Archivi Mensili: giugno 2013

Non si uccide la vita, la memoria resta.

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Ogni uomo è potenzialmente l’ombelico dell’Universo, che nella sua sconfinata inimmaginabile vastità ammette infiniti centri. Oltre che portare dentro di sè un’infinitesima (ma per un accidente matematico una frazione dell’infinito è sempre infinita) porzione di Dio.

 L’hybris simmetrica dell’uomo può portarlo ad essere cosciente di queste sue caratteristiche con immonda arroganza, e allora il destino gli si rivolterà contro e lo punirà con tutta la severità che il destino sa esercitare contro chi osa sfidarlo.

Oppure, e l’alternativa è sicuramente migliore, l’uomo può scoprirsi centro dell’Universo e portatore di divinità poco alla volta, in un cammino incerto e discontinuo che sembra trarre origine dal fondo del Paleolitico.

In tal modo, ogni singola vita potrà diventare preziosa ed irripetibile.

Tu secondo me lo sapevi, Stefano, e sapevi anche che il dolore, il decadimento esponenziale di un corpo-sarcofago in grado solo di contenere la tua parte immateriale ed eterea, la sofferenza, la sfortuna, la disgrazia, non sconfiggono l’Uomo ma lo rendono quasi immortale.

Il grande amore della tua vita, quel fenomeno di costume che smuove emozioni e milioni come fossero àntani e che si correda e si compiace di corruzioni e rituali paramedici cinici e spietati, ha devastato il tuo corpo ma, come per il Chico Mendes dei Nomadi, “la memoria resta”.

Buon viaggio nell’Infinito.

La Woodstock tascabile della Rigoletto Records. Sottotitolo: i Marcovaldi del 2000.

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Ancora una volta abbiamo sprecato energia per abbellire il mondo124603452-fd7a107b-ea26-4e4a-9910-6f8c38cb2069

Ducal Park, three hours of love, peace and music. Beh, love forse fra l’erede di Jorma Kaukonen Emilio Vicari e la sua presumibile partner, però peace tantissima e musica uno sbardavello e mezzo.124603515-75bde415-d233-4231-8027-ef287405cdff

Siamo sicuri che la musica, sì la musica…?francesco-pelosi-alberto-padovani-e-enrico-fava-in-concerto-parma-italy

La nostra piccola Woodstock tascabile si sovrappone quasi perfettamente al solstizio d’estate, con quella magica alchimia che a volte fa di Parma una Stonehenge del Sud e un virtuale timido ombelico della Terra, e precede di due giorni la un po’ meno internazionale notte di San Giovanni con le sue tortellate (d’erbetta di qua dell’Enza e di patate al di là), epocalmente cantata anche dai CSI nel loro primo album “post-CCCP”.l

La sua casa era così vicina al mare che Tino pescava i pesci direttamente dal davanzale…

E anche la meteorologia sembra accompagnare l’happening, concedendo un tardo pomeriggio di caldo non torrido sotto le piante prospicienti il Palazzetto Eucherio Sanvitale, che qui vedete in una tenera foto di inizio primavera, immaginatevi il fogliame nella rigogliosità di un’estate che aspettava da qualche giorno solo il suggello dell’ufficialità.

La sua stanza era chiamata la stanza del pescatore
Con un soffitto di stelle la stanza del pescatore
Con i coralli ai muri la stanza del pescatore

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scaff2A chi c’era, non c’è nulla da raccontare che possa integrare o aumentare il loro godimento (rischierebbe viceversa di svilirlo e immiserirlo con parole inadeguate e approssimative); a chi non c’era, non tento neanche di raccontare quello che è successo, perché “Ogni lengua devien tremando muta” e la musica passa dall’emisfero destro, riesci a parlarne solo se ti piace molto poco e direi che questo non è stato il caso.

Rocco Rosignoli nel suo blog si avventura, in qualità di partecipante alla saga, in un tentativo di cronaca e su questo gli lascio volentieri la parola.

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Le promesse della politica o della non-politica lasciano il tempo che trovano, restano sospese, magari si mantengono in parte o per caso, ma quelle lì non son fatte per essere mantenute, le finalità sono altre che oggi non mi va di elencare.

Le promesse della musica, invece…

Quelle bruciano, ardono, si propagano, passano sopra le miserie umane e arrivano al cuore dell’Universo senza pagare nessun pedaggio e senza temere alcun Autovelox.

E meno male che lo fanno.

Non si seppe mai il segreto
E non si potè dare un divieto

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C’è una canzone che il poliedrico frontman dei Manìnblù Alberto Padovani (che tutti i pomeriggi percorre e soccorre i sogni, le speranze e le crisi di una giovane Parma colorata, multietnica, comunque gonfia di futuro nello spazio multimediale della Tana dell’Orso della Biblioteca Civica tanto cara a Paolo Nori, e questo equivale o forse supera i suoi meriti di musicista) ha avuto la bontà di dedicarmi sapendo quanto la amo.

Mi sembra il potenziale inno della Rigoletto Record e di chiunque creda a un mondo più lento e più ricco di fantasia. E magari voglia sentirsi il Marcovaldo del 2000.

E’ questa.

http://www.magazzini-sonori.it/freezone/maninblu/stanza-pescatore.aspx

Chi non ricorda il passato, dopo son cavoli suoi.

Il 24 novembre 2010, per nessuna ragione particolare, scrivevo:

Esiste un detto abbastanza celebre di cui non ricordavo l’autore, la memoria saltabeccava tra Pavese e Sartre, salvo poi scoprire attraverso febbrile ricerca su Google che si trattava del semicarneade filosofo spagnolo George Santayana.

Come è cambiato in questi ultimi anni il modo di scrivere: mentre le e-mail hanno riesumato il gusto di affidare alcuni concetti complessi e ostici alla parola scritta piuttosto che ad una anodina telefonata, qualunque articolo, saggio o post (che come categoria letterario-comunicazionale esiste da neppur 10 anni) non si affida più solo alle lagunose e lacunose secche della memoria o a laboriose ricerche nel cartaceo (che solo in biblioteca è catalogato, in casa tua con le pagine del libro che cerchi è stato incartato un reattore del neon che miracolosamente funziona ancora, ma la pagina è nel frattempo divenuta illeggibile). Oggi è tutto un cercare tra Google e Wikipedia, al quale spesso segue un cinico copiaincolla e chi s’è visto s’è visto (più onesto sarebbe linkare, ma su Internet non è che di onestà e lealtà ne circoli in quantità industriali).

Oramai i miei post sono talmente in bilico tra un passato esagaratemente ricco di stimoli e suggestioni e un presente drammaticamente precario,  che dovrebbero servirsi di parentesi graffe e quadre oltre che tonde (sicuramente in Word esistono anche loro, ma non mi va di esagerare).

Quando questi continui rimandi concettuali devastano il linguaggio parlato, è un vero disastro.

Come mio padre quando aveva l’età che ho io oggi (allora mi sembrava veneranda, adesso faccio finta di no ma forse lo è) rischio di cadere nella sua stessa grottesca coazione a ripetere, per la quale quando si accalorava nella perorazione di argomenti che gli stavano a cuore ogni tanto esclamava “Eccolo il punto!!!” e i tre punti esclamativi si respiravano nell’aria insieme al suo dopobarba. Dopo di che, seguendo il punto che aveva individuato, slittava verso nuove aree concettuali obliando completamente l’argomento di partenza, al quale però di solito ritornava dopo un’intera tangenziale di eccoloilpunto eccoloilpunto.

Poco mi consola, anzi quasi mi atterrisce, il fatto che la tesi di laurea di mia figlia avesse più testo come note a pie’ di pagina che come elaborato centrale.

Anche lei indulge a questo inno al pensiero divergente, alla libera associazione, ad una creatività magmatica e solipsistica attraverso meccaniami di ereditarietà culturale (ben più severa di quella biologica perché non ammette alcun gene recessivo).

Esaurite le cose urgenti di cui volevo parlare con la consueta impazienza in questo post (quando ci sarebbero saltati fuori a occhio 3-4 post corposi autonomi da questo) torniamo a George Santayana.

Nato in Spagna, formatosi in America e morto in Italia, con un lungo ciclo vitale che ha attraversato due secoli l’un contro l’altro armati (che però nel suo caso erano l’800 e il ‘900) è stato uno degli ultimi filosofi puri. Nel senso che i filosofi moderni devono fare i letterati, gli insegnanti, i politici, nella fase più bassa della propria parabola arrivano ad accoppiarsi con Alba Parietti e quando si sentono chiamare “filosofi” fiutano la fregatura.

Il suo detto suona “Those who cannot remember the past are condemned to repeat it” e risale al 1906, quindi ben prima che il Secolo Breve dispiegasse la sua rassegna di tragedie e catastrofi, a stento compensate da illusori sprazzi di illogica allegria a cadenza approssimativamente trentennale. E’ una riedizione in veste pessimistica della teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici, e vede comunque la storia non come una luminosa e rettilinea strada di costanti progressi, ma piuttosto come un sentiero aggrovigliato e contorto che ritorna come una falena impazzita a sbattere sempre sugli stessi punti.

Chissà se Tomasi di Lampedusa, nel far dire al Gattopardo “Occorre che tutto cambi perché tutto resti com’era” aveva in mente questo aforisma. O semplicemente guardasse il mondo con gli stessi occhi di Santayana.

In Italia il detto è famoso per la citazione che ne fa Primo Levi diversi decenni dopo, vedendolo avvalorarsi tristemente in due guerre mondiali e, più nello specifico, nella modalità sostanzialmente colonialistica con la quale il Nord ricco e cinico guarda al Sud impoverito ed espropriato dopo un’unità fatta anche quella col copiaincolla.

Ma non solo questo detto mi viene in mente guardando l’involuzione della scena politica italiana (perché è quella il mio punto di riferimento). Mi viene in mente il paradigma della complessità che coraggiosi studiosi trasversali che collegavano Batelson a Mandelbrot, Von Foerster a Prigogine (e il centro nodale di questo lavoro era Milano) cercavano di definire a metà del decennio più idiota e insensato che la storia dell’umanità ricordi, gli ’80 dell’edonismo reaganiano.

E questi studiosi ammonivano che chiunque semplifichi la complessità oltre una certa soglia di accettabilità rischia di essere da quella complessità divorato, e passare dal ruolo di attore a quello di ingranaggio immemore ed inconsapevole di equilibri sitemici troppo più grandi di lui.

“Terribili semplificatori”, li definiva in quegli anni da Palo Alto Paul Watzlawick.

Questa commistione di ignoranza (nel senso etimologico, ma spesso anche in quello derivato di approccio zotico e maleducato) e di semplificazione oggi la vedo in tutta la destra e in strati sempre crescenti della sinistra.

Si sa che la cattiva moneta scaccia la buona, e il mio blog non parla per caso dell’entropia, quel bizzarro fenomeno per cui la complessità tende sempre a decomporsi nel disordine e nella semplificazione?

Molto semplicemente, si sta riformando la Democrazia Cristiana. E’ una vera e propria ricaduta da tossico.

Sondaggisti d’assalto accreditano il Grande Centro (di cui Casini cominciò a parlare a DC ancora calda seppur cadavere) di percentuali prossime se non superiori al 20%.

Il tentativo di trasformare la bizantina Italia in una riedizione degli USA dove Democratici e Repubblicani si sfidano con sano spirito sportivo e malcelata stima reciproca è miseramente fallito.

Che Berlusconi si sia appropriato della Seconda Repubblica per usi assolutamente personali è una perniciosa complicanza del fenomeno, ma Berlusconi lo ha potuto fare perché il suo fiuto di spregiudicato affarista gli ha fatto capire che c’era un vuoto da colmare, una metaforica landa vuota e ospitale dove edificare in modo selvaggio, una metaforica serie di frequenze da cui teletrasmettere, un metaforico vuoto di squadroni in cui cioccare il Milan di Sacchi e Capello.

La sua discesa in campo parlava di grandi novità (il famoso nuovo che avanza) ma, ahimè, Berlusconi non aveva letto il Gattopardo.

E il suo partito di plastica, di non politici, di portaborse e belle gnocche, alla fine è diventato una brutta copia della DC. Perché, come perfino Vespa e Belpietro a malincuore ammettono nei talk-show, Berlusconi non ha alcuna reale capacità e possibilità di governare il suo partito-azienda (perché solo un manipolo di fedelissimi incapaci  gli si stringe intorno, e tutti gli altri a un certo punto vogliono fare di testa loro  e perfino la Carfagna arriva a ribellarsi), E la DC uccisa ma non cancellata sta lentamente vendicandosi della sua odiata brutta copia ricatturando democristiani veri e potenziali, per ricreare quel rassicurante e stagnante contenitore che era stata ed è pronta a tornare ad essere.

Che il governo più democristiano degli ultimi 20 anni potesse, invece, scaturire da elezioni formalmente vinte dal piddì, ecco questo il 24 novembre 2010 non mi era dato immaginarlo.

Il resto del post, nel complesso, non era neanche malaccio.

Con osservanza

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Qui finisce (per ora) l’avventura.

avventuraMentre due solerti operatori socio-assistenziali ti accompagnano in Urologia, tu continui a provare un senso di benessere, in parte legato a considerazioni razionali (sintomaticamente stai non solo meglio, ma quasi quasi bene come non ti capitava da mesi; sei portatore di un piccolo unico calcolino talmente minuscolo che ci han messo mezzora per cattarlo; adesso te lo bombardano con gli ultrasuoni e poi i frammenti verranno trascinati via dalla prossima pipì, che questa volta scorrerà fluida e sicura senza l’occlusione dell’impertinente sassolino, poi pagherai il tuo ticket qualora dovuto e saluterai la compagnia più bello e splendente che pria), in parte a vissuti ed emozioni prerazionali che ti fanno sentire un Highlander Immortale.consigli_avventuriero_2

Ma di fronte al tachilalico e drastico discorsetto del simpaticissimo urologo, che correda il suo dire con un eloquente disegnino, ritorni a sentirti un Mortalissimo Bassaiolo, altro che Highlander Immortale.

disney-epic-mickey-2-l-avventura-di-topolino-e-oswald-ps3“L’intervento è relativamente incruento ed esclude bisturi e punti, così che l’intero ricovero ospedaliero potrebbe non eccedere le quarantott’ore, forse ancor meno. Le verrà introdotto un sondino lungo l’uretra e poi su su lungo l’urètere, dove la nostra bestiolina si annida, in anestesia generale, bombarderemo il calcolo con degli ultrasuoni e poche ore dopo lei sarà già in piedi. Accetta?”.highlander

Vorresti dire “Ma a me risultavano tecniche totalmente non invasive, cos’è, le usate solo coi pazienti VIP?” ma invece ti senti pronunciare un accondiscendente “Certamente, dottore, accetto.”.

imagesCAUKM4K0E a quel punto la speranza di tornartene a casa dopo un’ultrasuonata immediata ed indolore viene s0stituita dalla rassegnata accettazione di un ricovero immediato, magari con richiamino di quei paradisiaci antidolorifici, per essere operato d’urgenza.

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Ti consegnano una ricetta per degli antibiotici, una per degli antidolorifici, e ti fissano l’appuntamento per il pre-ricovero alla settimana successiva. “Ma se il dolore persiste o, peggio ancora, compaiono manifestazioni febbrili, corra in Pronto Soccorso che la operiamo d’urgenza.”. Vabène.

tarroE da allora a tutt’ora, grazie a dosi massicce di antidolorifici generici e antibiotici, seppur un po’ debilitato, conduco una vita nei limiti della norma.

Col pedestre sassolino che per ora non rompe più i coglioni ma comunque è là, ogni tanto ci penso e una vaga preoccupazione mi assale. Parco_Avventura-800

Poi hanno il sopravvento riflessioni sulla crisi della politica, la Confederations Cup, l’arrivo di Cassano al Parma, l’accensione dell’inceneritore.

Buona vita a tutti.

Qui continua l’avventura

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Heri dicebamus, echeggia per tutta la vallata (dal dolore hai le allucinazioni e ti sembra di stare sul set di “Com’era verde la mia valle”) il tuo codice-paziente, che paziente lo sei stato in ambedue i sensi e quindi meriti l’appellativo, un rotondo “errequarantanòve” che assume le tonalità di una celeste sinfonia.

Con passo malfermo ti trascini verso il tuo ambulatorio, che per fortuna è a pochi passi ma sembra lo stesso all’altro capo dell’universo. Un’infermiera che evidentemente ha ricevuto le tue coordinate d’ingresso ridacchia: “Adesso il dolore non è mica tanto quiescente, eh?”.

Infatti non lo è. E’ imperioso. Prepotente. Figlio di madre ninfomane, assatanata di sesso e disposta ad accoppiarsi anche con un ornitorinco.

Ma per fortuna la dottoressa che ti accoglie non si perde in dettagliate anamnesi o accurate visite, ti fa accomodare sua poltroncina anatomica e ti collega una flebo stracolma di antidolorifico.

Cosa ci fosse in quella flebo non lo chiedi e non è quindi dato saperlo, anche se qualche sospetto ce l’hai. Fatto sta che di lì a pochissimo il dolore è completamente passato, sembrano svaniti anche una trentina d’anni, tutte le infermiere sembrano creature angeliche che fluttuano a un palmo da terra, e tu non te ne andresti più da quella confortevole e confortante saletta.

“Se avverte l’impulso ad urinare facciamo subito l’ecografia.”, ma tu non lo avverti nè puoi avvertirlo perchè hai faticosamente urinato non più tardi di venti minuti prima, così tanto per ingannare l’infelice attesa.

In piena sintonia con la teoria leopardiana del piacere, il termine di un affanno di non modesta entità si traduce in un senso di beatitudine, del quale forse però non sono del tutto irresponsabili anche alcuni effetti collaterali insiti nei principi attivi del preparato analgesico che con lineare progressione penetra nel tuo flusso sanguigno.

Per favorire la minzione, dopo l’esaurimento del provvidenziale antidolorifico ti becchi due fiale da 500 cc l’una di soluzione fisiologica che dovrebbe far pisciare anche i morti, ma si vede che tu oggi pomeriggio sei fuori quota un po’ su tutto e quindi quel litrozzo di soluzione fisiologica lo possiam dare per sperperato.

Alla fine, un’infermiera che (esauriti in gran parte gli effetti collaterali dell’antidolorifico) è ritornata a palesarsi come una tracagnotta con un principio di ricrescita ti impone con una certa malagrazia di fare quattro passi trascinandoti dietro il trespolo della flebo, perché attraverso considerazioni empiriche ella ha raggiunto la convinzione che così lo stimolo a urinare si verificherà in tempi drasticamente più brevi.

L’idea in sè è invece balzana e peregrina, giacchè il sistema di vasi comunicanti che era perfetto in posizione seduta, in posizione eretta e deambulante fa sì che un purulento rivolo del tuo sangue risalga il tubicino bloccando l’afflusso di soluzione (ed è una vista che ha un effetto spiacevole su chi si sentirebbe padrone a tutti gli effetti di quel sangue, ma lasciamo perdere queste accademiche rivendicazioni).

Allora, dopo quasi due ore di tempo e soluzione fisiologica buttati al vento, infermiera e staff medico del Pronto Soccorso al gran completo decidono che l’ecografia può essere fatta anche a vescica vuota. E va bene.

Pochi minuti dopo, tutto il tuo fianco destro diventa il pad di un mouse che un burbero ecografo, o forse ecografista, magari anche ecologo ed ecocompatibile o quanto meno lo spero, guida lungo la tua epidermide. O magari no, il bizzarro terminale assomiglia più ai vecchi scanner manuali del pc che facevi scorrere lentamente lungo il documento che volevi caricare nell’hard disk, e se la mano era malferma venivano fuori delle geometrie non euclidee che avevano un loro ermetico fascino.

“Sì, potrebbe essere.”. “Sì, ci potrebbe stare.”. “Secondo te?”. “Mah. Non si capisce bene.”.

“Ma c’è un calcolo?” ti permetti di chiedere con tono grabato e sommesso, tale per cui l’ecografo e il suo giovane assistente lo scambiano per un borborigmo da cattiva digestione e, direbbe Manzoni, non proferiscono neanche un “Zitto!”.

Alla fine, spiegandolo all’infermiera tracagnotta e con un principio di ricrescita che evidentemente merita di saperlo più del diretto interessato e portatore materiale, i due insigni scienziati comunicano che sì, c’è un calcolo di 11 mm all’imbocco superiore dell’urètere (che scopri vada pronunciato sdrucciolo e non uretère come eri convinto, del resto trattasi di una parola che non viene usata di frequente nel basic italian di tutti i giorni).

Visto che sei affrancato per ora dal dolore e mostri un sufficiente dinamismo, vieni accompagnato lungo tortuosi corridoi verso l’ascensore che ti condurrà all’ottavo piano.

(e non finisce qui, ce n’è ancora…).

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Qui comincia l’avventura.

bonaventuraComincia tutto un venerdì, che te ne vai a letto presto perché non ti senti bene. Saranno dolori intercostali, di quelli che passano da soli con una bella dormita, e magari perfino con una dormita così così come quelle che al massimo ti riescono. Va bé… Proviamo…

Durante il weekend il dolore lo focalizzi meglio. Parte dalla zona lombare destra e poi sembra che gli venga voglia di fare il giro panoramico e trasmigra in zona addominale, e sembrerebbe quasi appendicite ma non può essere, l’appendice l’hai tolta da piccolo e l’operazione è perfettamente riuscita.

Però picchia, ‘sto dolore qui. Quando arriva sembra una cosa seria poi si distrae, si perde, si attenua e tu ti dici, ogni volta che passa, che non tornerà più.R-150-3513449-1333432461

Sì. Magari.

Il lunedì il dolore comincia a diventare invalidante: non riesci a stare seduto, ti dà un po’ di sollievo camminare anche se devi porre particolare attenzione quando appoggi il piede destro perché allora una leggera ma insidiosa coltellata sembra pugnalarti ora qui ora là lungo il tuo sempre più sgarrupato fianco destro. Che sia una colica renale? Però in serata passa.

Il martedì, quando il dolore arriva, non sono più coltellate, e neanche sciabolate, nulla che assomigli più a colpi di arma da taglio. Sono veri e propri colpi di maglio. E gli altri cominciano ad accorgersene perché probabilmente impallidisci e/o fai delle facce come quelle di Emilio Fede quando doveva pronunciare il nome di Prodi.

sbonavLemme lemme, appena hai sbrigato i tuoi impegni, monti sul 5 che porta al Pronto Soccorso. Ti siedi ma ti rialzi subito perché la posizione seduta rende il dolore insopportabile. Ti alzi ma le vibrazioni del pullman (dalle pessime sospensioni sul dissestato fondo stradale di Parma, per non parlare del tratto di Via d’Azeglio in pieno pavè) ti fan venire voglia di urlare.

Alla fine arrivi, e in quel momento il dolore sembra calmarsi. Sei perfino tentato di tornare indietro e vedere come evolve la faccenda, ma poi ti ricordi di quante volte negli ultimi 5 giorni è maturata la perversa illusione, e allora arrivi in accettazione e spieghi con masochistica trasparenza dove e come senti male ma, coglione che non sei altro, specificando un non richiesto e non opportuno “il dolore attualmente è in fase di quiescenza”, così che ti becchi un anonimo codice verde, anzi verde sbiadito, perché garruli gitanti in codice verde arrivati dopo di te vengono visitati ben prima di te.

Ti stravacchi sulle non scomodissime poltroncine della sala d’attesa in posizione che tenta di essere antalgica, così da tenere sotto controllo il dolore al rene (sì, oramai è fuori discussione e il bookmaker non accetta più scommesse, è il rene) ma facendoti venire un bizzarro grottesco assortimento di crampi, la cui eziologia è contesa fra la postura anomala e il crescente stato di tensione.escr1

Casalinghe con una sgarbiatina al pollice urlano come ossesse per l’attesa, tu ti becchi un’ora e venti di attesa senza fiatare (anche perché di fiato apparentemente non ne hai più).

Quando stai per trascinarti carponi in accettazione per mendicare un codice almeno giallo paglierino, ecco che echeggia per tutta la vallata il tuo codice-paziente.

(continua se non mi ricoverano nel frattempo)

Ma ogni tanto gli sembra ancora di divertirsi.

Il 7 luglio 2012 scrivevo:

Farò la figura dell’ottuso privo di fantasia ma tra il bosone di Iggy Pop e Dio stento a trovare una correlazione qualsiasi.

FISICA: CERN GINEVRA FOTOGRAFA IMPRONTA PARTICELLA DI DIO

no previewL’Uomo, gettato in un caos illogico e primordiale, segue i perversi meccanismi della propria corteccia cerebrale che non si accontenta, come quella di esseri quasi altrettanto evoluti come i gorilla, i delfini e i gatti, di registrare le sensazioni provenienti dall’ambiente e vagliarle in relazione alla propria sopravvivenza.

Un’evoluzione di tre milioni di anni (3,2 ad essere pignoli) dai tempi di Lucy, pelosa come Geppi Cucciari e alta come Kelly Minogue, ha creato un macchinario ipotetico-deduttivo che deve appiccicare significati a tutto quello che gli capita a tiro.

Le invasioni barbaricheimagesCAU514Q6kelly-minogue-211500

 E ci sono tanti modi per farlo: i più comuni sono attraverso l’arte, attraverso la religione, attraverso la magia, attraverso la filosofia, attraverso la scienza, attraverso la politica e attraverso l’umorismo. E’ anche abbastanza ovvio che cambiando contesto di riferimento la stessa cosa, o persona, o vicenda, o circostanza, può mutare del tutto significato. Una bella donna completamente nuda potrebbe indurre in un pittore un’incoercibile voglia di prendere il pennello, in chi non è un pittore delle voglie totalmente diverse, lecite o illecite, presupponenti o non presupponenti un consenso da parte della bella nudista.

Poi, è anche normale che una modalità possa sfumare e/o interfacciarsi con un’altra creando significati controversi, incomprensibili, solipsistici.

Sui fatti non dovrebbe essere difficile trovare un accordo (ma l’intera avventura politica del Caimano di Cartapesta ci dimostra che si può costruire un’illusione collettiva in cui non solo il diretto interessato ma centinaia di tirapiedi e migliaia di sostenitori incalliti negano ostinatamente e garrulamente l’evidenza); sui significati l’accordo è, spesso, fideistico. E’ un bene che sia così, siamo in democrazia epperò che palle!!!

Senza il bosone di Higgs, le particelle sparpagliate ai 4 venti dal Big Bang viaggerebbero ancora oggi alla velocità della luce, e (come ogni modesto studente del primo anno di Fisica sa) chi viaggia alla velocità della luce non si può permettere il lusso di avere massa, che in tal caso sarebbe infinita.

L’Universo sarebbe abbastanza noioso: un’enorme sfera di energia di 15 miliardi di anni luce di raggio con il vuoto assoluto al suo interno. Anzi, avrebbe detto Ruggero Orlando, mi correggo. Non sarebbe noioso perchè ovviamente non esisterebbe alcuna forma di vita in grado di provare noia.

 Rispetto a quel po’ di fisica che avevo imparato al Liceo (su libri di vent’anni prima che parlavano di teorie di qualche altro decennio più vecchie), la fisica attuale sembra una di quelle città investite da un’improvvisa ondata di benessere e progresso che fanno sì che se ne raddoppi o triplichi la popolazione in pochi decenni: negli anni ’60 e ’70 il cittadino comune non esageratamente ignorante sapeva che c’era l’atomo, magari andava a Bruxelles

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e si faceva un’idea dal vivo su come era fatto, con i protoni e i neutroni che stavano vicini vicini nel nucleo ma senza coccolarsi troppo gli uni con gli altri; e gli elettroni non troppo dissimili da pianetini (il diminutivo è d’obbligo, essendo le loro dimensioni ulteriormente più minuscole di quelle di protoni e neutroni) che vorticavano in orbite ellittiche intorno al nucleo. Che poi si tratta di un’approssimazione divulgativa, perché nella realtà dell’infinitamente piccolo le particelle non seguono traiettorie lineari ma saltabeccano come la Magic Ball degli anni ’80.

 La fisica di oggi è saturata e strapiena di particelle quasi tutte dal comportamento bizzarro e controintuitivo: a livello microscopico sembra regnare l’anomia più assoluta, ma per una comprensibile e coerente legge statistica, nell’aggregarsi di 10 alla n (con n tendente all’infinito) fenomeni microscopici le cui imprevedibilità si compensano a vicenda, il livello macroscopico è prevedibile come un discorso di Epifani.

Per la maggior parte della sua storia, l’Uomo ha interpretato la Natura alternando filosofia e religione, un po’ come Baglioni che se la cava altrettanto bene alle chitarre che alle tastiere.

La filosofia si configurava più come work in progress, la religione molto meno: tendeva a creare strutture dogmatiche solide e rassicuranti per chi ci credeva e vi si uniformava, altrettanto solide ma per nulla rassicuranti per chi osava dire “Raga (qualora fosse indiano o milanese), ma siamo sicuri sicuri?”.

 Attraverso quattro grandi sommovimenti epistemologico-culturali (il Rinascimento, l’Illuminismo, il Positivismo, il Dubbio Sistematico figlio del Secolo Breve) il buon diritto della religione e della filosofia di costruire risposte si è potenzialmente affievolito: nulla di male per i filosofi, che si sono progressivamente riciclati in intellettuali, politici, insegnanti, tombeurs de femme, opinionisti televisivi, e come il mio amico Vittorio di Fidenza brillantemente sostiene, dopo Sartre nessun filosofo ha spiccicato mezza parola originale o costruito nuove teorie.

 Molto di male, dal loro punto di vista, per chi sui modelli inossidabili dei credo religiosi (e sui cumuli di carni morte di banchesca memoria) ha retto la sua gloria.

 Su un piano meramente scientifico, la ventilata (non ancora certa, ricordiamoci i neutrini più veloci della luce che poi han fatto ricorso per farsi togliere la multa perchè l’Autovelox era starato) prova dell’esistenza del bosone di Higgs dà merito a un simpatico, umile e testardo ricercatore very very british che vagando per le campagne inglesi con la sua inseparabile pipa si diceva “Per quanto imbarazzante ciò possa apparire, se non immaginiamo una dannatissima particella che impedisca alle altre di svolazzarsene per l’universo come energia pura alla velocità della luce, il modello standard al massimo andrà bene da mettere sotto la gamba di un tavolino zoppo”.

Per lui, e per i suoi tanti amici, è come quando una donna pazzerella e inaffidabile ti si concede dopo 48 anni di corteggiamento durante i quali non hai mai smesso di credere che sotto sotto ti amasse.

O come quando una tattica calcistica, attraverso appropriata campagna acquisti, trova gli interpreti giusti, smette di essere una sega mentale del visionario di turno e ti fa vincere qualcosa.

Dietro il simpatico studioso inglese c’è tutto il fascino di quella che con una delle mie spericolate espressioni definirei “archeologia cosmogonica”: in base a come è messo l’Universo 15 miliardi di anni dopo possiamo cercare di ricostruire con coerenza argomentativa (se sia vero o no è un altro paio di maniche) cosa combinava da neonato (e ne ha fatte più nei primi 2-3 milioni di anni che per tutto il resto della sua esistenza).

 Quanto la scoperta dell’effettiva esistenza di questa operosa, laboriosa e onnipresente particella abbia a che fare con un Dio trascendente, esterno e pre-esistente ad un pensiero in grado di immaginarlo, lo lascio come questione dogmatica.

 C’è se mai, nel lavoro di Higgs e dei suoi collaboratori, uno stupendo squarcio del piccolo Dio immanente e familiare che è dentro ognuno di noi e al quale dovremmo tutti saperci rivolgere ricordandoci che fatti non fummo a viver come bruti e a guardare i reality, ma per seguir virtute e conoscenza e i blog bellini come questo.

 Buon vichènd.

Difficilmente le circostanze che hanno reso il periodo estate-autunno 2012 uno dei più fertili e creativi della mia vita si ripeteranno, almeno per ora non vedo i prerequisiti necessari e sufficienti perché ciò avvenga.

Il musicista che si è costruito un repertorio (magari su 4 accordi come certi gruppi del Primo Maggio, o su una complessa raffinata rete armonica che non disdegna le settime e le quinte aumentate e diminuite, ad accompagnare un verseggiare dal gradevole ed inequivocabile retrogusto gucciniano come potete constatare qui) può aspettare che gli torni l’ispirazione (a meno che non abbia contratti-capestro con una major che lo obblighi a deporre l’ovetto con cadenze di solito annuali, nel qual caso spesso se la cava con un album di cover con qualche sbiadito inedito) e nel frattempo reitererà le cose già composte con al massimo qualche variazione estemporanea se ha una matrice jazz, o se ha messo il sassofono in frigo par fèr al giass, con adamantina aderenza filologica se proviene da un talent show.

Il letterato poco creativo tra un romanzo e l’altro farà passare anni, anche un po’ per farsi desiderare (e l’editoria rispetto alle case discografiche ha un quid di pazienza in più) e intanto andrà in giro per l’orbe terracqueo a fare delle letture o delle conferenze (talvolta ripetitive come un concerto di Marco Mengoni), si riciclerà come opinionista sparandole grosse, esagerate, sesquipedali, giacché la stampa non pretenderà da lui l’accuratezza ma il mistificatorio “valore aggiunto” della sorpresa (E’ del poeta il fin la meraviglia/ chi non sa far stupir vada alla striglia).

Quello molto creativo e anche simpaticamente astuto annuncerà un romanzo e ne farà uscire un altro scritto quasi di nascosto, ma questo non c’entra niente.

Il blogger campa, vivacchia, ha voglia di esserci ma un po’ si vergogna, come l’attore che ha messo su pancia e nella parte di bel tenebroso ormai lascia il tempo che trova, il ricercatore che da 20 anni non trova più niente e girocla per i locali dell’Università facendo ogni tanto delle perdibilissime lezioni, il marito che ogni tanto si guarda la fede e vorrebbe essere infedele ma manco ci riesce.

Di quando in quando gli scappa un post nuovo, originale, bellissimo secondo lui, che non legge nessuno.

Ottiene invece enormi successi con post scritti quasi per dispetto, ma anche questo è un discorso che ci porterebbe lontano.

Ma ogni tanto, mentre batte  un po’ a caso sulla tastiera, gli sembra ancora di divertirsi.

Una domanda tuttora aperta (qualcuno la chiuda che c’è un mare di spifferi…).

imagesCAVX5FQ0Il 9 marzo 2012 scrivevo

Come e perchè nel quinquennio 1996-2001 il centrosinistra non abbia messo mano a nulla che assomigliasse a una legge sul conflitto d’interessi è un mistero in confronto al quale le stragi di Piazza Fontana, di Brescia, di Ustica, di Bologna, di San Benedetto Val di Sambro sono degli indovinelli di Sbirulino.BerlusconiGheddafi

Questa, riletta oggi, non è una profezia, è un quesito irrisolto come il paginone centrale di Logic Art dove in base a pochi indizi numerici devi ricostruire un autoritratto del pittore èstone Elisar von Kupffer.elisar_foto_3

42978Resterà irrisolto ma ogni tanto è anche giusto incazzarcisi su quell’attimino ed evitare di perdere gli ultimi stracci di memoria.

Con osservanza

lucarinaldonisbirulino_001_jpg_hfqr

Post senza titolo (tree with no leaves) e perfino senza foto. Ma con David Crosby.

 

Quelli bravi a capire la realtà e/o a scrivere, quando capita qualcosa di imprevisto, o anche solo di significativo, o anche solo quando capita qualcosa e basta (visto che, alla fin della fiera, decidere cos’è un avvenimento e cosa no è di assoluta e squisita pertinenza di chi osserva, e chi la vede in modo diverso, prego andare…), quando capita qualcosa sanno trovare i concetti e le parole giuste.

Quelli bravi a capire la realtà (ma così così quanto a scrittura) si trovano l’encefalo stracarico, che bisognerebbe metterci sotto un catino e dargli una bella strizzata, vedendo se in cotal maniera restano solo le idee veramente belle e forti e valide e quelle, diciamo così, di complemento finiscono nel catino e di lì nel vicino rigagnolo o in un water vicino e compiacente, in un caso ci pensa lo scorrere stesso dell’acqua e nell’altro devi far la fatica di tirare la catena (che poi oggi nella stragrande maggioranza dei casi si schiaccia un pulsante nel muro o si abbassa una leva nel sifone). 

Ma siccome l’encefalo non è una spugna e neanche uno straccio, c’è da fare una faticosa e dolorosissima cernita fra le idee che meritano di sopravvivere e quelle che restano in testa, e magari ti supplicano come i 6 personaggi quando non passano direttamente alle minacce, “Perché quell’idea idiota l’hai presa e me mi lasci qui? Guarda che ti ronzo contro le meningi come un moscone moribondo in ottobre e ti faccio perdere il sonno, caro blogger dei miei stivali!”.

Quelli bravi quanto a scrittura (ma così c0sì nel capire la realtà) gli devi fare un fischio per avvisarli che sta succedendo qualcosa, dopo di che loro partono in automatico estrapolando dal loro infinito repertorio di frasi celebri quelle che suonano, tintinnano, gloglottano e si aggrottano meglio.

Quelli bravi a scrivere e a capire la realtà son pochi e scrivono quasi tutti sulla Repubblica o sul Fatto. Quelli nè l’uno nè l’altro scrivono su Libero o sul Giornale, e se malauguratamente acquisiscono qualche capacità di scrittura o di comprensione della realtà gli scade il contratto quasi per caso e vanno a vendere le scope elettriche porta a porta. 

Con osservanza

lucarinaldoni

Secondo me ci avevo anche preso.

GrilloIl 15 settembre 2012 vaticinavo:Grillo_parlante_e_Pinocchio

Il problema è che il MoVimento 5 Stelle non è un grande partito e non lo vorrebbe neppure diventare.

Grillo è l’artefice di un grande gioco di società che, come tale, ha funzionato splendidamente finchè si trattava di protestare. Per entrare nelle stanze del potere e cambiare veramente le cose occorre un salto di qualità. Anche se non vi saprei dire quale. E nel frattempo Grillo e i suoi prodi ne dovranno sopportare e vedere, come si dice a Parma, felice reame a 5 stelle, “di ogni”.scatolavuota

Secondo me ci avevo anche preso.roberto-fico-lucia-annunziata-1-770x577

frank iodice

"Lo scrittore è una persona vigliacca, opportunista, sacrificata al gioco continuo della

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TESTUGGINI

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Un roseto in via Cerreto

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Il Blog di Beppe Grillo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Annamaria - liberi pensieri

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

TerryMondo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Rossi Orizzonti

...e navigando con le vele tese io sempre cercherò il mio orizzont

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idee in movimento, senza rassegnazione. Scritti d’impulso.

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(le impronte dei miei passi)