Quanti anni erano che non mi fermavo a Bologna?

Il 5 marzo 2012 scrivevo:

Post soggettivo e discutibile su Lucio Dalla.

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Spero che anche per Lucio valga lo stesso principio che avevo enunciato per Oriana Fallaci: le virate a 90 gradi post mortem lasciano il tempo che trovano.  Quindi chi in vita l’ha trovato un opportunista e un cialtrone  può tranquillamente disertare questo post.

 Quanti anni erano che non mi fermavo a Bologna? La prima risposta sarebbe: febbraio 2007, quando lavoravo senza successo e convinzione alcuna per una grande compagnia telefonica in attesa di trovare di meglio, e avevo partecipato ad una grande convention della zona nord-est (nella quale Parma rientrava come estrema propaggine occidentale mentre i piacentini si convenzionavano a Milano). Ma quella volta ero letteralmente passato dalla stazione alla sede della convention (di cui neanche ricordo più l’ubicazione) e ritorno.

Allora retrocediamo alla primavera 2003, quando ero passato in Via Maggiore sede dell’Ordine degli Psicologi e poi avevo fatto due passi a piedi per le vie del centro perché di ritornare a Sesto San Giovanni (dove allora abitavo) non è che avessi una voglia sconfinata.

Saltiamo a pie’ pari la Festa Nazionale dell’Unità del 2000 che era in un non-luogo genericamente emiliano lungo la Via Emilia a rubare l’egemonia a Reggio e Modena.

Erano almeno 15 anni che a Bologna non passavo una giornata intera dal mattino al tramonto. E anche se me lo aspettavo, ho cercato senza trovarla la Bologna che mi sembrava di ricordare (lo so che sembro il pensionato di Guccini, ma sto già quasi per cambiare argomento e quindi abbiate pazienza…) per ritrovarla tutta più inutilmente veloce ed isterica anche di domenica, più diffidente e spaventata, più indifferente e maleducata. Probabilmente un cambiamento meno vistoso di quello addirittura terrificante che ha attraversato Parma nel medesimo lasso di tempo, ma lì (come dire) me lo sono sorbito a piccole dosi assuefacendomi poco alla volta.

E rispetto a Roma che è Eterna per definizione, Bologna è laicamente affondata nel tempo e nella storia, e quindi alla fine è sempre comunque bellissima di quella sua bellezza pudica e distratta. E sicuramente non lascerò passare altri 5 anni prima di tornarci, anche perché di quinquenni non è che me ne resteranno tanti.

Telefona

 

“L’importante è non arrivarci in fila, ma tutti quanti in  modo diverso. Ognuno con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi.”

La mia scelta personale è stata di incamminarmi lentamente in una Bologna ancora semiaddormentata dalla stazione a Piazza Maggiore, per rendermi conto di quali scherzi strani gioca la memoria (specie quella spaziale, presieduta dall’emisfero destro, rispetto alla quale ho sempre avuto delle imbarazzanti falle).

Comunque sia, non mi andava di imbarcarmi in comitive del dolore legate magari da una finta fratellanza alimentata solo da una curiosità un po’ patologica.

E ho regalato a, o mi sono fatto regalare da, Bologna la stessa medesima gioiosa orgogliosa solitudine che ha percorso la mia recente permanenza a Roma.

Mentre le fallacie della mia memoria mi facevano sfiorare un paio di volte Piazza Maggiore senza raggiungerla, cresceva sempre di più la differenziazione fra l’adempimento doveroso verso l’amico di sempre (anche se frequentare camere ardenti e funerali cattolici non è tra i tuoi greatest hits personali) e un qualche scombiccherato tipo di itinerario medianico ed erratico in cui la compagnia delle tue emozioni e dei tuoi pensieri ti basta e ti avanza.

casa_medioevale_vicolo_della_luce

 

“Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti, siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri…”

Eppure c’era un paradosso grosso come una casa: per quanto gloriosamente solitario mi volessi sentire, ero lì perché facevo parte di un popolo. Che non era il popolo nomade platealmente rivendicato dall’omonimo gruppo, e del quale faccio senz’altro parte da una quarantina d’anni. Era qualcosa di molto diverso. E’ qualcosa di molto diverso che avrei capito meglio arrivando in Piazza Maggiore.

All’amico di una vita perdoni tutto: l’appoggio a Guazzaloca, l’appoggio all’Opus Dei, canzoncine come “Ciao”, “Attenti al lupo” e last but not least i suoi impresentabili parrucchini.

Più che perdonare, cerchi di capire le sue contraddizioni che forse discendono da una personalità non banale dietro l’apparente semplicità.

Semplicemente, c’è una sintonia più di tipo emozionale che di tipo estetico per cui quello che lui produce ti piace a prescindere, anche se solo qualcosa ti entusiasma davvero fino in fondo.

 

“E’ una sera così dolce che si potrebbe bere, da passare in centomila in uno stadio, è una sera così grande e profonda che lo dice anche la radio, anzi la manda in onda…”.

Per uno strano mistero relativistico, senza che si percepissero quelle che prima chiamavo “processioni del dolore” in giro per Bologna, alle 10.30 la piazza è già piena. E’ piena di una bizzarra collezione trasversale che incrocia le generazioni, le classi sociali, le convinzioni religiose e politiche, la provenienza geografica. Una buona metà dei presenti viene da fuori Bologna e qualcuno anche da fuori Italia. Come se Lucio in 50 anni di carriera (cominciata accompagnando Edoardo Vianello come clarinettista dei Flippers e conclusa accompagnando come direttore d’orchestra-corista l’ennesimo giovane talento) avesse saputo intercettare gli umori della gente comune, in questa sua dimensione gramscianamente popolare alla quale tanti colleghi cantautori eletta schiera, pur avendo letto Gramsci più volte, non sapevano assurgere.

Alla fine siamo almeno in 40.000, che è la stima più prudente fra quelle tentate dai giornali di stamattina.

 

L’ultimo funerale a cui ho partecipato risale al 2006. Un funerale di paese, e non importa specificare chi fosse il deceduto. Allora, come ieri, ho vissuto il crocevia doloroso ma alla fine indispensabile di quando ci si ritrova e in un certo senso ci si confronta rispetto a quello che resta un mistero, tanto per chi crede o per chi non crede, o per meglio dire per chi crede a modo suo (perché secondo me neanche l’uomo più ateo e laico non si interroga mai sugli aspetti trascendenti della vita).

I partecipanti a quel funerale li conoscevo quasi tutti, mentre ieri non ho incontrato nessuno che conoscessi.

Ma ieri come allora, ho sentito fortemente (pur nell’assoluta certezza che non esista alcuna vita dopo la morte, che è la rassicurazione che tutte le religioni danno a chi è talmente orgoglioso da non saper accettare la sana, fisiologica, quasi serena fine della propria esistenza individuale) che Lucio come essere individuale si era frantumato in milioni di minuscoli frammenti energetici (parecchi dei quali non possono non essere rimasti a Montreux capitale europea del jazz, che è stata una buona alternativa al “morire in Piazza Grande” tra tutti coloro che non hanno padrone) che rimanevano a disposizione di chi riusciva ad afferrarli.

Solo scherzando posso immaginarmelo trasformato nell’angelo di una sua famosa canzone che, accolto da Dio con fare brusco (“Cosa vuoi da me tu?”) una volta libero di svolgere le sue funzioni di angelo piscia in testa ai vanagloriosi potenti della terra per concludere, molto laicamente se vogliamo, che “gli angeli sono milioni di milioni e non li vedi nei cieli, ma tra gli uomini sono i più poveri e i più soli, quelli presi nelle reti…”.

Mentre lo portavano via da San Petronio a spalla i 4 amici con gli occhi rossi  non avevo dubbi che Lucio come essere consapevole e senziente ormai non esisteva più.

Ma per tutti coloro che continueranno a volergli un acritico bene (e io sono tra costoro) sarebbe riduttivo dire che Lucio non c’è più. C’è molto più fortemente di prima e si consegna ipso facto alla leggenda.

Non c’è alcun motivo razionale per riproporre oggi questo post, ed è proprio per questo che lo ripropongo. Insieme a questa canzone che ha il potere di commuovermi, sistematicamente, fino alle lacrime.

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5 Risposte

  1. La mia città natale, dove ho vissuto gran parte della mia vita e dove svolgo gran parte dei miei percorsi lavorativi, ringrazia doverosamente…
    Tutto bene? Hai risolto i calcoli? Promosso?

  2. Rileggerti è sempre un piacere, e ancora di più lo è questa volta, perché è anche della mia città, che parli, che non posso fare a meno di amare, pur vedendone i difetti.
    “E sicuramente non lascerò passare altri 5 anni prima di tornarci”, scrivi. Ecco, Bologna ti aspetta: non deluderla!

  3. Dalla stesura di quel post, in effetti, qualche altra volta da Bologna sono passato, a varie ore del giorno e della notte, godendone umori e sapori che in quel 4 marzo intriso di mestizia potevano essermi sfuggiti. E ci ripasserò tutte le volte che potrò.

    Chi non ama Bologna deve avere qualcosa che non va.

    Mentre il calcolo è sempre lì, per ora silente e non dolente quindi neanche urgente, in più essendo di forma allungata e non sferica duole se si mette di traverso e adesso invece sta allineato e coperto. Prima o poi mi infileranno una cannula su per il pistolino, lo raggiungeranno e lo bombarderanno (in confortante e opportuna anestesia generale) e allora forse la cosa meriterà un post.

    Ai miei fedeli lettori, buona vita e auspici di gioie assortite e variegate.

  4. Io non ho partecipato ai funerali di Dalla. Lo avevo incontrato un paio di volte in una delle rare incursioni in città, meravigliandomi della sua naturalezza. Bologna è bellissima, anche questa mattina mi sono persa in un meandro di uffici collocati dentro palazzi antichi e , meraviglia , l’ufficio in cui dovevo andare dava sul cortile interno: uno scorcio di giardino dentro la città, meraviglioso. Ciao

    1. I grandissimi artisti, ma quelli veramente grandi, di solito hanno un’inveterata strutturale umiltà; sono se mai quelli mediocri che si mascherano dietro una spocchia arrogante che nasconde il vuoto.

      Bologna è temporale e non eterna; Bologna è dionisiaca piuttosto che apollinea, rispetto a Roma Firenze Venezia non ha nessuno scorcio che potrebbe essere scambiato per un museo a cielo aperto, è un organismo biologico che vive respira e trasuda insieme ai suoi straordinari abitanti. Bologna è Bologna, e oserei dire che tanto può bastare.

      E un grazie sincero a tutti coloro con cui, nel tempo, l’ho condivisa, anche se, direbbe De Andrè, il mio viaggio portava un po’ più lontano.

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