Archivi Mensili: aprile 2013

Un caso di pazzia?

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In sè e per sè, un episodio isolato è un episodio isolato, e se “de minimis non curat lex”, anche l’informazione dovrebbe trattare un episodio estemporaneo come tale.

Ma…

Non ho mai incontrato personalmente Franco Basaglia ma ho di fatto lavorato per 17 anni con delle persone che lo avevano incontrato, conosciuto, apprezzato e forse idolatrato durante i suoi brevi ma fecondissimi due anni di lavoro a Parma.

E quei lunghi (e per me anch’essi fecondi, quanto meno per quello che riguarda i miei fragili ed equivoci equilibri personali) 17 anni mi hanno insegnato, fra le altre cose, che la “pazzia”, è un concetto che come quasi tutti i concetti astratti ed indefiniti andrebbe sempre scritto, e se possibile anche pronunciato, fra virgolette (e allora alcuni fanno il gesto delle virgolette, piegando più volte l’indice e il medio di entrambe le mani poste ai due lati della testa).

Che cosa è (o non è) pazzesco dipende dalle convenzioni, dagli usi e costumi,  quasi sempre da chi ha il diritto di decidere i parametri della normalità e sempre, assolutamente sempre, dal contesto. L’esempio che faceva Paul Watzlawick era: chiunque si lavasse i denti nella piazza centrale del suo paese il sabato pomeriggio verrebbe preso per pazzo e, forse, internato, quando il medesimo comportamento all’interno di un bagno non avrebbe nulla di sconveniente.

Dentro ci siamo tutti, è il potere che offende, Roberto Roversi per Lucio Dalla, “Le parole incrociate”, 1975.

I poveracci della Terra spesso salgono da Sud a Nord, o altre volte trasmigrano da Est a Ovest o anche da Sud-Ovest a Nord-Est, per trovare una sopravvivenza nel presente e, volendo esagerare, una speranza nel futuro.

Ma, come ha scritto con amara lucidità Adriano Sofri,  Si anela alla giustizia, poi non ci si crede più, e si ripiega sulla vendetta.

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Il triste plumbeo viaggio da Gioia Tauro a Roma di Luigi Preiti detto Gino non era un viaggio della speranza come quello che a suo tempo lo portò in Piemonte, era il viaggio della disillusione e della rabbia: quella rabbia che (se adeguatamente canalizzata) potrebbe portare a tentare qualcosa di forte e disperato ma con un intento costruttivo per far valere i propri diritti, quella rabbia che abbandonata a se stessa distrugge prima di tutto chi ne è portatore e non fa neanche il solletico al sistema di soprusi e ingiustizie vero o presunto che ne costituisce la causa. 

La risonanza mediatica di una notizia è, oggi ancora più di ieri, saldamente legata alla sua risonanza emozionale.

I due coniugi di Civitanova Marche che si sono suicidati perché si vergognavano (e probabilmente nel profondo si sentivano in colpa) di non riuscire più a farcela da soli e di sentirsi suggerire di farsi aiutare dal Comune e dalla Caritas, a un certo punto sono diventati l’emblema di centinaia di altre persone che, prima di loro, avevano fatto altrettanto. Come se la misura fosse colma e quella fosse stata l’ultima, proverbiale, goccia.

Luigi Preiti detto Gino nell’immaginario collettivo è la spaventosa e tristissima punta dell’iceberg di una rabbia cieca sorda e disperata che contagia ormai un numero spropositato di cittadini espropriati di lavoro casa diritti e dignità e condannati a convivere a tempo indeterminato con lo spettro ingiurioso del fallimento. Mentre una casta autoreferenziale ed imbelle non dà nessuna seria idea di poter, o addirittura voler, fare qualcosa, persa in uno strano gioco di ruolo detto Politica del quale al cittadino comune sfuggono non solo le regole ma la logica stessa.

Luigi Preiti detto Gino è il memorandum di un desolante scenario in cui “i politici” sono diventati a tutti gli effetti una controparte, un nemico, una strana razza aliena con la quale non esiste più alcuna possibilità e alcuna voglia di comunicare, ma si cerca di distruggerla prima che tiri fuori il raggio della morte.

Ed è grottesco e deprimente assistere al consueto italianissimo gioco dello scaricabarile per cui chiunque parla riesce a trovare qualcuno molto più colpevole di lui e a dichiararsi, e forse davvero sentirsi, immune.

Nessun politico oggi può sentirsi immune. Non dal rischio di essere ammazzato, che non è nullo ma non è neppure superiore a quello di un recente passato. Ma dal rischio percentualmente uguale a 100 di star facendo una pessima figura.

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Una grandissima in incognito si prende un lungo periodo di pausa.

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Anna Proclemer… Diobono quanti anni erano che mi ero dimenticato della sua esistenza, e del resto la mente umana contiene milioni di dati ma un buon novantanove virgola nove periodico per cento staziona sotto la superficie nell’inconscio, una piccola parte perché sarebbe pericoloso tenerla in vista ma una parte quasi totale solo perché sul momento sembra che non serva.

Però Anna continuava a vivere. Non era mai stata bellissima e la tarda età l’aveva anche un po’ sfasciata, dilatata come un aerostato, magari aveva fatto anche del cortisone e questo spiegherebbe tutto.

Assomigliava un po’ all’Anna del consultorio di Langhirano, che però era più bella della Proclemer e diceva chi l’aveva vista in costume che aveva un fisico che da vestita non ti saresti neanche immaginato e ha sposato un signore che si chiamava Enrico Bruschi senza la e, ed era tanto scontrosa con gli adulti quanto dolcissima coi suoi piccoli pazienti.

O forse la somiglianza è legata al suo personaggio più famoso, allora si diceva l’istitutrice oggi si direbbe la terapista privata della riabilitazione, di una bambina cieca e sordomuta, un po’ come i bambini della Lega del Filo d’Oro di Osimo o come il Tommy degli Who, solo che la bambina della pièce teatrale era nata così e Tommy lo era diventato perché aveva reagito non troppo bene assistendo per caso alla scena della madre e del suo amante che uccidono il padre.

Forse non tutti sanno che, chioserebbe la “Settimana Enigmistica” in una rubrica di spigolature curiose ma meno estreme di quelle contenute in “Strano ma vero”, Anna ha dapprima prestato la voce ad Anne Bancroft nel doppiaggio italiano del film “The miracle worker”, diventato in italiano “Anna dei miracoli”, e credo sia stata l’unica volta che un titolo italiano migliorasse il titolo inglese. Per poi battersi per poter recitare lei stessa quel personaggio in una riduzione televisiva del 1968, in un’epoca in cui in prima serata andavano “La cittadella”, “La coscienza di Zeno”, “I fratelli Karamazov”, “Il mulino del Po” e non i talent-show.

Come tantissimi altri attori poco propensi a, e poco capaci di, vendersi, Anna è rimasta legata, quasi abbarbicata a questo personaggio nonostante settant’anni di teatro, oltre che piuttosto oscurata dall’ingombrante ombra di Giorgio Albertazzi. Ma forse le andava bene così. Anna non si è mai vaccinata contro gli effetti devastanti del successo e ha preferito consumarne porzioni da ristorante new age (quelle che ti appagano tutti i sensi ma non ti tolgono la fame).

Per capirla minimamente bisogna entrare nel suo sito e leggere dei piccoli campioni di tutto quello che negli anni ci aveva lasciato (in assoluta controtendenza rispetto alla sua generazione che con gli apparati informatici e il web ha un rapporto di tipo fondamentalmente luddistico-snob).

Ed è quello che voglio fare ed invitarvi a fare, lasciando a lei stessa la parola, come Anna stessa aveva già esplicitamente sollecitato:

Il prodotto può essere conservato a temperatura ambiente e non ha data di scadenza. Vale a dire che quando l’attrice “tirerà il calzino”, come dicono magnificamente a Firenze, il Sito resterà qui, per vostro uso e consumo.

TEATRO: MORTA A ROMA ANNA PROCLEMER

L’uomo che dava indicazioni stradali agli armadilli.

EGITSTU3Un giorno di fine estate, che nessun altro indizio lasciava immaginare come straordinario, l’uomo riuscì a sentire il proprio inconscio. Non a percepirlo in modo preciso ed analitico, naturalmente, perché qualunque essere umano sarebbe impazzito nel giro di dieci secondi se avesse avuto questa dote. Men che meno a percepire l’inconscio altrui. Ma quanto meno a rendersi conto in modo approssimativo e globale che dietro ogni sua sensazione, ogni cosa vista o sentita, ogni pensiero, ogni esperienza registrata coscientemente, si agitava un magma indistinto di retropensieri, un retrogusto agrodolce di impolverate realtà affondate nel passato, un gusto un po’ amaro di cose perdute, dove appunto una scheggia di canzoncina finto-estiva poteva inserirsi a mo’ di perno destabilizzatore negli stanchi rituali di fine stagione.habemus-papam-gall4

Forse era stato il troppo sole, si disse all’inizio l’uomo. Come nei primi due giorni di vacanza gli eccessivi sacrifici al Dio Sole, seppur attenuati da costosi unguenti opportunamente consigliati dalla commessa della profumeria (che in realtà era l’unica acquisizione che lui avrebbe voluto fare, fanculo abbronzanti doposole e creme emollienti), avevano asportato a dolorosi brandelli la porzione superiore del suo derma; così forse anche il suo apparato psichico si era per così dire scoperchiato lasciandogli libero accesso alla cantina e agli scheletri in essa gelosamente custoditi.

imagesFosse stato quel che fosse stato, fusse che fusse la vorta bbona, ora con quella capacità doveva abituarsi a convivere; poteva sembrare fastidiosa e imbarazzante tanto che c’era, ma sicuramente quando fosse improvvisamente venuta a mancare (e l’uomo era certo che ciò sarebbe prima o poi successo, con la brutale protervia dello scatto di un interruttore) l’avrebbe amaramente rimpianta.imagesCAEYI419

Poco alla volta, poteva rendersi conto che quel coacervo di fantasmi, quel coagulo di oggetti rimossi, quella pittoresca collezione di scarti psichici non potevano essere analizzati in modo lineare; ma gli era comunque possibile, come in un’alba invernale avvelenata da un black-out, allungare la mano nel cassetto e tirar su ora un elemento, ora un altro, portarli in piena luce ma quasi sempre per rendersi conto che non erano alla vista quello che sembravano al tatto.

lastanzadelfiglio4Con un adeguato numero di prelievi, pensava l’uomo, potrei pensare di formarmi un affascinante quadro d’insieme del mio inconscio. Già, ma quanti prelievi sarebbero stati necessari? E soprattutto, nel giro di pochi giorni se non di poche ore il materiale psichico prelevato sarebbe stato di nuovo oggetto di censure, rimozioni e distorsioni. Se quel materiale era finito in cantina, del resto, era segno che nel salotto buono non si riteneva giusto tenerlo.psicanalisi

Alla fine si accontentò di quel curioso (e in fondo non sgradevole) allargamento della coscienza che la nuova abilità gli forniva. Grazie alla capacità di sentire l’inconscio, infatti, nulla di quello che gli succedeva gli dava più l’impressione di essere casuale. Imprevedibile a priori, magari, ma nulla più gli sembrava assurdo o ingiustificato a posteriori. L’odio viscerale per l’innocuo vicino d’ombrellone aveva rivelato significative associazioni col compagno di banco che non lo lasciava copiare (che aveva lo stesso timbro di voce), con l’ex-marito del suo più grande amore (che aveva un naso identico), con il maresciallo ignorante del Comando Presidio di Spilimbergo che lo tartassava ingiustamente (provenivano entrambi da un paesone di alta collina del maceratese a cui il panorama mozzafiato e la squisita cucina avevano donato una fama sproporzionata alla caratura reale). Quella leggera congestione durante una nuotata, con immediata plateale uscita dall’acqua e figura di merda con gli altri bagnanti, era avvenuta nel punto esatto in cui da bambino suo padre aveva cercato di renderlo avvezzo alle tecniche dell’apnea con metodi un po’ troppo empirici.

psicoanalisiMa come tutte le belle favole anche questa si interruppe presto: tra Cesena e Faenza, sulla strada del ritorno, mentre si divertiva a trarre tutte le possibili associazioni alfanumeriche da una contorta targa belga, all’improvviso quella targa ritornò ad essere sè stessa e nulla più. E al ritorno in città, l’uomo era di nuovo l’ottenebrato e inutile ottuso che la vita l’aveva reso.stefano-accorsi-e-nanni-moretti-ne-la-stanza-del-figlio-24075

Un Presidente usa e getta. Umiliato il popolo italiano.

Oramai l’impressione di parlare da solo, vagabondando per uno qualsiasi dei parchi cittadini con un berrettino con l’elica in testa, è veramente molto forte.

Qualcuno potrebbe anche spiegarmi che si tratta di mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa che non andrebbe via neanche con un triplo programma in ammollo, per il modo barbino e meschino in cui ho gestito nel tempo la mia psicotica allucinatoria dimensione di letterato-giornalista in sessantaquattresimo, comunicando in modo implicito e talora anche esplicito che se mi commentavano mi facevano un piacere, se non mi commentavano me ne facevano due.

Ma l’impressione (sconfinante con la certezza) di parlare da solo mi emancipa ed esenta da qualsivoglia senso di responsabilità verso i miei lettori (i pochissimi che lo fanno, esplicano questa sterile attività a totale ed esclusivo proprio rischio e pericolo, e dunque?).

La ricandidatura e repentina rielezione di Napolitano è stata banditesca da parte di chi l’ha decisa ed imposta, imperdonabile per chi l’ha accettata dopo aver spergiurato che giammai l’avrebbe accettata, umiliante per il Popolo Italiano che (tutti i sondaggi in rete lo dimostrano e lo acclarano) ben volentieri avrebbe accettato l’elezione di Rodotà che rievocava, al netto delle numerose innegabili diversità caratteriali, quella di Pertini nel 1978.

Rodotà sconta la colpa di essere stato il candidato delle Cinque Stelle: e i padroni delle Cinque Stelle scontano, a loro volta, la colpa di aver proposto/imposto al Pd un candidato assolutamente legittimo, onorevole e presentabile in cauda ad una scurrile congerie di ingiurie ed invettive contro il Pd stesso, laddove la logica (e i desiderata della quasi totalità dei loro elettori) avrebbe consigliato una maggiore umiltà, tolleranza e rispetto per il partito che rappresenta la sinistra di cui loro stessi (volenti o nolenti) sono una costola o un’intera cassa toracica [è vero o no che la totalità dei 10 candidati usciti dalle misteriose ed enigmatiche “quirinarie” (Dio solo saprebbe dirci chi aveva vinto alla prima manche, Renato Curcio? Enver Oxha?) appartiene in modo più o meno diretto alla sinistra?].

A proposito di scollamento fra casta e paese, anche la stanza dei bottoni del M5S poco ha a che fare con la ricca e dinamica base dei loro elettori, oggi quasi tutti perplessi, tanto per usare il più benigno eufemismo che mi sovvenga sul momento.

Beppe, lo volevi o non lo volevi quest’inciucio? Questa oscena pornografica ammucchiata di corpi politici sudaticci ed esteticamente sgradevoli che copulano fra loro con agghiacciante meccanicità? No, perché in molti abbiamo l’impressione, e l’avevamo già da un po’ (vedi qui) che la tua priorità assoluta e metafisica era dimostrare che Pd e Pdl “per me pari sono”.

Ti piace la faccia dello Psiconano tornata serena e distesa dopo aver assunto coloriti terreo-verdognoli al pensiero che Rodotà (e financo il Professor Prodi) avrebbe posto uno stentoreo stop ai suoi sogni di palingenesi?

Giorgio, perché l’hai fatto? Perché hai voluto farti del male? Sei il primo presidente a termine della storia della Repubblica, il primo presidente usa e getta che la storia ricordi. Ti ritrovi in questo impresentabile personaggio?

Il mercato bovino della Prima Carica dello Stato visto dal ducato a 5 Stelle (feat. Gordon Pym).

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Ma ecco sorgere sul nostro cammino una figura umana dal volto velato, di proporzioni assai più grandi che ogni altro abitatore della Terra. E il colore della sua pelle era il bianco perfetto della neve. (Edgar Allan Poe, Gordon Pym)

In questi momenti succedono tante cose, ma qui preme ed urge sottolinearne innanzitutto una.

MUSSOLINI SPORTS 'THE DEVIL WEARS PRODI' SHIRT TO VOTESi percepisce una profonda, insanabile differenza fra la comunicazione parlata informale (esiste una comunicazione parlata formale, liturgica e rituale dalla quale da almeno una quindicina d’anni tu sei drasticamente escluso, in buona parte per tua libera scelta o per le prevedibili conseguenze delle tue libere scelte) e la comunicazione scritta, che ha sempre automaticamente un tasso non nullo di formalità, perché “scripta manent”.459-0-20130419_171147_3CED66B7

E allora, su questi primi tre giorni di mercato bovino delle candidature presidenziali tu e i tuoi pittoreschi amici parmigiani di nascita, di adozione o di elezione, figli di una delle città più dialettiche e cavillatrici della Via Lattea, avete detto tutto e il contrario di tutto, analizzando, vivisezionando, monitorando, accumulando indizi e sagaci deduzioni alla Sherallocco Holmes, costruendo aforismi da Flashing Flaianos in sedicesimo, parlando parlando parlando perché spesso i concetti erano un po’ così così, ma producevano un suono gradevole & rassicurante.

62021Di fronte alla pagina da riempire, invece, la polifonia che si sforza di essere eufonica (ma produce anche dissonanze alla Schoenberg non sempre volute) si ingolfa e si inceppa, e si fissa il monitor finchè il salvaschermo sostituisce alla pagina vuota una veduta prospettica di una fuga di stelle, o delle tubature in germinazione spontanea, o una foto nuda di Brigitte Bardot a seconda dei gusti.

Un candidato indecoroso è stato bruciato.

Un saporoso salume d’oltr’Enza è stato fatto flambè.10405002_small

Il candidato più prestigioso e per certi versi potenzialmente trasversale, il giovanissimo quasi ottantenne calabrocapitolino assertore di una decorosa laicità in un mondo ancora ostaggio delle ideologie resta lì, con la sua scorta di voti che in quattro votazioni ha mantenuto il suo range da un minimo di 210 a un massimo di 250.

Pur diversissimo da lui, ricorda un po’ l’outsider galantuomo Pertini (“Un partigiano come presidente”) che, dopo un rapido processo di esclusione logica, calamitò già al terzo scrutinio l’82% dei voti. Ma probabilmente, anzi pressoché sicuramente, le contingenze che portarono all’elezione di Pertini sono del tutto irripetibili al presente.

Il Pd assomiglia sempre di più alla Dc (e fin lì, non è una novità) e sempre di più alla Jugoslavia dei primissimi anni ’90 (e questo, per chiunque si senta anche solo parzialmente e indirettamente di sinistra, e magari ha votato 5 Stelle perché nel loro programma c’erano parecchie cose di sinistra in più, è inquietante).

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Alle 10 di mattina hai altro da fare, chiudi la sessione e fai per l’appunto dell’altro fino a metà pomeriggio. Quando ti sorprende, e ti colpisce “right between the eyes”, come capita al Bungalow Bill del White Album, l’immonda notizia che quattro amici al bar hanno deciso che, piuttosto che correre il rischio che per distrazione venga eletto Rodotà, l’unica soluzione è convincere Giorgio Napolitano a ricandidarsi (tanto muore sicuramente molto prima del 2020).20130419_mussolini-boldrini

Vorresti cancellare tutto.

Ma se stanno leggendo significa che non l’hai fatto.

E emulando Edgar Allan Poe e il suo “Gordon Pym” sospendi la narrazione lasciando il finale in sospeso. Temendo che nessun incubo concepibile da mente umana possa eguagliarlo.berlusconi-bersani-inciucio-quirinale

Shay.

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Un commovente meraviglioso inno alla tolleranza e all’integrazione in questo mondo confuso volgare e rumoroso in cui se resti indietro sono czz tuoi.

Grazie a Martina del Forum di Solidarietà che, in realtà già 6 anni fa, mi aveva mandato questo racconto. E grazie a tutto quello che ruota dentro e intorno al Forum, all’Oltretorrente e alla Parma Vecchia, Sgrusgna e Solidale.

‘Quando non viene raggiunta da interferenze esterne, la
natura fa il suo lavoro con perfezione. Purtroppo mio figlio Shay non
può imparare le cose nel modo in cui lo fanno gli altri bambini. Non
può comprendere profondamente le cose come gli altri. Dov’è il naturale
ordine delle cose quando si tratta di mio figlio?’
Il pubblico alla domanda si fece silenzioso.
Il padre continuò: ‘Penso che quando viene al mondo un bambino come Shay, handicappato fisicamente e mentalmente, si presenta la grande
opportunità di realizzare la natura umana e avviene nel modo in cui le altre
persone trattano quel bambino.’
A quel punto cominciò a narrare una storia:
Shay e suo padre passeggiavano nei pressi di un parco dove Shay sapeva
che c’erano bambini che giocavano a baseball.
Shay chiese: ‘Pensi che quei ragazzi mi faranno giocare?’
Il padre di Shay sapeva che la maggior parte di loro non avrebbe voluto
in squadra un giocatore come Shay, ma sapeva anche che se gli fosse stato permesso di giocare, questo avrebbe dato a suo figlio la speranza di poter essere accettato dagli altri a discapito del suo handicap, cosa di cui Shay aveva immensamente bisogno.
Il padre si Shay si avvicinò ad uno dei ragazzi sul campo e chiese (non
aspettandosi molto) se suo figlio potesse giocare.
Il ragazzo si guardò intorno in cerca di consenso e disse:
‘Stiamo perdendo di sei punti e il gioco è all’ottavo inning. Penso che possa
entrare nella squadra: lo faremo entrare nel nono’
Shay entrò nella panchina della squadra e con un sorriso enorme, si
mise su la maglia del team.
Il padre guardò la scena con le lacrime agli occhi e con un senso di
calore nel petto.
I ragazzi videro la gioia del padre all’idea che il figlio fosse accettato dagli altri.
Alla fine dell’ottavo inning, la squadra di Shay prese alcuni punti ma era
sempre indietro di tre punti.
All’inizio del nono inning Shay indossò il guanto ed entrò in campo.
Anche se nessun tiro arrivò nella sua direzione, lui era in estasi solo
all’idea di giocare in un campo da baseball e con un enorme sorriso che
andava da orecchio ad orecchio salutava suo padre sugli spalti.
Alla fine del nono inning la squadra di Shay segnò un nuovo punto: ora,
con due out e le basi cariche si poteva anche pensare di vincere e Shay era
incaricato di essere il prossimo alla battuta.
A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay anche se significava
perdere la partita? Incredibilmente lo lasciarono battere.
Tutti sapevano che era una cosa impossibile per Shay che non sapeva
nemmeno tenere in mano la mazza, tantomeno colpire una palla.
In ogni caso, come Shay si mise alla battuta, il lanciatore, capendo
che la squadra stava rinunciando alla vittoria in cambio di quell magico
momento per Shay, si avvicinò di qualche passo e tirò la palla così piano e mirando perché Shay potesse prenderla con la mazza.
Il primo tirò arrivò a destinazione e Shay dondolò goffamente mancando
la palla.
Di nuovo il tiratore si avvicinò di qualche passo per tirare dolcemente
la palla a Shay.
Come il tiro lo raggiunse Shay dondolò e questa volta colpì la palla
che ritornò lentamente verso il tiratore.
Ma il gioco non era ancora finito.
A quel punto il battitore andò a raccogliere la palla: avrebbe potuto
darla all’ uomo in prima base e Shay sarebbe stato eliminato e la partita
sarebbe finita.
Invece…
Il tiratore lancio la palla di molto oltre l’uomo in prima base e in
modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla.
Tutti dagli spalti e tutti i componenti delle due squadre incominciarono a gridare: ‘Shay corri in prima base! Corri in prima base!’
Mai Shay in tutta la sua vita aveva corso così lontano, ma lo fece e
così raggiunse la prima base.
Raggiunse la prima base con occhi spalancati dall’emozione.
A quel punto tutti urlarono:’ Corri fino alla seconda base!’
Prendendo fiato Shay corse fino alla seconda trafelato.
Nel momento in cui Shay arrivò alla seconda base la squadra avversaria
aveva ormai recuperato la palla..
Il ragazzo più piccolo di età che aveva ripreso la palla quindi sapeva
di poter vincere e diventare l’eroe della partita, avrebbe potuto tirare
la palla all’uomo in seconda base ma fece come il tiratore prima di lui,
la lanciò intenzionalmente molto oltre l’uomo in terza base e in modo
che nessun altro della squadra potesse raccoglierla.
Tutti urlavano:
‘Bravo Shay, vai così! Ora corri!’
Shay raggiunse la terza base perché un ragazzo del team avversario lo
raggiunse e lo aiutò girandolo nella direzione giusta.
Nel momento in cui Shay raggiunse la terza base tutti urlavano di
gioia.
A quel punto tutti gridarono:’
Corri in prima, torna in base!!!!’
E così fece: da solo tornò in prima base, dove tutti lo sollevarono in
aria e ne fecero l’eroe della partita.
‘Quel giorno’ disse il padre piangendo ‘i ragazzi di entrambe
le squadre hanno aiutato a portare in questo mondo un grande dono di
vero amore ed umanità’.

Shay non è vissuto fino all’estate successiva.

E’ morto l’inverno dopo ma non si è mai più dimenticato di essere
l’eroe della partita e di aver reso orgoglioso e felice suo padre..
non dimenticò mai l’abbraccio di sua madre quando tornato a casa le
raccontò di aver giocato e vinto.

Se avete ancora gli occhi secchi siete dei burfaldini.

Buonavita.

Contagiato & invaso.

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Credevo che queste cose capitassero solo su Leonardo, e invece vedo che anche WordPress non ne è immune. A parte il fatto che codesto modesto e risibile blog tiene l’anima coi denti e potrei tranquillamente chiuderlo ma non voglio arrendermi.

A4D0HR2CAEJDLLYCAUV939YCARZ2SMYCAFI5MVBCAJ627VRCAMD9LR9CAR3M72BCAN08MP0CAWZJLQSCA4GS68XCARZXDPDCASBHP8KCA3VS75TCAJEXNI7CA5BUGL1CAV6WHLBCAPH0C1KCome sicuramente vedete se siete su questa pagina, il blog di cui sopra è stato invaso da una oscena pubblicità di giochi on line (al confronto una vulva spalancata a grandezza naturale mi sembrerebbe una manifestazione di sommo fredbongusto) e io, a cui il mitico alanford50 aveva regalato la qualifica di esperto in informatica, in realtà di fronte a tali contingenze sono come Alvaro Vitali in un salotto di intellettuali milanesi.A1S2DI6CALND27NCAGSBAEWCA722N2RCA3T66HTCARUGM5XCAOI45FNCAXHNPJKCA30FVDSCAXVI0YCCA4NMYHJCAG1HL3YCAJB1LTWCAX2WYN9CAOC9YI8CATXLBJUCAVZ3SUQCATRTO6I

Se qualcuno mi sa spiegare in dettaglio, con la dovuta precisione ed efficacia, cosa debbo fare per sperare che l’immondo contagio scompaia, avrà  la mia imperitura gratitudine.  Altre ricompense in questa contingenza socioeconomica nazionale e personale non sarei in grado di offrirne.

aviaria1Sperando che Dario Fo diventi Presidente della Repubblica ed eordisca con un grammelot in brianzolobergamasco.

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Meglio solo che male accompagnante.

 

Meglio solo che male accompagnante.

Nella mia giullaresca abitudine di rimaneggiare o capovolgere citazioni, motti esemplari, detti celebri, sentenze & proverbi, trovo che quanto sopra scritto potrebbe essere il mio motto.

Alla proterva sicumera che, springando dritto dalla remota adolescenza, non aveva smesso di accompagnarmi fin oltre la soglia del mezzo secolo di vita, si va (opportunamente? Ai posteri…) sempre più sostituendo uno spietato spirito autocritico che mi grida di uscire, che mi urla di cambiare, di mollare le menate e di mettermi nella vita reale.

Mentre in un recente passato avevo la convinzione psicotica che tutto mi spettasse, e questo pesava maledettamente su chiunque si rapportasse con me, nel presente ho l’iper-realistica impressione che in ultima analisi nulla mi spetti per diritto divino e tutto vada ancora maledettamente conquistato, mantenuto, difeso.

C’è caso che me ne potessi e dovessi essere accorto un po’ prima, e non ora che nella mia stalla albergano solo vitellini dal passo malfermo e bovi ormai incapaci di deambulare.

Non c’è nessun problema a fare l’artista un po’ bohemien, a patto che anche gli altri ti riconoscano questa qualifica e siano magari disposti, perchè no, a monetizzarla.

Se fai l’artista bohemien per una vita intera e gli altri si aspettano da te le comuni mansioni & prestazioni di un banale cittadino senza nè ghiribizzi, nè svolazzi, nè arabeschi, l’equivoco può avere nel tempo effetti devastanti.

E’ sull’errata costruzione del Sè che crescono e si alimentano perniciosi disturbi di personalità, spesso con delle fastidiose implicazioni antisociali (Sono un tipo antisociale, non mi importa mai di niente, sulle scatole mi sta tutta la gente, cantava un incazzoso giovane Guccini prima di riciclarsi nel Carducci di fine secolo scorso).

Questo blog, e più ancora ciò valeva per il precedente (scomparso nel naufragio della Leonard Valour due ore prima di approdare al porto del settimo anno per poter entrare serenamente in crisi)  registra e rispecchia abbastanza fedelmente l’itinerario della mia vita.

Rileggendolo, io che amo più la parola che l’immagine ho l’esperienza che altri ricavano dallo sfogliare un album fotografico: vedo come sono cambiato (probabilmente in meglio, anche se adesso ho un’idea esattamente opposta) e come mi sono liberato di un perverso sadomasochistico desiderio simultaneo di piacere a tutti e di aver sempre ragione (non è chi non veda che non può darsi l’una cosa senza rendere impossibile l’altra) per ritagliarmi uno spazio che per ora non è nè piacevole nè rassicurante ma che forse lo diventerà: e da lì, forse, potrò spendere la parte finale della mia vita recuperando un modo diverso di stare in compagnia.

Ma per il momento, meglio solo che male accompagnante…

 

 

Ma non staremmo tutti tanto ma tanto meglio con un cervellino da beccaccia?

La profezia che si autoadempie e le priorità che ne conseguono.

 

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In sociologia una profezia che si autoadempie, o che si autoavvera o che si autodetermina, è una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. Predizione ed evento sono in un rapporto circolare, secondo il quale la predizione genera l’evento e l’evento verifica la predizione.

In psicologia, o piuttosto nella psicopatologia della vita quotidiana, una profezia che si autoadempie si ha quando un individuo, convinto o timoroso del verificarsi di eventi futuri, altera il suo comportamento in un modo tale da finire per causare tali eventi.

[Estratto da Wikipedia].

Il docente che ha deciso che lo studente x è un emerito asino lo interrogherà a tradimento, cercherà di umiliarlo davanti ai compagni, ne rimarcherà qualunque inadempienza che ignorerebbe in chiunque altro per potersi dire “L’avevo detto io… Non mi sbaglio mai…”.

Il rapporto fra il mostro bifronte Casaleggio-Grillo (in cui il primo sta al secondo come Mogol a Battisti, Luporini a Gaber, Sgalambro a Battiato, Josè Luis Moreno al corvo Rockfeller) e l’inciucio Pdmenoelle-Pdconlaelle è di siffatta risma.

Casaleggio ha predetto, ed affidato all’interpretazione di Grillo,  in modo tautologico e circolare che era inevitabile (e qualche maligno, ma io mi spiace non mi lego a questa schiera, sostiene anche che fosse per lui desiderabile e opportuno) un inciucio Pd-Pdl. Di lì in avanti, la penosa e imbarazzante impressione è stata che la priorità assoluta del Movimento Cinque Stelle fosse dimostrare la veridicità della predizione dei loro guru (Me ne voglio andare a fare il guru, cantava Riccardo Pazzaglia nel leggendario film “Separati in casa”).

Non solo ci sarà l’inciucio, ma di fatto è stato già concordato, tuona il Traversatore dello Stretto. E fa di tutto per dimostrare che aveva ragione.

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Ma se così fosse stato il povero malcapitato sballottato stropicciato Bersani si sarebbe pubblicamente umiliato fino alle forche caudine dell’incontro in diretta streaming, chioserebbe qualunque individuo dotato di normale senso critico? Magari sì, che ne sappiamo noi degli insondabili grovigli che intasano la mente dell’imitatore di Crozza?.

Sotto sotto, non posso non provare un senso di dejà vù (ombra della gioventù) apparentando codesta priorità a quella per cui la nomenklatura del Pd ha fatto l’impossibile per togliere a Matteo Renzi ogni e qualsivoglia possibilità di vincere il ballottaggio delle primarie (e che, vogliamo far rappresentare il partito dall’ultimo arrivato quando abbiamo a portata di mano un magico esempio di usato insicuro piacentino?).

Fedeli alla linea anche quando non c’è, avrebbe detto Giovanni Lindo Ferretti ai tempi dei CCCP. Soprattutto quando non c’è, aggiungerebbe qualcuno (ma io mi spiace ecc. ecc.).

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E intanto Berlusconi, altro che finire nelle patrie galere o anche solo a fare il nonno e il fidanzato innamoratissimo full time, risale i sondaggi come il miglior Pantani risaliva il Tourmalet. Quando una tenaglia Pd-M5S gli toglierebbe gli ultimi, ma purtroppo ancora inopinatamente ampi, spazi di azione. E soprattutto gli impedirebbe di avere per i prossimi sette anni  alla Presidenza della Repubblica una figura non ostile se non implicitamente amichevole se non addirittura dolosamente complice, con tutte le conseguenze relative e connesse che non ho certamente bisogno di spiegare ai miei lettori, che sono pochi ma ottimi e conoscono la politica come il tinello di casa propria. Lasciando ai peggiori incubi di Philip Dick in acido l’eventualità di una sua candidatura personale e relativa elezione.

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Tale è al presente il mio pensiero. Con la speranza, oserei dire l’auspicio, che gli sviluppi futuri mi facciano cambiare idea. Per il momento la squadra per cui faccio un moderato ma comunque convinto tifo non mi entusiasma per le trame di gioco.

La porta aperta – Tardivo omaggio a Franco Califano. Tutto il resto, e come non dirlo, è noia…

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Quando il Califfo è morto non mi è venuto da scrivere niente. Perché non sono un coccodrillo ipocrita che diventa sfegatato ammiratore dell’ultimo artista deceduto tanto per fare bella figura. Che poi se qualcuno ti conosce non dico bene ma almeno passabilmente, si accorge della salita in corsa sul carro funebre e allora la figura è decisamente di merda, ma sto divagando come mio solito (more solito meo).

Poi però, anche senza essere stato ammiratore sfegatato e neppure ammiratore col fegato integro del vegan ipersalutista che gode del paradossale e un po’ snobistico piacere di non avere piaceri, mi sono reso conto di come la morte di qualcuno, di chiunque, abbia un effetto a metà fra il cognitivo e l’affettivo che ti costringe a rivisitare il suo percorso, come nello strepitoso metafisico affresco del Dilemma di Gaber-Luporini dedicato a una coppia suicida, in questo caso non di Civitanova Marche, anche se sembra fatta anche un po’ per loro:

Io ci vorrei vedere più chiaro
rivisitare il loro percorso
le coraggiose battaglie che avevano vinto e perso.
Vorrei riuscire a penetrare
nel mistero di un uomo e una donna
nell’immenso labirinto di quel dilemma.
E ho ripercorso la carriera del Califano paroliere e poeta, il cui più bel risultato mi sembra il testo de “La nevicata del ’56” che nella sua asciutta bellezza sembra un racconto di Moravia, poi magari fosse stata musicata dagli Oliver Onions e cantata da Orietta Berti avrebbe perso quasi tutto il suo fascino.
 
Non tutti sanno che Califano spesso (un po’ alla Piero Ciampi, che non lo amava ed era da lui ricambiato con quell’ironia romanesca che sottende un paradossale affetto, si mme stai sur cazzo manco te nomino) bypassava la parte musicale ed incideva delle vere e proprie poesie. Le più famose (Secondo me l’amore, quella dall’epocale incipit “N’ho conosciute tante de mignotte, ma te lo ggiuro tu le freghi tutte” e La vacanza di fine settimana) semplici bozzetti comici anche un po’ grevi a metà strada fra Trilussa e Bombolo (anzi a quattro quinti in direzione Bombolo), la più bella questa
 
La porta aperta

Chi è? Fernando? Entra, è aperto… e come va’?!?!?! Io vivo tanto pe’ fa’ quarche cosa… La porta? Ah si, l’ha lasciata aperta Maria, dovrebbe torna’ da ‘n momento a n’artro, armeno così ha detto quanno e uscita… da ‘n mese ormai, ma tornerà senz’artro. Nun ha preso le chiavi, nun ha chiuso la porta, m’ha detto: vado e torno, lascia aperto; e se n’è annata. Ma io ce credo, io lo so che torna… e lascio aperta la porta! Ma tu perché me guardi senza dimme gnente? A Ferna’, tu che dici, nun torna? Io dico che torna, se no nun lascerei la porta aperta. Si m ‘ariva de notte Maria mia, lei così dorce e piena d’attenzioni, pe nun svejamme se ‘n’andrebbe via, magari a dormi dentro li portoni… Ma tu che stai a guarda’ da che sei entrato? Ah, li tappeti, er muro rovinato… Ma te ricordi quanno ha diluviato? Li lampi, i toni e poi quell’acquazzone… la porta è aperta e l’acqua ha approfittato pe famme ‘sto casino ner salone, che poi se viè Maria e me resta fori, ce faccio la figura der cafone! Ma tu, perché quell’occhi così seri? A Ferna’, tu che dici, nun torna ? Io dico che torna, se no nun lascerei la porta aperta. Lo fo pe’ nun svejamme si m’addormo. Vedi, Maria l’ho sempre dominata, j’ho lavato er cervello ‘n pò pe’ ggiorno, decido e lei nun s’è mai ribbellata, nun m’ha mai chiesto stelle a mezzoggiorno. Allora me so’ detto: pe’ ‘na vorta, la vojo fa’ contenta santoddio, m’ha chiesto de lascia’  la porta aperta; e aperta sia, povero amore mio. Che ho fatto? Solo ‘n pò de torcicollo, gnente de grave, ‘no spiffero d’aria, sai co’ la porta aperta io come ‘n pollo me so’ fregato, qui pare Sibberia! Ma Ferna’, tu che dici, nun torna? Io dico che torna, se non nun lascerei la porta aperta. Ripeto: E’ senza chiavi Maria mia e si m’ariva a notte già avanzata, me resta fori e senza compagnia; je mancherà la tera sotto i piedi senza de me, povera Ciccia mia… Che guardi a fa’, nun c’è l’argenteria… Se so’ fregati tutto l’artra notte: vasi, gioielli, i quadri de Maria… quann’ hanno scioperato i metronotte… sai, co’ la porta aperta, so’ ‘mboccati. D’accordo: er furto me lo so’ cercato, ma pure er cane m’hanno avvelenato! Eh… Ch’hai detto?… E’ stata Maria?!?!?!?… Ma che sei diventato tutto scemo?  Ferna’ , nun insultà la donna mia… porta rispetto, c’ho ‘n cortello ‘n mano! La porta è aperta, ‘mbe’? Sto a casa mia! Si dici ‘na parola ‘n più, te meno! Se ‘n bell ‘amico, li mortacci tua… Va’ via… Va’ via… Va’ via… Aoh… Ferna’.. ‘ndo’ vai? Nun m’hai capito… Su ‘n mese avro’ dormito sett’ott’ore, me ‘mbriaco, fumo, ‘n più me so’ ammalato, ho perso dieci chili in poche sere, nun me ricordo più quann’ ho magnato. Se chiudo ‘n occhio, rassomijo a ‘n ago tanto so’ secco e tanto so’ sciupato… Ferna’. so ‘come ‘n chiodo arugginito! C’hai freddo puro te? Te chiedo scusa… famme’n favore grosso quanno ch’esci, pure se Maria mia ritorna a casa, chiudeme dentro, insomma, me capisci… vojo morì… ma co la porta… chiusa…

 
che non ha bisogno di nessun ulteriore commento.
 
E senza far finta di essere mai stato un suo ammiratore sfegatato, onore in questo caso alla qualità.
 
 
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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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Annamaria - liberi pensieri

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