Archivio autore: lucarinaldoni

ADRIANO 80.

Gli ormai imminenti 80 anni di Celentano sarebbe bello che diventassero una festa nazionale, o meglio nazional-popolare, che rispecchi un’Italia semplice ma geniale, esterofila e quietamente provinciale, metropolitana e contadina, sempre in bilico fra il boom e la catastrofe, capace di enormi sorprese come di cialtronesche furbate.

Per certi versi Celentano è talento allo stato puro, ma solo per certi versi. Negli anni ha lavorato su se stesso diventando uno spaccato della nazione con le sue inesauste contraddizioni. Un personaggio, un’icona, un feticcio, perennemente in bilico fra showman e paziente artigiano scenico, capace con simpatica improntitudine di riciclare i suoi obiettivi limiti personologici in tratti caratteristici quasi ammalianti (silenzi, paurosi limiti dialettici, sentenziosità autoreferenziale, vocalità complessivamente grezza e chi più ne ha più ne metta).

Il punto più basso credo sia l’imbarazzante intervista a David Bowie che, del thin white duke essendo sfegatato ed enciclopedico esegeta, non gli perdonerò mai.

Il più alto potrebbe essere il suo sgangherato sconclusionato gustosissimo “Fantastico”. Ma come privatissimo apprezzamento, trovo superlativa la sua prova d’attore in “Ecco, noi, per esempio…”, commedia dai risvolti agrodolci accanto al solito impagabile Renato Pozzetto, di cui vi ammannisco la seconda parte meno ridanciana.

In mezzo, tante belle canzoni anche abbastanza “trasversali”, di facile ascolto ma con tematiche non banali di tipo paraecologistico e/o misticheggiante accanto ad altre (scaltramente?) sconfinanti in un qualunquismo un po’ becero anti-beat, anti-divorzio, anti-sciopero (“Dammi l’aumento, signor padrone” francamente era un verso che tirava gli schiaffi), e una bellissima carriera da attore brillante (salvo quando si è diretto da solo, ma questo  capitava anche ad Alberto Sordi, si parva licet comparare magnis).

Alla fine, se inevitabilmente devo sintetizzare un vissuto complesso in poche sentenziose parole, l’ho sempre sentito come un interessante compagno di viaggio, uno che di quando in quando si perde di vista ma poi fa piacere ritrovarlo, sperando che nel frattempo non sia troppo cambiato. E in questo non mi ha mai deluso.

 

 

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MA GLI ANNI FINISCONO? COSA VUOL DIRE?

moto-di-rotazione-e-rivoluzioneLa Terra gira intorno al Sole a 100 volte la velocità del suono per coprire il miliardo scarso di chilometri della sua orbita, e la completa ogni 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 10 secondi.pianeti-extrasolari11

Il Tempo ovviamente non si cura di tutto ciò e procede rettilineo ed omogeneo.

Come diceva benissimo Gramsci, Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti.

Un anno non finisce nello stesso modo in cui finisce un giorno, riconosciuto nella sua evoluzione fra alba e tramonto e con la mezzanotte che comunque coincide con un orologio interno che generalmente a quell’ora brama distensione e riposo.

Gli anni sono in loop fra loro, demarcazioni convenzionali che aiutano ad organizzare la memoria ma non iniziano e non finiscono come una canzone o una vita.

I più fortunati contengono in sè eventi specifici e puntuali che li caratterizzano, vedi il 1968 o il fratellino venuto male  1977, il 1492, il 1848, il 1861, il 1776, si originano per la comunità cristiana dalla nascita del suo profeta ma curiosamente ciascuno prende inizio dall’anniversario della sua circoncisione.

A volte si ha l’impressione che veramente il nuovo anno spazzi via il vecchio, come sicuramente si può dire per il 1919 e il 1946, ma anche per il plumbeo e intricato 1969 rispetto al rivoluzionario creativo 1968, ma si tratta solo di coincidenze.

I decenni, viceversa, come contenitori fortemente differenziati, per una sorta di legge dei grandi numeri, hanno una maggiore credibilità, ed è facile immaginare i 60, i 70 e gli 80 diversissimi fra loro ma cabalisticamente in un rapporto di tesi-antitesi-sintesi.

E pur tuttavia, vivo la suggestione del Capodanno come quella del Natale ma a modo mio, da parecchi anni non imbarcandomi più in edonistiche ridanciane riunioni ma riflettendo sull’imponderabilità ed ineffabilità della umana avventura.

Ma dedicando un incondizionato affetto a distanza ai pochi che se lo meritano e che magari mi stanno coraggiosamente leggendo.

Nadäl a Les’gnà.

Un Natale tautologico, ricorsivo ed autoreferenziale in quel di Lesignano de’ Bagni con le sue quiete bellezze paesaggistiche ed i suoi scorci sapientemente vintage.

Dickensiani scorci dei Natali che furono,

di solitudini a Natale, di Natali allo zenzero col bue riscaldante e il bottegaio che ha suonato nei Via Verdi (che ricordi!!!).

 

Intanto commuoviamoci, qualora la cosa riesca ancora, per un blog dato per morto e sepolto, e che invece risorge glorioso dalle sue presunte ceneri un po’ troppo in fretta celebrate.

Voglio parlare di un bidone del rusco (o del rudo).

Forse tu credi 
che ti voglia inventare 
un mondo diverso da quello reale 
forse tu speri 
che ti faccia sognare 
un castello di sogni e di speranze lontane 
o forse vuoi 
che falsandoti ogni cosa 
faccia finta di essere rosso 
ed appoggi linee rosa. 


Voglio parlare invece 
di accordi strani 
fatti da mani che non hanno domani 
voglio parlare 
di un bidone del rusco 
di un secchio di stanca spazzatura 
voglio parlare di una buccia di banana 
che spunta sola in mezzo 
alla sozzura. 


Voglio parlare del mondo degli avanzi 
di vecchi di impiegati 
di studenti stanchi 
di schiavi di liberti di alcolizzati 
che per due soldi 
si son sputtanati 
voglio parlare di gente 
che non è niente 
è solo una realtà presente 
tutt’ora esistente. 


Voglio parlare 
a chi proprio non ci sente 
e a chi si chiude le orecchie 
perché non vuol sentire 
voglio parlare ai ciechi involontari 
e a chi si chiude gli occhi 
perché non vuol vedere 
voglio parlare 
a quella strana gente image
che confonde il passato 
con il presente.

Nomadi, “Vorrei parlare” da “Noi ci saremo”, 1977.

Credo che se dovessi andare a cena con un self-made man o con un fallito, con uno che è stato proprio sul bollettino dei protesti, che non ha più un nome, se così si può dire, credo che le storie che mi racconterebbe il fallito sarebbero molto più interessanti, di quelle che mi racconterebbe il self-made man che vorrebbe probabilmente insegnarmi a stare al mondo.

 Paolo Noriimages-47

“Ma lei è un self made man, un easy money maker o un windsurf?”. Non mi ricordo di chi era questa battuta e neanche a chi fosse riferita, ricordo che mi aveva fatto sogghignare perché io sono abbastanza anglofilo e anglofono però l’uso indiscriminato di espressioni inglesi quando l’equivalente italiano è molto più bello (volete mettere “autoscatto” con “selfie”? E perché dire “missione” per molti puzza un po’ di sagrestia e invece basta tirar via una e che si ritorna tutti laici?) mi esaspera un po’.

Ovviamente questa è una digressione, una diversione, una scorribanda del dottor Divago. Non c’entra un fico secco con quello che volevo esprimere, o magari ha un suo addentellato semantico non voluto e dettato dal Dottor Inconscio.

In un mondo… vedete, cari lettori, come scattano questi automatismi fraseologici. In un mondo come questo, verrebbe da dire, in un mondo che non ci vuole più,  in questo mondo di ladri, in un mondo di maschere* che da piccolo chissà quante volte l’avrà cantata Matteo Renzi senza sapere che da grande (da grande? da post-adolescente, va’!) sarebbe diventato una maschera anche lui, insomma in ‘sto mondo qui superstrapieno di immagini e informazioni, non si capisce più cosa ne sia stato della Parola, cosa le sia successo.image

E allora vien voglia di mettere insieme Paolo Nori e Gilberto Cortesi, che credo abbia scritto le parole della canzone dei Nomadi, per reiterare il concetto che non c’è sempre bisogno di usare immagini strabilianti, cinestesie fulminanti, allitterati nonsense, che a volte anche un bidone del rusco, un due di picche rimediato da una nanerottola altezzosa, un attacco influenzale, l’elettroencefalogramma piatto di una vita che si consuma, queste cose possono avere un loro inesprimibile perché.

Grazie dell’attenzione.

* “In un mondo di maschere” è un canto scout.

Ma se vedi che ti rende…

Tre giorni fa affidavo a un social network di tipo ricreativo codesti stati d’animo:

Sergio Mattarella, ma ti rendi conto che sei il classico candidato di facciata, se non l’utile idiota, di equilibri delicatissimi che nulla hanno a che fare col fantomatico “bene del Paese”? picture

Il Putto Fiorentino sente il PD che gli slitta sotto i piedi, certo è bello godersi i successi elettorali largamente garantiti da un fedele e incrollabile elettorato postcomunista e spacciarli per successi personali, ma la realtà è che la Strana Creatura Veltroniana è, come mai, spaccata in due. Lo era con Bersani, e s’è anche visto, figuriamoci con codesto arrogantello grondante sicumera.

Io, da tempo, paragono l’ascesa di Renzi e dei suoi fedelissimi postdemocristiani ad una occupazione paramilitare del PD. Gli ex-Margherita, tuttora minoritari entro il partito quanto a potenziale riscontro elettorale, hanno quel sano pragmatismo che agli ex-DS (quelli a cui Nanni Moretti lanciò l’epocale invettiva “Non vincerete mai”) manca in grande misura se non del tutto.

Respinti nelle retrovie del partito, questi reduci laceri e stanchi, questi inutili eroi non comandano più ma contano ancora. E Matteo lo sa.

E per rabbonirli e riavvicinarli, regala loro un democristiano doc (insomma uno a cui neanche il Berlusconi di un 3-4 anni fa avrebbe dato del “COMUNISTA!!!”) però nobilitato dalla lunga lotta contro la mafia e dall’uccisione del fratello, un uomo onesto un uomo probo pressoché sconosciuto all’estero (che a volte, anche questo è vero, è meglio che essere conosciuto per delle figure poco edificanti), un fedele servitore dello Stato, più che un santo un santino.

Sergio, digli di no. Alla fine non te lo meriti.

Iz+d3yBG4=--Che dire? Allora non era assolutamente certo che Sergio Mattarella potesse essere eletto. Anzi, si poteva fare l’ipotesi che tutta la grossa fetta del PD che non si riconosce in Renzi e lo sopporta solo perché sembra condurli di vittoria in vittoria facesse nè più nè meno quello che aveva fatto un quarto del Pd a Pierluigi Bersani due anni scarsi prima, mettendosi di traverso rispetto alle candidature di Marini prima, di Prodi poi.2015-02-01-18-48-35--957557412

Invece questa volta non è andata così. Alla prima manche di maggioranza semplice il candidato unilaterale di Renzi vince a mani basse come Nibali al Tour.

Essendo sempre di più portato per la sintesi piuttosto che per l’analisi,  e non avendo paura di ammettere che la crescente complicazione e confusione del quadro politico italiano è ormai ben oltre le mie ridotte capacità di comprensione, devo dire che questa apparente compattezza della sinistra istituzionale (che include Sel e Scelta Civica, ma poi cos’è la destra, cos’è la sinistra, wowo?) dietro un leader che di sinistra è ben poco, a volte se mai è sinistro nel suo autoritarismo caricatura dell’autorevolezza, nella sua scarsa disponibilità al dialogo, quasi mussoliniano il suo tormentone “mentre voi (sottinteso: che non la pensate come me) chiacchierate, io penso a cambiare l’Italia”, questa apparente compattezza non so se deve farmi contento o preoccupato.sanremo-2013-crozza-3

Invece non ho dubbio alcuno nel provare un piacere quasi fisico riguardo alla pesante sconfitta del Lucertolone Contuso e di quel che resta del suo partito di plastica dal nome imbarazzante e volgare. Per la prima volta in 20 anni si è trovato di fronte a una per lui spiacevole realtà.  Con raffinati equilibrismi, con induzioni ipnotiche ai danni degli avversari, era riuscito a continuare a contare nonostante l’ormai irreparabile erosione dei suoi riscontri elettorali, la sua situazione giudiziaria che definirla complessa è un garbato eufemismo, l’evidenza che chiunque capisca qualcosa di politica prima o poi l’abbandona o si fa cacciare. Il Putto Fiorentino aveva dimostrato, e chiamiamola con understatement anglosassone un’anomalia e non una vergogna, di dialogare più volentieri con lui che con la quasi totalità del partito da lui simpaticamente espropriato.

Stavolta l’ha trattato con la sprezzante sufficienza che si riserva ai pedanti rompiscatole un po’ illusi che rischiano di farti perdere tempo. E su quello lo appoggio e sottoscrivo.

Mattarella, che dovrebbe in linea largamente teorica essere il protagonista di questo post, ha l’aria di quello che passava lì per caso, nella quale probabilmente si è esercitato per tutta la vita perché ha visto che gli rende.

Buona domenica.

Sulla rilevanza mediatica delle diverse morti.

image

Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: 
nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”

È assolutamente vero che, dal punto di vista di chi muore, la morte è una livella che azzera le differenze. Ma fatalmente la morte si rifrange sulle mille picole ottusità di chi sopravvive. E siccome la morte spaventa, come qualsiasi cosa spaventosa fa sragionare.

L’Homo Sapiens fa fatica a rapportarsi con la solennità dell’evento. La morte è definitiva, indiscutibile, assoluta, eterna. Non esiste possibilità di ricomparsa. E siccome i rituali dell’Uomo (sforziamoci, va, di mettergli la lettera maiuscola) sono sempre più provvisori e transeunti, nell’ombra incerta di un divenire, anche Sorella Morte viene implacabilmente macinata nelle pagliacciate dei vivi. A partire dalla discutibile abitudine di applaudire la salma ai funerali. La salma andrebbe ricordata, pianta, accompagnata nel suo nuovo ipotetico ciclo di vita, ma con atteggiamenti composti, riservati e silenziosi. Ma stiamo divagando.

Un antico proverbio, approssimativo come tutti i detti sentenziosi che vogliono incasellare la realtà,  sostiene che “Chi muore giace, e chi vive si dà pace”. La prima metà è ovviamente vera perché il corpo, privato della sua energia vitale, non può che giacere passivamente, lasciarsi inumare, seppellire, cremare, imbalsamare senza alcuna possibilità di reazione. La seconda andrebbe sostituita con un più veritiero “Chi vive si agita”.

Io vedo, in questo crescente cattivo gusto nel fronteggiare la morte altrui, un in fondo comprensibile bisogno di esorcizzare qualcosa di inconcepibile e di terribile. La morte macinata nelle pagliacciate dei vivi fa un po’ meno paura, la morte trascinata nelle banalità del vivere quotidiano è un fatto statistico del tutto normale.

E qui veniamo all’argomento centrale di questo post, la rilevanza mediatica della morte.

A livello planetario, lo squilibrio fra lo spazio concesso al massacro di Parigi e quello, vicino al nulla, concesso alla carneficina sconfinante nel genocidio avvenuta in Nigeria, con una stima provvisoria di 2000 persone diabolicamente trucidate.

A livello italiano, lo spazio spropositato concesso alla morte di Pino Daniele con tutti i particolari in cronaca, anche quelli che avrebbero meritato due righe in fondo a un articolo per dovere di cronaca e non articoli interi.

Come il Pasolini citato da Giovanni Lindo Ferretti, di fronte alla volgarità dell’informazione, mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per un’irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare nè so fare domande. Delle volte mi consolo dicendo “Questa è l’informazione, e non possiamo farci niente. Giornali e televisioni non fanno pedagogia, come poteva fare la Rai negli anni ’60 senza concorrenza e con delle immense praterie di nuovi stili e nuove semantiche da esplorare. Fanno intrattenimento con due occhi e mezzo all’audience, alle copie vendute e/o al tornaconto economico e politico dell’editore. Rispetto a 20 anni fa, però,  l’utente può diventare agente e far circolare informazioni e idee per puro amore non della verità che è sempre relativa, ma del pluralismo, brutta parola mi rendo conto perché intimamente connessa alla lottizzazione partitocratica dei mezzi d’informazione ma sempre meglio del pensiero unico di matrice renziana, voi chiacchierate e noi cambiamo il Paese“.

Altre volte mi rattristo ancora di più perchè vedo quanti utenti potenzialmente diventati agenti di circolazione di idee e di cambiamento sono uguali o peggiori dei professionisti dell’informazione, senza nemmeno la giustificazione di rischiare il licenziamento.

I poeti muoiono come i comuni mortali, e solo che quando muoiono fanno più vuoto.

Prima di tutto celebriamolo con una delle sue canzoni più belle e meno famose, come capita spesso alle canzoni degli artisti di successo. Di quelle canzoni dove sembra di stare all’Avana, che per chi c’è stato e/o ha molta immaginazione è mezza Napoli e mezza Manhattan; dove la musicalità del napoletano rende del tutto irrilevante il contenuto del testo, come quando ascolti il canto dell’usignolo e solo se sei l’etologo Corrado Lorenzi ti poni il quesito se la melodiosa bestiola cerca una compagna, delimita il territorio o comunica le quotazioni di borsa; dove ti scappa di chiederti se è più Napoli che ha bisogno dell’Italia o l’Italia che ha bisogno di Napoli.

Poi evitiamo di fare pallosissimi excursus sulla sua luminosa carriera che sanno tanto di coccodrillo scritto e (una volta) messo in un cassetto e (oggi) archiviato nella directory “Rettilismi assortiti”.

Chiediamoci magari con umana compassione, visto che nessuno lo fa come per paura di cadere nel gossip spicciolo, come e perché un infartuato che si trova in vacanza in Maremma (mai maiala quanto in questa occasione) venga trasportato fino a Roma rimandando indietro l’ambulanza prontamente accorsa per portarlo a Grosseto od Orbetello. Ma chiediamocelo solamente, e stiamoci un attimo male.

‘A terra te sia liêve.

BENIGNI EPIGONO DI RISPOLI?

Certo che un po’ dispiace vedere l’involuzione artistica di Benigni ormai ufficialmente trasformato in intrattenitore per famiglie. Per chi se lo ricorda ai tempi di “Onda libera”, programma ambientato in una stalla, di “Berlinguer ti voglio bene”, “Tumiturbi”, “Il pap’occhio”, delle surreali critiche cinenatografiche de “L’altra domenica” l’effetto è quasi straniante. 

Ormai Roberto celebra su commissione quel che gli chiedono di celebrare: tre anni e mezzo fa l’inno nazionale, e lì ci poteva essere una logica abbastanza stringente viste le celebrazioni del 150° dell’unità d’Italia (che fra parentesi Roma e Venezia avrebbero potuto dire “E allora noi che c’entriamo, per cortesia,  che nel 1861 non c’eravamo?”), oggi i dieci comandamenti, e qui la logica un po’ sfugge, si biforca e c’è spazio per infinite dietrologie, che coinvolgono il Vaticano, Palazzo Chigi, sedute spiritiche con Giorgio La Pira e Amintore Fanfani e alla fine Dio stesso che parla a Benigni da dentro un calorifero.

Per carità, esiste una gradualità tra il male e il peggio e le sapienti affabulazioni di Benigni sono un gradevole sottofondo molto più di programmi basati sul nulla debitamente centrifugato e stroboscopizzato. Almeno pigiamo sul telecomando per vedere uno che parla e che comunica, che si esprime in un italiano corretto ma non ampolloso, e che esprime concetti mediamente sensati. Solo che forse per questo sarebbe bastato un Fabio Fazio, o un erede di Luciano Rispoli qualsiasi con i suoi “Chebbeeellooo!”. Già,  perché Benigni, ex-genio un po’ in disarmo, rassomiglia ogni giorno di più a codesti modelli.images (96)

Per il Benigni del Terzo Millennio, più o meno da “Pinocchio”  in poi, tutto è straordinario, tutto è rivoluzionario, tutto è degno di somma ammirazione, compiacimento e meraviglia, con fiumi di celebrazioni retoriche e stentorei pistolotti.download (78)

L’ennesimo incendiario riciclato in pompiere. E allora, 11° comandamento, “Abbiate umana compassione e siate benigni  verso questa nuova vittoria del potere costituito contro coloro che cantavano il disordine dei sogni.”. Opportunamente abbreviato in “Portate pazienza”.images (97)

La stazione di Žima.

Non credo sia vero che la morte ideale di un artista sia su un palcoscenico, e men che meno che potendo scegliere l’artista stesso lo considererebbe il modo migliore di morire. Anzi, potendo scegliere liberamente, dentro di sé l’artista contento della sua arte ambirebbe ad una immortalità non solo virtuale, attraverso le aue opere, ma ad una immortalità fattuale che gli Dei dovrebbero concedergli come automatico corollario del suo talento, per poter continuare a produrre e ad esibire e ad esibirsi nei secoli dei secoli.

In subordine, l’artista ambirebbe ad una morte segreta e raccolta, magari dopo aver suonato e cantato nel tempio europeo del jazz, e dopo essersi detto quasi per scherzo “Sono così felice che potrei morire adesso”, ma non davanti a schiere di telefonini tablet smartphone pronti ad eternare il momento del trapasso, la voce che si spezza, le scuse al pubblico e il corpo che si accascia immemore nelle braccia degli inutili soccorritori.

Ma neanche tu, Pino, potevi scegliere o prevedere il momento e la modalità della tua morte, e così l’hai lasciata succedere mentre cantavi per beneficenza, cantavi la tua canzone più famosa anche leggermente maschilista anzi maschilista non leggermente, basata com’è sull’idea che le donne si possono e si debbono comprare anzi non aspettano altro, niente in confronto alla becera “Colpa di Alfredo” di Vasco ma insomma.

Forse anche tu, come tanti, chiacchierando con gli amici avrai indulto al luogo comune “Se deve capitare che mi dia un colpo improvviso e buonanotte, piuttosto che morire consumato da una lunga malattia e passare i miei ultimi giorni e magari mesi in versione uomo bionico collegato a macchinari che mi tengono in un agghiacciante limbo”.

Balle.

Una morte improvvisa è sempre una morte ingiusta, perché “non ti lascia tempo”, non ti permette di concludere quello che avevi iniziato, ti falcia via inopinatamente e ti coglie sempre impreparato.

E coglie ancor più impreparati quelli che da te si aspettavano ancora tanto.

E comunque buon viaggio verso la stazione di Žima. Qualunque scenario tu possa trovare.

IN NOVEMBRE

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E sapere che ci sono occhi che cercano
La luce
E mani tese e calci al vento e grida di terra e rabbia
E voci che ci chiamano
E noi
Che non sappiamo ascoltare, non riusciamo a sentire
E curvarsi sulla nostra gente
Soffiare fiato caldo sul loro cuore
Facendo finta che lacrime e pioggia
Si possano confondere
Al sudore
E quando il fiume ha sentito
Che il suo vestito di cemento, degrado, incurie,
Inquinamento
Si faceva troppo stretto ed è evaso spargendo intorno
La violenza del suo bisogno di fuga
Il suo sangue di acqua veloce e melma avvolgente
Ha invaso campagne e case
Cose
Come uno schiaffo tagliente dato a chi non ha colpe
E paga sempre per tutti
E sapere che ci sono le tue mani
Che scavano nel fango dispensano dolcezza
Si sporcano di luce
E quei tuoi occhi che del fango hanno il colore
E del desiderio un lontano
Sapore
Socchiudi gli occhi la paura è passata, la pioggia è finita
Oggi è davvero
Il primo giorno di una nuova
Vita
E guardare le loro facce assenti
Sui telegiornali
Sugli aggiornamenti ci tranquillizzano sul futuro
Indagheranno sul passato
Ma del presente non sanno dirci niente
Perchè il presente lo vivono con la coscienza di chi non è capace
Di capire gli altri
Di chi è molto abile predestinato preparato
A non ammettere mai
Per nessun motivo di avere sbagliato
E venire a sapere
Che ci sono sciacalli
E gente che lucra sulla disperazione
Vorrei avere un paio di stivali di plastica verde
Ed una scopa nuova di saggina
Per spazzarli via
Insieme al fango alla cronaca spettacolo alla sete di giustizia
Alla fame di pietà
Perché non è della pietà che abbiamo bisogno
Ma di non essere lasciati soli
Perchè non è con la pietà che un incubo diventa un sogno
Ma con la voglia di ricominciare
Con la forza di ricominciare
Socchiudi gli occhi la paura è passata
La pioggia finalmente è finita

Oggi è davvero
Il primo giorno di una nuova vita.

Sono passati 20 anni esatti dalla catastrofe “””””naturale””””, e vi prego di notare il copiosissimo e non casuale uso di virgolette, che aveva devastato le province di Alessandria, Asti e Cuneo, provocando 5 volte più morti di Piazza Fontana e quasi quanti alla stazione di Bologna nel 1980.

Ce la raccontano il gruppo di nicchia per antonomasia, gli Yo Yo Mundi di Paolo Archetti Maestri, che canta la ribellione del Tanaro all’antropizzazione selvaggia con sicuro piglio di cantastorie d’altri tempi e una bellissima prosodìa piemontese, unica quasi come quella emiliana di Daolio,  che dovrete solo immaginare perché la canzone è introvabile sul web,  il che la rende ancora più importante e preziosa.

Nel frattempo, le piogge sono sempre più anomale e disperate, i fiumi esprimono sempre di più il loro bisogno di fuga da un vestito di cemento, degrado, incurie e inquinamento e si riversano liberi e nudi sul genere umano, di solito penalizzando i meno colpevoli. 

20141114_074806A Parma, dove finora ce la siamo cavata con parecchia rabbia, quella rabbia che non sai mai dove appoggiare ma comunque c’è, paura solo per i più impressionabili e zero feriti, oggi non le vedi nel cielo quelle macchie di azzurro e di blu?

20141114_090544

È la pioggia che va, ma i Weather Report non suonano ancora Birdland, si vede che lo tengono per il bis, i Bollettini Meteorologici minacciano ancora piogge e inondazioni e viene addirittura rinviata l’attesa tappa di November Porc di Polesine Parmense, simbolo di un territorio ormai svenduto ad una gastronomia pervasiva e invadente. Ci sarà ancora da pazientare.

Le foto sono dello studio fotografico Rinaldo Lucarelli, via Bevilacqua 41, 43125 Parma, scattate alle 7.42 e 9.qualcosa di stamattina.

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Un roseto in via Cerreto

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Blog di Beppe Grillo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Annamaria - liberi pensieri

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

TerryMondo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Rossi Orizzonti

...e navigando con le vele tese io sempre cercherò il mio orizzont

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(le impronte dei miei passi)