Sulla rilevanza mediatica delle diverse morti.

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Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: 
nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”

È assolutamente vero che, dal punto di vista di chi muore, la morte è una livella che azzera le differenze. Ma fatalmente la morte si rifrange sulle mille picole ottusità di chi sopravvive. E siccome la morte spaventa, come qualsiasi cosa spaventosa fa sragionare.

L’Homo Sapiens fa fatica a rapportarsi con la solennità dell’evento. La morte è definitiva, indiscutibile, assoluta, eterna. Non esiste possibilità di ricomparsa. E siccome i rituali dell’Uomo (sforziamoci, va, di mettergli la lettera maiuscola) sono sempre più provvisori e transeunti, nell’ombra incerta di un divenire, anche Sorella Morte viene implacabilmente macinata nelle pagliacciate dei vivi. A partire dalla discutibile abitudine di applaudire la salma ai funerali. La salma andrebbe ricordata, pianta, accompagnata nel suo nuovo ipotetico ciclo di vita, ma con atteggiamenti composti, riservati e silenziosi. Ma stiamo divagando.

Un antico proverbio, approssimativo come tutti i detti sentenziosi che vogliono incasellare la realtà,  sostiene che “Chi muore giace, e chi vive si dà pace”. La prima metà è ovviamente vera perché il corpo, privato della sua energia vitale, non può che giacere passivamente, lasciarsi inumare, seppellire, cremare, imbalsamare senza alcuna possibilità di reazione. La seconda andrebbe sostituita con un più veritiero “Chi vive si agita”.

Io vedo, in questo crescente cattivo gusto nel fronteggiare la morte altrui, un in fondo comprensibile bisogno di esorcizzare qualcosa di inconcepibile e di terribile. La morte macinata nelle pagliacciate dei vivi fa un po’ meno paura, la morte trascinata nelle banalità del vivere quotidiano è un fatto statistico del tutto normale.

E qui veniamo all’argomento centrale di questo post, la rilevanza mediatica della morte.

A livello planetario, lo squilibrio fra lo spazio concesso al massacro di Parigi e quello, vicino al nulla, concesso alla carneficina sconfinante nel genocidio avvenuta in Nigeria, con una stima provvisoria di 2000 persone diabolicamente trucidate.

A livello italiano, lo spazio spropositato concesso alla morte di Pino Daniele con tutti i particolari in cronaca, anche quelli che avrebbero meritato due righe in fondo a un articolo per dovere di cronaca e non articoli interi.

Come il Pasolini citato da Giovanni Lindo Ferretti, di fronte alla volgarità dell’informazione, mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per un’irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare nè so fare domande. Delle volte mi consolo dicendo “Questa è l’informazione, e non possiamo farci niente. Giornali e televisioni non fanno pedagogia, come poteva fare la Rai negli anni ’60 senza concorrenza e con delle immense praterie di nuovi stili e nuove semantiche da esplorare. Fanno intrattenimento con due occhi e mezzo all’audience, alle copie vendute e/o al tornaconto economico e politico dell’editore. Rispetto a 20 anni fa, però,  l’utente può diventare agente e far circolare informazioni e idee per puro amore non della verità che è sempre relativa, ma del pluralismo, brutta parola mi rendo conto perché intimamente connessa alla lottizzazione partitocratica dei mezzi d’informazione ma sempre meglio del pensiero unico di matrice renziana, voi chiacchierate e noi cambiamo il Paese“.

Altre volte mi rattristo ancora di più perchè vedo quanti utenti potenzialmente diventati agenti di circolazione di idee e di cambiamento sono uguali o peggiori dei professionisti dell’informazione, senza nemmeno la giustificazione di rischiare il licenziamento.

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2 Risposte

  1. “Altre volte mi rattristo ancora di più perchè vedo quanti utenti potenzialmente diventati agenti di circolazione di idee e di cambiamento sono uguali o peggiori dei professionisti dell’informazione, senza nemmeno la giustificazione di rischiare il licenziamento.”

    È la Rete, bellezza! E comunque i giornalisti che sparano cazzate non rischiano il licenziamento. Eventualmente lo rischia, il licenziamento, chi cerca di farci aprire gli occhi.

    1. Infatti l’implicazione inespressa era quella che tu hai opportunamente esplicitato.

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