Archivi Mensili: settembre 2013

La màchina d’al temp – Aristodemo si salva dal linciaggio.

[L’inventore parmigiano Aristodemo Cavatorta costruisce, sul finire del terzo decennio del presente secolo, una macchina del tempo (che con vernacolare understatement preferisce ribattezzare màchina d’al temp) che però non vuol saperne di funzionare. Sconsolato, cede alle tentazioni dell’alcolismo e cerca di prelevare dal vecchio frigorifero, che ovviamente scatarra versi futuristi, una bottiglia di scadentissimo whisky. Ma la dispettosa macchina refrigeratrice, forse gelosa delle attenzioni che da mesi il Cavatorta dedica all’altra macchina, lancia una potentissima scossa che stordisce Aristodemo e fa funzionare il malefico congegno. Tutto il caseggiato viene istantaneamente proiettato dal novembre 2028 al 16 luglio 2079. I vicini protestano, ma ancora non sanno bene cos’è successo. Ma il bello è che Aristodemo ne sa meno di loro].worm_hole

“Ma di cos’è che mi devo rendere conto? E anche, di cos’è che dovrei rendere conto a voi? Che erano anni che aspettavate che succedesse qualcosa, che fra parentesi siete voi che dovreste spiegarlo a me e non certo io a voi, visto che voi avete le facce saputelle ed appagate di chi sa già tutto ed ha capito tutto ed io invece non so un beneamato tubazzo di niente? Che aspettavate che succedesse qualcosa per vomitarmi addosso tutta la vostra rabbia malrepressa e malcagata perché la fidanzata vi ha lasciato, il capufficio vi vessa, Equitalia vi tartassa, Matteo Renzi come primo ministro fa cagare ma continuerete a votarlo, il campionato di calcio è truccato come una puttanona del Grande Raccordo Anulare, e io per la miseria cosa c’entro con tutto questo? E ora fate presto, che tanto ho capito che morite dalla voglia di farvi giustizia sommaria. Fate di me quello che vi pare, che tanto io sono cento volte meglio di voi!”.

Questo avrebbe voluto dire Aristodemo accordandosi alle volute megalomaniche e ipomaniacali del suo Ideale dell’Io, ma disse solo uno stentato flautato mellifluo

“Io non so niente. Cos’è che è successo?”.

Un secondo dopo la folla dei contestatori condominiali, ovviamente insoddisfatta ed indispettita per quelle parole di circostanza, spostò i 95 chili di Aristodemo come fosse un fuscello e penetrò nella sua soffitta-casa cercando qualunque cosa assomigliasse a delle prove, o quanto meno a degli indizi, ma si sarebbero accontentati di suggestioni. E tutto ciò, mentre e nonostante il sottotenente Licursi urlasse di fermarsi e di soprassedere, ove possibile, a quella che era una patente ed inequivocabile violazione di domicilio che, pur trovando più d’una attenuante restava sostanzialmente ingiustificata e ingiustificabile e poteva condurre a pene detentive anche severe. Avesse detto “Fermatevi, teste di cazzo!” sparando due colpi di avvertimento venti centimetri sopra le teste degl astanti (e Samuel Uburombo di etnia watussa sarebbe rimasto lievemente ferito alla sommità del capo per un colpo fortunatamente di striscio) qualche speranza di essere ascoltato forse l’avrebbe avuta. Ma fu, viceversa, travolto anche lui e ricoverato in uno strano ospedale di cui vi parlerò in seguito. Altrimenti incasinerei il flusso narrativo che, di suo, scorre fluido che l’è una meraviglia.  

Trovarono, quel branco di assatanati, solo un grandissimo disordine e un odore non dei migliori, cui Aristodemo era ormai quasi biologicamente assuefatto ma loro no, odore che non li stimolava a una prolungata permanenza e a un’analisi dettagliata dei minuti indizi che il Reparto Investigazioni Scientifiche cittadino avrebbe invece facilmente raccolto e individuato, ma probabilmente faticato a classificare

I minuscoli frammenti della màchina erano disseminati per terra frammisti a cartacce di ogni genere e a qualche residuo alimentare putrefatto, escrementi di scarafaggio e magari anche di topo, qualche calzino mai lavato che stava su da solo e resti di bottiglie rotte, alcune per caso altre per rabbia ma questa impercettibile differenza non risaltava agli occhi dell’osservatore. I frammenti della màchina non davano nell’occhio, ci sarebbe voluto un osservatore-ricercatore paziente ed esperto in situazione di assoluta tranquillità, e possibilmente solitudine capace di spendere il tempo necessario (e si poteva presupporre che ci sarebbero volute ore, giorni, mesi, anni, ere geologiche per valutare, soppesare, individuare).

Dopo pochi minuti la furia investigativo-punitiva dei condomini si era bella che spenta. Alcuni addirittura, capendo che non ci sarebbe stato nessun linciaggio, se ne tornavano delusi a casa piano piano incuranti dello sbalzo dalla notte al giorno e (nella concitazione nessuno se n’era accorto) dall’autunno alla piena estate. Altri restavano lì brangognando e tintognando convinti di aver ragione ma non sapevano più su cosa.

Solo l’avvocato Bolsi, che era salito fino al portone di Aristodemo più che altro per mettere pace ma poi si era fatto prendere un po’ la mano anche lui, e la sua giovanissima avvenente signora che i condomini più maliziosi sostenevano Bolsi avesse letteralmente sottratto al marciapiede, scesero a braccetto le scale decisi a farsi una passeggiatina corroborante che, magari, li avrebbe aiutati a capire cosa mai fosse successo.

Mentre Carlangelo Minardi, giovane brillante studente di fisica e appassionato di fantascienza, rimase per qualche istante come soprappensiero sul ballatoio, e quando rimase solo puntò un indice accusatore e tracotante contro Aristodemo Cavatorta, che pesto e lacero si stava appena alzando e stirando le membra anche per controllarne la piena funzionalità. “Crede che non abbia capito che lei ha costruito un worm-hole* in casa sua? Mi faccia subito vedere dov’è!”.

“Minardi, esci dal tunnel del lambrusco” disse quietamente Aristodemo che, dopo aver constatato di essere sostanzialmente illeso si era alquanto ringalluzzito, e gli richiuse con soave impudenza la porta in faccia.

In quella, un urlo belluino squarciò la calda mattinata estiva.

Scendiamo quattro piani di scale (cosa che con la fantasia ha l’innegabile pregio e vantaggio di potersi fare in tempo reale) e guardiamo la scena con gli occhi dei coniugi Bolsi.

Sospesa in mezzo al cielo come la scritta di Fantozzi contro il mega-direttore generale, scintillava e pulsava la dicitura Libero Ducato di Parma, 16 Luglio 2079.

(continua)

*Un ponte di EinsteinRosen o cunicolo spazio-temporale, detto anche wormhole , è una ipotetica caratteristica topologica dello spaziotempo che è essenzialmente una “scorciatoia” da un punto dell’universo a un altro, che permetterebbe di viaggiare tra di essi più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio normale. (ovviamente da Wikipedia).

La màchina d’al temp. Aristodemo dovrebbe controdedurre ma non sa come si fa.

 

linciaggio-ramallah

[L’aspirante inventore Aristodemo Cavatorta  invia tutto il suo caseggiato nel futuro e i vicini di casa che hanno subito delle fastidiose anomalie spazio-temporali e relativistico-quantistiche gli danno la colpa anche se non hanno uno straccio di prova. E bussano furibondi al suo portone].

“Erano le nove di sera ed è diventata mattina tutto di colpo”.

“A un bel momento le cose non eran più le cose e vedevo traverso le persone come che fossero fatte di materia trasparente”.

“Il mio televisore olografico emette la scritta Riaggiornare la configurazione entro 2 giorni o l’apparecchio si autodistruggerà con eventuali spese per disastri ambientali a carico del Signor Abbonato“.

“L’ologramma di Godzilla si è cristallizzato dentro il mio salotto e adesso per andare in camera da letto devo tutte le volte spostare il divano”.

“La radio trasmette solo programmi in parmigiano stretto che neanche mia nonna che è nata in Borgo Montassù capisce tutte le parole”.

“Mi è appena arrivata una e-mail con la richiesta di pagamento di 51 anni di affitto arretrato da parte dell’ACER”.

“Mio cane morde aria e bava dalla boca”.

Abbiamo qui scelto alcune delle espressioni augurali che venivano rivolte ad Aristodemo, che di suo (un po’ fingendo, un po’ perché gli veniva naturale) continuava ad ostentare la faccia di chi cade dalle nuvole ma, essendo a metà della caduta, si guarda intorno e pensa “Fin qui tutto bene”.

Ce n’erano altre, di espressioni, che nulla avevano a che fare con le strane singolarità relativistico-quantistiche e spaziotemporali che erano oggettivamente avvenute (la cristallizzazione dell’immagine olografica del sauroide giapponese era forse la più curiosa, e doveva avere qualcosa a che fare con le ombre rimaste impresse sui muri di Hiroshima): come nei victim show che spopolavano nella televisione (olografica o catodica) del 2028 l’inverosimiglianza delle accuse faceva guadagnare punti e conduceva alla vittoria, così sul pianerottolo del sottotetto di Via Bevilacqua 41 sembrava svolgersi una gara a chi riusciva ad incolpare Aristodemo delle cose più improbabili.

I meno fantasiosi (o sostanzialmente meno bastardi) si limitavano a restare nella calca con espressione appropriatamente truce e a ripetere meccanicamente dei “Sissì”, “E’ vero”, “Proprio così”, i neonati piangevano disperati per far dire alle loro mamme “Guardi bene com’è rimasto traumatizzato il mio picèn”, i vecchi agitavano i bastoni (da quelli vecchio modello in legno a quelli in carbonio e tungsteno con rotelline direzionali a scomparsa), gli immigrati di più fresco arrivo inveivano in lingue che Aristodemo non conosceva ma il tono diceva più delle parole.

Finchè il sottotenente Licursi della Polizia Preventiva alzò imperiosamente  una mano e disse “Pur configurandosi l’indiscutibile fatto che non mi trovo al presente in servizio, eppurtuttavia mi corre l’obbligo di invitarvi a tacere per permettere all’indiz… oops, al qui presente geometra Cavatorta di poter controdedurre. E mi offro di condurre l’interr… cioè volevo dire, di porgli domande che lo mettano in condizione di chiarire se e come abbia qualcosa a che vedere con l’incresciosa situazione venuta in essere”.

“Taci babbione” urlò il postpunk Eleuterio Pincolini che aveva notoriamente un rapporto difficile con le forze dell’ordine di qualsiasi natura, ma fu zittito da un coro di voci appartenenti a condomini che, di colpo e quasi ex abrupto, ritenevano irrinunciabile essere rappresentati dal Licursi.

Licursi, che di nome faceva Antonio anche se questo non aggiunge nè toglie nulla allo sviluppo narrativo, salvo il fatto che almeno lui ha un nome da persona normale, si schiarì la voce e cominciò un informale ma a suo modo stringente e subdolo interrogatorio:

“Lei si rende ovviamente conto, Cavatorta, che in questo stabile sono successe cose con le quali lei sembra poter avere quaccheccosa accheffare, se così si può dire”.

Non più tardi di due minuti prima, dài facciamo tre, Aristodemo era in stato di incoscienza sul tappeto artificiale di cartacce che popolava il suo pavimento, e quando era stato rudemente risvegliato aveva dedicato, istintivamente, tutte le sue energie alla distruzione della màchina.

[Strano destino, fra l’altro, essere la protagonista di un romanzo fin dal titolo stesso, quando poi in realtà si viene già distrutti a pagina 2, strano ma non del tutto illogico].

Dal che si evince che Aristodemo neppure un secondo aveva dedicato all’elaborazione di una tattica difensiva. Quello che si aspettava, poi, in effetti, al limite, era dover litigare (se nel caso alzando la voce anche lui e in casi estremi passando se mai alle vie di fatto) con una plétora di personaggi sudaticci e dall’alito cattivo e non certo controdedurre (chevvordì???) di fronte al sottotenente Licursi che gli aveva sempre fatto un’inveterata ed ancestrale soggezione pressoché incoercibile ed ineliminabile che sembrava sempre che stesse per sottoporlo ad un arresto preventivo mirante ad impedirgli un eventuale probabile reato futuro (secondo il DPR 86 del 25.5.19 che aveva istituito la Polizia Preventiva).

La prima cosa non è che gli fosse capitata spesso, ma quelle due tre volte che era successo se l’era cavata anche bene, comunque c’era saltato fuori senza troppi problemi. La seconda non gli era mai capitata, sperava che non gli capitasse mai e se proprio doveva capitargli preferiva fosse (capoverso a) per qualcosa che poteva spiegare in parole povere nell’arco di mezzo minuto e soprattutto (capoverso b) per qualcosa che prima di spiegarla agli altri l’avesse prima capita lui.

“Ehm…” pronunciò Aristodemo dopo alcuni secondi dal cordiale dogma travestito da domanda e grondante ostili sottintesi. Così, tanto per dare l’impressione che aveva tutte la migliori intenzioni di rispondere ma doveva prima raccogliere le idee, anche se qualunque oratore anche di mediocre spessore e talento avrebbe trovato qualcosa di meglio, di più articolato e decoroso, di quel goffissimo borborigmo. Sempre meglio, comunque, di quel “Cioè…” che stava per sgorgargli dalle labbra ma fu opportunamente censurato cassato e ridotto al silenzio.

Poi, visto che nessun deus ex machina accorreva al suo soccorso, Aristodemo cominciò a parlare.

(continua)

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La màchina d’al temp. Aristodemo apre la porta.

[L’aspirante inventore Aristodemo Cavatorta stavolta l’ha davvero combinata grossa. Trambuclando con un apparentemente malriuscito tentativo di costruire una macchina del tempo, invia tutto il suo caseggiato in un futuro non lontanissimo, ma abbastanza perché, se la morosa ti aspettava alla fermata dell’autobus, si sia stufata e se ne sia andata a Montecatini con quello che alle medie ti rubava le merendine. Solo che lui (nel senso di Aristodemo, non del ladro di spuntini) non si è accorto di nulla perché il malefico apparato ha deciso di funzionare in seguito a un corto circuito che gli ha provocato uno shock elettrico guaribile in una settimana, che tanto lui non ha niente da fare e nessuno che lo reclama, salvo i vicini di casa che hanno subito delle fastidiose anomalie spazio-temporali e gli danno la colpa anche se non hanno uno straccio di prova. Come riassunto fa quasi ribrezzo ma alla fin fine chi vuole si legge i post precedenti e si illumina d’immenso senza alcuna fatica.]

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Sul pianerottolo c’erano tutti, come alla stazione nella canzone di De Andrè dove una ragazza di facilissimi costumi lascia il paesino di Sant’Ilario, che però non è quello fra Parma e Reggio Emilia ma uno omonimo in Liguria. E probabilmente animati non dall’intenzione di salutare Aristodemo e magari portarlo in trionfo.

img_0389_soffittaDallo spicchio di porta che Aristodemo aveva aperto (lui così poco avvezzo a ricevere visite e ad intrattenere ospiti, lui fondamentalmente solo emarginato isolato declassato sottomesso disgregato denigrato, lui che potendo ma non poteva avrebbe pagato di tasca sua per passare inosservato e invece lo osservavano sempre tutti e poi trovavano sistematicamente qualcosa da ridire, lui scarto di produzione modello malriuscito prodotto senza alcuna speranza di successo, insomma lui calzato e vestito nato e cresciuto fatto e finito e che se lo prendessero così com’era senza rompere più i maroni) si vedeva una variopinta variegata accolita di individui variamente umani nella qualità e nella quantità del proprio umanesimo in rappresentanza di quattro continenti su 5 (ahi l’Oceania, dov’erano gli Oceanici con i loro usi e costumi?) quasi tutti molto arrabbiati, e quelli che non lo erano evidentemente si accontentavano della rabbia degli altri e facevano volentieri massa e volume.soffitta3

Aprendo con prudenza la porta sì da aumentare gradualmente l’arco di cerchio della visuale, il nostro attonito e sbigottito eroe non riusciva a percepire spazi vuoti: apparentemente nessuno degli inquilini, compresi vegliardi e neonati, aveva rinunciato al truculento rituale di bussare violentemente alla porta di un poco distinto e spesso malvestito ma purtuttavia decorosissimo signore di mezza età chiedendogli conto con fare arrogante e sbrigativo di chissà mai quali nefandezze.

Ue-Montenegro-porta-dischiusa_largePoter stabilire con certezza che c’erano tutti e solo gli inquilini del civico 41 di Via Bevilacqua avrebbe richiesto un conteggio attento e ordinato, di fatto precluso dalla concitazione del momento. Ma a occhio e croce, a un tanto al chilo, a una prima impressione, se gli era consentito azzardare una sommaria valutazione, doveva essere proprio così.

E anche coloro che, nel condominio, avevano di solito in sorte il ruolo di perseguitati per il proprio colore, per la propria appartenenza etnica, per la propria religione o per il proprio ateismo, per sospette simpatie per il terrorismo di estremo centro, per l’abitudine di cantare nenie sahariane rientrando in condizioni etiliche alterate alle tre di notte o di scaccolarsi platealmente sulle scale, oggi vivevano la rivincita e la palingenesi di potersi comportare a tutti gli effetti come legittimi persecutori di colui che, oramai, era stato individuato come l’artefice (o anche solo corresponsabile, o magari semplice connivente o favoreggiante o sia pur apologeta) di tutte le sventure condominiali e forse financo rionali.

Cosa si dice a un simile coacervo di esagitati?

“In cosa posso servirvi?”.

“A cosa devo l’onore?”.

“So che le apparenze sono contro di me, ma…”.

“Calma, ragazzi, posso spiegarvi tutto!”.

“Ma non bastava mandare una delegazione ristretta?”.

“Entrate pure che ho appena fatto 28 chili di insalata di riso.”.Wikipedia-dachboden

Oppure, ed è l’ipotesi più univocamente accreditabile, si ostenta o magari si simula una sorpresa che sconfina nell’incredulità, magari si apre due o tre volte la bocca senza che ne fuoriesca nulla di diverso da sommessi versi indicanti una traumatica meraviglia e si mena il can per l’aia lasciando al coacervo di esagitati l’onere della prima mossa.

Senza sapere, o sapendo ma non interessandosene più di tanto, che si trattava dell’ipotesi più univocamente accreditabile, che ci crediate o no il geometra Aristodemo Cavatorta di anni 44 seguì scrupolosamente e verbatim lo schema comportamentale descritto con dovizia di particolari nel paragrafo precedente (alzate un poco gli occhi, o miei lettori, si vede già da qui).

E gli sfortunati risposero al suo silenzio e fecero il primo passo.

(continua)

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La màchina d’al temp – interessanti sviluppi.

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La scossa era stata bella stagna e aveva ridotto Aristodemo, non certo in fin di vita ma sicuramente in condizioni di incoscienza per un paio di minuti. Che potevano essere anche qualcuno in più se delle furiose bussate alla porta non lo avessero restituito anzitempo alla veglia.

“Cavatorta, NE SA QUALCOSA?” fu l’unica frase che riuscì ad intellegere nella babele polifonica che animava il suo pianerottolo.

Ma la scossa era stata MOLTO stagna, tanto da produrgli anche una seria amnesia retrograda che aveva definitivamente cancellato dalla sua memoria i 5 minuti antecedenti la perdita di conoscenza.

Di grazia, cosa mai avrebbe dovuto sapere? Lui che non riusciva mai a partecipare alle chiacchiere pettegole condominiali perché non si accorgeva nè delle corna di quello del piano di sotto  nè della condizione ormai conclamata di politossicità di quello del primo piano, che non facesse mica il santarellino che (a parte Cavatorta) se n’erano accorti tutti e di spacciatori sulle scale non ne volevano più vedere. Lui che non seguiva il campionato, che non seguiva i reality e la politica cercava di seguirla ma era dal 2011 che non ci capiva più un beneamato cavolo. Lui che capiva poco della sua vita, figuriamoci di quelle degli altri.

E poi, cos’era successo di così devastante in Via Bevilacqua 41, angolo Via Michelotti dove (lo sapevano anche i bambini dell’asilo) a parte delle periodiche risse interetniche non capitava più nulla di notevole da quando la bellissima tabaccaia era impazzita e aveva ballato nuda in strada fino all’arrivo della Polizia (che poi c’era da scommettere l’avesse chiamata qualche islamico sessuofobo perché per gli Italiani lo spettacolo era di assoluto e totale gradimento)?

Ma poi, alla fine Aristodemo si convinse che quel “Ne sa qualcosa?” aveva tutte le sgradevoli stucchevoli ridondanti stimmate della domanda retorica, quelle ipocrite formulazioni che, con beffardo e intollerante (e spesso intollerabile) sarcasmo spacciavano per quesito quella che, nei fatti, era un’affermazione apodittica che non ammetteva contraddizioni.

Il boridlone era scoppiato. Quella fitta rete di allusioni, mezze parole, tre quarti di parole, a volte a dire il vero anche parole intere ma di significato non univoco, sguardi feroci ed ostili, espressioni facciali o comunque mimiche esprimenti disgusto o quanto meno una fiera dissociazione, quella fitta fastidiosa inestricabile rete era giunta a maturazione, e dalla ciste esplosa fuoriusciva il pus dell’attacco frontale.

Che per uno appena rinvenuto dopo una scossa elettrica che avrebbe invalidato l’80% della popolazione nazionale, pensare tutte queste cose nello spazio limitato di pochi secondi, via, non era una performance da buttare nel rudo.

LA MACHINA!!! Con espressione moderatamente vernacolare, ignorando una doppia che tanto tra vernacolanti ci si capisce lo stesso e si fa anche una frazione di secondo prima, ad Aristodemo sfuggì un grido strozzato già nella culla, quasi àfono àtono incognito di sè.

Visto che ormai era chiaro che tutto il palazzo voleva penetrare nella sua soffitta come per violarla, profanarla, possederla, toglierle qualsivoglia aura di sacralità e mistero, non esisteva alternativa.

Quella malefica macchina che non aveva mai dato segni di voler funzionare, andava immediatamente distrutta.

Altrimenti, con la dialettica che il suo inventore si ritrovava, lungi dal giustificarne in modo pienamente convincente con piglio alla Matteo Renzi la presenza in casa sua, avrebbe in breve confessato che la sua macchina era colpevole dell’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, della condanna alla castrazione chimica di Silvio Berlusconi, della retrocessione della Juventus in Lega Pro, del furto misterioso della Torre di Pisa (erano stati gli alieni e non Cosa Nostra) e di tutte le altre tristi vicende che avevano caratterizzato quei mefitici Anni Venti (che rispetto agli Anni Ruggenti del secolo precedente l’anchorman di Rai 16 Stefano Benni aveva efficacemente descritto come gli Anni Scoreggianti, ma lo diceva con accento barese per attenuare la drasticità del giudizio).

Distruggere il macchinario non fu difficile: tanto delicato e fragile era, che al quasi obeso Aristodemo bastò prenderlo fra le manone e farlo implodere come un canotto mordicchiato da un doberman (per citare una canzone che gli cantava sempre la mamma per farlo addormentare, in realtà senza riuscirci).

La distruzione univa l’utile al dilettevole: laddove impediva ai vicini, che sembravano ormai organizzarsi per sfondare la porta alla Starschi e Acc’, di porsi e porre imbarazzanti domande sul come, perché e forse qualmente del suo assemblaggio, era nel contempo una specie di sadica bullistica violenza che il Cavatorta aveva, nei suoi anni giovanili, sempre sognato di esercitare sui più deboli, nella realtà subendone sempre e comunque lui perché di più deboli se pur ce n’erano era difficile reperirli.

Quando la macchina fu ridotta in minuti frammenti, mescolò questi ultimi con le cartacce che animavano il suo pavimento, formando una specie di brodo primordiale dal quale potevano probabilmente emergere nuove forme di vita, anche se la cosa ora come ora non gli comunicava la benché minima emozione.

E si avviò con la faccia da cucciolone innocente e stupefatto verso la porta.

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La màchina d’al temp. Primo episodio.

Questo è l’antefatto. Non è obbligatorio leggerlo ma magari aiuta.

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Aristodemo Cavatorta guardava con aria fra l’interdetto e il disgustato, ma con un retrogusto di disilluso e sentori sparsi di depresso, il monumentale macchinario che occupava per intero la soffitta dove si era ristretto a vivere. “Macchina meccanica no anima” pensava, o per meglio dire recitava a mezza voce fra sè e sè. “E almeno dillo che non funzionerai mai.”.

La macchina, fosse stata senziente, poteva anche offendersi perché di meccanico aveva ben poco. Era una complessa e a suo modo raffinata, staremmo per dire sofisticata ma preferiamo trattenerci, organizzazione integrata di apparati elettronici, destinati (qualora fossero stati messi in condizione di funzionare a dovere) a curvare, piegare, per certi versi violentare lo spazio-tempo e sottometterlo ai voleri dell’Uomo. E poteva anche, vedi tu, adontarsi per essere stata assemblata in una soffitta dell’Oltretorrente Parmigiano  e non in un anòdino asettico supertecnologico laboratorio del Texas, della California o del Wisconsin.

tempo-purgatorioPoteva, infine, la suddetta macchina, farsi venire dei complessi d’inferiorità e/o dei propositi di vendetta nel vedersi di fronte non una nutrita èquipe di scienziati dal camice immacolato ma un disoccupato quarantaquattrenne maleodorante e sovrappeso con addosso dei jeans strappati e una felpa impadellata. Che poi (horribile dictu) era a tutti gli effetti il suo creatore e quindi idealmente il suo papà.

Ma la macchina non era senziente, e quindi reagiva con bovina indifferenza alle invettive e agli epiteti del suo indegno e imbarazzante artefice.

“Dove ho sbagliato?” si risolse infine a chiedersi il Cavatorta, visto che una macchina inanimata come capro espiatorio dava ben poca soddisfazione, anzi (tout court) non aveva nessuna credibilità in quel delicatissimo ruolo. Mentre la costruiva, la macchina sembrava reagire con erotiche vibrazioni alle carezze che, inavvertitamente e come in preda a un raptus simil-erotico, lui le concedeva.

“Insieme faremo grandi cose” singultava lui, e la luce del sole che filtrava attraverso l’abbaino cadendo sulle parti metalliche del macchinario sembrava barbagliare un accenno di sorriso. E invece niente. Di fronte a lui c’era solo un inerte assemblaggio di materiali che gli era costato tutta la liquidazione più alcuni inquietanti debiti con degli apparentemente bonari usurai (giacchè nell’anno di grazia 2028 le banche e le finanziarie prestavano danaro solo a chi avesse beni immobili valutabili almeno 5 volte la somma richiesta) oltre a sei mesi del suo tempo prezioso ed irripetibile.

Facendosi largo fra il profluvio di intimazioni di pagamento, atti giudiziali, bollette largamente scadute che ormai tracimavano dai cassetti e invadevano beffardamente il pavimento, Aristodemo avanzò verso il frigorifero per versarsi una generosa dose di scadentissimo whisky del Lidl, quello che costava più o meno come l’aranciata e produceva effetti neurolisergici devastanti. tempo

Ma quando aprì lo sportello della macchina refrigeratrice (che, al limite e volendo, gli aveva dato fin lì maggior soddisfazione della lussureggiante macchina fin qui sommariamente indicata) fu attraversato da una solenne scossa. Le luci si accesero e si spensero più volte, poi con un mugghiare brontosaurico la macchina del tempo si mise in moto.

Tutto il civico 41 di Via Bevilacqua fu inopinatamente e anche abbastanza maleducatamente trasportato dal 12 novembre 2028 al 16 luglio 2079.

(continua) 

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La màchina d’al temp. Sintetico fulminante prologo.

600px-Crab_NebulaLo avevano sognato, immaginato per secoli. Probabilmente qualcuno ci era riuscito con dei mezzi extratecnologici e metafisici. Nel terzo decennio del XXI secolo la cosa diventò fattibile. Ma con dei problemi.200px-LorentzianWormhole

Il primo esperimento di viaggio nel tempo ebbe sostanzialmente successo: l’irrequieta cavia fu inviata avanti nel tempo di 10 minuti attraverso un ponte di Einstein-Rosen.

220px-Wormhole-demoMa sfortunatamente nel viaggio la sua intera massa fu convertita in energia. Dieci minuti dopo, nel laboratorio al posto della massa del soggetto sperimentale si presentarono un violento lampo di luce, un fragoroso tuono e  un vorticoso spostamento d’aria che uccisero due scienziati sul colpo e ridussero il terzo, un colossale ucraino di 150 chili esperto in arti marziali, cieco, sordo e completamente pazzo.

I familiari del volontario incassarono la ricompensa con la quale aprirono un museo. Vennero da tutto il mondo a vedere i cimeli dell’uomo-bomba atomica.750px-FY221c15

Il secondo esperimento apparentemente sembrò non riuscire del tutto. Ma in realtà si era verificata un’avaria nell’apparato di correzione spaziotemporale per cui il martire della scienza venne inviato dove la terra si sarebbe trovata dieci minuti dopo. I suoi resti orbitanti furono recuperati successivamente.

L’umanità c’era vicina. Era solo questione di risolvere qualche minuto irrilevante particolare. Si era o non si era nel Duemila, vivaddio?

(continua)

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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