Eufemio Torelli e la Pèrma Voladora

Eufemio non si era accorto di essere diventato povero per molto tempo dopo esserlo diventato.

Perché essere poveri non è come essere morto o incinta, che sono funzioni a gradino “tutto o niente”, specie la prima.

La povertà si colloca in qualche misterioso equivoco elusivo punto di una strana funzione continua, che lenta ed insinuante tende verso il basso senza grossi strappi e con una pendenza grosso modo uniforme.

Non c’è nessun cartello segnaletico che ti dica “Benvenuto nella povertà” (se ci fosse farebbe addirittura piacere, almeno ti regoli). Nè una porta col maniglione antipanico che si varca quasi per forza d’inerzia, ti ci appoggi perchè ti senti un po’ stanco ma lei bastarda si apre e ti fa ruzzolare dentro, anche perché alle spalle hai altri che devono entrare anche se molto probabilmente non vorrebbero e quindi il carrozzone, come dire, va avanti da sè.

Molto più semplicemente varchi la fontiera, magari in un bel giorno di primavera, col tempo che balla un’inopinata anacronistica giava rossa che è tutta una trama… ma non sai in alcun modo di averla varcata, e te ne rendi conto diverso tempo dopo quando senti parlare un’altra lingua e ti trovi iscritto a un gioco grande, sul quale è meglio (o comunque è inutile) fare domande.

Non conviene fare domande, basta dirsi “Siamo qui di passaggio”. Come disse il presidente del Bologna quando la squadra, per la prima volta nella sua gloriosissima storia, finì in serie B.

Era vero, il Bologna era di passaggio in serie B. L’anno dopo era in C1.

Era abbastanza facile per Eufemio, quanto improduttivo e addirittura autolesionistico, costruirsi delle mappe a posteriori di quello che era successo. Solo che le mappe sarebbero servite a priori, quando avrebbero permesso di indirizzare la decisione sul come muoversi; a posteriori servivano solo a maledirsi per aver fatto la cosa sbagliata quando – guarda!! – dalla mappa si evinceva chiarissimamente che non poteva andare che così, non poteva finire in altro modo, poteva andar peggio (potevamo morire).

Ma poi prima o dopo, a priori o a posteriori, le mappe ci fossero anche state al momento giusto a ben poco sarebbero servite, perché i comandi sembravano non rispondere e allora l’itinerario era segnato e l’aereo, che oltretutto di suo è anche tutt’altro che caldo, dove ti porta lo decide lui.

Poi passò la primavera, ormai la frontiera che Eufemio aveva attraversato  era già lontana, anzi (anche ammesso che avesse voluto cercarla per tentare, ovviamente senza successo, di riattraversarla, perché sicuramente nel frattempo sarebbero comparse come dal nulla altissime recinzioni con corrente a 20.000 volts) neanche ricordava più da che parte fosse.

Venne l’autunno, poi l’inverno, e allora Eufemio nelle sue lunghe oziose giornate amava sedersi accanto al torrente, sotto un ponte che aveva già adocchiato come futuro possibile alloggio, ad aspettare l’ondata di piena che sembrava un piccolo tsunami, perché le acque che scendevano impetuose dall’Appennino nell’arrivare in città trovavano un improvviso restringimento in larghezza e profondità dell’alveo, in parte opera della natura e in parte dell’Uomo, e rizzavano inviperite la testa come un boa che punta la preda, spiccavano letteralmente il volo come un motociclista acrobatico che prendesse slancio da un trampolino inclinato verso l’alto.

E in quelle acque di piena, impetuose e provvisoriamente limacciose, del colore del cappuccino del bar che ormai si concedeva col contagocce, privilegiando quello della macchinetta distributrice che erogava un imbevibile intruglio che lo risvegliava rattristandolo, vedeva un riassunto metaforico della sua vita.

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8 Risposte

  1. In effetti non mi sono mai chiesta cosa significa diventare veramente poveri, senza una casa e senza soldi. Conosco molte persone che faticano a tirare la fine del mese, che sacrificano tutto , anche un caffè o un cappuccino al bar, ma nessuno di loro è all’aperto. Sarà questo il futuro di molti italiani? Spero di no, anche se i problemi stanno diventando sempre più grossi. Gran bel quadro quello cha hai descritto, portami per una volta vicino al fiume e sotto un ponte. ciao Riri52

    1. Il futuro degli Italiani è parzialmente nelle loro mani, non tanto e non solo per come voteranno (se Berlusconi dovesse rivincere, cosa improbabile ma assolutamente non impossibile, allora gli Italiani se la sono proprio cercata col proverbiale lanternino) ma per come eviteranno di considerare concluso il proprio compito una volta che abbiano assolto il proprio noiosissimo diritto/dovere di elettori.

      Se, come sembra inevitabile (e forse auspicabile) vincerà il centro-sinistra, Bersani dovrà avere ancora più timore del giudizio critico e spietato dei propri stessi elettori che della coreografica opposizione multimediatica che il Caimano non eviterà di contrapporgli.

  2. Io che sono stata spesso e volentieri ( nel mio piccolo ) manina bucata,
    mi sono detta che casomai mi capitasse di non farcela a sbarcare il lunario
    mi prenoterei un posto sopra un ponte.
    Che argomenti difficili e scomodi e tristi e angoscianti e ….
    Ciao

    1. Le riflessioni sull’impoverimento (non solo economico) dell’attuale società, non solo italiana, toccano un po’ a tutti. Sia a chi povero lo è o lo sta diventando, con tutte le dinamiche descritte per il povero Eufemio (questo è una specie di “prequel”, per usare un orrendo neologismo così simpaticamente in voga, successivamente Eufemio finirà a dormire in stazione e ad aspettare che le pizzerie notturne abbandonino il sacchetto con le pizze invendute per mettere qualcosa sotto i denti, quindi assunto in Cielo e in ultimo addirittura messia del pianeta Colpo di Coda, ma questo fa parte dei post precedenti), sia a chi pensa di non poterlo mai diventare. La realtà è che, avendo non solo l’Italietta ma tutto l’Occidente vissuto largamente sopra i propri mezzi (in termini economici, energetici, di ritmi e stili di vita) ora si vede presentare il conto. E quando arriva un conto esoso chi può scappa (ti ricordi la strepitosa scena finale de “I laureati” di Pieraccioni?) e chi non riesce o non ritiene opportuno scappare paga anche per gli altri.

  3. Eppure, come poi il fantasmagorico destino dimostrerà, il prefisso ‘eu’ di Eufemio non può che essere benefico, o benevolo.
    Vorrei che tutti i poveri d’Italia, e tanto più quelli del mondo, si chiamassero Eu-qualchecosa, e che non dovessero mai dormire sotto un ponte. Oppure, nel caso, che tutti i ponti del mondo venissero magnificamente attrezzati.

    1. L’aspetto caratteristico e un po’ bizzarro dei “prequel” (quale questo in qualche modo è) è che, manipolando ed alterando la sequenza temporale, ti mettono in condizione di interpretare il presente alla luce del futuro. Philip Dick sarebbe sicuramente d’accordo.

      Nella compostezza con la quale Eufemio sopporta i rovesci della sorte, novello Diogene urbano, vediamo in effetti indizi del suo fantasmagorico destino.

      In effetti la povertà ha i suoi potenziali vantaggi e la sua dignità, come qualsiasi condizione umana eccettuata forse quella di tifoso juventino.

  4. Sarà perché è tardi, ma da questo bel post e dai commenti, ricavo solo magnifiche sensazioni e immagini: la Parma voladora, che dev’essere un gran bel vedere, e i ponti magnificamente attrezzati di Franz, che mi hanno fatto sognare una vita di comunità e di condivisione, una vita che non sei mai solo e che mi piacerebbe moltissimo.
    Ma tutti i tentativi di vita comunitaria, e penso agli esperimenti sessantottini e post-settantottini, sono miseramente falliti. E credo che niente ti faccia sentire solo come l’essere povero, cui le uniche comunità pertinenti sono il dormitorio pubblico o il carcere, o se sei vecchio, le cosiddette ‘case di riposo’.
    Ecco che i sogni di bellezza sono svaniti. Vado a dormire, sperando che il sonno me ne regali di magnifici. Succede di rado, ma a volte succede.
    Buona notte.

    1. Ma cosa vuoi che sia tardi, a mezzanotte la notte è appena incominciata col suo fascino schivo e sottile.

      Sono contento che da questo post, che parla di una condizione che sta purtroppo diventando vieppiù comune e drammatica colpendo anche laddove nessuno se lo sarebbe potuto aspettare, comunichi comunque sensazioni positive. Chiunque si prenda la responsabilità di scrivere, anche se con modalità e finalità squisitamente dilettantistiche e del tutto non professionali, dovrebbe avere il comunicare sensazioni positive come obiettivo assoluto e costante.

      E dovrebbe anche smuovere idee in chi lo legge. Se e quando ci si riesce, la vita registra un leggero ma percettibile miglioramento.

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