Canto la rabbia e l’amore dell’uomo che è stato vinto.

 

A Marx

Canto l’uomo che è morto
Non il Dio che è risorto
Canto l’uomo infangato
Non il Dio che è lavato.

Canto l’uomo impazzito
Non il Dio rinsavito
Canto l’uomo ficcato
Dentro il chiodo ed il legno.

L’uomo che è tutta una croce
L’uomo senza più voce
L’uomo intirizzito
L’uomo nudo, straziato
L’uomo seppellito.

Canto la rabbia e l’amore
Dell’uomo che è stato vinto
Canto l’uomo respinto
Non l’uomo vincitore.

Canto l’uomo perduto
L’uomo che chiede aiuto
L’uomo che guarda
Nell’acqua del fiume.

Dove l’acqua conduce
l’uomo che accende una luce
o quello che trova la voce.

Canto l’uomo che è morto
non il Dio che è risorto.

Canto l’uomo salvato
non l’uomo sacrificato.

Canto l’uomo risorto.
Non il Dio che è li’ morto.

Canto l’uomo che è solo
Come una freccia
Nel suolo.

L’uomo che vuole lottare
E che non vuole morire.

Canto Andrea Del Vento
Ragazzo di Crotone
Che si fa avanti e racconta
La sua vita di cafone.

Anch’io sono partito
Piangevo alla stazione
E poi là nella neve
Dove si poteva sperare.

Non c’era l’onda del mare
Là sono arrivato
Anch’io mi sono fermato.

Canto l’uomo che ascolto
Con la voce distesa sul prato
Canto chi vuole tornare
Non chi vuole fuggire.

Canto Andrea che dice :
« Quella era la mia terra,
Adesso la prendo e la mangio».

(Roberto Roversi per Lucio Dalla)

Su Andrea Del Vento che piangeva alla stazione Dalla ha saputo superare il maestro, immaginandosi in “Balla balla ballerino” un ragazzo di ceppo siculo-normanno, “gli occhi verdi che sembrano di vetro” al finestrino del treno Palermo-Francoforte. E supplicando il magico ballerino, capace anche di ballare su una tavola fra due montagne e di convincere i violenti che lo guardano ballare di esser morti da sempre anche se possono respirare e quindi in predicato di compiere qualsiasi tipo di impresa, di far tornare indietro quel malefico treno.

comunista bandiera rossa bimbo[1]

La canzone in origine si chiamava “Ho cambiato la faccia di un Dio” e rimase fuori dall’ultimo album a quattro mani Dalla-Roversi “Automobili”, per ovvi motivi di incompatibilità col filo conduttore del disco. E’ riapparsa tredici anni dopo su “Cambio” col titolo provocatorio già allora, figuriamoci oggi che Berlusconi, Monti e probabilmente anche Grillo eliminerebbero la parola dal vocabolario, di “Comunista”.

In questo epocale inizio d’anno che sembra evocare mille tensioni, alcune nefaste e nefande ma tante altre buone, credo che questa poesia-canzone possa essere augurale, per tutti coloro che (essendolo stati, essendolo stati senza saperlo, essendolo stati senza dirlo, e magari sotto sotto essendolo tuttora) non provano nessuna vergogna e nessun imbarazzo ricordando il Grande Partito Comunista Italiano.

Che stava al PCUS come le chiese della liberazione sudamericane stanno al Vaticano, e che si è sciolto e rifondato non perché travolto dagli scandali ma per ragioni puramente strategico-ideologiche, riconoscendo serenamente e pacatamente, per dirla alla Veltroni, il sostanziale, irreparabile, sistematico fallimento di codesta idea ovunque essa fosse passata dallo status filosofico a quello pragmatico.

Allora si pensava, e forse lo si pensa ancora, ed era giusto pensarlo, che casa lavoro sanità istruzione garantiti per tutti non valessero il prezzo di un azzeramento della libera impresa (e quello, a mio personale giudizio, poteva essere un prezzo sopportabile) e della libertà di pensiero ed azione (e quello, a giudizio di chiunque sano di mente, è un costo intollerabile ed impraticabile).

Resta il fatto che, quando si contesta la terapia-Monti (che poi è la terapia imposta dalla BCE e forse dalla famigerata Goldman-Sachs) che, nei fatti, preserva gli interessi del grande capitale depredando le già smunte risorse del cittadino comune, si invoca un po’ di sano comunismo, (utopisticamente perché il comunismo è come la perdita della verginità o la gravidanza, probabilmente non esistono mezze misure) e   si canta “la rabbia e l’amore dell’uomo che è stato vinto”.  E vorrebbe tornare almeno a pareggiare con la realtà.

babbo-natale-comunista-774472

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2 Risposte

  1. Sono ancora con una connessione che sparisce, spero di poterti esprimere il mio pensiero, per cui sarò breve. Non conoscevo questo brano, che dire è stupendo, una poesia dal significato profondo. Il comunismo, quello vero, forse non esiste più, ora nei veri stati comunisti vige solo dittatura e non la libertà sogno dei comunisti autentici. Sai, mio padre era un comunista, poi s’accorse del cambiamento e crebbe in lui la disillusione; lui, io, siamo per un partito che rispetti il popolo e non lo soffochi in tutti i sensi, come del resto sarebbe anche per te. Vedremo come andrà a finire.
    Buona giornata, un caro saluto.
    annamaria

    1. Sono contento che tu abbia capito la logica dietro questo post, che è un post che volevo fare da tantissimo tempo, e che è diventato urgente sia dopo la scomparsa prima di Dalla e poco dopo anche di Roversi, ma ancora di più dopo la sostanziale rarefazione di qualunque voce convincente e incisiva che dicesse qualcosa di sinistra nell’asfittico purulento panorama politico italiano.

      L’enorme patrimonio politico e culturale del PCI che (ripeto) stava al PCUS come le chiese della liberazione sudamericane (che Giovanni Paolo II vedeva come il fumo negli occhi) stanno al Vaticano mi sembra drammaticamente disperso; proprio mentre stilemi e valori del post-fascismo (che dovrebbe essere in teoria fuorilegge e in pratica superato e obsoleto, ma si vede che non lo è) sotto il (per fortuna in crisi) mantello protettivo del berlusconismo intrinsecamente fascista e intrinsecamente mafioso hanno da quasi vent’anni ritrovato diritto di cittadinanza. Fino a un vomitevole revisionismo che mette sullo stesso piano i caduti partigiani e i caduti fascisti. Ma il discorso ci porterebbe lontano e mi scuso quasi per averlo cominciato.

      Questo blog è stato a un passo dall’essere chiuso e cancellato: il mio rabbioso post post-natalizio non era un modo per farmi desiderare (o magari lo era inconsciamente, dovrei andare in analisi e magari sarebbe globalmente utile e stimolante) nè per misurare l’affezione dei miei lettori, era proprio l’espressione di un senso di fatica e di impotenza che non potevo che esprimere in modo spontaneo e anche un po’ triviale.

      L’ho ripreso con molte meno (forse addirittura nessuna) velleità qualitative, e quindi Eufemio, Paolo, Lancillotto e compagnia cantante hanno un bel tirarmi per la giacchetta, per ora non ho intenzione di occuparmi di loro, e del resto sono già grandi e ce la fanno anche senza di me. Ma con la voglia di dire quello che sento, come lo sento e quando mi va, finchè avrò quei due-tre lettori che mi salvano dall’incombente percezione di assomigliare sempre di più a quei pazzi che vagabondano parlando da soli (o magari c’è un auricolare particolarmente ben nascosto).

      Un carissimo grato riconoscente saluto.

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