La màchina d’al temp – L’uss ed l’infèron.

DSCF2360[Vediamo un po’ come ce la caviamo col riassunto delle puntate precedenti: potremmo limitarci a dire che un esperimento di traslazione temporale dall’esito imprevisto ha trasferito un intero condominio di Parma, quartiere Oltretorrente, dall’autunno 2028, che di suo sarebbe già nel futuro ma un futuro ancora dietro l’uscio, all’estate 2079 che come futuro è un attimino più in là. I coniugi Bolsi, avvocato di successo lui e sostanzialmente ex-escort lei che secondo me si era anche capito, escono disorientati e in stato semiconfusionale di casa e si trovano proiettati in un avvenire (che futuro mi sembra di averlo già detto tre volte) che si presta ad una difficile decifrazione, il tutto sormontato da una enigmatica scritta nel cielo che recita Libero Ducato di Parma, 16 luglio 2079. E tanto che ci sono devono subito cavarsela con una guardia comunale, anzi in questo caso ducale, del futuro, ma in tutto e per tutto stronza e bastarda come quelle di qualche decennio prima. La guardia comunale non può non notare che in Via Bevilacqua si è surrettiziamente inserita una casa che prima non c’era, e oltre tutto non nello stile neo-pizzarottiano proprio della Parma del 2079 e, peggio ancora, che l’avvocato a un bel momento gli si rivolge in archelingua (eredi di Orwell non rompete i coglioni che i diritti d’autore tanto non ve li pago neanche se piangete in greco-cipriota) e che probabilmente la di lui consorte tace perché non sa esprimersi nella lingua del ducato, che sarebbe un basic parmesan con influenze medesanesi, fidentine, langhiranesi, colornesi e due o tre termini presi di peso dall’aramaico. ]

Mentre il Giannozzi traversava la città, la scritta Libero Ducato di Parma, 16 luglio 2079 (che i due coniugi non riuscivano a smettere di rimirare, specie Aureliano che essendo immobilizzato a faccia in su non aveva grande libertà di scelta) sembrava seguirli, si riorizzontava per evitare tetti di palazzi, scioglieva nuvole al passare, sembrava ansiosa di essere presa tassativamente e completamente sul serio e far svanire anche il più piccolo dubbio che potesse trattarsi di un’illusione. Tant’è che, quando dopo un certo numero di chilometri (nel 2028 lì era tutta campagna o tutt’al più l’abitato di Carignano) lo scùter imboccò una galleria, la scritta debitamente rimpicciolita continuò a seguirli ancora più opprimente perché vicina fin quasi a sfiorarli (e Dolores, dall’olfatto debitamente ipersensibile, percepiva un vago odore di zolfo, basilico, cannella e acido muriatico).

Con una frenata brusca che, applicando le normali leggi della fisica che vigevano nel 2028 avrebbe dovuto proiettare Dolores ed Aureliano a svariati metri di distanza e, probabilmente, fratturare entrambe le braccia del Giannozzi serrate contro il manubrio (ma si vede che nel 2079 e/o nel Libero Ducato di Parma quelle leggi erano diventate obsolete e sostituite da leggi psicocinetiche più à la page) lo scùter si fermò di fronte a un enorme portone dove lampeggiavano, scorrevano, ruminavano, minacciavano le parole D’ed là’s va tra la gènta strajeda, d’ed là’s va int’al dolòr ch’an fnissa mèi, lassì lì’d sperèr vuètor ch’andì lì dentor.

Agli occhi di Dolores, quella era una strana accozzaglia di lettere che poteva benissimo essere una serie di codici fiscali (per quanto ne sapeva lei di codici fiscali però quanto meno ne aveva sentito parlare e nessuno le aveva spiegato che anche nel 2079 sembravano dei cognomi polacchi o dei nicknames venusiani per la loro sostanziale assenza di vocali); agli occhi dello stordito Aureliano facevano risonare ricordi liceali ormai lontani (che messa giù così è una  sinestesia fulminante, per gli allitterati nonsense si prega di ripassare dopo) e vacui.

La guardia ducale compì una serie apparentemente interminabile di rituali di riconoscimento e pronunciò almeno 37 suoni gutturali che potevano essere parole d’ordine, e concluse con uno stentoreo “Rèvot pitoclon’na” (Oh apparato inumano e quindi ipso facto privo d’intelligenza, in virtù delle mie corrette operazioni logico-algoritmiche voglia tu aprirti senza frapporre ulteriori indugi).

Quindi, tenendo ben stretti per le braccia i due coniugi acciocché non si facessero venire neppure un barlume d’idea di scappare,  rivolse prima all’uno poi all’altro la domanda “Che dì e’l incò?” alla quale Aureliano rispose con un “An al so miga, mo’l podarìss èsor lundì” che il Bargnocla-Jeeg Robot sembrò apprezzare, mentre la povera Dolores tentò di cavarsela con un “Fis’ci, vatl’a tor, piuttost che niente va mej piuttostche erano le uniche parole che si illudeva di conoscere in quella lingua che il marito mai le volle insegnare (Chera la mè Dolores de Pansa, a’t si volghera a basta a parlèr italià sensa bisogn’ ed pegiorer ancòra) ma che, oltre a vari piccoli errori evidenziati in corsivo, tutto era meno che una risposta alla domanda.

Il bucefalo ducale post-pizzarottiano era abituato, addestrato, dressato, condizionato, aduso,  oseremmo dire consumato nel decidere subito cosa fare, parte applicando un regolamento di16735 articoli ognuno di 100 commi che aveva inciso fra l’amigdala e il talamo, parte facendo di testa sua quando non c’erano telecamere di sorveglianza (e il Giannozzi conosceva benissimo il “punto cieco” tra le otto telecamere che sorvegliavano l’Anticambra’d l’Infèron) o testimoni diretti. Una guardia ducale che avesse ucciso dei falsi sospettati di eteroprovenienza avrebbe subito 10 minuti di solletico da parte dei colleghi; chi invece avesse lasciato scappare dei sospettati, veri o finti che fossero, avrebbe subito 10 minuti di solletico dallo Sgurz, rettiloide primitivo delle dimensioni di una portaerei riportato in vita dal palenteologo quantistico Paolino Rosselli, dopo di che si favoleggiava che rimanessero atomi sparsi di carbonio, azoto, fluoro e per i più intelligenti fosforo.

Quindi non esitò: “Lù al vena con mi” (Sono certo, signore, che non mostrerà alcuna riluttanza a seguirmi ed a rispondere ad una lunga serie di domande che se garbatamente non gliele porgerò temo mi venga l’orticaria), mentre a Dolores si limitò a dare un calcione che, tenendo conto del suo corpo longilineo, fu più che sufficiente a farle varcare la porta, che si richiuse con un sinistro e maldestro scricchiolìo dietro le sue splendide spalle. 240px-Rodin_Porte_enfer

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7 Risposte

  1. Tradurre la Divina Commedia in parmigiano mi sembra geniale. E anche il riassunto lo è. Conclusioni: sei un genio, Luca Rinaldoni. Se incompreso, decidilo tu.

    1. Era solo una versione ridotta, come si schernisce Epifanio Gilardi dopo aver proferito il suo “Volevo dire due parole d’amore, la prima è ti, la seconda amo” riscuotendo un inopinato successo di critica e di pubblico. Avendo poco tempo a disposizione, e con ‘sto demente di romanzo che mi dice delle cose incomprensibili, ho scelto l’ardua ma affascinante strada del work in progress, poche righe oggi, nessuna domani, quello che si può dopodomani, e quando il post sembra completo si passa al successivo. Tutto ciò fino a nuov’ordine. Saludos.

  2. Ecco, una tua traduzione, e opportuna riduzione, della Divina Commedia in dialetto modenese sarebbe sicuramente un lavoro interessante e godibilissimo per i tuoi lettori. Anche Daniele Benati ha tradotto in dialetto reggiano un racconto di Becket, il cui incipit, “A stéva mèl” viene sempre citato come esempio di sintesi esemplare dal maestro Paolo Nori e paragonato al troppo ridondante “Avevo una tarantola di inquietudine nel petto” di una traduzione in italiano.

    1. Due cose mi impediscono una traduzione in dialetto modenese dell’immortale opera dell’ingegno umano di fronte alla quale “ogni lengua devien tremando muta”: la prima ed inaggirabile è che il parmigiano l’unico dialetto del quale ho discreta padronanza scritta (e molto meno parlata, laddove mi fu fatto notare dalla mia ex Shirley, parmigiana del sasso, che dicevo “vèdor” che vuol dire vetro convinto di dire “védor” che vuol dire vedere, o il contrario) e ci ho messo una quarantina d’anni, col modenese passerei a miglior vita prima di aver raggiunto accettabili risultati; la seconda è che ormai sono solo uno sprinter e mi manca del tutto il passo del maratoneta. Bello comunque ritrovarti di quando in quando su queste sudate pagine. Buona vita.

  3. ???Stai traducendo tutta la Divina Commedia, approfittando del tempo inclemente e dell’estate inesistente? Ciao

    1. No, al massimo per citare una battuta di Woody Allen un po’ parafrasata sto ritraducendo la Divina Commedia in italiano dugentesco dopo che una banda di teppisti modernisti l’aveva tradotta in italiano moderno (incipit: “Intorno ai trentacinque o giù di lì mi ritrovai per questa strada qui”). Buona estate nel frattempo tornata a fare il suo dovere.

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