A questa morte si fa molta fatica a rassegnarsi.

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Stava a Giancarlo Giannini un po’ come Monica Vitti stava ad Alberto Sordi: ma la ricordiamo anche in coppia con Celentano, Pozzetto, Nino Manfredi (in una delle controverse prove da regista del narcisista, autoindulgente, megalomane e magniloquente Alberto Bevilacqua che quando non parla di Parma perde regolarmente il filo e si aggroviglia su se stesso, nonchè in quel “Lo chiameremo Andrea” che è forse il film meno famoso e per certi versi meno riuscito di Vittorio De Sica), Maurizio Nichetti (nel suo sconclusionato irresistibile musical dei Navigli “Domani si balla”) e perfino in coppia gay con Eleonora Giorgi (anche se per lei c’è la redenzione finale con un convinto assaggio etero alla Povia e per la Giorgi no) e, rispetto alla peraltro tuttora viva e vegeta Monica, di lei possiamo citare una cinquantennale carriera teatrale antecedente e successiva al suo approdo cinematografico che per lei, pregna di quell’indefinibile carica energetica che è la vera autentica “milanesità”, è sempre rimasto un secondo amore in fondo quasi clandestino. Un amore clandestino perché bello, e bello perché clandestino, che ha indotto Mariangela a sperimentarsi e mettersi in gioco con personaggi talmente variegati e cangianti da attraversare tutta l’incredibile gamma delle sue possibilità interpretative.

Ma alla fine il motivo per cui preferiva il teatro, e anche sul set era irresistibilmente teatrale, era il fatto che fosse impossibile se non controproducente dirigerla, inutile guidarla. Assomigliando in questo ad un’altra grandissima recentemente scomparsa, Annie Girardot, il regista intelligente le dava qualche indicazione di massima, le battute del copione e poi doveva lasciare che il personaggio le crescesse dentro fino a portare a qualcosa che il regista, da solo, avrebbe solo potuto abbozzare.

E sul palcoscenico, rispetto al set, non c’è nessuno che può dirti “Stooooooooop! Si rigira.”, sei solo col fiato del pubblico sul coppino che a volte è lui il tuo vero autentico regista e ti fa capire subito se hai recitato bene o sei stato un cane.

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Ha intrecciato una parte importante della sua vita con Renzo Arbore, e lì potremmo continuare il gioco immaginando una proporzione ancora più fantasiosa Boncompagni: Carrà = Arbore: Melato che però è, con tutto il rispetto, sbilanciatissima verso la metà destra.

Come per la Vitti, resta impressa di lei nell’immaginario collettivo una scena di truce maschilismo; ma mentre la Vitti ha la controfigura, fra l’altro una giovanissima Fiorella Mannoia, e secondo me perchè Albertone “menava pe’ davero”, Mariangela affronta la rocambolesca scena dell’inseguimento sull’isola deserta affidandosi alle sue incredibili doti atletiche e alla sua indiscutibile, fra l’altro anche esteticamente molto gradevole, fisicità.

MARIANGELA MELATO, MILLE VOLTI TRA TEATRO, CINEMA E TV

Credo vi ricordiate Sordi che insegue la Vitti per farle dimenticare, con perversa ottusa psicologia viriloide, il bel tenebroso Massimo Girotti a furia di sganassoni, e il geniale tormentone “Lo ami ancora?”. “Sì che lo amo!”. Pem. “Lo ami ancora?”. “Sì che lo amo!”. Pem……….. “Lo ami ancora?” (voce stremata) “No, non lo amo più!!”.

E altrettanto vi ricorderete l’esplosione di cattiveria quasi sadica del mozzo “terrone” e comunista (forse oggi ci vorrebbero delle virgolette politically correct anche per codesto aggettivo?) contro la gitante ricca e stronza quando la ruota del destino si diverte a rimescolare i ruoli, un’esplosione che sconfina quasi nello stupro di classe, salvo poi virare su una curiosa e sapida variante della sindrome di Stoccolma.

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In quelle due scene apparentemente simili, però, c’era una profonda evoluzione della commedia all’italiana, dal sostanziale buonismo un po’ cinico romanesco che descriveva i garruli ed entusiasmanti anni ’60 all’amaro disincanto con cui la sempre romana ma non romanesca Lina Wertmuller sapeva descrivere gli inquieti e a volte un po’ plumbei anni ’70.

Non era bella nel senso convenzionale, apollineo del termine, Mariangela. Leggermente esoftalmica, con dei tratti del viso molto marcati e una corporeità lontana dalle curve da maggiorata che avevano fatto la fortuna di parecchie colleghe meno talentuose ma meglio servite da Madre Natura. Però era bellissima nel senso dionisiaco, asimmetrico, del termine. Di quelle donne che possono fare affidamento su un fascino del tutto interiore che non declina con l’età e con le rughe. E anzi, sembrava sempre più bella e affascinante ogni anno che passava, con solo piccoli discreti interventi chirurgico-estetici, nulla da paragonare ai paurosi mascheroni di parecchie magari giovanissime colleghe che se perdono la dimensione banalmente estetica rischiano di tornare a fare le cassiere alla Standa.

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Non voglio usare iperboli che parrebbero dettate da esigenze puramente e strettamente agiografiche, ma Mariangela ha dato con disordinata sistematicità al cinema italiano molto più di quello che avrebbe intenzionalmente voluto dare, e sicuramente ben più di quanto non abbia ricevuto.

E una frase che sto per citare, lo confesso, per altri suoi colleghi e colleghe del mondo dello spettacolo era un affettuoso auspicio agli estremi limiti del metaforico.

Per lei no.

Mariangela Melato è da ieri iscritta a lettere dorate nella incredibile leggenda del cinema italiano e almeno altrettanto nel difficile tormentatissimo cammino di un teatro italiano contemporaneo virtualmente privo di nuovi autori e che deve fare come l’emiliano di Dalla e Guccini, “voltato a cercare quel mare mancante”.

La terra ti sarà lieve, Mariangela. Se mai sarai tu che la farai ribollire e agitare. Buon viaggio, dovunque esso ti stia portando.

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8 Risposte

  1. L’ho vista a teatro, una volta sola ed era un unicum con il personaggio e il pubblico. Anima teatrale dalle mille corde, rara. Mi piaceva molto, e mi rendo conto che non ci sono, al momento, altre attrici uguali a lei. Peccato! Ci sarà un vuoto. come con la Vitti, ormai ammalata. Donne splendide in un momento dove le donne erano in lotta. Ciao Riri52

    1. La vita alla fine è fatta più di vuoti che di pieni, e l’essere umano è composto per il 60% di acqua. Ci deve essere una logica in tutto ciò, ma direbbe Corrado Guzzanti “e peccato che me sfugge”.

  2. Credo che in giro per il web sia difficile trovare un articolo in memoria della piccola grande donna che ci ha lasciato così ricco di citazioni e di considerazioni, nonché di belle immagini (quella dove appaiono meravigliosamente sorridenti Mariangela e Monica è commovente).
    Posso aggiungere, per completare la tua opera, solo il mio ricordo di una particolare interpretazione in un’opera televisiva ancor più particolare, l’Orlando Furioso del grande Luca Ronconi. E la bella testimonianza che ha rilasciato in questa tristissima occasione Renzo Arbore (clicca qui).

    1. E insomma, ogni tanto ci becco ancora. L’ispirazione è altalenante, la situazione umana ed esistenziale è raggelante, le prospettive politiche del Paese sono ai limiti dell’innominabile, ma i motivi per tenere aperto un blog ci sono ancora tutti, anzi ce n’è uno solo che fa per tutti: la voglia di raccontare e magari qualche volta raccontarsi, seppur spesso sotto mentite e allegoriche spoglie.

      Non per farsi dire “bravo”, anche se quando succede devo dire che non guasta. Specie da chi quando crede di intravvedere delle lacune nel tuo scritto te le evidenzia con grande onestà intellettuale e misuratissimo garbo tanto da suscitarti un “Grazie per l’attenzione” piuttosto che una truce invettiva. E adesso passo sul tuo, di blog, visto che ti sono ancora debitore di un indispensabile commento alla tua ultima fatica.

  3. Il titolo è perfetto come anche l’articolo, esaustivo splendido un encomio per una donna di grande talento, un’attrice come poche che lasciano il segno anche per la personalità che non tutti possiedono. Hai fatto bene a citare anche Monica Vitti, le adoro entrambe oltre che per la bravura, anche per quell’ironia speciale e irresistibile.
    Che dirti, Luca, se non bravo: “lei” ti avrebbe espresso lo stesso mio complimento.
    un saluto mattutino
    annamaria

    1. Sono articoli che si scrivono con angoscia e tristezza questi, non sono squallidi “coccodrilli redazionali” buttati giù solo per dovere.

      Su Prospero Gallinari per esempio non scriverei (e non scriverò) una sola riga nè a favore nè contro. Poi magari il destino vuole che ti dilunghi con commozione su Febo Conti e non trovi l’ispirazione adatta per scrivere qualcosa di adeguato e all’altezza per Rita Levi Montalcini e allora preferisci tacere. Senti di non poterti esimere dal celebrare i mancati 70 anni di Jimi Hendrix e ti viene fuori un post assolutamente scadente ma, come dire, “non potevi non scriverlo”, mentre quello sui mancati 60 di Augusto Daolio, forse perché Novellara ti è leggerissimamente più familiare di Seattle, ti era saltato fuori uno di quei post che ti commuovi da solo mentre lo scrivi (e qui l’anacoluto ci vuole).

      Il blog è un esercizio di libertà e più specificamente di libero pensiero ma forse quasi altrettanto di libere emozioni. E’ uno spazio delicato e fragile frequentato da un coraggioso manipolo di amici fedeli (almeno per me, il tuo è almeno un’allegra brigata).

      Come ho già scritto a Franz, che posso considerare umilmente e realisticamente un maestro simultaneamente di scrittura e di dirittura morale, sentirmi dire “bravo” ovviamente non mi fa dare testate contro il muro (tutt’altro) ma non è essenziale per tirare avanti e continuare a raccontare.

      Un abbraccio.

  4. Bravo te lo dico proprio, caro Luca. Ancora una volta, leggendoti, penso che è un vero peccato che la tua capacità di scrittura, di analisi, di trasmettere emozioni (che, di volta in volta, possono toccare le corde della commozione o portarci al sorriso), sia racchiusa in un blog, e non si espanda molto più ampiamente. Questo articolo avrebbe fatto una magnifica figura sulla prima pagina di uno dei nostri quotidiani nazionali. Altro che tutti quei coccodrilli, un po’ rigidi e stereotipati.
    Mariangela Melato, a teatro, l’ho vista solo una volta, qualche anno fa. era Annie di Anna dei Miracoli. Da adolescente avevo visto la versione teatrale con Anna Proclemer (più volte quella cinematografica con Anne Bancroft) e una giovanissima (dieci anni) Ottavia Piccolo nel ruolo di Helen Keller. Mi era piaciuta tantissimo. Andai quindi a vedere la rappresentazione della Melato con scetticismo, giusto perché, quell’anno, avevo l’abbonamento alla stagione teatrale. Ero certa che mai avrebbe potuto eguagliare la Proclemer. E invece. E invece fu ancora più grande. Ma proprio tanto, tanto grande.

    Non ti chiedo neppure il permesso (eventualmente fammi contattare dal tuo avvocato, se non sei d’accordo): segnalo questo tuo bellissimo ricordo di Mariangela Melato nella mia bacheca di Facebook.

    Buona serata, Luca.

    1. Sono contento quando un mio post è particolarmente ispirato e ben riuscito, e questo mi sembra proprio che lo sia. Specie quando, subito dopo Natale, ero quasi intenzionato a chiudere definitivamente il blog per mancanza di ispirazione, di motivazione, di senso. Non per lo scarso numero dei miei commentatori, anzi direi che i pochi ma ottimi che resistono sono una ricompensa necessaria e sufficiente al mio scrivere.

      Quanto al segnalare il mio post nella tua bacheca del Libro delle Facce, la cosa non può che inorgoglirmi.

      Un affettuosissimo saluto.

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