Incontro con un grandissimo.

 

Pierfrancesco Galli parla di moduli calcistici, di passaggio dal sistema al metodo, di una partita di calcio medici-infermieri in cui lui giocava da libero, parla di sartoria, di cucina, racconta una sua tragicomica avventura quando, da giovane psichiatra, si trova a dover fare un colloquio con una attempata caratteriale abbastanza pericolosa di Ischia, sembra che si distragga e qualcuno borbotta “E’ l’età”, poi all’improvviso quella che sembrava una divagazione gratuita e un po’ alzheimer-style si rivela come una digressione indispensabile per un fulminante affondo dialettico.

Il luogo è la nuova sede della Feltrinelli di Parma, un luogo dove corpo e mente si danno allegramente la mano, i libri sono affondati in mezzo a mille delizie gastronomiche da asporto e da consumo in loco, fino al punto che qualcuno dice che i libri per alcuni sono quasi un sovrappiù, può darsi che per qualcuno sia vero ma per tanti altri (quorum ego) il matrimonio è riuscito e tutt’altro che contro natura. L’occasione è la presentazione del libro “Psicoanalisi in trincea”, una raccolta di contributi sulla vexata quaestio “Si può fare psicoterapia nel Servizio Pubblico” che allarga l’angolo visuale a un parallelo fra la colta e spendacciona Italia e l’empirica, pragmatica, sostanzialmente sempre un po’ thatcherian-churchilliana Gran Bretagna a cui il Professore ha regalato il saggio iniziale.

Il prof. Galli sembra confabulare e invece affabula. Vedete, cari amici, a volte basta cambiare un prefisso e c’è uno slittamento semantico totale, il problema è solo se sei tu che controlli la fabula (affabulazione) o se è la favola che controlla te (confabulazione). E’ un po’ come quando vorresti fonderti con la persona amata, o con una religione o ideologia (che forse è la stessa cosa) e invece ti con-fondi, e quella che poteva essere una cosa bellissima diventa una cosa orrenda.

Il prof. Galli ha parlato, quasi con affetto ma comunque non era un complimento, di una Parma invidiosa e un po’ pettegola, scenario che favorisce l’emulazione e la competitività, ma che lascia spesso soli quelli che non sanno costruirsi con una certa sapienza alleanze e collusioni. Una Parma nella quale lui scendeva da Milano ogni martedì nella seconda metà degli anni ’70 per formare una incredibile generazione di operatori sociosanitari che confluivano nell’ombelico del Norditalia (come ogni buon parmigiano considera la sua città, ma la geografia gli dà in parte ragione) da tutto il resto della nazione. 

L’edificio della sua affabulazione è talmente complesso (le singole parole sono semplici, ma è la loro scansione che crea geometrie non euclidee) che alla fine, quando Maria Zirilli (è la prima volta che la vedo sinceramente emozionata) chiede se ci sono domande, tutti si guardano e tacciono.

E in quel momento la Parma competitiva e invidiosa un po’ maligna di cui sopra si vede tutta: la Parma che odia Paolo Nori perché non parla della città col dovuto rispetto per la sua noblesse  e ne parla come di una rezdora un po’ sfatta e non come di quella nobildonna che Ubaldi e Vignali seppero raccontare beccandosi un sacco di voti per poi farsi i propri santi comodi (loro sì confabulando, ma questo è un altro discorso); la Parma che Bevilacqua ha mostrato ai tavolini del secondo piano del Caffè Orientale che studia dall’alto il passeggio per Piazza Garibaldi e Via Cavour traendo auspici preziosi per il futuro da chi c’è, chi non c’è e chi sta con chi, e chi passa veloce e chi invece si ferma a parlare con tutti; la Parma che Luca Goldoni descrive con affettuosa tolleranza come il santuario di tutti i bizantinismi, i distinguo e le chiacchiere coltissime e dottissime ma improduttive, o con la fulminante metafora del letterato parmigiano che, in treno, mentre tutti parlano di donne e motori, tira fuori allora la Olivetti Lettera 32, oggi il notebook, e comincia a scrivere “Quella notte in Borgo Marodolo…”.

Hanno tutti paura di fare brutta figura; di dire delle banalità; di far sogghignare il vicino.

Allora, dopo un lungo minuto in cui nessuno spiccica parola, mi decido e, totalmente indifferente al tipo di brutta o pessima figura che posso rischiare (chi si trova in serie Z può solo salire qualunque cosa faccia o dica) e dico alcune cose:

  • che il prof. Galli ha costruito una cattedrale gotica nella quale si ha una certa qual reverenza ad entrare, a meno che non si sia degli irresponsabili sconsiderati (“come me” lo lascio vezzosamente implicito);
  • che il prof. Galli ha parlato di psicoanalisi non parlandone, come raramente capita, e che mi sembra una cosa straordinaria;
  • che attraverso le sue parole ho respirato di nuovo la Parma a cavallo fra i ’70 e gli ’80, anni prima di piombo e poi di plastica per quasi tutto il resto d’Italia e in Europa, ma nella Parma di Franco Basaglia, Mario Tommasini e Lauro Grossi erano anni “della materia di cui è fatto il sogno”, una Parma che paragonata con quella degli ultimi quindici anni sembra una cosa verdonianamente “avursa”;
  • e che attraverso le sue parole ho capito finalmente, questo non cambia la mia vita ma risistema alcuni pezzi del mosaico e l’effetto estetico ora è migliore, quanti e quali errori ho commesso nella mia zoppicante carriera di psicologo per arrivare a decidere di cambiare mestiere.

La risposta di Galli è lunga e appassionata, ma soprattutto mi si rivolge con un “tu” che istintivamente non mi offende ma mi onora (con i due che interverranno dopo di me userà un gelido e distanziante “lei”) e conclude: “Tu lavoravi da solo”, e in quelle quattro parole riassume in una maniera che mi lascia fra il commosso e lo spaventato 17 anni di errori sistematici e irreparabili.

Se fossi quello che non sono andrei a stringere la mano al Professore ringraziandolo per le sue parole e ritagliandomi lo spazio di un piccolo trionfo con tanti ex-colleghi che, paralizzati dal loro solidissimo narcisismo, non hanno spiccicato parola. Ma siccome io sono quel che sono e non faccio la vita che fai, abbandono la libreria quasi furtivamente perché, quel mio piccolo trionfo, non ho nessuna intenzione di condividerlo con altri che con me stesso. Nonché ovviamente coi pazienti meravigliosi lettori del mio blog.

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10 Risposte

  1. Quando scrivi del tuo ex lavoro lo fai con l’enfasi che si dedica a un antico amore, a una vita che è cambiata ma con grande fatica e nostalgia. Molto intenso e personale questo brano. Io non conosco galli, ma lo segno, cercherò qualche libro e lo leggerò. Mi hai incuriosita. ciao Riri52

    1. Io faccio fatica a parlare di me stesso (anche perché tutte le volte che ultimamente l’ho fatto me ne sono dovuto amaramente pentire, forse per averlo fatto nel modo sbagliato e con le persone sbagliate, o forse non esistono persone e modi giusti o sbagliati, chissà) ma stavolta non me ne sono potuto esimere e mi ha fatto perfino bene.

      La lettura di Pierfrancesco Galli è una delle cose migliori che la vita possa offrire, quindi ti esorto ad iniziare subito la tua ricerca bibliografica.

  2. Che incontro interessante, con le tue parole fai venire voglia
    di essere in quella stanza ad ascoltare le parole dette.
    ( Non avrei capito praticamente nulla, ma forse anche solo
    respirare aria di cultura e conoscenza fa stare meglio).
    Ciao

    1. Apparentemente c’erano solo e tutti addetti ai lavori (io facevo eccezione perché oggi non sono addetto ad alcun lavoro, menchemmeno alla psicoanalisi che non ho mai direttamente praticato, avendo avuto una formazione da terapeuta familiare ad orientamento relazionale-sistemico che è tutta un’altra cosa, però ho scoperto privatamente Jung in tarda età e per quello mi son trovato bene) ma credo che quello che ha raccontato il Professore, anche un bambino dell’asilo l’avrebbe capito e apprezzato. Perché la forza dei veri grandi è quella di usare le parole come ponti e non come armi contundenti.

      Un saluto.

  3. Un articolo vibrante, caro Luca. E mi sembra di vederti, mentre te ne esci dalla libreria, e mi sembra di “sentire” quello che hai provato. Io, ma io son io, e tu, in queste cose sei diverso da me, cercherei di fare avere al prof.Galli questo testo. Non per farmi dire “bravo”, ma perché penso, da come ne hai parlato, che lui si meriti di riceverlo.
    Ciao, Luca.

    1. Il Professor Galli ha ricevuto attestati di stima, nel suo mezzo secolo di professione, dalle menti migliori del pianeta. Questo testo non era assolutamente diretto a lui ma a me stesso e a stretto giro di posta a voi.

      Credo che quello che ho capito io (cioè che gli addetti ai lavori tacevano come pistards che fanno il surplace per vedere se l’avversario scatta per poterlo fregare in rimonta, mentre l’ultimo del cioppo, ma ultimo con venti minuti di ritardo, ha avuto il coraggio di intervenire e ha detto anche delle cose mediamente sensate anche se un po’ venate di piaggeria e captatio benevolentiae) l’abbia capito anche il Professor Galli e che me ne sia stato profondamente grato.

      Abbiamo fatto l’uno per l’altro tutto quello che potevamo dovevamo e volevamo fare.

      Se mai, potrei mandare il mio post su David Bowie, debitamente tradotto, al suo sito ufficiale. E magari quello lo faccio. Anzi, lo faccio proprio.

      No, non lo faccio.

  4. Un incontro stimolante e speciale, una persona, il Professor Galli, che con la sua affabulazione avvince proprio perché non confabula (bello questo passaggio). Il tema è interessante e reso fruibile dalla parola comprensibile del Professore, quindi una presentazione di qualità. Il tuo intervento è stato sicuramente appagante per te: è bello porre domande a chi ammiriamo e stimiamo. Non sapevo fossi un ex-psicologo, ora mi spiego la profondità dei tuoi post e l’introspezione mai banale che leggo sempre con interesse. il Professor Galli sarà nella lista delle mie prossime letture.

    Grazie, buon fine settimana.
    un abbraccio
    annamaria

    1. Non parlo mai troppo volentieri di un mio passato ormai abbastanza remoto (l’ultima volta che ho fatto ufficialmente lo psicologo risale almeno a una dozzina di anni fa), si può dire che nella vita reale non lo faccio mai, perché rischio di essere non creduto o addirittura sottilmente deriso.

      Il blog è un po’ meno becero della vita reale (anche se la mia teoria è che va tutto bene finché la integra, è un gran casino quando la rimpiazza e la surroga) e quindi in esso porto volentieri quello che, da lavoro fatto con mille tensioni e insoddisfazioni, è diventato una specie di raffinato hobby. Di fatto, pensandoci meglio, come direbbe il comico Maurizio Milani per giustificare qualche sua stramba abitudine, “altri hobby non ne ho”.

      E’ vero quello che dici, e che io stesso ho rimarcato nelle risposte ai commenti che sono arrivati: i grandissimi riescono a comunicare cose complicate in modo semplice, usando non delle grossolane metafore rurali alla Bersani (il politico, perché quelle dell’omonimo cantautore sono molto più simili a quelle del Professor Galli) ma delle eteree impalpabili metafore che spesso sembrano svolazzi, arabeschi, divagazioni ma ti trasmettono il significato in modo misterioso e indelebile.

      Un po’ quello che sa fare meravigliosamente Dario Fo e, in modo un po’ più macchinoso e a volte narcisisticamente compiaciuto, Roberto Benigni.

      Il che conferma la mia profonda convinzione, che scandalizza qualche freudiano ortodosso ma credo non scandalizzerebbe il Professor Galli, che la psicoanalisi non è una scienza e neppure una tecnica, ma una sottile sublime forma d’arte. O, nel caso della psicoanalisi nei Servizi Pubblici, una delicata e preziosa forma di artigianato che patisce la concorrenza di tecniche vociferanti e rumorose di tipo ipnotico-comportamentistico che agiscono sul sintomo e fanno tutti contenti.

      E’ un piacere averti fra i miei lettori.

      Buon fine settimana anche a te.

  5. Come già ti ho scritto, sono felice per te, sia per l’intensità emotiva dell’eseprienza che hai qui raccontato, sia per la soddisfazione profonda che ti sei preso, con la tua coraggiosa iniziativa di rompere in prima persona quel silenzio furbo e imbarazzante.
    Qui aggiungo solo un grazie, per averci subito fatto partecipi di questa bella pagina della tua vita.

    1. La mia vita, a differenza della tua e di quella (tanto per fare un esempio) di Milvia, è al momento non carente ma pressoché priva di cose da raccontare, almeno senza rischiare di provocare un acutissimo disinteresse, e la cosa non mi ferirebbe, o di essere frainteso, e quello francamente mi dispiacerebbe.

      Nel momento in cui mi sono imbattuto, in modo del tutto casuale e non voluto, in un evento pregnante e denso di significato, ho quasi istantaneamente pensato “Però stavolta devo uscire dalla mia colpevole reticenza, di questo ne devo parlare sul blog”.

      Sperando che in un futuro non remotissimo ci siano spunti quotidiani se non all’altezza di questo, almeno tali da farsi raccontare con entusiasmo.

      E da poter condividere con i miei pochi ma attenti e preziosi lettori.

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