Depressione caspica

 

 

20091113113031-omino%20pompiereL’Omino si aggirava per le strade della sua città facendo finta di vivere, ma in realtà si sentiva già il monumento a un sè stesso che fu, che fuggiva, che fugava ogni dubbio o non ne fugava nessuno, che furoreggiava una volta  nelle serate tra single di ritorno che cercavano una nuova confortante gabbia di coppia.

Forse semplicemente aveva già sparato tutte le sue cartucce e gli stava passando la voglia di combattere; forse rivendicava il diritto, o si imponeva il dovere, di cominciare disciplinatamente ad invecchiare perché si era rotto il cazzo di fare l’adolescente a vita.

L’Omino si dedicava a mille occupazioni, alcune retribuite, altre comunque giovevoli alla sua immagine sociale seppur retribuite poco o punto, altre ancora dettate solo dal suo buon cuore e dalla sua tendenza a farsi sfruttare da qualche Cavaliere della Solidarietà, altre infine totalmente improduttive, nocive al suo portafoglio e alla sua salute fisica e mentale.

Coi pochissimi amici che gli resistevano accanto proclamava il suo superomistico entusiasmo ed il suo orgoglio per una vita di francescana povertà: ma nel profondo di sè stesso rimpiangeva e malediceva una lunga sequela di scelte sbagliate (alcune francamente tra il delirante e il demenziale) dettate da romanticismo, candore d’animo, ingenuità, ottusità, tratti ossessivo-compulsivi, masochismo morale, Super-Io sadico-punitivo, cattive compagnie, testardaggine, culto della trasgressione, idolatria per le donne purtroppo non ricambiata, disordini alimentari, tilt completo dei ritmi circadiani, bioritmi impazziti, spunti paranoidi, dislivello tra conclamati altissimi Ideali dell’Io e visione profonda e segreta di un Io impotente e pasticcione da mettere a cuccia senza cena, totale mancanza di malizia, Edipo irrisolto, traumi di relazione, choc anafilattico, folgorazione sulla Via Emilia, inconcludenza, irresolutezza, disadattamento socio-culturale, tendenze all’auto-emarginazione, tortuose e turbinose ciclotimie, carenze nella razionalizzazione, scarso dialogo tra gli emisferi cerebrali. Ma questa era ovviamente solo una piccola parte delle cause della sua infelicità.Incazzatus

Non ci credeva più che si sarebbe risollevato e che sarebbe arrivato il suo grande momento: prima di illudersi di poter pigliare un qualsiasi treno avrebbe dovuto almeno trovare la stazione, che chissà dov’era nascosta….

Ogni tanto si accontentava di riavvolgere il nastro e guardarsi rapito qualche meraviglioso momento di 10, 20, 30 anni prima; da diverso tempo aveva invece prudentemente abolito ogni fuga in avanti con la fantasia, vivendo ogni giorno non necessariamente come l’ultimo ma come un giorno “singolare”, che nulla aveva a che fare coi precedenti e nulla avrebbe avuto a che fare coi successivi.

E del resto c’erano una serie magari non lunghissima ma molto molto significativa di disillusioni nella vita affettiva e professionale che l’avevano oramai educato e condizionato ad uno sfrenato pragmatismo (pragmatismo che gli sarebbe servito qualche anno prima, e che oramai assomigliava a chiudere il recinto quando al suo interno era rimasto qualche bue sciancato e 2-3 vitellini non ancora in grado di darsela a gambe). Non si aspettava nulla, così che qualunque cosa arrivasse poteva essere considerata positiva, e qualunque novità (a volte anche le più fastidiose) rendeva la sua vita appena un po’ più interessante (interessante?).

L’Omino però alla fine tirava avanti, un po’ fantozzianamente, ma dando l’impressione all’esterno (e a chi non sapeva, non poteva, non voleva o non doveva vedere la sua frantumazione interiore) di essere assolutamente impermeabile e indistruttibile. E questa immeritata ed ingiustificata fama gli procurava a volte qualche istante di sincera e genuina contentezza.image004

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10 Risposte

  1. Sembrerebbe una confessione, un volersi mettere a nudo, giusto per liberarsi un po’: tenersi tutto dentro non va bene e la pagina bianca è un ottimo confidente. Comunque sia, lascia perdere questa mia interpretazione, l’omino in questione rispecchia tanti modelli di questa società che rimuginano sulla loro condizione passata e presente e nei momenti di ciclotimia le riflessioni nascono spontanee e liberatorie. E’ come fare un punto sulla propria situazione, ma la vita, sinché si è sul carrozzone dell’esistenza, è imprevedibile, tutto potrebbe accadere: le disillusioni potrebbero trasformarsi in soddisfazioni. Attento: sto per propinarti una frase fatta: “La speranza è l’ultima a morire!”

    Gran bella pagina, ti auguro un sereno weekend.
    cari saluti
    annamaria

    1. Io sono profondamente convinto che quando si scrive, specie se lo si fa più per passione che per calcolo, il confine fra l’autobiografico e l’immaginario è veramente precario e ballerino, cambia come cambiavano i confini fra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, moltiplicando le nazioni e (per gli appassionati del football) le Nazionali di calcio.

      In questo post ci sono alcune cose che mi riguardano e molte altre che mi trascendono. Qualche post risente del misterioso principio della “scrittura automatica” che, dice la leggenda urbana, ha funzionato anche con Robert Plant per il testo di “Stairway to heaven”. Forse anche questo.

      E’ altrettanto vero che la scrittura automatica tende all’autoreferenziale ed allontana i potenziali lettori. Non so cosa farci.

      Uno splendido fine settimana.

  2. I tuoi scritti, anche quando seri e con un fondo amaro, mi fanno sempre ridere di gusto.
    Le scelte sbagliate del tuo omino potrebbero essere quasi le stesse di una donnina (donnetta non è politically correct), esclusi solamente l’idolatria per le donne, il tilt dei ritmi circadiani, lo choc anafilattico, che però mi piace moltissimo, come mi piace la folgorazione sulla via Emilia.
    Vai, Luca, che sei forte!

    1. Si può parlare dei casi della vita, sempre un po’ sgradevoli, senza perdere d’occhio la necessaria levità che renda gradevole la lettura. Non sempre ci si riesce, perché alla fine siamo tutti un po’ imperfetti e impuri, o forse perché il destino è cinico e baro, o per una complessa mescolanza dei due fattori, o per altri fattori ancora che rientrano quasi tutti nell’enumerazione tentata nel post in questione.

      Saperlo, saperlo…

  3. Mi permetto di dare un suggerimento all’Omino, dato che un po’ Omini siamo tutti, e dunque è giusto condividere quel tanto di esperienza Ominica che può in qualche modo servire.
    L’umile consiglio che gli do è che, qualunque sia la sua condizione, e la sua percezione di essa, si dia sempre una progettualità, in cui convogliare impegno, volontà e le Grandi Capacità Ominiche di sua pertinenza.
    Se lo vedi, per favore diglielo, grazie!

    1. L’enunciato estremo dell’Omino credo sia l’Umarell, ma lì andiamo nei casi disperati. Quanto all’Omino in questione, se lo vedo glielo dico, ma lui notoriamente ascolta tutti con garbo e gentilezza e poi, come Ligabue, si ricorda che “a sbagliare è bravissimo da sè”.

  4. Fra il pianto ed il riso.
    Ciao

    1. Dicono tutti che far piangere è facile, quasi elementare, e far ridere è un po’ più difficile. Se si riesce a fare entrambe le cose in una volta sola, è più difficile ancora.

      Ovviamente io non sono messo così male (so’ messo peggio, direbbe Alvaro Vitali, ma io sono solo vitale) come l’Omino del post, al quale ho però volentieri prestato qualcosa di me, che mi renderà presto perché non saprà cosa farsene.

      Un abbraccio.

  5. “Non si aspettava nulla, così che qualunque cosa arrivasse poteva essere considerata positiva, e qualunque novità (a volte anche le più fastidiose) rendeva la sua vita appena un po’ più interessante (interessante?)”
    Forse bisognerebbe proprio vivere così, senza aspettative. Si eviterebbero delusioni, ansie, frustrazioni, e si gioirebbe per piccole cose, come, per esempio un singolare giorno di sole in pieno inverno.
    Bella pagina, Luca, hai saputo rendere molto bene l’universalità dell’Omino. Lo hai fatto con ironia, leggerezza, tenerezza, anche. E l’amarezza, così, vien bene stemperata.
    E, comunque, cerchiamo di rimanere tutti, finché possiamo, e oltre, “con lo sguardo eretto all’avvenire”.
    Un abbraccio.

    1. Vista l’universalità e l’inevitabilità del dolore (come, fra i tanti, Leopardi e Sartre hanno chiarito oltre ogni ragionevole dubbio in un’ottica assolutamente laica ed atea) vale la pena rispettarlo e cercare di parlarci, piuttosto che trattarlo come il nostro peggior nemico. Anche se torno a dire, per l’estrema e credo ultima volta (visto che dei miei attuali commentatori deve passare solamente la Terry che probabilmente dirà “Vroom sput puff puff letto tutto fa il bravo neh”) che IO non sono L’OMINO, che è un allegorico stereotipo della condizione umana, ma un po’ non posso negare di somigliargli.

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