Lectio elementaris sul nichilismo e il masochismo morale.

 

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Si vive un po’ tutti con quieto e saggio fatalismo, nell’ applicazione del principio leibniziano che questo sia “il migliore dei mondi possibili”. Ma poi lo è? Io vivo parte della mia vita (approssimativamente la metà) abbronzandomi al sole dell’utopia, ed un altra parte (approssimativamente la metà) a curarmi le scottature.

Già, perché il sole dell’utopia non è più quello di una volta, e forse non basta più viaggiare per sentirsi degli zingari felici, o meglio non è più possibile viaggiare pieni di speranza piuttosto che arrivare, perché adesso tutti i viaggi devono avere una destinazione e una logica, e i vagabondaggi fisici e mentali verranno senza pietà stroncati.

Il sole dell’utopia passa indisturbato nel buco nell’ozono che il tempo ha ritagliato nelle nostre difese, e invece di giovarci ci uccide. Produce nei casi più innocui pericolosi eritemi culturali, ma spesso displasie emozionali, neoplasie affettive, aplasie esistenziali. E queste complesse e dispettose formazioni pseudotumorali quando sono penetrate nella coscienza si comportano oncologicamente, si replicano e si moltiplicano in un doloroso gioco di specchi. E allora credi di vedere te stesso ma in realtà vedi il prodotto delle tue contraddizioni. Credi di avere a che fare con te steso ma in realtà hai a che fare con un cumulo ormai post-umano di spazzatura ideologica. Sei un accumulo di ricordi, una galleria di citazioni, una confezione-dono di ammiccamenti e allusioni ma, guardati bene intorno, nessuno capisce il senso di quello che comunichi o credi di comunicare.

Per “lutto” si intende tradizionalmente il sentimento disforico conseguente alla morte di una persona cara o, in senso traslato, ad una repentina e inopinata perdita e, forzando ulteriormente i limiti semantici del concetto, ad un cambiamento improvviso e percepito come inaccettabile. Il tuo lutto è autocentrato e legato alla tua ormai inarrestabile dissoluzione come emittente di messaggi dotati di senso.

Ti restano due alternative, nessuna delle quali ti tenta esageratamente:

  1. Produrre messaggi comprensibili per chi li recepisce, ma totalmente privi di senso per te, oppure,
  2. l’esatto contrario, produrre messaggi pieni di senso per te ma suscettibili di essere totalmente fraintesi da chi li riceve.

Ma alla fine indulgi copiosamente sia in 1. che in 2., così, tanto per pensare di esserci ancora.

 

Per “elaborazione del lutto” si intende invece l’attività di ristrutturazione cognitiva che permette, a colui che vive quel sentimento, di gestirlo adeguatamente, o quanto meno in modo che non invada completamente la sua vita. Si tratta di un processo mentale, lungo e complesso, che conduce a un consapevole rassegnarsi alla perdita patita. Rassegnarsi alla fine è infinitamente meglio che disperarsi. La disperazione è una speranza viva e brulicante che non trova sbocchi. La rassegnazione è una speranza ibernata. Congelata a 120 sotto zero in attesa che valga la pena di risvegliarla e farla di nuovo dispiegare. Ma nel frattempo, facciamo sì che non prenda colpi che le sarebbero certamente letali.

E nel frattempo al Dott. Rinaldoni nulla può fare male perché lui guarda il mondo dall’alto con sovrano distacco e perfino un principio di snobistico disprezzo; a Luca nulla può far male perché lui guarda il mondo dal basso, dal Regno degli Sconfitti Rinunciatari con sovrano distacco e, appunto, più che un principio di rassegnazione… 

Per fortuna lo aspettano  una decina di  improrogabili impegni, tra cui il riordino della sua collezione di penne Bic, il drenaggio del bagno allagato, la preparazione di un succulento rognone trifolato e il 56° tentativo di rifare l’arpeggio di De Andrè nella Domenica delle Salme, che riempiranno il suo tempo libero da attività lavorative o affini.

 L’universo intero gli sta sui coglioni, ma la cosa è reciproca e comunque ha cominciato lui (nel senso dell’universo).

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2 Risposte

  1. Ho riletto in due giorni diversi il tuo scritto e mi chiedo ; chi siamo noi veramente? Non sono, io che un insieme di fattori, maschere, obiettivi accumulati e raccolti nella mia vita. l’io puro credo non esista, perché già dal primo imprinting c’è qualcuno che guida ( vedi l’anatra con il succedaneo di sua madre). Siamo un insieme, che ci piaccia o no, con mille aspettative, commemorazioni, momenti, incontri, e desideri spesso in un contrasto così feroce da fermarci o spingersi verso lo sconosciuto. Credo che ogni persona si chieda prima o poi che avrebbe fatto se avesse scelto una o l’altra strada. Credo, ma è il mio pensiero , che si cerchi quello che in quel momento ci fa stare meglio. Il dopo è un’altra storia che dobbiamo affrontare nella realtà. Ti leggo sempre, mi aiuta a confrontare libertà e quotidianità. Ciao Riri52

  2. Sarebbe molto bello se questa vita fosse una sorta di prova generale, di simulata, di messa a punto in cui si studiano le strategie e ci si cerca di fare un’idea, almeno approssimativa, di che cosa significa “vivere”. E che poi ci fosse la vita vera, nella quale non sarebbe necessario ricordarsi tutte le corbellerie che hai fatto durante le prove generali, sarebbe sufficiente poter conservare, e sdipanarla man mano che si cresce, la saggezza che hai accumulato, e che quando accumulavi arrivava sempre troppo tardi.

    Purtroppo non è così.

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