Cirkus

Transhelix14L

 

Notte: la sua scura volta costellata di diamanti,

fuse la mia polvere da un anno luce,

mi schiacciò contro il petto, cospargendomi di carbone,

cucì la mia trama attraverso il tempo.

Mi diede un cavallo per ciascuno,

alba e camposanto,

mi disse soltanto che ero lei,

mi ordinò di guardare ad est,

mi circondò di domande,

costruì il cielo per la mia aurora.

 

Pulii i miei piedi dal fango,

seguii la vuota strada

zebrata verso il circo;

oltrepassando una gabbia dipinta,

parlai al botteghino,

guanto che scriveva sulla mia lingua

spingendomi su di uno scivolo verso l’arena.

(Fanfara megafonica!).

Nel suo mantello di parole

avanzò a grandi passi il direttore

invitandomi ad unirmi alla parata.

 

“Adoratemi” – urlò il pagliaccio –

“Sono una T.V. che fa andare a tempo i musicanti,

Ammirate la furtiva foca poliziotto del circo,

donne in abito da sera che mangiano pesce.”.

Uomini forzuti ai suoi piedi,

lo statista che fa roteare i piatti,

acrobaticamente giocherellando,

ordina ai suoi domatori di calmare gli acrobati

nel terrore che lo specchio smetta di girare.

 

Gli elefanti hanno dimenticato,

nutriti a forza di gesso vecchio,

hanno mangiato il pavimento delle proprie gabbie.

I forzuti hanno perso i capelli,

la biglietteria è collassata,

e i leoni hanno affilato le loro zanne.

I guanti corrono intorno alla pista,

gli stalloni fuggono spaventati.

Altalena da pandemonio.

 

Io corsi verso la porta,

il direttore gridò:

“Divertitevi con il circo!”.

King Crimson, Cirkus, 1970.

Era parecchio che non lo facevo, ma siccome quello che scrivo sul mio blog è regolato esclusivamente dalle mie esigenze espressive, spesso criptiche ed impreviste anche per me (figuriamoci per gli altri), ho ripescato due brani di un gruppo che forse ricordiamo io, l’amico Giancarlo Bizzarri ed altri trentatrè in tutto il mondo.

Vedendo la solidarietà che si traduce in icy water shows (tristi spettacoli dell’acqua gelata in testa), la politica che si riduce a tragicomici siparietti del cono gelato (“Maremma maiala, lo s’è mangiato davvero” si lamenta/vanta il fanciullo prodigio per giustificare una fastidiosa tosse prima di illustrare quattro slides col piglio del mio professore di filosofia), elemosine di 80 euro spacciate per volani di rilancio dell’economia, e quasi senza più voglia di parlare dell’enorme iceberg che staziona e alligna sotto questa punta (lascio a chi ne ha ancora voglia  l’addentrarsi in analisi dettagliate e circostanziate, io mi accontento di un’indignita sintesi emotiva prima che razionale),

tutto lo scenario mi sembra quello di un circo (anzi, a rendere ulteriormente l’ipnotico straniamento, di un cirko), un ballonzolante cirko di periferia basato su acrobazie mal riuscite, equilibrismi falliti, trapezisti che sbagliano il salto, lanciatori di coltelli che mandano la partner d’arte e magari di vita all’ospedale, domatori sbranati dalle loro belve ribelli, ma che vende la sua deriva entropica come ulteriore fonte di divertimento.

N.d.A. La fuga dall’Hotel California è quasi una riedizione  di questa fuga molto meno nota, con la sostanziale differenza che il direttore dell’hotel fa gentilmente presente “Si rilassi, siamo programmati per ricevere. Lei può disdire la camera in qualsiasi momento, ma non potrà mai uscire di qui…”.

Del resto Pete Sinfield, loro immaginifico paroliere, aveva parlato già nel 1969 di un uomo schizoide del 21° secolo (quanti inutili tragicomici tentativi di rifare il riff su una chitarruccia elettrica da quattro soldi con un vecchio altoparlante del Phonola come amplificatore, quello di Killer dei Van der Graaf veniva meglio, ma questo è un altro discorso) al quale “nulla di quello che ha serve veramente”, in qualche modo dominato da “neurochirurghi che chiedono il bis”.

E passato dai raffinati Crimso ai più plateali Emerson Lake and Palmer, quattro anni più tardi Sinfield aveva estremizzato il concetto con un inquietante “Bentornati amici miei allo show che non ha mai fine”.

La seconda canzone è “Elephant talk”, bella sintesi espressiva per esprimere la pesantezza e prolissità di un linguaggio tautologico ed autoreferenziale che celebra se stesso senza più alcuna pretesa di descrivere la realtà esterna.

Un geniale raggelante elenco di tutti i modi in cui la parola può essere un velo di Maya che nasconde la verità:

Parlare, è solo parlare
discussioni, accordi, consigli, risposte,
annunci articolati
E ‘solo parlare

Parole, è solo parlare
Balbettio, borbottio, battute, battibecco battibecco battibecco
Baccano, sassate, strombazzate pubblicitarie
E ‘solo parlare
ribattere

Parlate parlate, parlare, son solo chiacchiere
Osservazioni, cliché, commenti, polemiche
ciarle, pettegolezzi, pettegolezzi, pettegolezzi,
Conversazione, contrasto, critiche
E ‘solo parlare
discorsi a buon mercato

Parlare, parlareson solo chiacchiere
Dibattiti, discussioni
Queste sono parole con la D questa volta
Dialogo, “dualogo”, diatriba,
Dissenso, declamazione
Doppio parlare, doppio parlare

Parlare, parlareson tutte chiacchiere
Troppo parlare
chiacchiere misere
linguaggio spazzatura
Espressioni, editoriali, confutazioni, esclamazioni, confabulazioni
Son tutte chiacchiere

Linguaggio da elefanti, linguaggio da elefanti, linguaggio  da elefanti in cristalleria.

C’è altro da dire? Secondo me no.

Viareggio

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