La màchina d’al temp – interessanti sviluppi.

soffitta

La scossa era stata bella stagna e aveva ridotto Aristodemo, non certo in fin di vita ma sicuramente in condizioni di incoscienza per un paio di minuti. Che potevano essere anche qualcuno in più se delle furiose bussate alla porta non lo avessero restituito anzitempo alla veglia.

“Cavatorta, NE SA QUALCOSA?” fu l’unica frase che riuscì ad intellegere nella babele polifonica che animava il suo pianerottolo.

Ma la scossa era stata MOLTO stagna, tanto da produrgli anche una seria amnesia retrograda che aveva definitivamente cancellato dalla sua memoria i 5 minuti antecedenti la perdita di conoscenza.

Di grazia, cosa mai avrebbe dovuto sapere? Lui che non riusciva mai a partecipare alle chiacchiere pettegole condominiali perché non si accorgeva nè delle corna di quello del piano di sotto  nè della condizione ormai conclamata di politossicità di quello del primo piano, che non facesse mica il santarellino che (a parte Cavatorta) se n’erano accorti tutti e di spacciatori sulle scale non ne volevano più vedere. Lui che non seguiva il campionato, che non seguiva i reality e la politica cercava di seguirla ma era dal 2011 che non ci capiva più un beneamato cavolo. Lui che capiva poco della sua vita, figuriamoci di quelle degli altri.

E poi, cos’era successo di così devastante in Via Bevilacqua 41, angolo Via Michelotti dove (lo sapevano anche i bambini dell’asilo) a parte delle periodiche risse interetniche non capitava più nulla di notevole da quando la bellissima tabaccaia era impazzita e aveva ballato nuda in strada fino all’arrivo della Polizia (che poi c’era da scommettere l’avesse chiamata qualche islamico sessuofobo perché per gli Italiani lo spettacolo era di assoluto e totale gradimento)?

Ma poi, alla fine Aristodemo si convinse che quel “Ne sa qualcosa?” aveva tutte le sgradevoli stucchevoli ridondanti stimmate della domanda retorica, quelle ipocrite formulazioni che, con beffardo e intollerante (e spesso intollerabile) sarcasmo spacciavano per quesito quella che, nei fatti, era un’affermazione apodittica che non ammetteva contraddizioni.

Il boridlone era scoppiato. Quella fitta rete di allusioni, mezze parole, tre quarti di parole, a volte a dire il vero anche parole intere ma di significato non univoco, sguardi feroci ed ostili, espressioni facciali o comunque mimiche esprimenti disgusto o quanto meno una fiera dissociazione, quella fitta fastidiosa inestricabile rete era giunta a maturazione, e dalla ciste esplosa fuoriusciva il pus dell’attacco frontale.

Che per uno appena rinvenuto dopo una scossa elettrica che avrebbe invalidato l’80% della popolazione nazionale, pensare tutte queste cose nello spazio limitato di pochi secondi, via, non era una performance da buttare nel rudo.

LA MACHINA!!! Con espressione moderatamente vernacolare, ignorando una doppia che tanto tra vernacolanti ci si capisce lo stesso e si fa anche una frazione di secondo prima, ad Aristodemo sfuggì un grido strozzato già nella culla, quasi àfono àtono incognito di sè.

Visto che ormai era chiaro che tutto il palazzo voleva penetrare nella sua soffitta come per violarla, profanarla, possederla, toglierle qualsivoglia aura di sacralità e mistero, non esisteva alternativa.

Quella malefica macchina che non aveva mai dato segni di voler funzionare, andava immediatamente distrutta.

Altrimenti, con la dialettica che il suo inventore si ritrovava, lungi dal giustificarne in modo pienamente convincente con piglio alla Matteo Renzi la presenza in casa sua, avrebbe in breve confessato che la sua macchina era colpevole dell’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, della condanna alla castrazione chimica di Silvio Berlusconi, della retrocessione della Juventus in Lega Pro, del furto misterioso della Torre di Pisa (erano stati gli alieni e non Cosa Nostra) e di tutte le altre tristi vicende che avevano caratterizzato quei mefitici Anni Venti (che rispetto agli Anni Ruggenti del secolo precedente l’anchorman di Rai 16 Stefano Benni aveva efficacemente descritto come gli Anni Scoreggianti, ma lo diceva con accento barese per attenuare la drasticità del giudizio).

Distruggere il macchinario non fu difficile: tanto delicato e fragile era, che al quasi obeso Aristodemo bastò prenderlo fra le manone e farlo implodere come un canotto mordicchiato da un doberman (per citare una canzone che gli cantava sempre la mamma per farlo addormentare, in realtà senza riuscirci).

La distruzione univa l’utile al dilettevole: laddove impediva ai vicini, che sembravano ormai organizzarsi per sfondare la porta alla Starschi e Acc’, di porsi e porre imbarazzanti domande sul come, perché e forse qualmente del suo assemblaggio, era nel contempo una specie di sadica bullistica violenza che il Cavatorta aveva, nei suoi anni giovanili, sempre sognato di esercitare sui più deboli, nella realtà subendone sempre e comunque lui perché di più deboli se pur ce n’erano era difficile reperirli.

Quando la macchina fu ridotta in minuti frammenti, mescolò questi ultimi con le cartacce che animavano il suo pavimento, formando una specie di brodo primordiale dal quale potevano probabilmente emergere nuove forme di vita, anche se la cosa ora come ora non gli comunicava la benché minima emozione.

E si avviò con la faccia da cucciolone innocente e stupefatto verso la porta.

Continuum_-_Macchina_del_tempo

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5 Risposte

  1. Spero vivamente che tu porti a termine questo romanzo (o chiamalo come vuoi), perché trovo eccellenti i primi due capitoli. I bravi, onesti scrittori hanno il dovere di soddisfare i diritti inalienabili dei loro affezionati lettori.

    1. Questo chiamalo-come-vuoi-che-tanto-non-ha-la-minima-intenzione-di-rispondere cresce e diventerà qualcosa, come da piccoli si sogna di diventare qualcuno per poi poter dire al vigile che ti vuol multare “Lei non sa chi sono io!!!” quando chi sei tu non lo sai neppure tu stesso. Fine dell’allegoria.

  2. Un romanzo a puntate, come probabilmente fu un tempo per quelli d’appendice, ha il valore aggiunto di un appuntamento fisso a cui ci si affeziona.
    Questa volta ti cimenti con ambientazioni ancora più vicine al nucleo dei tuoi interessi, e il risultato non può che essere più che mai accattivante.
    Ottimo artificio narrativo aver spedito nel tempo futuro non solo il protagonista ma l’intero suo condominio; la cosa rende meno stridenti le difficoltà di dialogo, e si presta a situazioni comiche che neanche Benigni e Troisi…

    Salutone.

    1. Quando poi gli inquilini di Via Bevilacqua 41 scopriranno la Parma che li aspetta fuori credo che ne vedremo delle belle. Ma non è il caso di anticipare…

      Grazie della perseverante fedeltà e apprezzamento.

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