Archivi Mensili: settembre 2014

Ma se l’avessero chiamata “Seduto in quel caffè”?…….

Il 29 settembre compiono gli anni Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi, e se è per questo anche Lech Walesa, e scendendo in caduta libera incontreremmo anche Felice Gimondi, Jean-Luc Ponty, Loretta Goggi e Michele Scommegna in arte Nicola di Bari (nato in realtà in provincia Foggia). Il 29 settembre sono avvenuti titanici tsunami, pericolosi passaggi di asteroidi, feroci stragi naziste, iniqui monacali accordi, fallaci espressioni di irresponsabile etnocentrismo, instaurazioni di dittature paramilitari, inopinate misteriose morti di papi. E Dio solo sa quante altre cose sono successe non degne di assurgere agli onori della cronaca, quanti piccoli drammi, minuscoli trionfi, minime vittorie e sconfitte private.

 

Ma cose e persone passano, due anni fa B&B sembravano più classici e immortali del J&B ed avevano lo stesso potere intossicante, oggi vivono una fase calante delle loro fortune politiche. Il lucertolone contuso è stato anche immortalato su Blob mentre la giovane fidanzata lo allontanava con proverbiale schiaffetto sulla mano (quale maschio italiota non ha subito tale affronto almeno una volta?) e in sottofondo Gigi Proietti commentava il tutto col suo cavallo di battaglia “Nun me romp’er ca…“.

 

La più immortale e intramontabile alla fine ci sembra Loretta Goggi vedova Brezza.

Tutto passa, tutto degenera, tutto si estingue e nulla si distingue. Sui transeunti destini dell’umanità solo le canzoni non muoiono mai.

Non è vero che le canzoni nascono da sole, vengono fuori già con le parole. Molto probabilmente, se 29 settembre fosse stato inciso senza la voce dello speaker, si sarebbe chiamata Seduto in quel caffè e sarebbe sembrata il banale racconto di una storiella fugace con una tipa da bar. E se non fosse passata per le mani dell’Equipe 84 in versione Scarafaggi della Via Emilia… se la Ricordi non avesse appena acquistato un registratore a 8 piste che non ce l’avevano neanche ad Abbey Road… se il tutto non avesse trovato la cassa di risonanza di un passaggio dal beat ingenuo e candido dei complessi a qualcosa di più evoluto e complesso dei gruppi ormai quasi “band”… se fosse stata cantata solo da un Lucio Battisti ancora acerbo e sanremese, sarebbe rimasta un pezzo minore come Luisa Rossi, come La mia canzone per Maria, come Dieci ragazze, surclassata da  capolavori nazionalpopolari come Emozioni, Pensieri e parole, I giardini di marzo, La collina dei ciliegi, Fiori rosa fiori di pesco, Il mio canto libero e via mogolbattistando.

E fu così che 2’32” di canzone (oggi se un “pezzo” dura meno di 4 minuti lo mandano direttamente allo Zecchino d’Oro), per quelle strane ed oblique serendipità che attraversano la storia della cultura popolare, diventò il simbolo di una sempre più lontana età dell’oro.

E continua a rimanerlo.

 

 

 

 

 

 

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La màchina d’al temp – Aristodemo se la vede pessima.

images (16)[L’aspirante inventore Aristodemo Cavatorta, trastullandosi con un apparentemente malriuscito tentativo di costruire una macchina del tempo, invia tutto il suo caseggiato in un futuro non lontanissimo, ma abbastanza perché, se la morosa ti aspettava alla fermata dell’autobus, si sia stufata e se ne sia andata a Montecatini con quello che alle medie ti rubava le merendine. Solo che lui (nel senso di Aristodemo, non del ladro di spuntini) non si è accorto di nulla perché il malefico apparato ha deciso di funzionare in seguito a un corto circuito che gli ha provocato uno shock elettrico guaribile in una settimana.images (20)

La màchina faticosamente assemblata da Aristodemo avrebbe dovuto produrre una bolla temporale che l’avrebbe avvolto, l’avrebbe destrutturato per ristrutturarlo con precisione esattissima nel tempo futuro voluto.

Per essere destrutturato e ristrutturato nel futuro, Aristodemo avrebbe dovuto sedersi nell’apposito seggiolino e premere l’apposito pulsante.

images (18)Ma, per uno di quegli accidenti che il caso spesso propone agli umani, la màchina si era messa in moto da sola per un anomalo afflusso di corrente elettrica e non avendo trovato nessuno al posto di comando aveva allegramente sparso la sua furia deformatrice dello spazio-tempo per l’intero caseggia

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I vicini non gradiscono e gli chiedono spiegazioni sui paradossi temporali intercorsi. Ma Aristodemo non sa cosa rispondere essendo ancora sotto shock. Alla fine la folla sciama delusa e il bizzarro inventore rimane solo.

Intanto i coniugi Bolsi, avvocato di successo lui e sostanzialmente ex-escort lei che secondo me si era anche capito, escono disorientati e in stato semiconfusionale di casa e si trovano proiettati in un avvenire che si presta ad una difficile decifrazione, il tutto sormontato da una enigmatica scritta nel cielo che recita Libero Ducato di Parma, 16 luglio 2079. E tanto che ci sono devono subito cavarsela con una guardia comunale, anzi in questo caso ducale, del futuro, ma in tutto e per tutto stronza e bastarda come quelle di qualche decennio prima. La guardia comunale non può non notare che in Via Bevilacqua si è surrettiziamente inserita una casa che prima non c’era, e oltre tutto non nello stile neo-pizzarottiano proprio della Parma del 2079 e, peggio ancora, che l’avvocato a un bel momento gli si rivolge in archelingua (eredi di Orwell non rompete i coglioni che i diritti d’autore tanto non ve li pago neanche se piangete in greco-cipriota) e che probabilmente la di lui consorte tace perché non sa esprimersi nella neolingua ducale.images (21)

I due finiscono deportati in un centro di raccolta per abusivi, mentre Aristodemo, chiuso in casa a pensare (una vita sprecata, non c’è niente da fare)download (17) riesce a capire cos’è successo. Trionfante corre in strada ma si trova davanti una folla ostile.].

Da quanti anni Aristodemo non era oggetto di un’attenzione collettiva? Nel 2016 (che in teoria sarebbero stati 63 anni prima, ma probabilmente gli ultimi 51 potevano essere non considerati) aveva fatto una conferenza al circolo ARCI sul tema “Inceneritore Sì,  Inceneritore No, imageInceneritore Chissà”, aveva cominciato esponendo le leggi della termodinamica e se n’erano andati tutti, alla fine gli avevano regalato una bottiglia di sburlòn e se l’era bevuta tutta tanto che tornava a casa a piedi e s’era addormentato su una panchina di Piazzale Picelli. Poi era passato sostanzialmente inosservato.image

E adesso non c’erano venti tizi indifferenti e annoiati a guardarlo, c’era una folla di cui non si vedeva la fine che di colpo trovava interessantissima la sua vita e le sue parole.

C’erano tutti i suoi vicini, nessuno era andato a lavorare, a scuola o al bar per il puro e semplice fatto che le loro classi, i loro uffici, i loro bar non esistevano più: dove una volta c’era il bar Paletta adesso troneggiava una rivendita di protesi neurali, al posto dell’associazione Qui ed Ora c’era images (24)un hologram store, il bar di Piazzale Coruzzi download (21)era stato raso al suolo e tutto il piazzale era diventato un parcheggio custodito di biciclette volanti. C’erano tutti i suoi vicini che, nessuno escluso, nel 2028 stavano di merda sottoccupati sbeffeggiati umiliati esternalizzati ricercati ma adesso trovavano quell’osceno periodo storico il migliore dei tempi possibili e lo rivolevano indietro, ora, adesso, subito.

Dietro di loro, più curiosi che irritati, almeno un paio di migliaia di passanti si accalcavano indicando quella strana casa giallognola e un po’ rococò che spezzava l’algido candore dell’architettura neoducale.download (23)

Poi, tra gli uni e gli altri, tra i vicini bercianti e lamentosi e i passanti curiosi e sghignazzanti, c’era un manipolo di persone dall’apparenza disperata, ma probabilmente non si trattava solo di apparenza: Aristodemo capì quasi subito che erano amici e parenti degli inquilini del palazzo di Via Bevilacqua 41 misteriosamente scomparso nel nulla con tutti i suoi occupanti. E finito, conclusione logica per Aristodemo ma forse meno per tutti gli altri, nel 2028.

imageE poi c’erano una ventina di energumeni vestiti come dei cartoni animati giapponesi che inveivano in dialetto stretto, in un profluvio di vattlatòr, di tietomedra, di masserjatùtt.

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Era chiaro che svolgevano la funzione di tutori dell’ordine ma era quasi altrettanto chiaro che non fossero all’altezza del compito.

Il più monumentale fra loro fissò con aria molto corrucciata Aristodemo e poi, quasi a tradimento, gli puntò contro un indice delle download (24)dimensioni di un cacciatorino (chissà se li facevano ancora, pensò del tutto a sproposito il Cavatorta, o si nutrivano di proteine sintetiche) e proferì un rimbombante El lù al responsabil ed tutt col casè? [L’evidenza è tutta contro di Lei, ma siccome ho fatto il Romagnosi anche se non si direbbe io non sono un mascalzon, ho una certa educazion, e quindi glielo porgo in veste di domanda: ovviamente è stato lei l’origine di tutto questo.].

Che rispondere?

Son stato io ma giuro su Pizzarotti che non l’ho fatto apposta.movimento_pp_er

Piano nelle curve quando si attribuiscono delle responsabilità che son capaci tutti ma prima bisognerebbe mettere le cose nel proprio appropriato contesto.images (28)

Io passavo di qui per caso e una leggerissima somiglianza fra me e uno scienziato pazzo del 2028 non La autorizza in alcun modo ad indulgere in illazioni gratuite ed incontrollate.

Am dispies, an capiss miga al dialett.

In Via Burla mi hanno insegnato che con voialtri a negare anche l’evidenza non si sbaglia mai e si fa cosa buona e giusta.via-burla-carcere-2

Adesso le amputo quel dito e me lo faccio alla piastra.

E sempre ammesso e tutt’altro che concesso che sia stato io, cosa mi fa? Mi citi ben su gli articoli del codice penale che avrei violato. Ahahahahaaaaaaaah, lo vede che non lo sa, pezzo d’un budlò!!download (25)

Quanto danno per traslazione temporale non autorizzata? No, perché fra sei mesi devo andare a Cuba che ho già preso i biglietti.

imageimageAlla fine Aristodemo propese, o forse propendette, nel dubbio diciamo “decise di propendere” per la penultima ipotesi.

Ma mal gliene incolse.

Perché il bucefalo digitò un po’ su un minitablet da polso e immediatamente comparve a mezz’aria una scritta iridescente:

TRASLAZIONE TEMPORALE NON AUTORIZZATA (art. 715 del Codice di Emergenza Illimitata): dai 20 anni alla morte per smembramento a cura del minotauro ducale. 

ESPRESSIONE IN PALEOLINGUA (art. 1 CEI): avvio immediato alla rieducazione etico-linguistica.

INGRESSO CLANDESTINO SUL TERRITORIO DUCALE (art. 3 CEI): riduzione immediata in schiavitù; messa all’asta e cessione definitiva al miglior offerente.

OLTRAGGIO A GUARDIA DUCALE (art. 4 CEI): se si tratta di Prosdocimo Pasini avete fatto bene, per tutti gli altri dalla morte per disgregazione molecolare a 20 cene con un testimone di Geova.

“Lei non è Prosdocimo Pasini, vero?”.

In questo autunno.

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imageDopo un lunedì mostruoso può perfino essere bello sedersi e riflettere sulla bellezza che il mondo continua nonostante tutto ad esprimere. E se dove finiscono le tue dita comincia in qualche modo una tastiera, la riflessione può diventare un po’ più condivisa.image

Siamo in un autunno che odora e ribolle ancora di estate, come in quei concertoni in cui quando il gruppo successivo è già sul palco quelli che hanno smesso di suonare si attardano a salutare il pubblico e magari il bassista inciampa in un cavo e rende muto lo strumento del suo omologo.

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E per quelle sincronicità junghiane che sarebbe sbrigativo e minimalistico derubricare in mere coincidenze, tre donne diversamente belle (diversamente tra di loro, non rispetto alle altre) compiono nel giro di pochi giorni per la quarta volta 20 anni.image

E si tratta di tre icone talmente emblematiche che non trovo opportuno nominarle o parlare delle loro carriere.

imageMi piace identificarle invece con dei momenti particolari che riassumono qualcosa di personale e privato, extra-artistico quasi, sempre ammessomche ci siano dei momenti in cui una diva smette di essere diva e divina e diventa banalmente terrestre.

Allora di una ricordo il passaggio da un ànodino asettico “And the winner is…” a un napoletano napoletanissimo ROBBERTOOO proferito agitando la busta come fosse un tricolore, e col tono di voce col quale dall’alto di un basso una zia attempata ma ancora piacente saluta il nipote arrivato a sorpresa dall’America. Ma mai toccante come il tenero quasi paterno “Giulietta, please stop crying” di Fellini.image

Di un’altra ricordo una comparsa in televisione in evidente alterazione etilica che la rendeva ancora più ruggente e feroce, anche se non era mai stata definita né tigre né pantera né aquila. Ma anche la sua unica occasione di grande cinema in cui ha vezzosamente dimostrato di recitare meglio di quanto le altre due cantassero.sophia Loren painting del baldo_modificato-1

Di quella che, noblesse oblige, compirà gli anni per ultima ricordo un drastico rumoroso silenzio artistico ormai quasi quarantennale, più rigoroso di quello di un’altra divina che va solo per i 74 e continua a scrivere, cantare e fare qualche conduzione radiofonica rifiutandosi solo di comparire.image

Oggettivamente la meno talentuosa delle tre, sembre in bilico fra l’arte e (siamo sinceri) il fenomeno di costume e in costume, nel prosieguo della sua vita ha colmato il gap, anche con un profondo ed organico impegno civile come attivista animalista, oltre all’altrettanto lodevole drastico rifiuto di qualunque e qualsivoglia ritocco chirurgico.

Come dire: Il mio impegno a favore della natura contro la barbarie umana parte da me stessa.

E’ anche così che leziosamente ci si consegna al mito senza il terribile impiccio di morire.

 

Canzone scritta sul muro.

“A me mi piace due per volta” urlava a un’ottava più del necessario, calcando ulteriormente sulla sua cadenza parte nopea e parte napoletana, Edoardo Bennato nella sua minimalistica ma efficace “Avete capito o no?”.alle-barricate3

E i benpensanti malpensavano inorridendo che si trattasse di due donne, gli intellettuali (che per definizione sono razionali, lucidi, imparziali, sempre concettuali;  sono esistenziali, molto sostanziali,  sovrastrutturali e decisionali) la consideravano, dandosi di gomito compiaciuti, una sottile metafora della coincidenza degli opposti, dell’interdipendenza di yin e yang, di un “non solo ma anche” ante litteram quando Water Veltroni era ancora solo il figlio di Veltroni Vittorio giornalista benemerito degli albori della RAI.DSC_7627-300x199

E invece si trattava semplicemente di una occasionale bizzarria per cui il geniale cantautore, invece di pubblicare un album doppio o di accantonare una dozzina di brani venuti così così per utilizzarli se mai come bonus tracks in album futuri, aveva pubblicato a distanza di pochi giorni due album diversissimi e antitetici, prima il rustico e quasi provocatorio “Uffà! Uffà!” (sottinteso:  Vulit’ nu disc’? E accattatevill’!!) e poi il luccicante curatissimo “Sono solo canzonette” (e il gap di vendite fu di circa 20:1 a favore di quest’ultimo).

A volte anche a me mi piace due per volta, altre volte mi piace abbandonare il web per ere geologiche intere (senza che per questo ci fossero mai stati suicidi di massa).download (3)

Pochi minuti dopo aver licenziato il mio ultimo post (che avrei potuto intitolare alla Totò “Ohibbò, siamo rappresentanti o rappresentati?” e del quale andavo moderatamente orgoglioso) girando per la città tutto preso da mille attività paraproduttive e/o pseudolavorative, ho visto un imbianchino dell’Oltretorrente che con fare fra l’annoiato e il disgustato cancellava con drastiche mani di bianco le scritte di protesta degli incazzati eredi di Guido Picelli e a me sembrava che non si rendesse ben conto di quello che stava facendo invece poi l’ho guardato meglio e aveva la faccia di uno che si rendeva conto a modo suo coi suoi strumenti e per cortesia che gli lasciassi fare il suo lavoro (credo che così si sarebbe espresso il mio maestro di scrittura e di vita se fosse stato lì in quel momento, anzi a pensarci meglio peccato che non ci fosse).images (4)

E nella mia inesausta fucina di ricordi & associazioni è emersa l’ennesima canzone, una di quelle che non c’è verso, tertium non datur, o ti lascia indifferente o ti prende alla gola e rischia di farti lacrimare anche in pubblico: detto in altre parole una canzone di Claudio Lolli. Tratta non dagli Zingari  (o Zangheri, adesso non ricordo bene) Felici ma dall’album immediatamente successivo, che col suo profetico titolo “Disoccupate le strade dai sogni” parlava di riflusso con qualche anno d’anticipo.

Che sarebbe poi questa:

dove in copertina il clown con la falce sembra prendere maledettamente sul serio il motto “Una risata vi seppellirà”, in un continuum che partiva dal tautologico coretto “Scemo! Scemo!” (che dalle nostre parti per brevità si pronunciava omettendo la c) e arrivava ad un uso disinvolto della P38.

Ma il ragazzo della canzone, a parte fantasticare di sputare in faccia a chi gli sta di traverso (come fa Bennato coi guerrafondai interessati, guarda te delle volte le coincidenze) trova più rapido e conveniente il suicidio che il punire uno ad uno chi se lo meriterebbe.

La sua canzone scritta sul muro, nella fantasia, dovrebbe travalicare le epoche ed arrivare come un monolitico monito alle generazioni future ed invece, nella realtà,  viene estinto da un burbero imbianchino inconsapevolmente alleato della reazione e del padronato.

La Dottor Divago Electric Orchestra presents: La màchina d’al temp – riassunto senza prosieguo.

{Di solito commetto il clamoroso errore di aggiungere il riassunto come ultimo atto della pubblicazione di una nuova puntata della saga cosmicomica di Aristodemo Cavatorta, e quel paio di lettori particolarmente affezionati avranno colto benissimo quanto la cosa mi faccia soffrire, e quanto possa nuocere alla brillantezza e all’intellegibilità stessa del riassunto medesimo. Pensa che ti ripensa, arzigogola e pòndera, sono giunto alla draconiana decisione di fare come Salvatores che girò Marrakech Express in sequenza lineare, scena dopo scena, riducendo il lavoro di montaggio al minimo.

C’era una volta… No, temo che non sia il modo giusto per cominciare.

Dovete sapere che… No, dico, ma scherziamo?…

Allora facciamo così:

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2013/09/13/la-machina-dal-temp-primo-episodio/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2013/09/16/la-machina-dal-temp-interessanti-sviluppi/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2013/09/19/la-machina-dal-temp-aristodemo-apre-la-porta/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2013/09/21/la-machina-dal-temp-aristodemo-dovrebbe-controdedurre-ma-non-sa-come-si-fa/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2013/09/23/la-machina-dal-temp-aristodemo-si-salva-dal-linciaggio/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2013/10/04/la-machina-dal-temp-cosa-succede-giu-in-strada/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2013/10/16/aureliano-e-dolores/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2013/10/26/2095/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2014/07/04/la-machina-dal-temp-lavori-in-corso/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2014/08/20/la-machina-dal-temp-torniamo-da-aristodemo/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2014/08/23/la-machina-dal-temp-aristodemo-nei-pasticci/

https://lucarinaldoni.wordpress.com/2014/09/07/la-machina-dal-temp-il-mantra-di-aristodemo/.

A un tanto al chilo questi sono i capitoletti, i capitolati, le capitolazioni, i capitelli precedenti. A me piace la metafora di quel geografo un po’ pignolo che costruì una mappa del suo territorio grande come il territorio stesso. La popolazione si lamentava che per consultare la mappa bisognava svolgerla, e nel fare questo il territorio reale veniva integralmente nascosto. Se lo avessi incontrato, io invece l’avrei rimproverato per la sua mancanza di coraggio. Poteva costruire una mappa 2:1, 3:1, (n x m):n con m grande a piacere o, più radicalmente ancora, fare una mappa a casaccio e poi modificare il territorio per renderlo una rappresentazione fedele della mappa, se nel caso usando anche disboscanti al napalm, esplosivi, trivelle e quaresime d’ogni genere.

Perchè più aumentano le possibilità di rappresentazione,  più la cosa rappresentata tende a scomparire e a diventare superflua.

Come in una storica puntata di Canzonissima in cui Sordi e Noschese si imitavano a vicenda fino a far pensare a qualcuno che la vita è solo imitazione (e stiamo parlando di 45 anni fa).

Così con la scusa di introdurre un prezioso documento di valore euristico, ermeneutico, esegetico, sinottico, psicogastrico vi faccio fare 10 minuti di ricreazione che dalle facce che avete si vede benissimo che ne avete bisogno. 

E per la nuova puntata della saga cosmicomica se ne riparla in seguito. Ossequi.}

Il mio 11 settembre

A volte arrivano i marziani e tu sei lì nudo nella vasca che neanche te l’aspettavi. Dovresti assumere l’atteggiamento  appropriato ma finisci per passare attraverso un avvenimento drammatico che cambierà la storia dell’umanità un po’ così, come se fossero i testimoni di Geova che ti suonano alla porta. Come il titolo di una pièce comica degli anni ’70, “Arriva la rivoluzione ed io non ho niente da mettermi”, come il romano di un sonetto di Trilussa che il 20 settembre reagisce all’arrivo dei torinesi con un lapidario minimalistico

“Lassateme dormì, ci ho ‘ncora sonno”.

L’11 settembre del 2001 stavo chiudendo una duplice storia d’amore con una donna e una città. Forse è per questo che, sollecitato proprio dalla mia ormai non troppo amata con una delle sue apodittiche incondizionate drastiche telefonate, le immagini del televisore opportunamente acceso mentre lei continuava ad urlacchiarmi esagitatissima “Eh? Stai vedendo? Stai guardando? Ma ti rendi conto?” non mi avevano choccato. Mi choccava più la sua voce.

In realtà quello che succede in America ha sempre qualcosa di irreale e di cinematografico, compresi gli attentati ai presidenti (quello meno cowboy ci era anche rimasto, l’altro pensava lui per primo che fosse un trailer propagandistico un filino estremo). Si fa fatica ad appassionarsi.

Poi, a tempo perso, ci si chiede come hanno fatto un manipolo di teppistelli armati di taglierini e palesemente in difficoltà a guidare un triciclo a compiere manovre da UFO*

Viceversa, le piccole tragedie che succedono a te, dalle quali non scaturirà non dico un servizio televisivo ma neppure un pettegolezzo di condominio, ti coinvolgono a 360 gradi.

Quegli aerei che si abbattevano indisturbati sulle Twin Towers sembravano appartenere a una dimensione parallela che potevo guardare ma sapendo che, reciprocamente,  non ci appartenevamo.

Solo quando le torri son venute giù come fossero fatte di Lego ho avuto una specie di brivido; e quando, in serata, sono arrivate le nude cifre dei decessi, non me la sono sentita di pensare

In fondo ne muoiono tanti anche al week-end di ferragosto

(Giorgio Gaber, La peste, 1974)

e neanche di chiedermi quanti erano tornati dal Vietnam con un vestito di legno o, forse peggio ancora, irreversibilmente minati nel fisico o negli equilibri mentali, schizofrenici eroinomani caratterialmente disadattati per sempre tutto per colpa de

L’ORRORE

Il-grande-orrore

Quando poi, con l’atavica tendenza all’epos del popolo americano, le immagini del massacro avevano fatto da nesso causale a un bellicoso inseguimento del Sommo Colpevole in giro per il mondo, come era successo (fatte le debite proporzioni) per Little Big Horn e Pearl Harbour, fino alla sua fantomatica e poco trasparente uccisione, mi ero detto che anche le nazioni più progredite, prospere e tecnologiche hanno bisogno di compattarsi tribalmente contro un nemico esterno accantonando opportunamente le trascurabili divisioni interne. E forse mi ero anche detto che sono i vincitori (o quelli che si sentono primi in classifica almeno fino a una nuova Calciopoli) che scrivono la storia. A volte con degli strafalcioni da matita blu, ma questo è un altro discorso.

Solo poco alla volta, nella mia privatissima sfera preconscia, mi ha cominciato a sfiorare la percezione di cosa vogliono dire quasi 3000 persone che incontrano la Grama Signora e cercano di spiegarle “No, guardi, Signora, non ci siamo capiti, ci dev’essere un errore, controlli meglio i suoi registri, ho fatto il check up la settimana scorsa e non sono mai stato così bene, cosa c’entro io, abbia pazienza, COSA C’ENTRO IOOOOO????!!!!????”.

Quando le facce dei morti non entrano tutte in un’unica fotografia si rischia di perdere la dimensione esistenziale di cosa significa anche una sola vita. E una sola morte. Tremila morti fanno meno effetto di trenta, che uno speaker tachilalico potrebbe nominare in meno di un minuto. Allora bisogna cercare di immaginarne una, una sola, seguirla mentre prende l’ascensore e sale al novantesimo piano, e magari durante l’ascesa ha tutto il tempo di chiedersi, ma senza sapere che oggi NON è una domanda oziosa, se gli capiterà qualcosa di imprevedibile. Fatto? Ora moltiplicate tutto questo per 2974 e forse capirete meglio.

No, perchè a volte nel seguire la ridda di ipotesi sulla “vera” dinamica dell’11 settembre sembra che le vittime del terrorismo islamico valgano x, e quelle di un fantomatico complotto valgano x – y.

* tipo: far volare a 900 km. all’ora aerei che a 300 metri da terra non possono superare i 400; schiantare un aereo contro il Pentagono non dall’alto ma di fronte, aprendo una modesta voragine di 5 metri con un bestione di 38 metri di apertura alare, poi misteriosamente disintegrato senza lasciare detriti, ma come vedete questa è solo una umile nota a pie’ di pagina, su Bushino che continua a leggere la storia della capretta ai bambini della Florida non ho neanche voglia di infierire, per chi vuol farsi venire la cefalea,  oltre ad ascoltare gli Iron Maiden a canna, leggete  http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-1257.htm

Nowhere man in Babilonia city – dagli archivi di Leonardo con strategiche revisioni.

 

Egisto Gorreri passeggiava pigramente per la sua città che oramai non pretendeva più di conoscere. Al massimo se la immaginava, sia perchè spesso il pensiero appaga più della percezione, sia perché all’interno della sua città aveva costruito una sottocittà virtuale che più o meno cominciava da Piazzale Corridoni e finiva a Piazzale Picelli includendo Via D’Azeglio, Via Imbriani, Via Inzani e Via Costituente e tenendo dolorosamente fuori Via Bixio, il posto dove i miracoli non avevano funzionato e si erano verificati in modo improprio e/o inavvertito: mezzo chilometro quadro che ormai non richiedeva neanche più la bici, si poteva percorrere a piedi con quelle sue scarpe vecchie e sformate quasi impresentabili ma tanto tanto comode. Oltre le colonne d’Ercole viandanti laceri gli raccontavano che ci fosse ancora città,  e più in là l’Emilia, l’Italia, l’Europa che ogni tanto si coagulava ogni tanto si scioglieva che c’era da portarla subito al Centro Emostasi.

Ma lui non ci credeva.

Dentro questo villaggio c’erano quei due-tre luoghi di culto che riempivano il suo ormai debordante tempo libero: il Tapas Pub 6D27CDD9-468A-467C-ACDB-E6632F2A893A(pure ricordo di momenti meno solitari, alcuni male accompagnati e altri accompagnati benissimo ma con quell’angoscioso senso di precarietà e di casualità che l’aveva indotto a fare per viltade il gran rifiuto), la Biblioteca Civica tanto cara a Learco Ferraricivica_home dove ogni tanto incrociava sempre più sfasciata trasognata e di nuovo ai margini dell’obesità la donna capovolta che chattava sfrenata mandando la foto di Laura Chiatti e qualcuno ci cascava, senza che nessuno dei due facesse mostra di registrare l’evento con alcunchè assomigliasse ad un  saluto, e l’Internet Centerintro_nodo dove per un solo euro all’ora si faceva incapsulare nei sogni della rete, spesso ripercorrendo su Youtube lunghi contorti itinerari musicali che incrociavano in un pittoresco caleidoscopio King Crimson e Modena City Ramblers, Gentle Giant e Gang, Pink Floyd e Nomadi, Alan Stivell e Claudio Lolli, Leonard Cohen e Skiantos.

Il lavoro veniva spedito con notarile precisione ed algida professionalità, simulando una passione alla quale tutti credevano. Con avventurose e talvolta malaccorte approssimazioni progressive, Egisto aveva saputo anche in questo caso costruirsi un lavoro su misura delle sue fobie, del suo snobismo, del suo narcisismo sempre più sfrenato man mano che il suo aspetto reale lo giustificava sempre di meno.

Nel suo mondo virtuale e ricostruito, gli altri facevano fatica ad entrare. Non che qualcuno mostrasse particolare entusiasmo nell’invadere la sua privacy, ma chiunque ci provasse urtava su un muro di gomma e veniva respinto all’indietro con moto uguale e contrario. E mentre Egisto guardava il malcapitato o la malcapitata scomparire nel nulla, un delizioso agrodolce senso di solitudine e di autosufficienza pervadeva il suo essere…..

E comunque amava, sempre e comunque, la sua città come si ama una moglie stronza e troia.

E lasciatemi qui nel mio pezzo di cielo, se non è chiedere troppo. Grazie.

Mammàzz…

 

Mo veh

Lauretta, come ti sentivi quel giorno dell’aprile ’57 che mettevi al mondo il tuo primo e unico figlio? Certamente devastata dal dolore: perché quell’ineffabile bamboccione non ne voleva sapere di uscire di testa e, probabilmente cercando di scuriosare il mondo che lo aspettava o di dire subito le sue prime cazzate, si era messo di mento.

Prima ti avevano squarciato la vagina con una drastica sforbiciata, della quale (tanto era il dolore) dicono non ti fossi nemmeno accorta. Poi avevano agito sulle tempie del nascituro col forcipe, riuscendo a portarlo in qualche modo alla luce, lasciandogli due cicatrici non vistosissime ma comunque percettibili che da allora lui cerca di occultare tenendo i capelli abbastanza lunghi o (quando andavano di moda) con lunghe basette.

Il babbo Tonino sosteneva (quando il rampollo straparlava pretendendo di aver ragione) che il forcipe gli avesse leso anche delle importanti aree corticali, e l’ipotesi (alla luce dei suoi attuali comportamenti) potrebbe anche non essere destituita di fondamento.

Come ti sei sentita con quel figlio desiderato così a lungo? Hai capito che non si trattava di un’escrescenza del tuo Io? Forse sì. Ma certamente l’hai visto come il bambino (e quindi il ragazzino, e poi il ragazzo, e infine l’uomo) più straordinario del mondo.

E con lui sei stata una mamma presente, affettuosa, generosa… Il babbo Tonino un po’ meno. Abituato a essere il sultano della casa (adorato anche dalla sorella, che mai volle sposarsi e accettò di buon grado di farvi da colf a costo zero) non capiva o non voleva capire perché alla nascita del loro unico figlio la tua passione per lui era, per così dire, venuta meno…

E lui, povero bambino, ci ha creduto finchè ha potuto, di essere il più straordinario essere che madre avesse messo al mondo. E ogni tanto (Dio quanti anni sono passati…) ci crede ancora. Ma fa un po’ fatica. Perché nel frattempo la Natura è stata moltomammolto matrigna, lo ha disilluso e frustrato tante di quelle volte che tu non te lo potresti neanche immaginare (o da lassù, come dicono i preti, vedi tutto?).

Quando, qualche tempo fa, ha incontrato una donna che lo vedeva e lo stravedeva più o meno come te, ha applicato anche a lei i medesimi schemi ribelli e trasgressivi che trentacinque anni prima lo avevano salvato dalla pazzia. L’ha tradita, accantonata e umiliata con una donna che lo trattava più o meno come il babbo Tonino (“Criminale, non sai fare niente….”).

Grazie, Lauretta, hai fatto un ottimo lavoro….

 

P.S. Attenzione! Il brano degli Skiantos non vede come solista il mitico e da poco trascorso ad altro ciclo di vita  Freak Antoni, che in quel periodo tentava una discutibile (del resto nulla di quello che Freak faceva era esente da un altissimo tasso di discutibilità) carriera solista, ma il leggerissimamente più anonimo Sbarbo Cavedoni. Mentre Dalla è Dalla a tutti gli effetti, completo di Ricky Portera e Gaetano Curreri.

Il parente povero della storia italiana.

 


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L’8 settembre non è una festa nazionale, a differenza del 25 aprile, del 2 giugno, del 4 novembre. Il suo non essere una festa nazionale lo fa somigliare a certi parenti poveri che si incontrano quasi esclusivamente a battesimi, matrimoni e funerali,  perchè proprio non se ne può fare a meno,  e in tali occasioni vengono emarginati in tavolini d’angolo e in banchetti laterali della chiesa avvolti in una opportuna oscurità.

Ci si guarderà bene, viceversa, dall’invitarli, o anche solo metterli al corrente, nelle occasioni in cui si prendono accordi e decisioni. Se li si deve nominare, lo si fa indirettamente ricorrendo a perifrasi e circonlocuzioni ardite senza risalite.download (1)

L’8 settembre per molti è certamente qualcosa di divisivo, neologismo esteticamente e semanticamente orrido che esprime il panico di dover perdere tempo prezioso ad accogliere opinioni diverse, quando si sta tutti così bene in un regime di ovattata “pax renziana” al gusto stracciatella e pistacchio.

Lo si può vedere come il luminoso inizio di un’Italia più libera e bella che agita i fulvi capelli freschi di shampoo, finalmente desta ma incerta se rovinarsi o meno l’acconciatura indossando l’elmo di Scipio.

downloadO come un controverso momento di realpolitik con pregi e difetti di questo schema tattico.

O come un ennesimo esempio dell’italica arte del tirare a campare, passando da un’alleanza che sembra tanto una sottomissione ad una sottomissione mascherata da alleanza.

Io propendo ancora per la prima ipotesi, senza considerare insostenibili le altre due.

E quando tre anni dopo a Parigi, un cattolico conservatore antifascista italo-austriaco iniziò con voce ferma il suo sesto grado superiore a quota 8000 sotto una fitta nevicata, senza sherpa e senza ossigeno con le celebri parole

« Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me […] »

Alcide_de_Gasperi_2avrebbe benissimo potuto sostituire la vostra personale cortesia con l’8 settembre 1943, e il concetto sarebbe stato più chiaro. Ma anche lui non volle essere divisivo.

 

 

 

La màchina d’al temp – Il mantra di Aristodemo.


Me pèdor al me dzeva “Mo co’ disn’i?

I pèron tutt d’i personagg’ ed Disney!

Par tòres la ragiò i sbraion fort,

mo pù sbraion pù am pèra ch’i gh’han tort.”.

(Libero Cavatorta, 1981)

 

Mio padre mi diceva “Che manfrina!

Sembrano personaggi dei Vanzina.

Urlano forte per aver ragione,

restano sempre squallide persone.”.

(Aristodemo Cavatorta, 2028)

 

La famiglia Cavatorta amava esprimersi in versi da immemori generazioni, certamente fin da colui che dette origine al patronimico, ser Ciappelletto da Parma che era l’unico di tutta la Val Padana capace di estrarre dolci dai forni a legna dell’epoca a mani nude, ebbe sedici figli maschi oltre a sei femmine e sparse il cognome da Lagrimone a Fidenza, da Pontestrambo a Mezzano Rondani.

Il nonno Nestore componeva perfette terzine dantesche specie quando il lambrusco gli moltiplicava la creatività; il babbo Libero propendeva per il vernacolo, beandosi di rime bizzarre impossibili in lingua; Aristodemo aveva una preparazione tecnico-scientifica e non distingueva Petrarca da Mogol, ma aveva tradotto tutte le poesie di Libero in italiano, dopo che suo padre si era lasciato morire umiliato dal chiamarsi come “al giornèl ed l’arzinterò* d’Arcore”.

Ora che tutto un quartiere del futuro al sbraieva fort par tores la ragiò, Aristodemo aveva il suo articolato mantra. Ai saggi bastava un apparentemente banalissimo “om” che a lui pareva un rumorino peristaltico, ai deficienti occorrevano mantras, mantri, manticore, mantra sostantivo neutro invariabile che non finivano più, grandi abbastanza per contenere al meglio le scorie della vita.

Aristodemo ricordava una sua antica morosa il cui mantra era “Un uomo che mi parli e mi scopi” (era del tutto evidente che l’uomo con il quale stancamente conviveva non faceva alcuna delle due cose, e allora veniva da chiedersi cosa faceva ma lasciamo perdere), un’altra che salmodiava interiormente “Sono la migliore e nessuno se ne accorge”.

Ma quelli eran mantra di uso quotidiano, le sue poesiole erano un mantra da usare al bisogno, un mantra d’emergenza che come tale sottendeva una sua intrinseca drammaticità.

Perchè adesso vedeva davanti a lui una strana intesa che sarebbe stato riduttivo definire transgenerazionale, era meglio chiamarla transtemporale. In quella calca del 2079 riconosceva molti, troppi volti del 2028 a lui più o meno noti. E fra tutti riconosceva Carlangelo Minardi, giovane brillante studente di fisica e appassionato di fantascienza, che era rimasto per qualche istante come soprappensiero sul ballatoio, e quando rimase solo puntò un indice accusatore e tracotante contro di lui che pesto e lacero si stava appena alzando e stirando le membra anche per controllarne la piena funzionalità. “Crede che non abbia capito che lei ha costruito un worm-hole in casa sua? Mi faccia subito vedere dove lo nasconde” e il numero di punti esclamativi che si respiravano in questa proposizione era talmente alto che per non sbagliare li lasciamo in sospeso.

Ora Minardi, Masaniello della Bassa Padana, impastato fra due epoche, guidava una rivolta che “a tomanta risponte” non avrebbe saputo spiegare.

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*dicesi “arzintera” la comune lucertola, che diventa “ringol” in alcune zone appenniniche.

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