Dagli archivi di Leonardo. Il ritorno di Devadip.

Devadip ormai guardava il mondo dall’alto della sua snobistica aristocrazia e dal basso delle sue concrete realizzazioni: la sua missione sulla Terra era miserrimamente abortita. Doveva portare l’appagamento esistenziale e sessuale nella vita di una piccola graziosa signora di mezza età, dal convenzionale nome quasi sanscrito di Atlevadit, per poi garbatamente scomparire prima che il tutto degenerasse in una convivenza con drammi paraconiugali per lo scorretto schiacciamento del tubetto del dentrificio (e comprarne uno di plastica?). Invece, probabilmente per le mancate indicazioni in cabina di regia del suo mentore Sheeva, divinità ogm con cromosomi statunitensi ed ucraini, si era messo di traverso ed aveva completamente infranto i limiti della sua missione, era andato fuori tema, si era per così dire umanizzato diventando volgarmente geloso, squallidamente possessivo, goffamente intollerante e alle volte perfino coprolalico.

Per cui Sheeva, una volta esaurito il Consiglio d’Amministrazione con Brahma e Vishnù (durato circa dieci minuti celesti ma ben due anni terrestri) si era trovato davanti il suo droide-avatar Devadip completamente fuori controllo. Umanizzato, dedito alle bevande alcoliche, al tifo calcistico, all’ascolto di profano prog-rock anni ’70, e soprattutto preda di un grottesco equivoco per cui, in assenza totale di indicazioni dall’alto, si era incapricciato di una villanella malsana dal purulento ventre e dai modi inurbani, mentre la delicata damigella che col suo mantra durante un corso di reiki aveva indotto Sheeva a produrre con atto creativo n. 86/2006 l’oggetto dei suoi desideri (per l’appunto, il nostro Devadip) attendeva paziente un uomo che “le parlasse e la possedesse” (anche se lei aveva usato un’espressione un po’ più esplicita che qui non possiamo riportare).

La reazione di Sheeva, già irritato per le reprimende dei soci Brahma e Vishnù (che lo accusavano di essere un po’ troppo distruttivo, ma non era quello il suo ruolo nella filosofia-religione induista? Quando la gente è prevenuta non c’è niente da fare…) era stata molto brusca e sgarbata: privato di tutti i suoi privilegi di semidio, il povero inconsapevole inconsistente inconsulto Devadip era stato condannato a concludere la sua esistenza come un comune mortale. E che con la damigella di mezz’età se la strigasse lui, visto che anche lei non si capiva cosa Buddha volesse.

E da quel momento il povero Devadip, creato alla fine del 2006 con 49 anni di memorie posticce da italiota standard, aveva saputo di essere un semidio, ma nel momento stesso in cui perdeva tutti i privilegi connessi alla sua condizione.

Mescolato da quel momento in poi ad una umanità rumorosa e sudaticcia che gli provocava un misto di sgomento e attrazione per l’abisso, aveva vissuto come poteva alternando rari momenti di intensa grandezza a reiterati momenti di totale squallore.

Alla gelida perfezione della sua missione aveva un po’ per amore e un po’ per forza sostituito la calda imperfezione della sua permanenza terrena. Ma quanto meno, non era tornato 25 volte con la villanella malsana nonostante reiterati inviti telefonici da parte di quest’ultima. Solo mezza volta, e riuscita malissimo.

Sul fatto invece di concludere la sua esistenza nelle esotiche vesti di missionario laico ricordato post mortem come Barombo Tazombo (Uomo Bianco Che Quando Parla Non Si Capisce Niente Ma Suona Tanto Bene), quello poteva ancora succedere.

 

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