Massimo Zamboni a Parma.

 

Zamboni

Chi ha conosciuto e magari amato i CCCP e poi i CSI e la loro strana intricata istrionica proposta musicale, non può non avere nella mente, negli occhi e nelle orecchie l’ipnotica sciamanica carismatica presenza di Giovanni Lindo Ferretti, frontman cantante ideologo custode dell’ortodossia autore dei testi e chissà quante altre cose.

Qualcuno in meno ricorderà un omino smilzo e segaligno con grossi occhiali da miope e una faccia e un look complessivo più da bibliotecario che da rock star che era quasi sempre leggermente spostato sulla sinistra (per chi guarda) rispetto a Ferretti e portava a tracolla una chitarra elettrica che suonava con l’aria di chi pensa e starebbe quasi per dire “Non è che mi consideri proprio un chitarrista, per quello c’è Giorgio Canali alle chitarre disturbate, però se non disturbo resto volentieri fino alla fine del concerto”.

massimo-zamboni-0_26006--400x320Quell’omino si chiamava e si chiama Massimo Zamboni, nato a Reggio nell’Emilia il 27 gennaio 1957. E quell’omino era all’Oratorio Nuovo di Parma giovedì scorso a raccontare una storia. Una storia inquieta e ondivaga che oscilla fra Berlino, Mosca, l’appennino reggiano e la Mongolia e ovviamente una Reggio talmente complessa e articolata dietro la sua apparente semplicità da aver prodotto sia il Tricolore che le Brigate Rosse. Una storia accidentalmente, ma non del tutto necessariamente, anche musicale che include il punk, la techno, la new wave, marxismo e cattolicesimo, primi posti in classifica e totale disinteresse per il consenso popolare, cataste di maiali sacrificati, un’Emilia paranoica e parabolica,  la Settimana Enigmistica e Topolino*

Per brevità chiamato artista, direbbe De Gregori. La parola artista penso che gli farebbe venire la dissenteria.

Per maggiore dettaglio chiamiamolo testimone di un trentennio.

Quando gli ricordo che nel 1999 erano stati per una settimana primi in classifica, con l’ultimo album dei CSI “Tabula rasa elettrificata”, nè più nè meno degli altri 3 precedenti totalmente privo della benché minima concessione al grande pubblico, e gli chiedo cosa aveva significato questo dato di fatto per lui, Massimo esordisce attribuendo il successo in Hit Parade ad una “strana anomalia spaziotemporale” e la sua risposta alla domanda è “Tre mesi dopo avevo lasciato i CSI perché quello che stava succedendo intorno al gruppo non aveva più nulla a che vedere con la mia idea di fare musica”, lasciando pudicamente solo intendere, ma è un sillogismo implicito che tiriamo tutti, che agli altri membri non incluso Ferretti quello che stava succedendo alla fine non dispiaceva per nulla.C_s_i__-_tabula_rasa_elettrificata_-_back

Massimo Zamboni c’è tutto, in questo episodio. Al di là delle evocative concomitanze temporali per cui i CCCP sono morti col morire degli anni 80 e i CSI sono implosi a cavallo del cambio di millennio, con sublime disinteresse e spregio per il 2000.

E c’è ancora di più, Massimo Zamboni, nel suo concludere l’incontro con quella che potrebbe sembrare una captatio benevolentiae** (ma allora la si fa all’inizio e non alla fine) quasi si scusa: “Comunque non ho ben capito cosa ci sto a fare in mezzo a musicisti parmigiani che suonano e cantano tutti meglio di me”.

Cosa ci stai a fare, benedetto uomo? Quando finalmente imbracci la chitarra acustica, in ogni tua rudimentale e rozza pennata c’è un pezzo di storia e si respira una bestia strana e sfuggente che si concede a pochi, che non so se si chiama arte ma sicuramente si chiama cultura. Ecco cosa ci stai a fare.

sorella_scheda

 

*Zamboni racconta, verso il finire dell’incontro, quando l’atmosfera propende all’informale, il suo divertimento nel venire a conoscenza di un servizio sui CSI sull’ebdomadario della Disney con intervista totalmente inventata, e il suo restare per un bel po’ con la matita a mezz’aria quando nel cruciverba di prima pagina della Settimana Enigmistica all’1 orizzontale, tre lettere, risulta la definizione “famoso gruppo emiliano” .

“Proprio noi che all’inizio della carriera prima dello spettacolo tiravamo uno sbarramento di filo spinato fra noi e il pubblico come a dire  Di voialtri non ce ne potrebbe fregare di meno.” 

** Captatio benevolentiae invece si può sicuramente chiamare la dichiarazione di Woody Allen quando gli hanno fatto vedere degli spezzoni di Zelig, il varietà televisivo di cabaret per famiglie che trae il nome da un suo celebre film: “Ma sono IO che dovrei ispirarmi a loro…”. Claudio Bisio fece finta di crederci.

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