Chi non ricorda il passato, dopo son cavoli suoi.

Il 24 novembre 2010, per nessuna ragione particolare, scrivevo:

Esiste un detto abbastanza celebre di cui non ricordavo l’autore, la memoria saltabeccava tra Pavese e Sartre, salvo poi scoprire attraverso febbrile ricerca su Google che si trattava del semicarneade filosofo spagnolo George Santayana.

Come è cambiato in questi ultimi anni il modo di scrivere: mentre le e-mail hanno riesumato il gusto di affidare alcuni concetti complessi e ostici alla parola scritta piuttosto che ad una anodina telefonata, qualunque articolo, saggio o post (che come categoria letterario-comunicazionale esiste da neppur 10 anni) non si affida più solo alle lagunose e lacunose secche della memoria o a laboriose ricerche nel cartaceo (che solo in biblioteca è catalogato, in casa tua con le pagine del libro che cerchi è stato incartato un reattore del neon che miracolosamente funziona ancora, ma la pagina è nel frattempo divenuta illeggibile). Oggi è tutto un cercare tra Google e Wikipedia, al quale spesso segue un cinico copiaincolla e chi s’è visto s’è visto (più onesto sarebbe linkare, ma su Internet non è che di onestà e lealtà ne circoli in quantità industriali).

Oramai i miei post sono talmente in bilico tra un passato esagaratemente ricco di stimoli e suggestioni e un presente drammaticamente precario,  che dovrebbero servirsi di parentesi graffe e quadre oltre che tonde (sicuramente in Word esistono anche loro, ma non mi va di esagerare).

Quando questi continui rimandi concettuali devastano il linguaggio parlato, è un vero disastro.

Come mio padre quando aveva l’età che ho io oggi (allora mi sembrava veneranda, adesso faccio finta di no ma forse lo è) rischio di cadere nella sua stessa grottesca coazione a ripetere, per la quale quando si accalorava nella perorazione di argomenti che gli stavano a cuore ogni tanto esclamava “Eccolo il punto!!!” e i tre punti esclamativi si respiravano nell’aria insieme al suo dopobarba. Dopo di che, seguendo il punto che aveva individuato, slittava verso nuove aree concettuali obliando completamente l’argomento di partenza, al quale però di solito ritornava dopo un’intera tangenziale di eccoloilpunto eccoloilpunto.

Poco mi consola, anzi quasi mi atterrisce, il fatto che la tesi di laurea di mia figlia avesse più testo come note a pie’ di pagina che come elaborato centrale.

Anche lei indulge a questo inno al pensiero divergente, alla libera associazione, ad una creatività magmatica e solipsistica attraverso meccaniami di ereditarietà culturale (ben più severa di quella biologica perché non ammette alcun gene recessivo).

Esaurite le cose urgenti di cui volevo parlare con la consueta impazienza in questo post (quando ci sarebbero saltati fuori a occhio 3-4 post corposi autonomi da questo) torniamo a George Santayana.

Nato in Spagna, formatosi in America e morto in Italia, con un lungo ciclo vitale che ha attraversato due secoli l’un contro l’altro armati (che però nel suo caso erano l’800 e il ‘900) è stato uno degli ultimi filosofi puri. Nel senso che i filosofi moderni devono fare i letterati, gli insegnanti, i politici, nella fase più bassa della propria parabola arrivano ad accoppiarsi con Alba Parietti e quando si sentono chiamare “filosofi” fiutano la fregatura.

Il suo detto suona “Those who cannot remember the past are condemned to repeat it” e risale al 1906, quindi ben prima che il Secolo Breve dispiegasse la sua rassegna di tragedie e catastrofi, a stento compensate da illusori sprazzi di illogica allegria a cadenza approssimativamente trentennale. E’ una riedizione in veste pessimistica della teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici, e vede comunque la storia non come una luminosa e rettilinea strada di costanti progressi, ma piuttosto come un sentiero aggrovigliato e contorto che ritorna come una falena impazzita a sbattere sempre sugli stessi punti.

Chissà se Tomasi di Lampedusa, nel far dire al Gattopardo “Occorre che tutto cambi perché tutto resti com’era” aveva in mente questo aforisma. O semplicemente guardasse il mondo con gli stessi occhi di Santayana.

In Italia il detto è famoso per la citazione che ne fa Primo Levi diversi decenni dopo, vedendolo avvalorarsi tristemente in due guerre mondiali e, più nello specifico, nella modalità sostanzialmente colonialistica con la quale il Nord ricco e cinico guarda al Sud impoverito ed espropriato dopo un’unità fatta anche quella col copiaincolla.

Ma non solo questo detto mi viene in mente guardando l’involuzione della scena politica italiana (perché è quella il mio punto di riferimento). Mi viene in mente il paradigma della complessità che coraggiosi studiosi trasversali che collegavano Batelson a Mandelbrot, Von Foerster a Prigogine (e il centro nodale di questo lavoro era Milano) cercavano di definire a metà del decennio più idiota e insensato che la storia dell’umanità ricordi, gli ’80 dell’edonismo reaganiano.

E questi studiosi ammonivano che chiunque semplifichi la complessità oltre una certa soglia di accettabilità rischia di essere da quella complessità divorato, e passare dal ruolo di attore a quello di ingranaggio immemore ed inconsapevole di equilibri sitemici troppo più grandi di lui.

“Terribili semplificatori”, li definiva in quegli anni da Palo Alto Paul Watzlawick.

Questa commistione di ignoranza (nel senso etimologico, ma spesso anche in quello derivato di approccio zotico e maleducato) e di semplificazione oggi la vedo in tutta la destra e in strati sempre crescenti della sinistra.

Si sa che la cattiva moneta scaccia la buona, e il mio blog non parla per caso dell’entropia, quel bizzarro fenomeno per cui la complessità tende sempre a decomporsi nel disordine e nella semplificazione?

Molto semplicemente, si sta riformando la Democrazia Cristiana. E’ una vera e propria ricaduta da tossico.

Sondaggisti d’assalto accreditano il Grande Centro (di cui Casini cominciò a parlare a DC ancora calda seppur cadavere) di percentuali prossime se non superiori al 20%.

Il tentativo di trasformare la bizantina Italia in una riedizione degli USA dove Democratici e Repubblicani si sfidano con sano spirito sportivo e malcelata stima reciproca è miseramente fallito.

Che Berlusconi si sia appropriato della Seconda Repubblica per usi assolutamente personali è una perniciosa complicanza del fenomeno, ma Berlusconi lo ha potuto fare perché il suo fiuto di spregiudicato affarista gli ha fatto capire che c’era un vuoto da colmare, una metaforica landa vuota e ospitale dove edificare in modo selvaggio, una metaforica serie di frequenze da cui teletrasmettere, un metaforico vuoto di squadroni in cui cioccare il Milan di Sacchi e Capello.

La sua discesa in campo parlava di grandi novità (il famoso nuovo che avanza) ma, ahimè, Berlusconi non aveva letto il Gattopardo.

E il suo partito di plastica, di non politici, di portaborse e belle gnocche, alla fine è diventato una brutta copia della DC. Perché, come perfino Vespa e Belpietro a malincuore ammettono nei talk-show, Berlusconi non ha alcuna reale capacità e possibilità di governare il suo partito-azienda (perché solo un manipolo di fedelissimi incapaci  gli si stringe intorno, e tutti gli altri a un certo punto vogliono fare di testa loro  e perfino la Carfagna arriva a ribellarsi), E la DC uccisa ma non cancellata sta lentamente vendicandosi della sua odiata brutta copia ricatturando democristiani veri e potenziali, per ricreare quel rassicurante e stagnante contenitore che era stata ed è pronta a tornare ad essere.

Che il governo più democristiano degli ultimi 20 anni potesse, invece, scaturire da elezioni formalmente vinte dal piddì, ecco questo il 24 novembre 2010 non mi era dato immaginarlo.

Il resto del post, nel complesso, non era neanche malaccio.

Con osservanza

lucarinaldoni

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