La stazione di Žima.

Non credo sia vero che la morte ideale di un artista sia su un palcoscenico, e men che meno che potendo scegliere l’artista stesso lo considererebbe il modo migliore di morire. Anzi, potendo scegliere liberamente, dentro di sé l’artista contento della sua arte ambirebbe ad una immortalità non solo virtuale, attraverso le aue opere, ma ad una immortalità fattuale che gli Dei dovrebbero concedergli come automatico corollario del suo talento, per poter continuare a produrre e ad esibire e ad esibirsi nei secoli dei secoli.

In subordine, l’artista ambirebbe ad una morte segreta e raccolta, magari dopo aver suonato e cantato nel tempio europeo del jazz, e dopo essersi detto quasi per scherzo “Sono così felice che potrei morire adesso”, ma non davanti a schiere di telefonini tablet smartphone pronti ad eternare il momento del trapasso, la voce che si spezza, le scuse al pubblico e il corpo che si accascia immemore nelle braccia degli inutili soccorritori.

Ma neanche tu, Pino, potevi scegliere o prevedere il momento e la modalità della tua morte, e così l’hai lasciata succedere mentre cantavi per beneficenza, cantavi la tua canzone più famosa anche leggermente maschilista anzi maschilista non leggermente, basata com’è sull’idea che le donne si possono e si debbono comprare anzi non aspettano altro, niente in confronto alla becera “Colpa di Alfredo” di Vasco ma insomma.

Forse anche tu, come tanti, chiacchierando con gli amici avrai indulto al luogo comune “Se deve capitare che mi dia un colpo improvviso e buonanotte, piuttosto che morire consumato da una lunga malattia e passare i miei ultimi giorni e magari mesi in versione uomo bionico collegato a macchinari che mi tengono in un agghiacciante limbo”.

Balle.

Una morte improvvisa è sempre una morte ingiusta, perché “non ti lascia tempo”, non ti permette di concludere quello che avevi iniziato, ti falcia via inopinatamente e ti coglie sempre impreparato.

E coglie ancor più impreparati quelli che da te si aspettavano ancora tanto.

E comunque buon viaggio verso la stazione di Žima. Qualunque scenario tu possa trovare.

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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