugie sembravan vere e tutti erano contenti.

Così aveva attaccato sull’uscio un cartello A1 cinquantanove per ottantaquattro che si leggeva anche dal marciapiede opposto, “Chiuso per motivi famigliari”.

PaoloGli era anche venuto il dubbio che “familiari” non volesse la g, anzi aveva controllato su google e il dubbio era diventato certezza, ma il nonno diceva sempre “Scolta nani, quando parli e scrivi basta che si capisca, sta mica a fare il sofistico che è tempo buttato dalla finestra.”. Così aveva lasciato il cartello come gli era venuto, anche se era sicuro che qualche studentello delle superiori gli avrebbe fatto una X col pennarello nero sulla g con la scritta sottostante “Impara a scrivere, nàdor!!!”.

Motivi familiari o motivi famigliari. Ma quali? Se eran vent’anni che non aveva più niente che sembrasse una famiglia. E del resto cosa doveva scrivere? “Mi sono stufato di stare qui giornate intere ad aspettare clienti che vengono sì e no uno all’ora e che non distinguono un culatello da un fiocchetto.”? Non era il caso. Meglio di no.Nori

Ed era rimasto in casa a pensare, che sembrava la canzone di Lucio Dalla quella piena di parolacce con la musica sempre uguale che poi quando esce il massimo che gli capita è una puttana ottimista e un tedesco che si è perduto e gli scappa la voglia.parma%20oltretorrente

Il giorno che era venuta la signora Irina lui le aveva detto “Guardi, se non ci dispiace io ci do i soldi per tutta la settimana e ci aggiungo altri 100 euro che fra poco è anche Natale, no non mi ringrazi, si figuri se li merita, la casa è pulita che ogni tanto ci do una squassata anch’io da solo che mi passa il tempo, ci vediamo lunedì.”.

“No sta bene lui?”.

Andrea%20Vitali-8%20w“Lui sta bene, son io che sto così così.”. Era una battuta deboluccia che non faceva ridere, e infatti non doveva far ridere, poi l’Irina le battute italiane non le capiva e magari rideva a vedere un gatto che si grattava, vai a capire che senso dell’umorismo che ci hanno in Ucraina, basta che lo sanno loro.

E lei se n’era andata tutta contenta che si capiva che adesso andava a fare la gradassa con le amiche in stazione e offriva da bere a tutti ma il grosso se lo beveva lei, e poi cantava quelle canzoni tristissime delle sue parti che ti veniva da suicidarti appena le sentivi ma si vede che loro le trovavano molto belle. Poi la Polfer la riportava a casa che chiamare il 118 era un po’ troppo, loro c’erano abituati e poi l’Irina abitava vicino.

Lui si era potuto concentrare sul vedere se finalmente riusciva a capire quel che aveva capito.imagesCA69SQLS

Di scuola ne aveva fatta poca e malvolentieri, però le cose le capiva, è che faceva una fatica maiala a spiegarle non diciamo agli altri, anche solo a se stesso. Ma ormai si era reso conto di come le parole a volte non servono a un bel niente, e che non è sempre obbligatorio mettere delle parole intorno al pensiero, specie se quelle parole non te le domanda nessuno.

Quei pochi mezzi amici che forse aveva, più invecchiavano e più rincoglionivano, e sembrava avessero un sacco di cose da dire ma quando aprivano bocca dicevano delle cose senza senso. Lui no. Parlare parlava poco ma dentro gli era tutto chiaro. Abbastanza chiaro.Ermanno%20Cavazzoni%20ok

Adesso però ci avrebbe dormito sopra, un bel po’, che sentiva una stanchezza che arrivava da lontano.

Ce n’era di sonno arretrato da recuperare, eh se ce n’era…cimitero2-g

Quel lunedì alle 9 l’Irina lo trovò che dormiva, bofonchiò qualcosa ma piano per non svegliarlo. Spense la televisione, la radio, il computer che erano rimasti accesi. Quest’uomo ha qualcosa, pensò Irina, perché non va da un dottore? Poi le venne l’impulso quasi materno (anche se era più giovane di lui, non di tantissimo, ma a volte le veniva voglia di trattarlo come un bambino ma non si attentava quasi mai) di sistemargli il colletto della camicia che era mezzo dentro mezzo fuori dal maglione. E cacciò un urlo belluino e ancestrale che fece tremare il palazzo.

Paolo non respirava ed era freddo come il Mar Nero alla fine di gennaio.

Quando i poliziotti sfondarono la porta trovarono un uomo e una donna inanimati. La donna stava lentamente riprendendo i sensi, l’uomo “era chiaramente già cadavere” come si espresse l’agente scelto capopattuglia con freddo cinico linguaggio anaffettivo. Dietro di loro c’era quell’impiccione  di Ottorino Scaffardi che fece dei commenti sommari immaginando, more solito suo, scenari boccacceschi.

“Scaffardi, si astenga da commenti inopportuni e vada a prendere del cognac” lo apostrofò l’agente, unico con diritto di parola della triade (gli altri due stavano pensando alla rovinosa sconfitta del Palermo a Verona) e che conosceva lo Scaffardi per episodici trascorsi di appropriazioni disinvolte e circonvenzione di sedicenti incapaci.

“Meglio vodka” biascicò Irina, che il cognac l’aveva fatta vomitare un paio di volte, anche se forse era dipeso dalla quantità e non dalla qualità.

Fu un bellissimo funerale con quasi 3000 persone, quel 12 maggio 2014. E un articolo del giorno prima in cima alla prima pagina della Gazzetta che aveva spodestato addirittura la notizia dell’infarto del Presidente del Consiglio: “Con Paolo Candiani muore un pezzo di storia della nostra città” e all’interno i ricordi di attori, registi, cantanti, assessori, trapezisti, gente comune molti dei quali, Paolo l’avrebbe giurato, in bottega non ci avevano messo mai piede.

Un cinquantesimo di quell’affetto avrebbe reso meno disperati i suoi ultimi anni. Magari chissà, gli avrebbe anche allungato la vita.

Ma che importanza aveva?

Paolo poteva godersi un meritato, interminabile riposo. Era anche ora.

E gli altri sulla forca.

Mi trovo imbarazzato sorpreso ferito.

CSI

Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario
Mi trovo imbarazzato sorpreso ferito
Per un’irata sensazione di peggioramento
Per un’irata sensazione di peggioramento
Di cui non so parlare nè so fare domande
Di cui non so parlare nè so fare domande

Pierpaolo Pasolini/Giovanni Lindo Ferretti

Monti mattoNon so voi, ma a me questa campagna elettorale mette una sinistra inquietudine, non mi sembra normale. Poi mi dico, come per consolarmi (ma senza riuscirci) che esiste una normalità statistica e una normalità etico-morale. La prima è abbastanza facilmente verificabile e obiettiva, un avvenimento ricorrente è normale anche se ti può far schifo (ma il problema in questo caso è tuo). La seconda è totalmente inverificabile e soggettiva perché (cosa della quale in Vaticano si lamentano in parecchi ma a me invece sembra nel complesso bellissima) dipende dai valori relativistici, a volte negoziabili a volte no, del singolo individuo.

E allora, sul piano statistico quello che sta avvenendo in questa campagna elettorale  è del tutto normale, coerente, prevedibile, verrebbe da dire inevitabile, anche se ci piacerebbe pensare che si poteva evitare (ma come?).berlusconi-e-una-pessima-politica-solo-insult-L-tT1WnG

Sul piano etico-morale, invece, che degli adulti, maggiorenni e vaccinati, si esisbiscano in ragionamenti e ripicche reciproche da Scuola Materna (e senza che la maestra intervenga a sedare i tumulti) può disturbare quelli dallo stomaco più debole.

In questi casi può essere utile ricorrere a un campione che si spera rappresentativo degli eventi che concorrono a formare uno scenario (citarli tutti sarebbe lodevolissimo in termini di completezza dell’informazione, ma poi si sa che l’informazione non può mai essere veramente completa, allora ognuno la taglia e la cuce come ritiene opportuno e chi non la pensa come lui può dirgli “Si vergogni, lei è un fazioso!”):

– Matteo Renzi che manda a dire “Se i bersaniani di Palazzo Vecchio non la smettono di contestarmi io non faccio la campagna elettorale per Bersani.”.

berlusconi_giletti_arena_me_ne_vado_ansa_01– Qualche peone berlusconiano che non si pèrita di dichiarare in pubblico “Visto che i giudici del processo-Ruby [come oramai tutti lo chiamano per comodità, forse qualcuno usa anche il termine “Rubygate”] hanno già deciso di condannare Silvio prima delle elezioni, non valeva la pena di far cadere il governo.”.

– Il Professore e il Cavaliere che se ne dicono di tutti i colori. Dal Cavaliere al Professore ricordo “mascalzone”, “leaderino”, “servo di Casini”, “quando torneremo al governo farò aprire un’inchiesta sulle sue manovre per subentrarmi”; dal Professore al Cavaliere “pifferaio magico”,  “vecchio illusionista ringalluzzito”, “si fatica a seguire la linearità del suo pensiero”.

BEPPE GRILLO– Beppe Grillo stringe platealmente la mano a un esponente di Casa Pound sostenendo che non vede differenza fra lui e un esponente del MoVimento 5 Stelle, e rimbeccato perfino con garbo eccessivo da qualche giornalista dice qualcosa del tipo “Non rompetemi le palle con l’antifascismo che m’incazzo”.  Poi dice che bisognerebbe eliminare i sindacati e che vuole “uno Stato con le palle” (Paolo Rossi chioserebbe con uno dei suoi “Cazzo volesse dire….”). Nulla ho più voglia di dire sulle fatwe a chi non la pensa come lui, sulle Parlamentarie in cui hanno votato pochi intimi (con i parametri del diritto al voto noti solo a Casaleggio), sul sospetto che gli eletti a 5 Stelle (che saranno sicuramente una miriade) se la potrebbero giocare nel loro territorio ma che, trasferiti di peso a Roma, rischieranno di avere ben poca possibilità di incidere  sulle sorti del Paese (io sto con chi aveva consigliato allo Zio di candidare un certo numero di indipendenti già minimamente addentro al mondo della politica per attenuare il penoso rischio di vedere eletti una gioiosa comitiva di dilettanti allo sbaraglio).

marco_pannella– Pannella, che evidentemente pensa che il Partito Radicale sia al centro dell’Universo e tutto lo scenario politico gli ruoti intorno, non si périta di cercare un’intesa elettorale, sia pure solo per le elezioni regionali laziali, con la destra fascista non pentita e non emendata, cristiano-integralista e antiabortista, di Storace, con la scusa “Il Pd non ci vuole.” (E chiedersi perché?). Chi dovesse cercare il post in cui celebravo il suo ennesimo sciopero della fame con toni quasi epici troverà solo le mie scuse per averlo scritto.

L’impressione globale è che, non escluso Grillo, l’obiettivo sia quello di vendere una coalizione elettorale come un prodotto, tenendo i sondaggi d’opinione (che a questo punto possono serenamente essere derubricati a “ricerche di mercato”) costantemente sulla scrivania, pronti ad aggiornare la strategia alla prima variazione in più o in meno di uno 0,1 per cento propria od altrui; piuttosto che cercare di proporre con calma ed equità (ma buon Dio, temo che questa parola oggi provochi reazioni allergiche a quasi ogni contribuente, non saprei dire se a ragione o a torto) un almeno pedestre abbozzo di ricetta per far fuoriuscire il Paese-Scarpa  dalla crisi economico-finanziaria, politica, etico-morale più allucinante da una novantacinquina d’anni a questa parte (desiderate che vi spieghi come andò a finire la precedente o più o meno ve lo ricordate tutti? Appunto…).

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Da questa modalità sembra salvarsi in parte il solo Pd che, attraverso il banalizzatore Bersani, incapace di originalità ma forse proprio per questo incapace anche di corbellerie troppo plateali, ricicla obsoleti gridi di battaglia un po’ vintage che riportano a una Prima Repubblica della quale, paradossalmente e ignominiosamente, non sarebbe anormale che tutti provassimo una certa qual nostalgia. Esterrefatti da come sta finendo la Seconda e impauriti da quello che potrebbe significare la Terza. E infatti gli ultimi sondaggi lo danno in turbinosa caduta. Meritata?

Questo post ha avuto una gestazione lunghissima. Non volevo scriverlo. Non volevo pubblicarlo. Ma se lo state leggendo si vede che…

Buona vita a chiunque si stia ostinando a sopportarmi ad onta di ogni strenua decisione e voto contrario.

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Il passato, il presente, i blog, il primo disco solista di Stephen Stills e “quant’altro”.

Tutto è successo quando mi è stato proposto un programma che mi avrebbe permesso di migliorare la mia navigazione: sarebbe stata più sicura, niente nemici all’orizzonte e una velocità di crociera delle più ottimali, costo di gestione irrisorio, un caffè e mezzo al mese. Mi son detta: “Ma dai, è conveniente.” Accetto così la proposta. Risultato: navigazione lenta, lentissima e dopo aver provato ancora qualche giorno, decido di disdettare la tanto invitante proposta, anche perché mi era stato detto che in qualunque momento avrei potuto recedere senza alcun problema e qui scatta l’inghippo. Il giorno successivo, dopo aver ricevuto la comunicazione di accettazione del recesso, è cominciata una intimidazione targata “polizia di stato”, un comunicato via web che mi diceva che se non avessi acquistato la licenza, per un costo che ora non rammento, sarei stata perseguita per diffusione di materiale illecito.

Ricordo, per certi versi con nostalgia e per altri con un semplice umano piacere per le cose passate, un’abitudine assolutamente consueta su Leonardo fra, diciamo, la fine del 2006 e i primi mesi del 2008.creativiyc3b2

So benissimo che c’è una freccia del tempo e, se non sei lo scienziato pazzo di “Ritorno al futuro” che se ne sbatte anche dei paradossi inerenti ai viaggi nel passato o, al limite, una particella subatomica che può penetrare nei cunicoli spazio-temporali senza farsi annichilire e sbucare in altri universi e/o in qualunque tempo e spazio sia umanamente possibile immaginare, puoi e devi accettare di andare sempre avanti e dipanare con allegra curiosità la tua storia principale.Docbrown

E del resto lo scienziato pazzo, per l’appunto è pazzo e tu questo prezzo preferiresti non pagarlo (potendo); e una particella subatomica può andare dove ce ne ha voglia lei, ma non è che abbia quel grande apparato cognitivo per capire dove si trova e provare soddisfazione, piacere, curiosità o divertimento.

ringL’abitudine era quella, classica delle case di ringhiera, di passare una fetta importante del tempo sul pianerottolo (che nelle case di ringhiera è a cielo aperto o quasi, e quindi funge in una qualche maniera da terrazzo comune) invitandosi a vicenda a casa l’uno dell’altro, fuor di metafora Tizio prendeva spunto dal post di Caio per sollecitare un post a Sempronio, che poi riceveva un commento di Topolino che spingeva Paperino a fare un altro post cui Pippo rispondeva sostenendo che Sempronio fosse in crisi di creatività, e Sempronio reagiva con due post originalissimi nel giro di mezz’ora poi si scopriva che li aveva copiati da commenti sul blog di Jacopo Fo che però citava Daniele Luttazzi che aveva saccheggiato il repertorio dei comedians americani di sinistra, e così via.

La tendenza odierna è, si sarebbe detto nei primi anni ’80, un riflusso nel privato.

Ho sperato che cambiasse il mondo
e ho lottato e ho cantato che ormai è già morto Dio.
Oggi che sperare sembra un lusso
c’è chi parla di riflusso e si rifugia nel privato.
(“Ed io”, Nomadi, 1982, da “Ancora una volta con sentimento”).
leonardo.it-logo leonardo.itLeonardo era una specie di allegro condominio di spiriti liberi e lievemente indisciplinati; WordPress, il cui logo fa sinceramente venire in mente la Wolksvagen e quindi una produttività teutonica,  sembra più un luogo di lavoro, per carità molto creativo, che agevola e valorizza la produzione intellettuale e letteraria ma in cui si resta per lo più ciascuno nel proprio ufficio.W
Un altro parallelo potrebbe essere la musica del decennio ’65-’75 piena di jam sessions, collaborazioni estemporanee, supergruppi, guest stars a profluvio (il line-up del primo disco da solista di Stephen Stills sembrava una serata dei Grammy Award) rispetto alla musica di oggi in cui ognuno si fa un po’ i fatti suoi e mira al proprio prodotto accettando le lodi dei colleghi e lodandoli a sua volta perché e purché loro lo lodino, ma (come dire) ciascuno custodisce gelosamente il proprio orticello.

E invece l’avventura in fondo tragicomica che ha vissuto l’amica Annamaria (come ce la racconta benissimo lei stessa nella citazione d’apertura) mi ha spinto a una riflessione su quella che io chiamo la Babilonia del 2000 che, da un succinto commento sul suo blog, sta diventando un circostanziato post sul passato e il presente.  Sulle forse mal ricordate sicurezze del passato e sulle purtroppo indubbie insidie insite in un preoccupante presente.Navi
Esiste un aureo principio generale che “in questo mondo di ladri” ha ancora maggior validità: bisogna sempre diffidare di chi, con apparente ammirevole generosità, compare più o meno dal nulla per regalarti mirabolanti soluzioni ai tuoi problemi che peraltro egli non può conoscere ma solo immaginare colpendo a casaccio nel mucchio (e già questo dovrebbe ingenerare più di un sospetto).

Tutto questo per citare una canzonetta apparentemente disimpegnata e di puro intrattenimento ma che in realtà, a cura di quel vecchio volpone di Antonello Venditti, faceva considerazioni non banali su come la fiducia sia un bene preziosissimo che non può essere dilapidato al primo ciarlatano che passa ma va concessa agli amici veri, sempre che oggi come oggi se ne trovino dietro ogni cantone, il che ci permettiamo di non credere.

E’ buona norma invece, anche se a volte costa un po’ di tempo e fatica, quando abbiamo un problema attivarci noi autonomamente per cercare chi può risolverlo in maniera ottimale.

Ai margini della Babilonia virtuale, esattamente come capitava nella Babilonia reale, alberga una variegata miriade di malintenzionati o semplici disperati che mettono su piccole associazioni per delinquere o, nei casi meno eclatanti, società magari in regola con le leggi vigenti che però impiegano metodi ai limiti estremi del lecito. O sanno comunque cavalcare delle leggi che probabilmente non sono al passo con la velocità e la pervasività che ormai la Rete è venuta assumendo.

Mille sono le offerte di connessione Internet, di spietati antivirus che acchiappano il virus per un orecchio e lo accompagnano personalmente verso la più vicina pattumiera virtuale, di vorticosa diabolica velocità per cui basta pensare al sito successivo e il mouse si muove da solo come nelle mani di un poltergeist.

Talmente tante che per poco il cor non si spaura, e intorno a cui e a causa delle quali traspare lo scoramento dell’uomo ancora legato al cartaceo, a un mondo letterario che sconfina quasi nell’800 più che nel ‘900, di fronte ai perversi grovigli fra una tecnologia per lui largamente misteriosa, una burocrazia spesso inestricabile e il rischio sempre incombente di truffe pure e semplici.

Il presente vola e nessuno può dire se è migliore o peggiore, come molti credono, perché la libertà è difficile e fa soffrire

(Roberto Roversi per Lucio Dalla, “Passato e presente”, 1973, da “Il giorno aveva 5 teste”).

P. S. Non c’entra nulla con questo post ed è tutto meno che il mio comico preferito, anzi per ridere alle sue battute dovevo farmi a lungo il solletico sotto le ascelle, ma mi sentirei un pezzente se non fossi solidale con Bruno Arena e con chiunque gli voglia bene, adesso che, in seguito ad una emorragia cerebrale, ha la Signora in Nero seduta accanto al suo letto d’ospedale che tossicchia nervosamente. I suoi biografi/agiografi dicono che è sopravvissuto miracolosamente ad un terrificante incidente stradale che ne poteva fare un mezzo invalido o, quanto meno, negargli ogni ruolo nel mondo dello spettacolo se non come caratterista in film horror a basso budget che volessero risparmiare sul truccatore. E’ diventato un personaggio famoso con tanta forza di volontà (e quella non si valuta a gusti personali o attraverso il proprio senso estetico) e allora penso, credo e alla fine spero che ce la faccia anche questa volta. Tieni duro Bruno!!

La Terza Repubblica comincia da Parma?

arrestatiLa faccia straniata di Pietro Vignali mentre due finanzieri lo vanno a prendere per condurlo agli arresti domiciliari (e sia lui che gli altri 3 arrestati, due dirigenti dell’IREN, della quale parleremo fra poco, e l’ex-presidente di una delle aziende a partecipazione comunale, quelle chiamate per brevità “partecipate”, si sa no che l’importante è partecipare?, che sono le principali responsabili della voragine di 846 milioni di euro che grava sulle spalle dell’attuale amministrazione All Stars devono ringraziare il giudice perché il PM li considerava tutti e 4 socialmente pericolosi, in grado di reiterare il reato, pronti a scappare all’estero e in grado di inquinare le prove anche solo respirando e aveva insistito per Via Burla, evocativo indirizzo del Carcere di Parma) induce alla compassione piuttosto che al lazzo anche in modo del tutto indipendente da una coerente applicazione dei valori cristiani.

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Gli occhi di Vignali ci raccontano una misera vicenda che meriterebbe l’interessamento di un Otello Profazio o di Matteo Salvatore, gli ultimi leggendari epigoni dei cantastorie (Chista è ‘a triste storia…). La storia di un giovanotto di bell’aspetto, dalla discreta dialettica e dall’ambizione sovradimensionata rispetto al talento (che ne avrebbe fatto uno splendido sindaco di Neviano degli Arduini o al massimo di Traversetolo) a cui fortuite e casuali contingenze (che il tapino scambia per coerenti e meritati riconoscimenti della sua enorme sagacia e perizia politica e culturale) danno l’opportunità di fare una fulminante carriera politica senza saper o voler capire come mai e perché aspiranti sindaci più anziani, prestigiosi, capaci di lui sembrano defilarsi senza dare nell’occhio e gli lasciano la strada sgombra.

 

A volte, nei corridoi, gli sembra perfino di sentire la frase “Va’ avanti tu, Pietrino, che a noi ci scappa da ridere” ma essendo totalmente sprovvisto di senso dell’umorismo la battuta non lo fa ridere, ma è troppo orgoglioso per ammettere di non averla capita e farsela umilmente spiegare (l’avesse fatto, oggi sarebbe forse DAVVERO sindaco di Neviano degli Arduini fra l’ammirazione e l’amore sfrenato dei contentissimi nevianesi).

Ma non è del buon Pietrino che voglio parlare. Poveraccio, credeva che il peggio fosse passato e invece il peggio secondo me non è neppure arrivato oggi. Ma, non avendo ecceduto nel dileggio, non intendo neppure eccedere in una subdola e ipocrita solidarietà. Un proverbio di ceppo mediterraneo dice “Chi va per questi mari, questi pesci piglia” e quindi Vignali si ritrova nella rete quello che il pèlago da lui navigato gli ha restituito. Se lo tenga stretto.

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E’ di IREN che vorrei parlare. Che, in modo del tutto casuale, è la ditta responsabile della costruzione, ormai ultimata, di un inutile e malsano inceneritore che nessun altra città in Italia sta costruendo (tanto più che l’Unione Europea ha decretato che dal 2020 simili impianti di “termovalorizzazione”, mistificante e aberrante eufemismo, saranno fuori legge). Non c’è bisogno di entrare nelle complicatissime carte dell’inchiesta tuttora in corso, ma qualunque Sherlock Holmes di periferia dedurrebbe da solo che fra IREN e la precedente amministrazione ci sono stati quelli che i parmigiani più snob amano chiamare “biechi mannelli”, e che un giornalista amante delle frasi fatte etichetterebbe come “trame sotterranee”.

Federico Pizzarotti, di aspetto normale, dalla dialettica zoppicante (come il sulfureo Paolo Nori, che scrive come un carrettiere di Felegara ma lo fa apposta, non perde mezza occasione per fargli notare), che considera le interviste una perdita di tempo e il dialogo con la povera gente un saggio investimento di tempo ed energie (l’esatto, cartesiano, opposto di Vignali) e che esaurito il suo mandato, nei 5 anni di rito o (temiamo in molti) ben prima, tornerà al suo lavoro di perito informatico senza soverchie nostalgie (per sua fortuna lui non è nelle condizioni di Vignali che persa la scranna ha scoperto di non saper fare nulla al di fuori della politica) ha combattuto contro l’inceneritore con i limitatissimi mezzi a sua disposizione perdendo su tutti i fronti. Dalle informazioni che ho in questo momento, il maligno apparato comincerà a funzionare nel marzo prossimo.

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Un giovanilistico errore di entusiasmo in perfetta buona fede (che gli innumerevoli cattivissimi avversari del Movimento Pentastellato hanno malignamente scambiato per una tattica da consumato navigante della politica vecchia maniera) ha fatto sì che Federico aspettasse il dopo-elezioni (mi dicono in molti che era sicuro di non vincere il ballottaggio, nonostante tutti gli continuassero a urlacchiare “Vai Fede che hai già vinto”) per dire “Personalmente sono del tutto contrario al completamento del termovalorizzatore, mi batterò fino in fondo perché la cosa non vada in porto ma rendetevi conto che i lavori sono già in fase avanzata e l’attuale Amministrazione Comunale non può imporre ad IREN con atto unilaterale di sospendere la costruzione”. L’avesse detto prima, moltissimi non l’avrebbero votato e sarebbe stato eletto l’esponente PD Bernazzoli che, appassionato di realpolitik come tutti gli attuali esponenti di cotale partito, aveva sposato (seppur con svariati distinguo) la causa del termovalorizzatore che, secondo lui, “a costo di trascurabili rischi per la salute” avrebbe comportato “evidenti vantaggi economici per la città”. Mi sembra di aver riassunto correttamente le posizioni e le dichiarazioni ufficiali dei due contendenti, chi mi volesse correggere può tranquillamente farlo.

Aspetto una dissociazione ufficiale da parte di Federico Pizzarotti [sull’incredibile vicenda dell’appoggio da parte di Beppe Grillo all’associazione esplicitamente fascista “Casa Pound”]. Oltre ad una, oggi come oggi indispensabile, esplicitazione del fatto “Sull’inceneritore ho fatto promesse da Prima Repubblica, manco da Seconda. E ammetto umilmente di avere sbagliato.”.
Temo che non verrà nessuna delle due, ma ancora una volta spero di sbagliarmi.

Non mi autocito per vomitevole narcisismo, ma lo faccio in un empito di trasparenza ed onestà intellettuale perchè io non sono visopallido linguabiforcuta;  la mia lingua è a punta unica e si muove come si deve (come sa benissimo ogni donna che ho avuto l’onore e il piacere di baciare in modo non superficiale). Ho riportato fedelmente la parte relativa a Pizzarotti  di un commento sul blog di Francesco Selis, con il quale condivido (anche se in modo meno acceso, oggi forse MOLTO meno acceso) l’entusiasmo per la crescita del MoVimento 5 Stelle, tanto da aver definito Parma “il felice ducato a 5 stelle”.

Questo l’avevo scritto prima che l’arresto di Vignali e dei dirigenti dell’IREN rammentasse al colto e all’inclita quali porcherie sono state perpetrate contro il portafogli e la rispettabilità (e, nel caso dell’inceneritore, contro la salute) della gente di Parma, che a un bel momento ne ha avuto e continua ad averne le tasche piene di andare sulle prime pagine dei giornali e nei titoli di testa dei tiggì solo per fatti non commendevoli (la mostra sul Caravaggio del 2010 è andata in quindicesima pagina, salvo tornare in prima quando Sgarbi ha strillato che c’era un falso talmente smaccato che solo quei coglioni dei parmigiani potevano cascarci).

Ho parlato in prima persona a David Bowie, figuriamoci se non lo faccio anche con Pizzarotti.



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Fede, io lo so benissimo che tu odi i giornali e i giornalisti già di tuo, poi la frequentazione con lo Zio ha esacerbato la situazione.

Lo so che non vuoi sentir parlare di tattiche e strategie, che vuoi fare politica a modo tuo e mi ricordi (in realtà in modo inquietante, e se vuoi in privato ti spiego perché) com’ero io quando volevo fare lo psicologo pieno di belle idee, di splendidi principi, creativo e fantasioso quant’altri mai ma poco incline a capire che il lavoro che avevo liberamente scelto aveva una tecnica, una logica, una sintassi, delle regole che mi davano un mortale fastidio ma che erano indispensabili non dico per arricchirsi, ma semplicemente per sopravvivere.

Ma ascolta un cretino: di fronte alla quasi totalità della popolazione di Parma TU, ripeto TU, sottolineo TU, non so se hai capito che sto parlando di TE, stai passando da bugiardo opportunista che fa le promesse da marinaio pur di essere eletto.

Allora, bugiardo non lo sei, al massimo pericolosamente naif e quello non me lo puoi negare.

Ma un po’ opportunista cerca di esserlo, fai un po’ il politico di quando in quando anche nel senso un po’ deteriore del termine.

Non ti dico “sfrutta”. Non ti dico “cavalca”. Ti dico solo: utilizza questa vicenda per ricordare alla gente come sono andate veramente le cose. Chi ha raccontato montagne di bugie di stampo berlusconiano e chi è stato solamente un po’ distratto.

E vedrai che dopo ti sentirai meglio. Fidati.

Lettera aperta a David Bowie (tanto non mi risponde mica)

 

Ho dovuto prendere il treno

da Potsdammer Platz

tu non lo avresti mai immaginato

che potevo farlo

proprio a un passo dalla fine.

Seduto nella Giungla (n.d.t.i.e., nota del traduttore in erba, si tratta di una discoteca berlinese che però, nel nome, allude a una parola che, nella rigidissima lingua tedesca, non appartiene nè al genere maschile nè a quello femminile nè a quello neutro)

in Nurnberger Strasse

un uomo perso nel tempo

davanti a KaDeWe

proprio a un passo dalla fine.

Dove siamo andati a finire?

Dove siamo andati a finire?

Il momento in cui lo sai

allora lo sai davvero.

20.000 persone

attraverso Bose Brucke

le dita incrociate

nel caso eventuale

siano prossimi alla fine.

Dove siamo andati a finire?

Dove siamo andati a finire?

Il momento in cui lo sai

allora lo sai davvero.

Finchè c’è il sole

finchè c’è il sole

finchè c’è la pioggia

finchè c’è la pioggia

finchè c’è il fuoco

finchè c’è il fuoco

finchè ci sono io

finchè ci sei tu.

Dove siamo andati a finire?

A parte i link (e la nota del traduttore in erba) che vi fanno capire meglio i luoghi che David cita, la splendida signora alla sua destra semplicemente “siede alla destra del padre” visto che è sua figlia. E credo che il “tu” finale sia riferito tutto e solamente a lei, che sorride felice accanto al babbo anziano e pessimista in un commovente inno alla vita. Più giù si parla di un’altra Signora meno indulgente che è il convitato di pietra dell’intero video e dell’intera canzone, ma per ora non c’è.

Se dopo 45 anni e rotti di carriera hai ancora voglia di spremere le tue meningi che probabilmente fra droghe di ogni genere (tra le quali, e non la meno pericolosa, l’alcool che hai assunto a ritmi, cadenze e flussi da distilleria per larga parte della tua vita) non hai trattato benissimo per vedere, stupendoti magari tu per primo, cosa diavolo ne esce fuori, non è il caso di gridare al capolavoro (ben altro di eccezionale hai prodotto nella tua entusiasmante “stupefacente” carriera e scusami questo italianissimo calembour, tu che hai sempre brillato per squisito humour britannico minimalistico ma sapido) ma di restare in estatica estetica ammirazione di quello che sembra essere un indulgente dolce/amaro monumento alla carriera e alla vita stessa, beh quello sì.

Rispetto a due tuoi carissimi amici (i maligni sostengono che ci fosse anche qualcosa di più di una cameratesca amicizia ma a noi questo pochissimo cale), Lou Reed e Mick Jagger, che hanno costruito ognuno dei due un personaggio magari intricato e pieno di riferimenti ma, come dire, unico per tutta la carriera, tu ti sei continuamente trasformato con inquietudine a volte ossimoricamente gioiosa a volte ridondantemente inquieta.

E quando hai creduto di non avere più niente da dire, minato nella salute e morsicato dalla depressione, te ne sei stato zitto per quasi 10 anni, dopo aver in effetti prodotto con “Reality” del 2003 uno dei tuoi album globalmente meno significativi degli ultimi 20 anni, periodo plastificato anni ’80 da edonismo reaganiano postberlinese a parte.

Questa canzone, testo musica e se vogliamo anche video, non può non prendere un tuo fan fedele e leggermente sfegatato alla gola, allo stomaco, un po’ dappertutto alla fine. E probabilmente indurrà chi non ti conosce o chi non ti sopporta a dire “Ma dove vuole arrivare ‘sto vecchio di mrd?”.

Perché è chiaro come il sole che questo tuo collocarti nella Berlino, ancora più bella e struggente nel suo essere schizofrenicamente spaccata a metà (lo era, e di fatto lo è tuttora anche se non più fra Ovest ed Est ma solo fra Italia e Slovenia, anche Gorizia ma fa meno notizia e perdonatemi la rima davvero non voluta) di cui citi quasi con pedanteria tutti i punti di riferimento, c’è il disperato ultimo addio ai ricordi di giovinezza di chi sente che non gli resta moltissimo da vivere. O, se sia meglio o peggio ancora lo lascio decidere a te, pensa e teme che quello che gli resta da vivere potrebbe non valere granchè la pena, e allora quando la Signora arriva le offriamo un tè coi biscottini dopo di che ci facciamo portar via come Woody Allen in “Amore e guerra” (che in originale doveva chiamarsi “Amore e morte” ma a Hollywood sono più intransigenti che a Cinecittà e non ne hanno voluto sapere).

Dove siamo andati a finire, Dio mio David, dove siamo andati tutti a finire? Cosa diavolo è questo Duemila a cui tante tue canzoni discretamente e velatamente alludevano? E’ evidente che fa anche a te lo stesso schifo che fa a me, se ci possiamo parlare per un attimo da uomo a uomo e non da Rottame Sociale ad Artista Metafisico.

Ma se la Signora ha altro da fare per un’altra ventina d’anni ti giuro che a noi non dispiace.

Un abbraccio e buona vita, David, buona vita.

A questa morte si fa molta fatica a rassegnarsi.

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Stava a Giancarlo Giannini un po’ come Monica Vitti stava ad Alberto Sordi: ma la ricordiamo anche in coppia con Celentano, Pozzetto, Nino Manfredi (in una delle controverse prove da regista del narcisista, autoindulgente, megalomane e magniloquente Alberto Bevilacqua che quando non parla di Parma perde regolarmente il filo e si aggroviglia su se stesso, nonchè in quel “Lo chiameremo Andrea” che è forse il film meno famoso e per certi versi meno riuscito di Vittorio De Sica), Maurizio Nichetti (nel suo sconclusionato irresistibile musical dei Navigli “Domani si balla”) e perfino in coppia gay con Eleonora Giorgi (anche se per lei c’è la redenzione finale con un convinto assaggio etero alla Povia e per la Giorgi no) e, rispetto alla peraltro tuttora viva e vegeta Monica, di lei possiamo citare una cinquantennale carriera teatrale antecedente e successiva al suo approdo cinematografico che per lei, pregna di quell’indefinibile carica energetica che è la vera autentica “milanesità”, è sempre rimasto un secondo amore in fondo quasi clandestino. Un amore clandestino perché bello, e bello perché clandestino, che ha indotto Mariangela a sperimentarsi e mettersi in gioco con personaggi talmente variegati e cangianti da attraversare tutta l’incredibile gamma delle sue possibilità interpretative.

Ma alla fine il motivo per cui preferiva il teatro, e anche sul set era irresistibilmente teatrale, era il fatto che fosse impossibile se non controproducente dirigerla, inutile guidarla. Assomigliando in questo ad un’altra grandissima recentemente scomparsa, Annie Girardot, il regista intelligente le dava qualche indicazione di massima, le battute del copione e poi doveva lasciare che il personaggio le crescesse dentro fino a portare a qualcosa che il regista, da solo, avrebbe solo potuto abbozzare.

E sul palcoscenico, rispetto al set, non c’è nessuno che può dirti “Stooooooooop! Si rigira.”, sei solo col fiato del pubblico sul coppino che a volte è lui il tuo vero autentico regista e ti fa capire subito se hai recitato bene o sei stato un cane.

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Ha intrecciato una parte importante della sua vita con Renzo Arbore, e lì potremmo continuare il gioco immaginando una proporzione ancora più fantasiosa Boncompagni: Carrà = Arbore: Melato che però è, con tutto il rispetto, sbilanciatissima verso la metà destra.

Come per la Vitti, resta impressa di lei nell’immaginario collettivo una scena di truce maschilismo; ma mentre la Vitti ha la controfigura, fra l’altro una giovanissima Fiorella Mannoia, e secondo me perchè Albertone “menava pe’ davero”, Mariangela affronta la rocambolesca scena dell’inseguimento sull’isola deserta affidandosi alle sue incredibili doti atletiche e alla sua indiscutibile, fra l’altro anche esteticamente molto gradevole, fisicità.

MARIANGELA MELATO, MILLE VOLTI TRA TEATRO, CINEMA E TV

Credo vi ricordiate Sordi che insegue la Vitti per farle dimenticare, con perversa ottusa psicologia viriloide, il bel tenebroso Massimo Girotti a furia di sganassoni, e il geniale tormentone “Lo ami ancora?”. “Sì che lo amo!”. Pem. “Lo ami ancora?”. “Sì che lo amo!”. Pem……….. “Lo ami ancora?” (voce stremata) “No, non lo amo più!!”.

E altrettanto vi ricorderete l’esplosione di cattiveria quasi sadica del mozzo “terrone” e comunista (forse oggi ci vorrebbero delle virgolette politically correct anche per codesto aggettivo?) contro la gitante ricca e stronza quando la ruota del destino si diverte a rimescolare i ruoli, un’esplosione che sconfina quasi nello stupro di classe, salvo poi virare su una curiosa e sapida variante della sindrome di Stoccolma.

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In quelle due scene apparentemente simili, però, c’era una profonda evoluzione della commedia all’italiana, dal sostanziale buonismo un po’ cinico romanesco che descriveva i garruli ed entusiasmanti anni ’60 all’amaro disincanto con cui la sempre romana ma non romanesca Lina Wertmuller sapeva descrivere gli inquieti e a volte un po’ plumbei anni ’70.

Non era bella nel senso convenzionale, apollineo del termine, Mariangela. Leggermente esoftalmica, con dei tratti del viso molto marcati e una corporeità lontana dalle curve da maggiorata che avevano fatto la fortuna di parecchie colleghe meno talentuose ma meglio servite da Madre Natura. Però era bellissima nel senso dionisiaco, asimmetrico, del termine. Di quelle donne che possono fare affidamento su un fascino del tutto interiore che non declina con l’età e con le rughe. E anzi, sembrava sempre più bella e affascinante ogni anno che passava, con solo piccoli discreti interventi chirurgico-estetici, nulla da paragonare ai paurosi mascheroni di parecchie magari giovanissime colleghe che se perdono la dimensione banalmente estetica rischiano di tornare a fare le cassiere alla Standa.

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Non voglio usare iperboli che parrebbero dettate da esigenze puramente e strettamente agiografiche, ma Mariangela ha dato con disordinata sistematicità al cinema italiano molto più di quello che avrebbe intenzionalmente voluto dare, e sicuramente ben più di quanto non abbia ricevuto.

E una frase che sto per citare, lo confesso, per altri suoi colleghi e colleghe del mondo dello spettacolo era un affettuoso auspicio agli estremi limiti del metaforico.

Per lei no.

Mariangela Melato è da ieri iscritta a lettere dorate nella incredibile leggenda del cinema italiano e almeno altrettanto nel difficile tormentatissimo cammino di un teatro italiano contemporaneo virtualmente privo di nuovi autori e che deve fare come l’emiliano di Dalla e Guccini, “voltato a cercare quel mare mancante”.

La terra ti sarà lieve, Mariangela. Se mai sarai tu che la farai ribollire e agitare. Buon viaggio, dovunque esso ti stia portando.

frank iodice

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Un roseto in via Cerreto

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Il Blog di Beppe Grillo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Annamaria - liberi pensieri

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

TerryMondo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Rossi Orizzonti

...e navigando con le vele tese io sempre cercherò il mio orizzont

fiorinellasabbia

idee in movimento, senza rassegnazione. Scritti d’impulso.

Franz-blog .3

(le impronte dei miei passi)