Archivi Mensili: agosto 2014

La màchina d’al temp – Aristodemo nei pasticci.

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[Voi che leggete vi imbattete in questo riassunto al principio del capitoletto, lo scorrete con aria di sufficienza e passate oltre. Per me invece questa è la parte più problematica e infelice, a volte quasi quasi piangerei, della stesura del post. È come quando alla fine di un’allegra cenetta con gli amici ti trovi a dover ripulire tutto, e il divertimento resta un pallido ricordo.

Se lo fai troppo corto nessuno ci capisce niente, se lo fai troppo lungo mollano lì e vanno su facebook dove tutto è zac zac, se fai copia incolla di un riassunto precedente aggiungendo due fonemi a completamento qualcuno dice “Ma l’ho già letto”, insomma come fai sbagli.

Sappiate dunque, miei lettori, che l’Aristodemo di cui si parla sembrerebbe un inventore, ma la differenza fra un pazzo visionario perdigiorno e un brillante inventore la decide la storia, a salma del candidato ormai fredda. Quindi nel 2028, anno da cui parte la nostra vicenda, è solo Aristodemo Cavatorta. L’autore non ci dà alcun ragguaglio biografico, si guarda bene dal contestualizzare il personaggio, non sappiamo se volutamente o per pura insipienza narrativa. Ma non trascura di far cadere negli interstizi del racconto qualche velata allusione al fatto che colui che dovrebbe essere il protagonista principale ha poco o nulla dell’eroe romantico, è sovrappeso, scarmigliato e molto probabilmente maleodorante. Solo in un romanzo di assoluta fantasia poteva capitare a un tipo simile di costruire la macchina del tempo.

Costruirla, sì,  ma non farla funzionare.

La macchina si avvia da sola in seguito a un corto circuito che stordisce il protagonista, così che (per una crudele némesi del destino cinico e baro) mentre capita quello che aspettava da una vita lui sta sognando Laura Chiatti che gli massaggia e tonifica i genitali e, più grave ancora, non è debitamente seduto al suo posto. Al che la macchina lo bypassa e coinvolge in un inatteso “trastempo” l’intero condominio.

Poi ci sarebbero anche i coniugi Bolsi che scoprono per primi la scritta nel cielo Libero Ducato di Parma – 16 luglio 2079  e vengono arrestati un attimo dopo, ma in questa puntata non compaiono e quindi ve ne parlerò a tempo debito.]

Aristodemo aveva capito tutto. E da una parte ci godeva, perché erano anni che gli sembrava di non capire niente, dall’altra già soffriva perché gli toccava farlo capire agli altri.

Ma.

Rispettiamo e comprendiamo il vissuto del nostro personaggio, ma per l’appunto c’era un piccolo particolare che gli sfuggiva.

 Perfetta l’intuizione che la macchina aveva funzionato in modo accidentale; corretta l’attribuzione di quel funzionamento accidentale ad un corto circuito il cui colpevole non poteva che essere il vecchio frigorifero.

A questo punto si potevano assumere questi dati per certi, ed incrociarli con altre due evidenze:

  1. Il fatto di essere svenuto mentre la macchina effettuava la traslazione temporale, e quindi non dove sarebbe dovuto essere, cioè a quello che gli piaceva chiamare “il posto di guida”, anche se in buona sostanza non si guidava niente e si veniva se mai guidati dalla macchina stessa;
  2. Le veementi vibrate proteste dei condomini che avevano sperimentato uno stacco brusco e inopinato accompagnato da vari fenomeni normalmente associabili, secondo la quasi totalità dei fisici teorici, ad una traslazione temporale (c’era stato un bell’articolo redatto da un team di fisici estoni per la rivista “Le spariamo grosse” la settimana prima).

Ne derivava con cartesiana precisione che l’azione traslatrice si era propagata senza controllo verso l’esterno inglobando cose, persone e ambienti che trovava sul suo cammino.

Splendido. Geniale. Ma allora qual era quel “piccolo particolare sfuggito” a cui si accennava sopra?

Che in un èmpito megalomanico che nulla aveva a che fare né con Cartesio, né con Aristotele né con Immanuel Kant (tutt’al più con l’omonima Eva) Aristodemo aveva immaginato una propagazione della traslazione al quartiere, alla città,  a tutta la Val Padana. Solo la muraglia delle Alpi a nord, dell’Appennino a sud, avrebbe assorbito l’immane onda deformatrice.

E invece “l’immane onda deformatrice” era stata arrestata e contenuta dalle mura perimetrali del palazzo. In parole povere, tutto il resto della città,  e se è per questo tutto il resto del pianeta, era arrivato al 16 luglio 2079 con i suoi mezzi, gli inquilini di Via Bevilacqua 21 e tutto il loro palazzo attraverso una particolarissima scorciatoia.

Anche il buon Cavatorta si fermò stupito di fronte alla grande scritta che lampeggiava nel cielo, non terrorizzato come Dolores né speranzoso di trarre conseguenze mercantili dall’improvviso cambio di scenario come l’avvocato Bolsi: compiacendosi se mai con se stesso per aver già calcolato con buona approssimazione l’entità della traslazione temporale (gli era venuto come risultato 10 luglio 2079 come valore atteso con uno scarto in più o in meno di 10 giorni come fluttuazione aleatoria).

Su un piano puramente scientifico questo era il suo trionfo. Che avrebbe voluto condividere con la màchina se questa non fosse stata precauzionalmente distrutta all’arrivo dei vicini impreparati ed infuriati per evitare domande dalla difficile risposta.

Ma la scienza è sempre sola e poco socievole, fa fatica ad andar d’accordo con la politica, con la religione, con la stampa e la televisione che trasformano le sue delicate trame in strame di facile consumo, nei casi estremi (e codesto lo era) la scienza crea anche problemi di ordine pubblico. Lo scienziato, a meno che non sia mediamente mediaticamente famoso, e il povero Aristodemo era ignoto delle volte anche a se stesso, ne deve trarre delle sgradevoli conseguenze che vanno dall’isolamento sociale al rogo. E così stava per capitare.

Perché abbassando gli occhi dalla scritta nel cielo, si rese conto di essere circondato da una nuova folla non precisamente ben predisposta, e ben più numerosa di quella dei suoi coinquilini. E guardandosi alle spalle, si rese conto che lo stabile di Via Bevilacqua 21, col suo giallino spento tanto fin de siècle, le sue finestre quadrate, i suoi balconi, spiccava nettamente in mezzo a palazzi – astronavi di un bianco candido, con le finestre a oblò  e dalle linee aerodinamiche.

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Tardivo ma non per questo meno sentito lamento per la morte di Robin Williams.

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Lanciarsi nel vuoto, epicamente gettandosi da una cascata, oppure volando da un trapezio all’altro senza rete, oppure semplicemente scalciando via una seggiola: chissà che effetto fa. Nell’ultimo caso, non possono essere effettuate interviste a caldo.

Cosa vuol dire la morte, per giunta per suicidio, per giunta per impiccagione, di Robin Williams? Molti filosofi potrebbero sollazzarsi con l’argomento che la morte, in quanto tale, è semanticamente neutra, pura assenza di significato, una triste cesura tra l’organico e l’inorganico, una singolarità biologica in cui le regole della vita cessano da un istante all’altro di esistere. E quindi, ecco discendere dal suddetto teorema, il trionfante corollario: la domanda con cui inizia il post è del tutto illecita, non ha senso, è irricevibile e quindi porsela è una soave perdita di tempo.

Ammettiamo per un attimo che questo valga per una morte inflitta dalla Natura notoriamente matrigna e perfino un po’ bastarda, ma una morte decisa dal diretto interessato non può essere ridotta e minimizzata a un evento casuale.

È come quando  scopri che Babbo Natale non c’è,  o peggio ancora c’è ma è colluso con le multinazionali; come quando scopri che il punto g non c’è,  ma lei comunque te lo cita perché ha già deciso di rivendicarne l’esistenza insieme ad un altro.

È come quando scopri che la laurea non ti dà alcuna garanzia seria di occupazione; è come quando scopri che tuo babbo andava a puttane e tua madre lo sapeva ma non diceva niente.

È come quando ti trovi la casa svaligiata e la cacca sopra il divano per ulteriore spregio; è come quando vai a fare jogging in Cittadella e trovi lei che si sta facendo infilare venti palmi di lingua fino in fondo all’esofago, quel tipo dev’essersela fatta slogare come il chitarrista dei Kiss.

È come quando vai nel bar all’angolo e nel momento esatto in cui entri tutti smettono di parlare e ti guardano con aria colpevole, salvo il più ubriaco che ti poggia una mano sulla spalla con fare paterno e ti alita un inesplicabile “Coraggio…”.

È come quando scopri di aver viaggiato tutto il giorno con una cacccola colossale sul mento, da dire “Ma come czz ho fatto a non accorgermene?”.

E tutto questo in contemporanea,  mescolato centrifugato ed espanso a dimensioni mostruose ed intollerabili ad includere qualunque cosa ti spinga al primal scream “Non può essere vero”.

Ma non preoccuparti,  a quel punto spunterà dal nulla un ufficiale uncinato che ti risponderà “Non è più vero niente”.

Perché sfido chiunque a dimostrare il contrario, Robin era scientificamente nato per essere immortale, ufficialmente censito dall’OMS come farmaco polivalente e privo di effetti collaterali, destinato ad attraversare garrulo e leggero intere epoche ed ere geologiche.

Invece si è rivelato umano ed entropico come tutti noi, e alla fine si è prometeicamente ribellato al mito.

Mentre si lasciava andare nel vuoto, chissà se gli è scappato pensato di quanto avrebbe impoverito il pianeta. Ma probabilmente no. Anzi…

In quel momento Robin si è riappropriato di sé,  forse affettuosamente mandando a fanculo tutti coloro che lo adoravano senza averlo mai visto di persona, lo amavano senza averlo mai toccato, lo idolatravano senza sapere che era solo un uomo, forse ultimamente un uomo solo e spaventato centrifugato da mille identità fino a non averne più alcuna.

Sospirando l’ultima sentenza, ahimè quanto definitiva: “Ragazzi, lo so che per voi sarà dura, ma vedete un attimo se ci saltate fuori anche senza di me…”.

 

 

 

La màchina d’al temp – torniamo da Aristodemo.

 

Passato presente

Di Aureliano e Dolores abbiamo già detto abbastanza: non arriveremo all’espediente metanarrativo di Sergio Castellitto nel suo “La bellezza del somaro” quando guarda in macchina e, con un geniale corto circuito fra il personaggio, l’attore e il regista, bofonchia

“Io a questo qua l’ammazzo. Tanto si tratta di un personaggio secondario…” 

 

 

ma opportunamente torneremo a quello che, al momento, parrebbe ancora il protagonista principale di codesta storia.

 

Aristodemo Cavatorta. È lui che ha fatto il danno, ora non pensi di fare come da bambino, o come da adulto quando qualche donna non si limitava a lasciarlo (cosa che, potendo, avrebbe fatto anche lui) ma gli spiegava con crudele dovizia di particolari i motivi della decisione, e allora lui si ficcava a letto infilando mestamente la testa sotto il cuscino. Lo so benissimo che sul fare il protagonista di questa storia ha già drasticamente cambiato idea,  lo so che essendo personaggio di fantasia non potrebbe firmare non dico un contratto, che obiettivamente sarebbe un’esagerazione,  ma neanche una banalissima scrittura privata, però l’impegno cribbio se l’ha preso e allora faccia il piacere di rispettarlo.

Aristodemo dove vai, tranquillo che non ti sputtano, di quella volta che ti sei messo con una paziente del Diagnosi e Cura non ne parlo, no non ringraziarmi che non è per farti un piacere, abbasserei il tono della trama che è già lì che agonizza e medita la richiesta di asilo politico in qualsiasi altro tablet o personal computer maneggiato da un vero scrittore.

In realtà di Aristodemo non daremo nessun ragguaglio biografico, al limite c’era spazio per farlo nelle prime pagine, magari con sapienti flashbacks evidenziati da uno strategico grassetto,  equivalente dell’effetto flou o di poche note d’arpa in un contesto filmico. Non lo si è fatto, e credete che lo si è fatto proprio apposta, pensando alla salute mentale e ai complessi equilibri psicofisici del lettore medio già di suo tanto difficile da contentare. Procediamo.

Mentre i coniugi Bolsi uscivano, scoprivano di trovarsi nel futuro e venivano fermati per degli amichevoli accertamenti, il Cavatorta si era prudentemente chiuso in casa. Forse a pensare, non so a che fare, io non gli ho dato mai troppa importanza. Visto il suo carattere discretamente fumantino non lo seguiremo nelle sue elucubrazioni, talmente intessute di solipsismi parascientifici da risultare plausibilmente indigeste.

Lo aspetteremo pazienti sul pianerottolo ingannando il tempo con un vecchio numero de L’enigmistica per deficienti, e mentre alla definizione “sei romano” facciamo corrispondere un “no” lo vedremo uscire a precipizio novello Archimede urlacchiando uno stentoreo equivalente dell’ Eureka che tenderà a suonare come

Vaccocà a gh’ sò rivé.

Già,  perché quello che voi avete appreso standovene comodamente spaparanzati in poltrona, sdraiati sotto l’ombrellone, stesi a letto che vi aggrappate al libro per non dover indulgere ad orridi accoppiamenti con l’essere informe che vi dorme accanto, in autobus tutti presi nella lettura mentre vi sottraggono portafoglio,  cellulare e orologio della comunione, la torrida turgida inerente intelligenza di Aristotorta Cavademo l’aveva ricostruito applicando a scarsi ma illuminanti indizi il metodo abduttivo di Dagoberto Risonanza, celeberrimo semiologo ed epistemologo degli anni ’20 autore dell’epocale trattato “Possibilità,  probabilità e botte di culo”.

Nonostante lo svenimento con relativa amnesia retrograda, l’assalto della folla giustamente inferocita, i disordini metabolici e neurali che sempre accompagnano un viaggio nel tempo (provare per credere), nonostante tutto questo (e svariati altri handicaps legati alla sua precarietà esistenziale), nella quiete della sua scadente abitazione Aristodemo aveva recuperato il pieno controllo della situazione. Oddio, a vederlo avventarsi come un bucefalo esagitato giù per le scale si sarebbe detto tut’altro, ma si sa che chi ha per la testa i massimi sistemi della scienza nei minimi sistemi della vita quotidianità può a volte comunicare un tragicomico senso di goffaggine ed inadeguatezza.

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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