Il mio 11 settembre

A volte arrivano i marziani e tu sei lì nudo nella vasca che neanche te l’aspettavi. Dovresti assumere l’atteggiamento  appropriato ma finisci per passare attraverso un avvenimento drammatico che cambierà la storia dell’umanità un po’ così, come se fossero i testimoni di Geova che ti suonano alla porta. Come il titolo di una pièce comica degli anni ’70, “Arriva la rivoluzione ed io non ho niente da mettermi”, come il romano di un sonetto di Trilussa che il 20 settembre reagisce all’arrivo dei torinesi con un lapidario minimalistico

“Lassateme dormì, ci ho ‘ncora sonno”.

L’11 settembre del 2001 stavo chiudendo una duplice storia d’amore con una donna e una città. Forse è per questo che, sollecitato proprio dalla mia ormai non troppo amata con una delle sue apodittiche incondizionate drastiche telefonate, le immagini del televisore opportunamente acceso mentre lei continuava ad urlacchiarmi esagitatissima “Eh? Stai vedendo? Stai guardando? Ma ti rendi conto?” non mi avevano choccato. Mi choccava più la sua voce.

In realtà quello che succede in America ha sempre qualcosa di irreale e di cinematografico, compresi gli attentati ai presidenti (quello meno cowboy ci era anche rimasto, l’altro pensava lui per primo che fosse un trailer propagandistico un filino estremo). Si fa fatica ad appassionarsi.

Poi, a tempo perso, ci si chiede come hanno fatto un manipolo di teppistelli armati di taglierini e palesemente in difficoltà a guidare un triciclo a compiere manovre da UFO*

Viceversa, le piccole tragedie che succedono a te, dalle quali non scaturirà non dico un servizio televisivo ma neppure un pettegolezzo di condominio, ti coinvolgono a 360 gradi.

Quegli aerei che si abbattevano indisturbati sulle Twin Towers sembravano appartenere a una dimensione parallela che potevo guardare ma sapendo che, reciprocamente,  non ci appartenevamo.

Solo quando le torri son venute giù come fossero fatte di Lego ho avuto una specie di brivido; e quando, in serata, sono arrivate le nude cifre dei decessi, non me la sono sentita di pensare

In fondo ne muoiono tanti anche al week-end di ferragosto

(Giorgio Gaber, La peste, 1974)

e neanche di chiedermi quanti erano tornati dal Vietnam con un vestito di legno o, forse peggio ancora, irreversibilmente minati nel fisico o negli equilibri mentali, schizofrenici eroinomani caratterialmente disadattati per sempre tutto per colpa de

L’ORRORE

Il-grande-orrore

Quando poi, con l’atavica tendenza all’epos del popolo americano, le immagini del massacro avevano fatto da nesso causale a un bellicoso inseguimento del Sommo Colpevole in giro per il mondo, come era successo (fatte le debite proporzioni) per Little Big Horn e Pearl Harbour, fino alla sua fantomatica e poco trasparente uccisione, mi ero detto che anche le nazioni più progredite, prospere e tecnologiche hanno bisogno di compattarsi tribalmente contro un nemico esterno accantonando opportunamente le trascurabili divisioni interne. E forse mi ero anche detto che sono i vincitori (o quelli che si sentono primi in classifica almeno fino a una nuova Calciopoli) che scrivono la storia. A volte con degli strafalcioni da matita blu, ma questo è un altro discorso.

Solo poco alla volta, nella mia privatissima sfera preconscia, mi ha cominciato a sfiorare la percezione di cosa vogliono dire quasi 3000 persone che incontrano la Grama Signora e cercano di spiegarle “No, guardi, Signora, non ci siamo capiti, ci dev’essere un errore, controlli meglio i suoi registri, ho fatto il check up la settimana scorsa e non sono mai stato così bene, cosa c’entro io, abbia pazienza, COSA C’ENTRO IOOOOO????!!!!????”.

Quando le facce dei morti non entrano tutte in un’unica fotografia si rischia di perdere la dimensione esistenziale di cosa significa anche una sola vita. E una sola morte. Tremila morti fanno meno effetto di trenta, che uno speaker tachilalico potrebbe nominare in meno di un minuto. Allora bisogna cercare di immaginarne una, una sola, seguirla mentre prende l’ascensore e sale al novantesimo piano, e magari durante l’ascesa ha tutto il tempo di chiedersi, ma senza sapere che oggi NON è una domanda oziosa, se gli capiterà qualcosa di imprevedibile. Fatto? Ora moltiplicate tutto questo per 2974 e forse capirete meglio.

No, perchè a volte nel seguire la ridda di ipotesi sulla “vera” dinamica dell’11 settembre sembra che le vittime del terrorismo islamico valgano x, e quelle di un fantomatico complotto valgano x – y.

* tipo: far volare a 900 km. all’ora aerei che a 300 metri da terra non possono superare i 400; schiantare un aereo contro il Pentagono non dall’alto ma di fronte, aprendo una modesta voragine di 5 metri con un bestione di 38 metri di apertura alare, poi misteriosamente disintegrato senza lasciare detriti, ma come vedete questa è solo una umile nota a pie’ di pagina, su Bushino che continua a leggere la storia della capretta ai bambini della Florida non ho neanche voglia di infierire, per chi vuol farsi venire la cefalea,  oltre ad ascoltare gli Iron Maiden a canna, leggete  http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-1257.htm

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2 Risposte

  1. Ciao, Luca. Non lascio commenti ultimamente, ma ti leggo. Son giorni che il tempo corre davanti a me e io mi affanno a stargli dietro, e così mi trovo sempre con il respiro corto e l’apporto di ossigeno al cervello è a un livello minimo.
    Questo tuo ricordo dell’11 settembre è in puro stile Rinaldoni, e di conseguenza non posso che apprezzarlo moltissimo. Tanto è vero che l’ho condiviso in Facebook (luogo che, se tu fossi presente, sarebbe migliore).
    Spero non ti dispiaccia.
    Un abbraccio da una vecchia amica (vecchia in tutti i sensi… 🙂 )

    1. In otto anni di onesta carriera di blogger, tutti gli 11 settembre avevo eluso l’argomento, al massimo accorpandolo con l’8 settembre e parlandone in modo generico e superficiale. Tre anni fa avevo addirittura licenziato un ironico post di tipo “meta-argomentativo” che spiegava al colto e all’inclita come parlare dell’8 settembre senza dire nulla, perdendosi in tortuosi incisi che comunicavano un illusorio senso di pienezza come la cucina cinese.

      Quest’anno mi son detto “Eccheddiavolo” (non ho detto proprio così in realtà) e ho deciso di dedicare allo spinoso argomento qualche energia in più.

      Di solito ho da far cose più serie, ma qualcuna si può anche rimandare. Fosse solo per il tuo apprezzamento, credo ne sia valsa la pena.

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