La màchina d’al temp. Primo episodio.

Questo è l’antefatto. Non è obbligatorio leggerlo ma magari aiuta.

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Aristodemo Cavatorta guardava con aria fra l’interdetto e il disgustato, ma con un retrogusto di disilluso e sentori sparsi di depresso, il monumentale macchinario che occupava per intero la soffitta dove si era ristretto a vivere. “Macchina meccanica no anima” pensava, o per meglio dire recitava a mezza voce fra sè e sè. “E almeno dillo che non funzionerai mai.”.

La macchina, fosse stata senziente, poteva anche offendersi perché di meccanico aveva ben poco. Era una complessa e a suo modo raffinata, staremmo per dire sofisticata ma preferiamo trattenerci, organizzazione integrata di apparati elettronici, destinati (qualora fossero stati messi in condizione di funzionare a dovere) a curvare, piegare, per certi versi violentare lo spazio-tempo e sottometterlo ai voleri dell’Uomo. E poteva anche, vedi tu, adontarsi per essere stata assemblata in una soffitta dell’Oltretorrente Parmigiano  e non in un anòdino asettico supertecnologico laboratorio del Texas, della California o del Wisconsin.

tempo-purgatorioPoteva, infine, la suddetta macchina, farsi venire dei complessi d’inferiorità e/o dei propositi di vendetta nel vedersi di fronte non una nutrita èquipe di scienziati dal camice immacolato ma un disoccupato quarantaquattrenne maleodorante e sovrappeso con addosso dei jeans strappati e una felpa impadellata. Che poi (horribile dictu) era a tutti gli effetti il suo creatore e quindi idealmente il suo papà.

Ma la macchina non era senziente, e quindi reagiva con bovina indifferenza alle invettive e agli epiteti del suo indegno e imbarazzante artefice.

“Dove ho sbagliato?” si risolse infine a chiedersi il Cavatorta, visto che una macchina inanimata come capro espiatorio dava ben poca soddisfazione, anzi (tout court) non aveva nessuna credibilità in quel delicatissimo ruolo. Mentre la costruiva, la macchina sembrava reagire con erotiche vibrazioni alle carezze che, inavvertitamente e come in preda a un raptus simil-erotico, lui le concedeva.

“Insieme faremo grandi cose” singultava lui, e la luce del sole che filtrava attraverso l’abbaino cadendo sulle parti metalliche del macchinario sembrava barbagliare un accenno di sorriso. E invece niente. Di fronte a lui c’era solo un inerte assemblaggio di materiali che gli era costato tutta la liquidazione più alcuni inquietanti debiti con degli apparentemente bonari usurai (giacchè nell’anno di grazia 2028 le banche e le finanziarie prestavano danaro solo a chi avesse beni immobili valutabili almeno 5 volte la somma richiesta) oltre a sei mesi del suo tempo prezioso ed irripetibile.

Facendosi largo fra il profluvio di intimazioni di pagamento, atti giudiziali, bollette largamente scadute che ormai tracimavano dai cassetti e invadevano beffardamente il pavimento, Aristodemo avanzò verso il frigorifero per versarsi una generosa dose di scadentissimo whisky del Lidl, quello che costava più o meno come l’aranciata e produceva effetti neurolisergici devastanti. tempo

Ma quando aprì lo sportello della macchina refrigeratrice (che, al limite e volendo, gli aveva dato fin lì maggior soddisfazione della lussureggiante macchina fin qui sommariamente indicata) fu attraversato da una solenne scossa. Le luci si accesero e si spensero più volte, poi con un mugghiare brontosaurico la macchina del tempo si mise in moto.

Tutto il civico 41 di Via Bevilacqua fu inopinatamente e anche abbastanza maleducatamente trasportato dal 12 novembre 2028 al 16 luglio 2079.

(continua) 

Tempo%20(15)

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4 Risposte

  1. Un nuovo personaggio, una nuova storia… Sei grande, Luca, e te lo dico con la più grande sincerità: hai fantasia, hai uno stile originale e più che piacevolissimo, riesci a tenere il lettore nell’attesa ansiosa di conoscere cosa accadrà in seguito. Oh, qui dobbiamo darci una mossa per cercare di pubblicare qualcosa anche al di fuori di Internet. Sei grande, Luca, davvero.

  2. Complimenti! E concordo con Milvia sarebbe bello se uscissi dalla Rete! Per farti leggere da altri. Ciao Riri52

  3. “Uscire dalla rete”, anche inteso come dare un energico colpo di piede sul fondale esistenziale per vedere se, quanto e come si può risalire e tornare all’aria aperta (ma come ricorda Freak Antoni si può anche cominciare a scavare) dovrebbe essere il mio impegno quotidiano, prima di avere la penosa impressione che è troppo tardi e quel che è fatto è fatto.

    Per ora scrivo, non necessariamente quando son di umore nero, frugando dentro alle mie miserie & macerie, quasi mai avendo da fare cose più serie. E compiacendomi per ora del sincero apprezzamento di pochissimi ma sceltissimi lettori.

    Altro dirti non vo’, diceva il poeta.

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