Archivi Mensili: agosto 2013

Una voce poco fa…

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Oggi sono felice di essere con voi in quella che nella storia sarà ricordata come la più grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.

Un secolo fa, un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmò il Proclama dell’emancipazione.

Si trattava di una legge epocale, che accese un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri, marchiati dal fuoco di una bruciante ingiustizia.

Il proclama giunse come un’aurora di gioia, che metteva fine alla lunga notte della loro cattività.

Ma oggi, e sono passati cento anni, i neri non sono ancora liberi.

Sono passati cento anni, e la vita dei neri é ancora paralizzata dalle pastoie della segregazione e dalle catene della discriminazione.

Sono passati cento anni, e i neri vivono in un’isola solitaria di povertà, in mezzo a un immenso oceano di benessere materiale.

Sono passati cento anni, e i neri ancora languiscono negli angoli della società americana, si ritrovano esuli nella propria terra.

Quindi oggi siamo venuti qui per tratteggiare a tinte forti una situazione vergognosa.

In un certo senso, siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno.

Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d’indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato a ereditare la titolarità.

Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “vita, libertà e ricerca della felicità”.

Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l’America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio.

Invece di adempiere a questo sacro dovere, l’America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto, un assegno che é tornato indietro, con la scritta “copertura insufficiente”.

Ma noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia in fallimento.

Ci rifiutiamo di credere che nei grandi caveau di opportunità di questo paese non vi siano fondi sufficienti.

E quindi siamo venuti a incassarlo, questo assegno, l’assegno che offre, a chi le richiede, la ricchezza della libertà e la garanzia della giustizia.

Siamo venuti in questo luogo consacrato anche per ricordare all’America l’infuocata urgenza dell’oggi.

Quest’ora non é fatta per abbandonarsi al lusso di prendersela calma o di assumere la droga tranquillante del gradualismo.

Adesso é il momento di tradurre in realtà le promesse della democrazia.

Adesso é il momento di risollevarci dalla valle buia e desolata della segregazione fino al sentiero soleggiato della giustizia razziale.

Adesso é il momento di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale per collocarla sulla roccia compatta della fraternità.

Adesso é il momento di tradurre la giustizia in una realtà per tutti i figli di Dio.

Se la nazione non cogliesse l’urgenza del presente, le conseguenze sarebbero funeste.

L’afosa estate della legittima insoddisfazione dei negri non finirà finché non saremo entrati nel frizzante autunno della libertà e dell’uguaglianza.

Il 1963 non é una fine, é un principio.

Se la nazione tornerà all’ordinaria amministrazione come se niente fosse accaduto, chi sperava che i neri avessero solo bisogno di sfogarsi un poco e poi se ne sarebbero rimasti tranquilli rischia di avere una brutta sorpresa.

In America non ci sarà né riposo né pace finché i neri non vedranno garantiti i loro diritti di cittadinanza.

I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione finché non spunterà il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’é qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una soglia rischiosa, alle porte del palazzo della giustizia: durante il processo che ci porterà a ottenere il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti.

Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio.

Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina.

Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica.

Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s’incontra con la forza dell’anima.

Il nuovo e meraviglioso clima di combattività di cui oggi é impregnata l’intera comunità nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perché molti nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito che il loro destino é legato al nostro.

Hanno capito che la loro libertà si lega con un nodo inestricabile alla nostra.

Non possiamo camminare da soli.

E mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre avanti.

Non possiamo voltarci indietro.

C’é chi domanda ai seguaci dei diritti civili: “Quando sarete soddisfatti?”.

Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca.

Non potremo mai essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel delle autostrade e negli alberghi delle città, per dare riposo al nostro corpo affaticato dal viaggio.

Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell’identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “Riservato ai bianchi”.

Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare.

No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché la giustizia non scorrerà come l’acqua, e la rettitudine come un fiume in piena.

Io non dimentico che alcuni fra voi sono venuti qui dopo grandi prove e tribolazioni.

Alcuni di voi hanno lasciato da poco anguste celle di prigione.

Alcuni di voi sono venuti da zone dove ricercando la libertà sono stati colpiti dalle tempeste della persecuzione e travolti dai venti della brutalità poliziesca.

Siete i reduci della sofferenza creativa.

Continuate il vostro lavoro, nella fede che la sofferenza immeritata ha per frutto la redenzione.

Tornate nel Mississippi, tornate nell’Alabama, tornate nella Carolina del Sud, tornate in Georgia, tornate in Louisiana, tornate alle baraccopoli e ai ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare e cambierà.

Non indugiamo nella valle della disperazione.

Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno.

E un sogno che ha radici profonde nel sogno americano.

Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità.

Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell’ingiustizia, il caldo afoso dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e di giustizia.

Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l’essenza della loro personalità.

Oggi ho un sogno.

Ho un sogno, che un giorno, laggiù nell’Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d’altro che di potere di compromesso interlocutorio e di nullification delle leggi federali, un giorno, proprio là nell’Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle.

Oggi ho un sogno.

Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme.

Questa é la nostra speranza.

Questa é la fede che porterò con me tornan­do nel Sud.

Con questa fede potremo cavare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza.

Con questa fede potremo trasformare le stridenti discordanze della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fraternità.

Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, schierarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.

Quel giorno verrà, quel giorno verrà quando tutti i figli di Dio potranno cantare con un significato nuovo: “Patria mia, é di te, dolce terra di libertà, é di te che io canto.

Terra dove sono morti i miei padri, terra dell’orgoglio dei Pellegrini, da ogni vetta riecheggi libertà”.

E se l’America vuol essere una grande nazione, bisogna che questo diventi vero.

E dunque, che la libertà riecheggi dalle straordinarie colline del New Hampshire.

Che la libertà riecheggi dalle possenti montagne di New York.

Che la libertà riecheggi dagli elevati Allegheny della Pennsylvania.

Che la libertà riecheggi dalle innevate Montagne Rocciose del Colorado.

Che la libertà riecheggi dai pendii sinuosi della California.

Ma non soltanto.

Che la libertà riecheggi dalla Stone Mountain della Georgia.

Che la libertà riecheggi dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Che la libertà riecheggi da ogni collina e da ogni formicaio del Mississippi, da ogni vetta, che riecheggi la libertà.

E quando questo avverrà, quando faremo riecheggiare la libertà, quando la lasceremo riecheggiare da ogni villaggio e da ogni paese, da ogni stato e da ogni città, saremo riusciti ad avvicinare quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, potranno prendersi per mano e cantare le parole dell’antico inno: “Liberi finalmente, liberi finalmente.

Grazie a Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

Vittoriosi, al fin liberi siam, si cantava in Italia nel 1945 e non sembrava un auspicio futuro ma una prospettiva presente e tangibile.

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A parte che anche il nostro martoriato (seppur mai domo, direbbe qualche rètore in servizio permanente “affettivo”) paese affronta con alterne fortune i problemi di integrazione fra razze, etnie, culture, religioni, filosofie, credi politici che per altro neppure i teoreti del motto “E pluribus unum” hanno pienamente risolto…

A parte questo,  a me i neri a cui si rivolgeva Martin Luther King ricordano più, se li vogliamo paragonare con la nostra risibile realtà di paese aspirante civile, il popolo sconfinato e negletto degli Italiani onesti e vogliosi di fare, creativi produttivi lavoratori, umani buoni simpatici cordiali tolleranti e solidali.

Un popolo storicamente sistematicamente sconfitto da un altro popolo, che in realtà popolo non è [giacché è composto da vomitevoli individualisti opportunisti cinici disillusi disincantati pragmatici che al massimo, piuttosto che un popolo, possono formare una confraternita o una setta (segreta o manifesta che sia)] che progressivamente ha occupato militarmente i centri nevralgici del potere, ha inquinato la convivenza quotidiana, ha distrutto i sogni per sostituirli con allucinazioni collettive, ha distrutto gli ideali per sostituirli con delle prassi paradelinquenziali.

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L’Italiano Onesto, oggi, non ha alcun Re Savonarola attorno a cui stringersi per ritrovare speranze.fabrizio-corona-guai-giudiziari

E’ per questo che rileggere le parole di Martin Luther King dopo un mezzo secolo tondo (ma forse andrebbero bene anche quelle del Mahatma Gandhi che dava le dritte al suo popolo ancor più sconfinato per contrapporsi alla protervia albionica con la sola forza della Verità)  non è solo un arricchimento culturale fine a se stesso ma ha dei fondamentali addentellati con la nostra italica realtà del Terzo Millennio.

Buona fine d’estate.

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Il ferragosto di Paolo Candiani con inopinata comparsa finale.

112140-800x533-300x199Paolo non capiva neanche tanto bene cosa era venuto a fare a Casarola il giorno di ferragosto. Ma siccome era raro che, qualunque cosa facesse, si sentisse nel posto giusto, non ci faceva troppo caso.

Nella cittadina dal nome dolce come una caramella era tutto un pullulare, un ribollire, un sommuoversi di iniziative a cura del giovane sindaco dalla scriminatura perfetta. A un tanto al chilo se teneva aperto il negozio ci scappavano incassi da mille e una notte, che poi cosa voleva dire il bottegaio adiacente con quella espressione vallo a capire. Gli incassi si fan mica di notte a casa mia, pensava Paolo e gli veniva anche un filo di nervoso.73155-800x475-500x296

Ma a Casarola si stava bene. Tirava quella bella arietta passerina che gli accarezzava le guance che sembrava la Francesca certe domeniche mattina da sposini, che poi carezza che ti carezza anche un idiota capiva come che andava a finire.

Si stava bene ma qualcosa non quadrava giusto. Ma cosa?

Ecco cosa rendeva anomalo quel suo ferragosto. Era da solo.

imagesCA0E8GYPNella spianata, tutto intorno a lui, non si vedeva un gruppo di meno di tre persone, addirittura una comitiva di “cinesi”, che poi erano filippini ma non si capiva la differenza, era talmente numerosa che tutte le volte che li contava gli scappava fuori un risultato diverso, ma forse era il fatto che si muovevano molto.

Alcuni erano seduti su enormi plaid che lui se si sedeva in quel modo era impossibile che si rialzasse senza qualcuno che lo tirava su. Altri avevano tavolini e seggiolini da campeggio e qualcuno anche dei computer che comunque in quella zona Internet non si prendeva ma loro continuavano a provare e smadonnavano come giocatori di Briscola di via Imbriani.

Erano parcheggiati perfino due camper che sicuramente ora arrivava la guardia comunale, o in sua sostituzione il macellaio Sante che aveva recitato con Bertolucci, e ci diceva di andare a Val di Tacca o a Trefiumi che la visuale era bella uguale.universo

Un cagnolino con la faccia furba si era rivoltato tutto nella merda di vacca ed era contentissimo ma i suoi padroni molto meno di lui anche se il padrone diceva Sono bestie e seguono il loro istinto e sua moglie, che dalla parlata sembrava reggiana, gli diceva Certo tra bestie vi capite benissimo.

Cosa sono venuto a fare qui? avrebbe voluto chiedersi Paolo ma poi preferiva far finta di niente.

A stare a casa mi sarei sentito meno solo? questo invece se lo chiedeva.

1284409043” Ti ricordi, Candiani, quando tuo cugino ti aveva prestato la 600 e mi hai portato proprio qui? Che qui era quasi come adesso, noi eravamo molto diversi, specialmente io che adesso neanche ci sono. Ci dovevamo sposare il mese dopo e ci sembrava tutto tanto strano, ma non avevamo il coraggio di parlarne.

“Era una domenica in ottobre e nella bassa faceva ancora un caldo che la gente boccheggiava, ma a Casarola pareva di stare sulla luna. Che forse sulla luna erano andati da poco o magari ancora no comunque era tanto per dire. E noi cosa ne sapevamo della luna? Eravamo una roba che la parola innamorati non si era mai usata ma forse quella volta ci stava giusta, comunque tu mi piacevi e lo sapevo che non mi avresti mai fatto mancare niente.

“Io non lo so se ti piacevo, almeno nello stesso modo che tu piacevi a me. Quando non te la davo e tu facevi il muso lungo ci restavo male e mi dicevo Ecco pensa solo a quello. A me piacevi anche se da spogliato a volte mi veniva voglia di spegnere la luce.

“Quella volta che eravamo a Casarola te lo avevo chiesto io di farlo. E te mi guardavi come se tutte le regole del tuo mondo fossero andate a carte quarantotto, ma poi abbiam trovato un posto appartato che a Casarola non ne mancano e mi era sembrato bellissimo.

“Te lo ricordi quante volte ti ho chiesto Mi porti a Casarola? e te rispondevi A fare? Che ci vuole un sacco di tempo per arrivare e poi vien buio subito. Io non insistevo, che volevo che capissi da solo come mai ci volevo tornare.

“Adesso lo hai capito. fantasmi-venezia-parte-2

“Buon ferragosto imbranatello mio.”.

Replica estiva.

Nei lunghi pomeriggi estivi spesso le reti Rai e Mediaset mandano in onda vecchi film dimenticati o preistoriche repliche di vecchi obliati varietà con Marisa del Frate e Raffaele Pisu.

Quasi sempre, il confronto con i programmi originali, che popolano i palinsesti serali dove regna e spòpola la lotta all’audience, è impietoso.

A tutto vantaggio delle repliche, naturalmente.

E fu così che il Primo Dicembre Duemilaessette scrivevo, arabescavo, ricamavo un post siffatto:

4 luglio 1776. 14 luglio 1789. 21 luglio 1969. 11 settembre 2001.

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In perfetta controtendenza su questi grandi avvenimenti della Storia dell’Umanità avvenuti tutti in estate, l’annus si non horribilis quam minus irrilevans 2007 sta per allestire una rivoluzione totale dei costumi in una data di transizione tra l’autunno e l’inverno, con decisi sentori natalizi e retrogusti da settimana bianca.

5 dicembre 2007.

Vi prego di notare la rotondità delle cifre, l’austera eleganza delle sonorità. Cinque dicembre duemilaesette, se abbiamo l’accortezza di pronunciare la u e la e di duemilaesette come due vocali distinte (ci vorrebbe una dieresi di cui queste incomplete keyboards moderne sono ovviamente prive) viene fuori un endecasillabo dantesco, assolutamente all’altezza di io caddi come corpo morto cade, tornammo tutti a riveder le stelle, la bocca sollevò dal fiero pasto, era già l’ora che volge al disio.

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Il nostro piccolo pianeta blu occupato da sei tendenti a sette miliardi di provinciali dell’Orsa Minore continua a girare imperterrito senza avere gli strumenti per rendersi conto di quello che sta per succedere. Non sa che nella Città Eterna, Culla della Cristianità, Centro dell’Impero, ondate di pensiero e creatività per ora confinate in pochi metri quadri tra Rebibbia e il Policlinico stanno per spostarsi sulla Via Cassia con l’incedere orgoglioso e inarrestabile di una invasione militare.

La principale artefice di tutto questo è una discendente di Arianna, contraddistinta da una incoercibile attrazione per tutto quello che ha a che fare con fili, legàmi e (per estensione) trame e tessuti che in un metafisico anelito verso l’Assoluto condiziona medianicamente la sua intera esistenza. Nella sua diuturna capacità di costruire legàmi, corrispondenze biunivoche, sinergie, simmetrie, analogie, omologie, ella ha coagulato intorno a sè una piccola legione di fedeli collaboratori pronti ad occupare con fulmineo ed inarrestabile blitz il periglioso mondo dell’Alta Moda. Ed essi vanno da Hosvaldus, che con opportuni rituali propiziatori cerca di impetrare la benevolenza degli dei, ad Isa Pulchra, che con magici macchinari fornisce icòne rappresentative della perfezione estetica raggiunta, ad Arianna Junior che tesse trame d’incanto con famelica abilità.

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Il Pianeta Terra non si è ancora accorto di nulla, ma di qui a quattro giorni sarà percorso da una scossa elettrica che farà perdere la rotta ai naviganti, confonderà i segnali radio, dirotterà tutti i satelliti artificiali verso la costellazione di Orione e farà tornare anzitempo tutti gli uccelli migratori al Nord (cosa che potranno fare senza rischio perché nel frattempo sarà già arrivata la primavera che durerà ininterrottamente fino al 2012).

Ed ovviamente per partecipare all’evento si stanno già muovendo dai 5 continenti taxi, aereotaxi, taxi tua e de tu nonno, auto pubbliche, auto private, servizi pubblici, privati e deviati, carri armati disarmati e disarmanti, elicotteri, autobus navetta e navette autoreggenti, dischi volanti, astronavi, astronzi!!!, bimotori, quadrimotori, quadri funzionari e dirigenti, jet turbojet e turbative d’asta, tappeti volanti, scope da strega, spazzettoni da pranoterapeuta, Mocio Vileda del Mago Otelma, utilitarie, utili idioti, fuoriserie fuori sede e fuoricorso, trekking con partenza da Copenhagen, marcielonghe, serpentoni umani, biciclette, tricicli, cicli di Krebs, cangurini, monopattini, roulottes e roulettes, aerostati aerofagici, dirigibili non direttivi, razzi, sonde spaziali e gastriche, autosnodati e autoarticolati, gruppi di auto-aiuto, ambulanze con Gustavo Selva incorporato, treni e trenini di Capodanno, cavalli, cammelli, dromedari, tartarughe giganti per chi si vuole gustare il viaggio, filobus filogovernativi, carretti siciliani, carrozzelle, carrozzine, la carrozza di Hans, motorini truccati, gilerini smarmittati, scooter impresentabili, Harley Davidson, Charley Parkinson (un sassofonista dallo stile molto mosso), torpedoni, torpediniere, torpignattare, teletrasporto di Star Trek,  missili razzi e navicelle varie, cannoni,  Air Force One, Frecce Tricolori, farfalle tricolori, fusilli ai quattro formaggi e quant’altro si renda utile e proficuo.

Oggi nulla di tutto questo mi riuscirebbe più. O forse è la blogosfera che è diventata (ahimè) tautologica, autoreferenziale e quindi (per necessario corollario) un pochino supponente e sempre meno ispirante.

E va bene: supponiamo.

E buon post- ferragosto (o post post-ferragostano) a tutti.

 

Nomadi in un’estate virtuale.

Forse sta finendo, da qualche parte sono già arrivate piogge torrenziali da fine agosto, o forse riprenderà con vampate di caldo africano che arriveranno a lambire ottobre (è già successo).

Ma intanto intorno è agosto, agosto ad ogni costo, anche se è un costo fuori della portata di tantissime tasche.

Vagabondiamo nomadi ascoltando i Nomadi (che come hobby è sano e per quello non si è mai lamentato nessuno) lungo le dieresi, i diesis e i bemolle (più brevemente: gli accidenti) della vita.

La città semivuota, meno vuota degli anni scorsi ma magari chi lo sa più vuota dei prossimi, sembra quasi volerci bene, a noi nomadi dell’estate virtuale (che così dice il calendario e allora non capiamo ma ci piace adeguarci, e anche se non ci piace va bene lo stesso).

La religiosa sonnolenza di un orto forse è più rilassante dei rituali ferragostani delle spiagge alla moda, dove non ti puoi permettere di coltivare il minimo sentimento distonico senza essere irreparabilmente emarginato, che magari esternalizzato lo sei di già.

A settembre poi, mese del ripensamento sugli anni e sull’età, avremo modo di ripetere il gioco della nostra identità. Ma forse stavolta ci piacerà un po’ di meno.

Ma per il momento, ancora e sempre buona estate.

Il vecchio malvissuto di manzoniana memoria?

L’11 aprile 2011 scrivevo:

Ingentiliamo l’indecoroso inverecondo spettacolo di un Presidente del Consiglio che è ormai un personaggio da Zoo di 105, diciamo un incrocio tra il Giangi Meneghetti che vorrebbe dotare il suo Ferrarino di un lanciamissili antipoveri, Bear Grylls (un malato di mente senza controllo) e ovviamente Leone di Lernia che “non può camminare che la gente sbo’…”. Cosa accomuna questi tre personaggi, oltre a quello di essere dei personaggi di fantasia (specialmente Leone di Lernia che è chiaramente un pupazzo tipo Gabibbo inventato da Marco Mazzoli a cui egli stesso dà voce)? Quello di sovrastimarsi in modo spudorato rispetto alla propria popolarità e/o al proprio potere, con una menzione particolare per Bear Grylls, la maggior parte delle cui imprese sono delle sfacciate simulazioni ad uso televisivo (un po’ come quando il nostro Ultimier sostiene di dare dei preziosi consigli ad Obama o a Putin e di aver evitato almeno un centinaio di guerre e crisi internazionali col suo superomistico intervento).

L’Italia è alla frutta, l’ennesima emergenza internazionale ci trova tragicomicamente impreparati, Francia e Germania ci bacchettano con malagrazia come farebbe una maestra di montagna con lo scolaro zuccone, non ci invitano neanche più ai toga-party; inoltre la quasi totalità dei sondaggi (meno quelli che commissiona a qualche sondaggista decaduto, avete presente la fulminante caratterizzazione di Bruce Willis in La morte ti fa bella dove il truce Bruce interpretava un chirurgo alcolizzato riciclatosi come restauratore di salme? Siamo pressappoco lì) dà la sua maggioranza ormai sopravanzata dall’opposizione dei Bersani Boys (e ci vuole dell’ingegno in negativo per riuscire a tanto) e lo minacciano da vicino almeno quattro processi troppo grossi per essere contenuti dalle reti di protezione strictly personal più che banalmente ad personam.

E lui, lo psiconano, il Bisunto del Signore, che cosa fa?

Estremizza il suo personaggio di absolute beginner della politica (dopo 17 anni bisogna pensare che se lo porterà fino alla tomba), spara lazzi e frizzi, offre cioccolatini in tribunale facendo capire che non ha alcun rispetto per il luogo in cui si trova e nessuna preoccupazione per il motivo per cui vi si trova, appena uscito improvvisa un comizio su un palco di fortuna (si sa, lui ama l’improvvisazione e rifugge dalle strategie fumose a lungo termine), ad un gruppo di neolaureati che incontra a Palazzo Chigi consiglia di non farsi crescere mai la barba e poi, dopo un’agghiacciante barzelletta sul cunnilinguus che non riesce a far ridere neanche i suoi fedelissimi (e lui chiosa “Non vi ha fatto ridere perchè ho dovuto emendarla dei particolari più piccanti“) rabbuffa un povero ragazzotto perché sta perdendo i capelli; minaccia l’uscita dell’Italia dall’Europa (a Bruxelles son tutti lì che danno testate nel muro), promette che comprerà una villa a Lampedusa per meglio seguire lo sviluppo della situazione (oltre che una pacchianata, questa dichiarazione mi sembra un autogol perché implica che il problema degli sbarchi a Lampedusa si attesterà su tempi decisamente lunghi) e, soprattutto, cita (secondo lui spitritosamente) il bunga-bunga e i suoi presunti rapporti sessuali multipli anche e soprattutto quando nessuno glielo chiede.

Ma la perla della settimana è quando dichiara “E’ vero, ho dato dei soldi a Ruby ma perché non si prostituisse” (se non con lui, ovviamente).

Sul Parlamento costretto a sostenere l’esilarante versione che la telefonata salva-Ruby era stata davvero fatta per evitare una crisi diplomatica con l’Egitto non ho la forza di spendere neppure mezza parola.

Ma questo post iniziava con una premessa importante: il mio desiderio di ingentilire con la rosea luce dell’arte questo plumbeo scenario di deriva etico-morale. A chi può essere paragonato questo camaleontico personaggio, che se si fosse dato alla recitazione sarebbe stato l’erede di Alberto Sordi e Ugo Tognazzi nell’incarnare l’italiota arruffone, scansafatiche e imbroglione che all’estero amano tanto?

Ma è chiaro: al vecchio mal vissuto di Alessandro Manzoni. Quando parla di Fini, dei giudici milanesi, di Di Pietro, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse.

Ma se passiamo da Manzoni a Bukowsky…

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 Forse allora il parallelo, oltre che più moderno, è più calzante.

E buona estate a tutti. Non ho altro da aggiungere, o ce ne avrei anche troppo ma meglio di no.

Epopea urologica – conclusione (??).

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Tenete gli occhi ben aperti.

C’è una generazione di giovani medici che drogano i propri pazienti con antidolorifici dagli effetti collaterali lisergico/euforizzanti, e intanto infilano loro tubi espandibili negli anfratti interni, per cui, quando gli effetti della post-anestesia si estinguono, oltre al tradizionale catètere nell’ùretra che non si nega neanche ai poveracci, hai il grazioso regalo di uno Sten (ma non era originariamente un fucile mitragliatore?) piantato nell’uretère.

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Per fortuna non si tratta di uno Sten di fenogliesca memoria, ma di uno stent (la t dev’essere rimasta nella tastiera dell’uròlogo titolàre) comunque anche lui metallico ma decisamente più duttile e pieghevole in quanto fatto a scagliette e non tutto compatto, dell’imponente lunghezza di 26 centimetri e del diamtro di 45 mm che, secondo le lucide certezze dello staff medico tutto, preverrà infezioni e agevolerà l’espulsione degli ultimi frammenti di calcolo. Vabène.

Meno bene va l’imposizione, affettuosa quanto implacabile, fatta con tono giocoso ma irremovibile, del catètere nell’ùretra per una ulteriore settimana, a curare una stènosi scoperta durante l’uroscopia e che tu (brighellone d’un brighellone) avresti dovuto segnalare visto che era un po’ che le tue minzioni ed eiaculazioni assomigliavano più a delle perdite che a dei normali giovanilistici “getti”.

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Il decorso post-operatorio è triste e un po’ meschino. Mi sia consentito di non entrare nel merito di come si vive con un pingajone di 20 cm che fuoriesce dal pene (a meno che non si goda con una certa perversa autoironia di questo prodigioso allungamento, eheheheheheh!) dotato di tappino la cui asportazione permette un doloroso surrogato di minzione, e col già noto sten(t) che ogni tanto lancia zaffate di dolore sordo e crudele cui anche il Voltaren fa più o meno il solletico. Vi autorizzo però a scatenare la fantasia e a farla galoppare per immaginare il tutto.

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Dopo una settimana viene tolto il catètere, asportazione dolorosetta ma rapidissima.

Tre giorni dopo ritorna al mittente lo stent, operazione senza anestesia e della durata di circa un quarto d’ora che Torquemada avrebbe sicuramente inserito fra i supplizi contro gli eretici, con i due simpatici uròlogi che si divertono moltissimo e sembra che giochino alla Play Station, te magari ridi un po’ meno ma fai lo stoico e taci per paura che ti lascino il malefico apparato in loco fino al duemilaventitrè.

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Da lì in poi nulla da segnalare, salvo compromissioni dell’appetito, della digestione, del ritmo sonno-veglia, del tono muscolare, funzione erettile e libido lasciamo perdere.

Però il calcolo non c’è più e il tuo getto urinario è bello e gagliardo come non capitava da diverse ère geologiche.

Vuoi mettere la soddisfazione?

Try (just a little bit harder).

1214740604018_1Alla fine della puntata precedente non l’avevo mica voluto dire, ma qui posso essere schietto: pochi secondi prima di addormentarmi per un’operazione definita “incruenta” (di solito i medici professionisti possiedono un linguaggio tanto rutilante quanto mistificatorio, un livello e mezzo sotto quello degli avvocati) ma che poi tanto non lo era, invece di preoccuparmi mi scappava da ridere.

Nello svegliarmi dovrei essere indolenzito e in stato marasmatico-confusionale e invece faccio battutine scherzose con un’infermiera che le distorsioni morfinico-psichedeliche mi fanno apparire charmant.Il-sogno-di-volare-di-Carlo-Lucarelli_h_partb

Che rispetto all’operazione subita nel 1991 (entrato in sala operatoria terrorizzato con 150 pulsazioni al minuto e 600 di minima; risvegliato che mi sentivo un moderno San Sebastiano) la scienza anestesiologica abbia fatto passi da gigante è una tautologia di sconvolgente ovvietà.

incubo-escher_droste_effectQuando vengo riadagiato, con ingegnoso opportuno sistema di funi e carrucole, nel mio giaciglio ospedaliero, appendici spurie fuoriescono dal mio corpo per inondarmi con dolce quieta continuità di sostanze  genericamente medicamentose (analgesiche, rubefacenti, emollienti o stimolanti) che D’Annunzio non avrebbe rinunciato a definire “linimenti” e per raccogliere direttamente dalla vescica le mie preziose doratissime urine e convogliarle in una busta trasparente che permetta (eziandio) un accurato controllo della mia diùresi.

Mi viene risparmiata l’ossigenazione con sondino naso-faringeo e un po’ me ne dispiace perché varrebbe sempre e comunuque la pena di fare le cose fino in fondo.wenders fino alla fine del mondo

Le 24 ore successive scorrono in un onirico dormiveglia in cui personaggi della realtà e della fase REM interagiscono liberamente intorno a me. Non ho problemi ad ammettere che, nelle condizioni correnti, distinguere fra gli uni e gli altri non è difficile, è inutile.

Se ho letto e che cosa ho letto francamente non saprei dirvelo, ma la mattina dopo, quando i cancelli del delirio si sono per fortuna richiusi, l’ultimo numero degli ermetici di Domenica Quiz risolto in buona parte mi fa capire che ho attraversato una fase grafomanica e anche un po’ sciamanica.

Adesso mi tolgono le inutili appendici e mi restituiscono alla vita civile, penso io…

orologio

(e invece, che vi piaccia o meno, continua ancora….)

Provaci ancora, Sam.

provaci_ancora_sam_woody_allen_herbert_ross_011_jpg_wayf

Ed ecco che lunedì, da poco passata l’alba, ci si incammina non troppo baldanzosi (anzi, oserei dire, il passo è timido ed incerto, e se ti investe speriamo non un TIR ma magari una Panda scambieresti subito l’Urologia con l’Ortopedia e buonanotte al secchio) verso l’Ospedale Maggiore di Parma, enorme città nella città che attraversa almeno tre quartieri (Oltretorrente, Molinetto e Crocetta) ed occupa diverse migliaia di geniali medici, paramedici, OSA, volontari, crocerossine, suore, frati, preti ed assimilati.images

41MA9O6sBxLIn realtà scopri con un certo fastidio (che poi, perché non dirlo?, si muta in sollievo) che c’è un colossale signore di Bari (1.95 per 100 chili dichiarati ma forse qualcuno se l’è dimenticato a casa) a cui han dato l’appuntamento, come a te, alle 7,30. Dopo un lancio della monetina, o un ricorso alla tabella dei numeri casuali, il linobanfesco personaggio ha vinto il barrage e va sotto i ferri per primo.

E qui compaiono per la prima volta i libri di Milvia (“I libri di Milvia”… Ma non potrebbe essere una raffinata trasmissione di nicchia di Rai 3?) che ti stabilizzano l’umore molto meglio del Gabapentin 100.milvia

STILEL~1Mentre ti spunta l’ormai classica lacrimuccia per Angelo dei bambini o per il signore che regala libri e nessuno li vuole o per la vecchia zitella per fortuna ancora dolcissima e non inacidita che regala di nascosto dolcetti che tutti fanno a gara per mangiare, mentre succedono tutte queste fragili cose, ecco che il colossale compagno di camera ritorna.

pirandelloweb_il_turno_libro3E’ il tuo turno.

Ti fanno indossare un sommario approssimativo rudimentale casuale càmice candido chiuso sul davanti e aperto sul di dietro. In realtà ci sarebbero degli allacci posteriori che forse, con un adeguato sistema di specchi correttamente disposti potrebbero essere allacciati dopo un quarto d’ora di furiosi tentativi. In assenza di tale apparato, dopo i tre minuti che ti lasciano in bagno, riesci ad annodare solo l’allacciatura numero 1 in corrispondenza del coppino, che l’infermiera peraltro ti snoda subito con fare disgustato.

Ottimo, perché il pensiero si sposta subito su quel macroscopico torto (MACOME? MACOME’? MACOMER!!) allontanandosi dall’invasione di ultracorpi che sta per subire il tuo apparato urinario-genitale.

E magari, quello stesso pensiero lascia parti di sè sul dubbio amletico “Riusciranno ‘ste due imbranate di infermiere, o più probabilmente operatrici socio-assistenziali od operaie socio-disasatrate, a farmi cascare dalla lettiga?”.

Si arriva in sala operatoria, dove non sai che pre-anestesia ti fanno ma ci dev’essere della gran buona roba perché in trenta secondi scompaiono preoccupazioni, rabbie, dubbi amletici e, incredibile dictu, nudo sul tavolo operatorio con tre chirurghi che ti guardano severi chiudi gli occhi e voli via.

morfina

(continua) 

Provaci!!!

uro

“Sei pagato per fare le prove? Provaci!!”

Così Antonio Albanese apostrofa il “rivale” Antonio Petrocelli nella sua poco nota e poco celebrata, ma per me imperdibile, prova d’esordio cinematografica.Christian-Barnard-4

Io non sono pagato per fare le prove, ma ci provo lo stesso. In un dispettoso sortilegio trovi mille cose più urgenti e fondamentali da fare, all’improvviso ti diventa insopportabile stare in coda per l’accesso Internet rischiando nel caso antipatiche diatribe interetniche con manipoli di disperati che si consolano della propria indigenza passando truffaldinamente ore e ore al computer usando disinvoltamente accounts altrui.

Ma non so come e perché, penso di credere o credo di pensare (che in effetti è ancora peggio, veh come sono metalinguistico oggi…) che se spargi nel tuo blog nutriti spezzoni di una fase pre-operatoria o pre-operativa (adesso non ricordo bene) dopo devi rendere anche conto e ragione della fase operatoria e post-operatoria.

E va be’, anche se nessuno mi paga per fare le prove (e oggi come oggi quasi per nessun’altra prestazione o servizio o serblitzio) ci provo.220px-Edgar_Allan_Poe_portrait_B

Nonostante fantozziani tentativi di ricovero anticipato, con la scusa di dolore insostenibile (risp. “Caro lei, ha mai sentito parlare del Voltaren?”) o di fantomatici rialzi febbrili (risperdal:”37 e 4? Ma mi faccia il piacere! Venga qui se avvampa ed è squarciato dai brividi, ha capito bene??”) dal momento della full-immersion ospedaliera di martedì 18  al sospirato ingresso nel reparto di degenza breve chirurgica passano esattamente 34 giorni, ulteriormente scanditi da un pre-ricovero alla larga verso il 25 di giugno e una visita anestesiologica superata brillantemente (mercè qualche piccola bugia da piazzista romagnolo) un paio di settimane più tardi.

16853745_pippo-franco-la-licantropia-qualsiasi-cosa-faccio-1969-3Venerdì 19 luglio, quasi immemore di un calcolo che non mi causa più alcun dolore, oltre che sottilmente convinto che non mi opereranno mai, ecco che il cell squilla e si apre la cella: la gentile infermiera che, prima donna da 5 anni a questa parte, mi ha maneggiato l’apparato genitale, mi annuncia che sarò gradito ospite del reparto di degenza breve chirurgica per 24 ore o poco più a partire dalle luci dell’alba di lunedì. Di depilarmi la parte e farmi una peretta nella tarda serata di domenica (Che se fossi un tossico so mica cosa andrei a capire).

(continua)

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Un roseto in via Cerreto

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...e navigando con le vele tese io sempre cercherò il mio orizzont

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