Un caso di pazzia?

159A%20-%20Disperazione

In sè e per sè, un episodio isolato è un episodio isolato, e se “de minimis non curat lex”, anche l’informazione dovrebbe trattare un episodio estemporaneo come tale.

Ma…

Non ho mai incontrato personalmente Franco Basaglia ma ho di fatto lavorato per 17 anni con delle persone che lo avevano incontrato, conosciuto, apprezzato e forse idolatrato durante i suoi brevi ma fecondissimi due anni di lavoro a Parma.

E quei lunghi (e per me anch’essi fecondi, quanto meno per quello che riguarda i miei fragili ed equivoci equilibri personali) 17 anni mi hanno insegnato, fra le altre cose, che la “pazzia”, è un concetto che come quasi tutti i concetti astratti ed indefiniti andrebbe sempre scritto, e se possibile anche pronunciato, fra virgolette (e allora alcuni fanno il gesto delle virgolette, piegando più volte l’indice e il medio di entrambe le mani poste ai due lati della testa).

Che cosa è (o non è) pazzesco dipende dalle convenzioni, dagli usi e costumi,  quasi sempre da chi ha il diritto di decidere i parametri della normalità e sempre, assolutamente sempre, dal contesto. L’esempio che faceva Paul Watzlawick era: chiunque si lavasse i denti nella piazza centrale del suo paese il sabato pomeriggio verrebbe preso per pazzo e, forse, internato, quando il medesimo comportamento all’interno di un bagno non avrebbe nulla di sconveniente.

Dentro ci siamo tutti, è il potere che offende, Roberto Roversi per Lucio Dalla, “Le parole incrociate”, 1975.

I poveracci della Terra spesso salgono da Sud a Nord, o altre volte trasmigrano da Est a Ovest o anche da Sud-Ovest a Nord-Est, per trovare una sopravvivenza nel presente e, volendo esagerare, una speranza nel futuro.

Ma, come ha scritto con amara lucidità Adriano Sofri,  Si anela alla giustizia, poi non ci si crede più, e si ripiega sulla vendetta.

imagesCA431IRU

Il triste plumbeo viaggio da Gioia Tauro a Roma di Luigi Preiti detto Gino non era un viaggio della speranza come quello che a suo tempo lo portò in Piemonte, era il viaggio della disillusione e della rabbia: quella rabbia che (se adeguatamente canalizzata) potrebbe portare a tentare qualcosa di forte e disperato ma con un intento costruttivo per far valere i propri diritti, quella rabbia che abbandonata a se stessa distrugge prima di tutto chi ne è portatore e non fa neanche il solletico al sistema di soprusi e ingiustizie vero o presunto che ne costituisce la causa. 

La risonanza mediatica di una notizia è, oggi ancora più di ieri, saldamente legata alla sua risonanza emozionale.

I due coniugi di Civitanova Marche che si sono suicidati perché si vergognavano (e probabilmente nel profondo si sentivano in colpa) di non riuscire più a farcela da soli e di sentirsi suggerire di farsi aiutare dal Comune e dalla Caritas, a un certo punto sono diventati l’emblema di centinaia di altre persone che, prima di loro, avevano fatto altrettanto. Come se la misura fosse colma e quella fosse stata l’ultima, proverbiale, goccia.

Luigi Preiti detto Gino nell’immaginario collettivo è la spaventosa e tristissima punta dell’iceberg di una rabbia cieca sorda e disperata che contagia ormai un numero spropositato di cittadini espropriati di lavoro casa diritti e dignità e condannati a convivere a tempo indeterminato con lo spettro ingiurioso del fallimento. Mentre una casta autoreferenziale ed imbelle non dà nessuna seria idea di poter, o addirittura voler, fare qualcosa, persa in uno strano gioco di ruolo detto Politica del quale al cittadino comune sfuggono non solo le regole ma la logica stessa.

Luigi Preiti detto Gino è il memorandum di un desolante scenario in cui “i politici” sono diventati a tutti gli effetti una controparte, un nemico, una strana razza aliena con la quale non esiste più alcuna possibilità e alcuna voglia di comunicare, ma si cerca di distruggerla prima che tiri fuori il raggio della morte.

Ed è grottesco e deprimente assistere al consueto italianissimo gioco dello scaricabarile per cui chiunque parla riesce a trovare qualcuno molto più colpevole di lui e a dichiararsi, e forse davvero sentirsi, immune.

Nessun politico oggi può sentirsi immune. Non dal rischio di essere ammazzato, che non è nullo ma non è neppure superiore a quello di un recente passato. Ma dal rischio percentualmente uguale a 100 di star facendo una pessima figura.

rabbia

Annunci

4 Risposte

  1. La disperazione, l’esasperazione potrebbero portare ad un gesto estremo, il suicidio appunto. Ma se quel gesto si ritorce contro una persona non responsabile di quella disperazione, allora quella mente o non connette oppure è sempre stata una mente omicida. Lui dice di essere pentito ed io ho davanti gli occhi della figlia del carabiniere, unico genitore rimasto, non ci sono adeguate parole.
    un saluto
    annamaria

    1. L’avevo chiamata “quella rabbia che abbandonata a se stessa distrugge prima di tutto chi ne è portatore e non fa neanche il solletico al sistema di soprusi e ingiustizie vero o presunto che ne costituisce la causa”. E, come aggiungi giustamente tu, rischia anche di distruggere chi non c’entra, chi passava lì per caso. La vendetta, come l’ha giustamente chiamata Adriano Sofri, è già implicitamente una dichiatazione di sconfitta perché comunque non rimuove il danno patito (o che si presume di aver patito) neppure quando va a colpire il presunto colpevole. Figuriamoci quando va a colpire due tutori dell’ordine essi stessi vittime dello sfascio del sistema sociale (sottopagati, mal addestrati, mal equipaggiati e, come dire, primo terminale della rabbia di molti verso quella strana cosa che si chiama ancora Stato).

      Il mio post voleva, e tuttora vuole, essere un’operazione “alla De Andrè”, cantore degli ultimi, dei dimenticati, accusato addirittura nel 1970 di apologia di reato per la canzone “Il pescatore” in cui parlava degli “occhi enormi di paura” di un assassino, a cui il pescatore, involontario emulo di Gesù, offrirà pane e vino senza chiedere nulla. O che riferendosi alla vita perennemente al limite dei rom non aveva paura di dire “e se questo vuol dire rubare
      questo filo di pane tra miseria e sfortuna
      lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
      il punto di vista di Dio”.

      Per concludere, ovviamente, con l’accozzaglia di ladri, assassini, trafficanti e papponi della “Città vecchia” che “Se tu penserai, se giudicherai
      da buon borghese
      li condannerai a cinquemila anni più le spese
      ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
      se non sono gigli son pur sempre figli
      vittime di questo mondo.”.

      Scagliarsi contro un poveraccio che, finito com’era nella morsa delle slot machines e dei videopoker (come una cronaca guardona e pettegola non tralascia di informarci), aveva già cominciato da solo a dare una mano alla miseria e alla sfortuna e con la sua fatale bravata ha cancellato gli ultimi sprazzi di luce dalla sua vita, è di una facilità tale che praticamente nessuno lo ha fatto: ha prevalso una quasi unanime deplorazione che sconfina più nella compassione che nell’astio. Nessuno, e io meno ancora degli altri, ne dovrebbe fare un eroe, ma purtroppo qualcuno è abbastanza fuori di testa e ancora più disperato di lui da abbozzare una simile atroce infame operazione.

      Grazie per il tuo commento.

  2. E, come sempre, fioriscono le dietrologie.
    Questa, tuttavia, fa pensare.

    1. Il Tersite del Tertium Millennium Domini, nel link che Franz mi propone (e lui i link non li propone mai a caso) e che invito tutti quelli che passano di qui a leggere e meditare, affonda spietatamente la lama di una ferrea logica abduttiva in una vicenda che, effettivamente, ha risvolti fra l’enigmatico e l’inquietante.

      Senza negare che l’attentatore sia un disperato apparentemente senza più nulla da perdere (ma forse qualcosa, e anche serio, da perdere ce l’aveva ancora) insinua il legittimo dubbio che fosse almeno parzialmente eterodiretto.

      La strategia della tensione è rimasta in animazione sospesa o coma farmacologico per un tempo non indifferente ma forse non è mai morta.

      Meditate, gente, meditate.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

Frank Iodice

«Lo scrittore è una persona vigliacca, opportunista, sacrificata al gioco continuo della forma e della trama. Un individuo destinato alla perpetua insoddisfazione.»

Flameonair's Blog

Un blog di parole, sogni, emozioni, suggestioni

La giraffa

tutto può accadere, l'importante è ricordare chi sei

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il blog si sbriciola facilmente

farefuorilamedusa

romanzo a puntate di Ben Apfel

www.paolonori.it/

Just another WordPress.com site

TESTUGGINI

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Un roseto in via Cerreto

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Il Blog di Beppe Grillo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Annamaria - liberi pensieri

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

TerryMondo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Rossi Orizzonti

...e navigando con le vele tese io sempre cercherò il mio orizzont

fiorinellasabbia

idee in movimento, senza rassegnazione

Franz-blog .3

(le impronte dei miei passi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: