La màchina d’al temp – Aristodemo si salva dal linciaggio.

[L’inventore parmigiano Aristodemo Cavatorta costruisce, sul finire del terzo decennio del presente secolo, una macchina del tempo (che con vernacolare understatement preferisce ribattezzare màchina d’al temp) che però non vuol saperne di funzionare. Sconsolato, cede alle tentazioni dell’alcolismo e cerca di prelevare dal vecchio frigorifero, che ovviamente scatarra versi futuristi, una bottiglia di scadentissimo whisky. Ma la dispettosa macchina refrigeratrice, forse gelosa delle attenzioni che da mesi il Cavatorta dedica all’altra macchina, lancia una potentissima scossa che stordisce Aristodemo e fa funzionare il malefico congegno. Tutto il caseggiato viene istantaneamente proiettato dal novembre 2028 al 16 luglio 2079. I vicini protestano, ma ancora non sanno bene cos’è successo. Ma il bello è che Aristodemo ne sa meno di loro].worm_hole

“Ma di cos’è che mi devo rendere conto? E anche, di cos’è che dovrei rendere conto a voi? Che erano anni che aspettavate che succedesse qualcosa, che fra parentesi siete voi che dovreste spiegarlo a me e non certo io a voi, visto che voi avete le facce saputelle ed appagate di chi sa già tutto ed ha capito tutto ed io invece non so un beneamato tubazzo di niente? Che aspettavate che succedesse qualcosa per vomitarmi addosso tutta la vostra rabbia malrepressa e malcagata perché la fidanzata vi ha lasciato, il capufficio vi vessa, Equitalia vi tartassa, Matteo Renzi come primo ministro fa cagare ma continuerete a votarlo, il campionato di calcio è truccato come una puttanona del Grande Raccordo Anulare, e io per la miseria cosa c’entro con tutto questo? E ora fate presto, che tanto ho capito che morite dalla voglia di farvi giustizia sommaria. Fate di me quello che vi pare, che tanto io sono cento volte meglio di voi!”.

Questo avrebbe voluto dire Aristodemo accordandosi alle volute megalomaniche e ipomaniacali del suo Ideale dell’Io, ma disse solo uno stentato flautato mellifluo

“Io non so niente. Cos’è che è successo?”.

Un secondo dopo la folla dei contestatori condominiali, ovviamente insoddisfatta ed indispettita per quelle parole di circostanza, spostò i 95 chili di Aristodemo come fosse un fuscello e penetrò nella sua soffitta-casa cercando qualunque cosa assomigliasse a delle prove, o quanto meno a degli indizi, ma si sarebbero accontentati di suggestioni. E tutto ciò, mentre e nonostante il sottotenente Licursi urlasse di fermarsi e di soprassedere, ove possibile, a quella che era una patente ed inequivocabile violazione di domicilio che, pur trovando più d’una attenuante restava sostanzialmente ingiustificata e ingiustificabile e poteva condurre a pene detentive anche severe. Avesse detto “Fermatevi, teste di cazzo!” sparando due colpi di avvertimento venti centimetri sopra le teste degl astanti (e Samuel Uburombo di etnia watussa sarebbe rimasto lievemente ferito alla sommità del capo per un colpo fortunatamente di striscio) qualche speranza di essere ascoltato forse l’avrebbe avuta. Ma fu, viceversa, travolto anche lui e ricoverato in uno strano ospedale di cui vi parlerò in seguito. Altrimenti incasinerei il flusso narrativo che, di suo, scorre fluido che l’è una meraviglia.  

Trovarono, quel branco di assatanati, solo un grandissimo disordine e un odore non dei migliori, cui Aristodemo era ormai quasi biologicamente assuefatto ma loro no, odore che non li stimolava a una prolungata permanenza e a un’analisi dettagliata dei minuti indizi che il Reparto Investigazioni Scientifiche cittadino avrebbe invece facilmente raccolto e individuato, ma probabilmente faticato a classificare

I minuscoli frammenti della màchina erano disseminati per terra frammisti a cartacce di ogni genere e a qualche residuo alimentare putrefatto, escrementi di scarafaggio e magari anche di topo, qualche calzino mai lavato che stava su da solo e resti di bottiglie rotte, alcune per caso altre per rabbia ma questa impercettibile differenza non risaltava agli occhi dell’osservatore. I frammenti della màchina non davano nell’occhio, ci sarebbe voluto un osservatore-ricercatore paziente ed esperto in situazione di assoluta tranquillità, e possibilmente solitudine capace di spendere il tempo necessario (e si poteva presupporre che ci sarebbero volute ore, giorni, mesi, anni, ere geologiche per valutare, soppesare, individuare).

Dopo pochi minuti la furia investigativo-punitiva dei condomini si era bella che spenta. Alcuni addirittura, capendo che non ci sarebbe stato nessun linciaggio, se ne tornavano delusi a casa piano piano incuranti dello sbalzo dalla notte al giorno e (nella concitazione nessuno se n’era accorto) dall’autunno alla piena estate. Altri restavano lì brangognando e tintognando convinti di aver ragione ma non sapevano più su cosa.

Solo l’avvocato Bolsi, che era salito fino al portone di Aristodemo più che altro per mettere pace ma poi si era fatto prendere un po’ la mano anche lui, e la sua giovanissima avvenente signora che i condomini più maliziosi sostenevano Bolsi avesse letteralmente sottratto al marciapiede, scesero a braccetto le scale decisi a farsi una passeggiatina corroborante che, magari, li avrebbe aiutati a capire cosa mai fosse successo.

Mentre Carlangelo Minardi, giovane brillante studente di fisica e appassionato di fantascienza, rimase per qualche istante come soprappensiero sul ballatoio, e quando rimase solo puntò un indice accusatore e tracotante contro Aristodemo Cavatorta, che pesto e lacero si stava appena alzando e stirando le membra anche per controllarne la piena funzionalità. “Crede che non abbia capito che lei ha costruito un worm-hole* in casa sua? Mi faccia subito vedere dov’è!”.

“Minardi, esci dal tunnel del lambrusco” disse quietamente Aristodemo che, dopo aver constatato di essere sostanzialmente illeso si era alquanto ringalluzzito, e gli richiuse con soave impudenza la porta in faccia.

In quella, un urlo belluino squarciò la calda mattinata estiva.

Scendiamo quattro piani di scale (cosa che con la fantasia ha l’innegabile pregio e vantaggio di potersi fare in tempo reale) e guardiamo la scena con gli occhi dei coniugi Bolsi.

Sospesa in mezzo al cielo come la scritta di Fantozzi contro il mega-direttore generale, scintillava e pulsava la dicitura Libero Ducato di Parma, 16 Luglio 2079.

(continua)

*Un ponte di EinsteinRosen o cunicolo spazio-temporale, detto anche wormhole , è una ipotetica caratteristica topologica dello spaziotempo che è essenzialmente una “scorciatoia” da un punto dell’universo a un altro, che permetterebbe di viaggiare tra di essi più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio normale. (ovviamente da Wikipedia).

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3 Risposte

  1. Travolto dal tuo fervore narrativo, ho faticato un po’ a mettermi in pari, ma ora sono di nuovo proiettato in un futuro che non mi potrà vedere al mondo, mentre un po’ mi conforta (ma anche no) venire a sapere che il futuro che, al Cielo piacendo, potrei conoscere, sarà governato nel nostro Paese da un anziano contaballe dall’accento fiorentino. Nihil sub sole novi, e nemmeno caffarel.

    1. Se non che, nel 2079 perfino Matteo Renzi sarà nel regno dei più, e ben altri sconvolgimenti sociopolitici avranno nel frattempo attraversato il mondo, l’Europa non più comunitaria, lo stivale una volta chiamato Italia, la Piccola Capitale, il quartiere Oltretorrente e Via Bevilacqua (che potrebbe perfino essere stata ribattezzata Via Pizzarotti).

      Adesso interrogo la mia sfera magica e vedo di raccontarvi quali sono.

      Buon autunno.

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