Voglio parlare di un bidone del rusco (o del rudo).

Forse tu credi 
che ti voglia inventare 
un mondo diverso da quello reale 
forse tu speri 
che ti faccia sognare 
un castello di sogni e di speranze lontane 
o forse vuoi 
che falsandoti ogni cosa 
faccia finta di essere rosso 
ed appoggi linee rosa. 


Voglio parlare invece 
di accordi strani 
fatti da mani che non hanno domani 
voglio parlare 
di un bidone del rusco 
di un secchio di stanca spazzatura 
voglio parlare di una buccia di banana 
che spunta sola in mezzo 
alla sozzura. 


Voglio parlare del mondo degli avanzi 
di vecchi di impiegati 
di studenti stanchi 
di schiavi di liberti di alcolizzati 
che per due soldi 
si son sputtanati 
voglio parlare di gente 
che non è niente 
è solo una realtà presente 
tutt’ora esistente. 


Voglio parlare 
a chi proprio non ci sente 
e a chi si chiude le orecchie 
perché non vuol sentire 
voglio parlare ai ciechi involontari 
e a chi si chiude gli occhi 
perché non vuol vedere 
voglio parlare 
a quella strana gente image
che confonde il passato 
con il presente.

Nomadi, “Vorrei parlare” da “Noi ci saremo”, 1977.

Credo che se dovessi andare a cena con un self-made man o con un fallito, con uno che è stato proprio sul bollettino dei protesti, che non ha più un nome, se così si può dire, credo che le storie che mi racconterebbe il fallito sarebbero molto più interessanti, di quelle che mi racconterebbe il self-made man che vorrebbe probabilmente insegnarmi a stare al mondo.

 Paolo Noriimages-47

“Ma lei è un self made man, un easy money maker o un windsurf?”. Non mi ricordo di chi era questa battuta e neanche a chi fosse riferita, ricordo che mi aveva fatto sogghignare perché io sono abbastanza anglofilo e anglofono però l’uso indiscriminato di espressioni inglesi quando l’equivalente italiano è molto più bello (volete mettere “autoscatto” con “selfie”? E perché dire “missione” per molti puzza un po’ di sagrestia e invece basta tirar via una e che si ritorna tutti laici?) mi esaspera un po’.

Ovviamente questa è una digressione, una diversione, una scorribanda del dottor Divago. Non c’entra un fico secco con quello che volevo esprimere, o magari ha un suo addentellato semantico non voluto e dettato dal Dottor Inconscio.

In un mondo… vedete, cari lettori, come scattano questi automatismi fraseologici. In un mondo come questo, verrebbe da dire, in un mondo che non ci vuole più,  in questo mondo di ladri, in un mondo di maschere* che da piccolo chissà quante volte l’avrà cantata Matteo Renzi senza sapere che da grande (da grande? da post-adolescente, va’!) sarebbe diventato una maschera anche lui, insomma in ‘sto mondo qui superstrapieno di immagini e informazioni, non si capisce più cosa ne sia stato della Parola, cosa le sia successo.image

E allora vien voglia di mettere insieme Paolo Nori e Gilberto Cortesi, che credo abbia scritto le parole della canzone dei Nomadi, per reiterare il concetto che non c’è sempre bisogno di usare immagini strabilianti, cinestesie fulminanti, allitterati nonsense, che a volte anche un bidone del rusco, un due di picche rimediato da una nanerottola altezzosa, un attacco influenzale, l’elettroencefalogramma piatto di una vita che si consuma, queste cose possono avere un loro inesprimibile perché.

Grazie dell’attenzione.

* “In un mondo di maschere” è un canto scout.

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2 Risposte

  1. Incredible brilliant blog. I’ve followed it over the years.

  2. Sei bravo, mi piace il tuo essere “presente”.

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