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La profezia che si autoadempie e le priorità che ne conseguono.

 

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In sociologia una profezia che si autoadempie, o che si autoavvera o che si autodetermina, è una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. Predizione ed evento sono in un rapporto circolare, secondo il quale la predizione genera l’evento e l’evento verifica la predizione.

In psicologia, o piuttosto nella psicopatologia della vita quotidiana, una profezia che si autoadempie si ha quando un individuo, convinto o timoroso del verificarsi di eventi futuri, altera il suo comportamento in un modo tale da finire per causare tali eventi.

[Estratto da Wikipedia].

Il docente che ha deciso che lo studente x è un emerito asino lo interrogherà a tradimento, cercherà di umiliarlo davanti ai compagni, ne rimarcherà qualunque inadempienza che ignorerebbe in chiunque altro per potersi dire “L’avevo detto io… Non mi sbaglio mai…”.

Il rapporto fra il mostro bifronte Casaleggio-Grillo (in cui il primo sta al secondo come Mogol a Battisti, Luporini a Gaber, Sgalambro a Battiato, Josè Luis Moreno al corvo Rockfeller) e l’inciucio Pdmenoelle-Pdconlaelle è di siffatta risma.

Casaleggio ha predetto, ed affidato all’interpretazione di Grillo,  in modo tautologico e circolare che era inevitabile (e qualche maligno, ma io mi spiace non mi lego a questa schiera, sostiene anche che fosse per lui desiderabile e opportuno) un inciucio Pd-Pdl. Di lì in avanti, la penosa e imbarazzante impressione è stata che la priorità assoluta del Movimento Cinque Stelle fosse dimostrare la veridicità della predizione dei loro guru (Me ne voglio andare a fare il guru, cantava Riccardo Pazzaglia nel leggendario film “Separati in casa”).

Non solo ci sarà l’inciucio, ma di fatto è stato già concordato, tuona il Traversatore dello Stretto. E fa di tutto per dimostrare che aveva ragione.

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Ma se così fosse stato il povero malcapitato sballottato stropicciato Bersani si sarebbe pubblicamente umiliato fino alle forche caudine dell’incontro in diretta streaming, chioserebbe qualunque individuo dotato di normale senso critico? Magari sì, che ne sappiamo noi degli insondabili grovigli che intasano la mente dell’imitatore di Crozza?.

Sotto sotto, non posso non provare un senso di dejà vù (ombra della gioventù) apparentando codesta priorità a quella per cui la nomenklatura del Pd ha fatto l’impossibile per togliere a Matteo Renzi ogni e qualsivoglia possibilità di vincere il ballottaggio delle primarie (e che, vogliamo far rappresentare il partito dall’ultimo arrivato quando abbiamo a portata di mano un magico esempio di usato insicuro piacentino?).

Fedeli alla linea anche quando non c’è, avrebbe detto Giovanni Lindo Ferretti ai tempi dei CCCP. Soprattutto quando non c’è, aggiungerebbe qualcuno (ma io mi spiace ecc. ecc.).

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E intanto Berlusconi, altro che finire nelle patrie galere o anche solo a fare il nonno e il fidanzato innamoratissimo full time, risale i sondaggi come il miglior Pantani risaliva il Tourmalet. Quando una tenaglia Pd-M5S gli toglierebbe gli ultimi, ma purtroppo ancora inopinatamente ampi, spazi di azione. E soprattutto gli impedirebbe di avere per i prossimi sette anni  alla Presidenza della Repubblica una figura non ostile se non implicitamente amichevole se non addirittura dolosamente complice, con tutte le conseguenze relative e connesse che non ho certamente bisogno di spiegare ai miei lettori, che sono pochi ma ottimi e conoscono la politica come il tinello di casa propria. Lasciando ai peggiori incubi di Philip Dick in acido l’eventualità di una sua candidatura personale e relativa elezione.

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Tale è al presente il mio pensiero. Con la speranza, oserei dire l’auspicio, che gli sviluppi futuri mi facciano cambiare idea. Per il momento la squadra per cui faccio un moderato ma comunque convinto tifo non mi entusiasma per le trame di gioco.

Non vincete mai.

pierluigi-bersani-e-il-si-alla-tavIl cattocomunista della Pedemontana Piacentina ha la porta spalancata davanti. E’ in piena corsa all’altezza del dischetto del rigore senza difensori frapposti fra lui e la linea del goal. Il portiere è a terra in seguito a un colossale scivolone sul terreno irregolare e viscido dello Stadio Elettorale. Il suo pubblico rumoreggia e gode pregustando il gol. Il pubblico di fede avversa sta già sfollando, le bandiere ripiegate, i beffardi striscioni abbandonati a terra, la testa bassa e l’espressione mesta.images

Parte un tiro poderoso che però incontra un soffio di vento. La palla sta clamorosamente uscendo. Per fortuna impatta nel posteriore dell’arbitro e, mentre il portiere nel frattempo rialzatosi cerca disperatamente di smanacciarla fuori, varca lemme lemme la linea di porta.

Il Pd (o chi per esso in un fantomatico futuro pretenderà di incarnare la natura di una sinistra moderata, responsabile, minimalistica, europeista, non invisa al Vaticano includendo peraltro una robusta aliquota di cattolici credenti, praticanti, osservanti, l’espressione “pretendere di” non implica ovviamente il “riuscire a”, specie in questo caso) assomiglia all’Inter di una decina d’anni fa. E, come l’Inter, potrà vincere una tornata elettorale in modo pieno e manifesto solo se e quando qualche sentenza dall’alto dichiarerà Berlusconi ineleggibile e Grillo stanco di fare politica e ritirato nella sua splendida villa (o, a ben vedere, andrebbe bene anche viceversa), quando in buona sostanza correrà da solo.

Nel frattempo, il paziente ed educatissimo elettorato di centrosinistra (mai un’intemperanza, mai un improperio, fair play estremo nei confronti dei competitors fino a rigenerarne uno che sembrava scoppiato sui tornanti del Tourmalet e aspettare che rientrasse in gruppo rinfrancato e con rinnovate chances di vittoria, fuor di metafora il Tourmalet coincide con l’autunno 2011 e il fair play nel vedere le elezioni nel 2012 come la peggiore iattura possibile, de gustibus non est disputandum) si deve accontentare di vittoriuzze risicate e beffarde, per certi versi epiche nel loro decorso ma talmente intrise di problemi e dubbi da precludere qualsivoglia forma di giubilo.

E adesso?

E adesso il cattocomunista più buono e inconsistente dell’emisfero boreale (anche perché dubito che ne esistano nell’emisfero controlaterale) deve fare i conti, insieme alla sua compagine, con una grottesca serie di errori tattici, strategici, tecnici, fisico-atletici, d’azione di pensiero e di parola.

1. Molte dichiarazioni piene di rammarico se non di rabbia di esponenti Pd fanno capire (anche se nessuno lo ammetterà mai in modo implicito) che qualcosa di simile alla tragedia in due battute di Campanile (Napolitano: “Pierluigi, te la senti?”; Bersani “Oh Giorgio, siam pazzi?”) è realmente avvenuto, e che il Pd ha preferito barattare una vittoria che allora sarebbe stata bulgara (ma seguita da un governo del Paese di difficoltà sesto grado superiore con triplo avvitamento carpiato del menisco) con una vittoria meno certa ma seguita da un governo del paese più agevole (tanto che il Professore & i Suoi Tecnici, riedizione di Adelmo & i Suoi Sorapis o Nino Dale & His Modernists, facevano il lavoro sporco).

2. Permettere delle primarie senza filtri, bizantinismi, gherminelle assortite, sbarramenti, impedimenti per impedire a tantissimi sostenitori di Renzi di votare (al ballottaggio) per il loro beniamino  molto probabilmente non avrebbe alterato il risultato finale ma adesso non lascerebbe spazio a cocenti dubbi: i sondaggi valgono quello che valgono, ma indicavano l’appeal del Pd con Renzi candidato premier di 7-8 punti percentuali superiore a quello di un Pd col Pigi incorporato.

3. Le continue sistematiche ridondanti stucchevoli excusationes saepe non petitae “Siamo in sostanziale sintonia con la linea europeista ed austera del Professor Monti, non siam mica qui a far la rivoluzione d’ottobre che poi siam pure fuori stagione” non credo siano state giovevoli a compattare il proprio elettorato; probabilmente, in un miope calcolo da bottega, si è cercato di tenere buono un potenziale alleato i cui senatori potevano tornar buoni. Peccato che il potenziale alleato porti in Senato quattro gatti e che l’arruffianamento nei suoi confronti abbia spostato badilate di voti verso il Dream Team a 5 Stelle.

E qui si coagulano tante di quelle considerazioni, alcune gioiose altre problematiche altre metà e metà, che è d’uopo farle oggetto di un successivo post.

(continua)

Mi trovo imbarazzato sorpreso ferito.

CSI

Ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario
Mi trovo imbarazzato sorpreso ferito
Per un’irata sensazione di peggioramento
Per un’irata sensazione di peggioramento
Di cui non so parlare nè so fare domande
Di cui non so parlare nè so fare domande

Pierpaolo Pasolini/Giovanni Lindo Ferretti

Monti mattoNon so voi, ma a me questa campagna elettorale mette una sinistra inquietudine, non mi sembra normale. Poi mi dico, come per consolarmi (ma senza riuscirci) che esiste una normalità statistica e una normalità etico-morale. La prima è abbastanza facilmente verificabile e obiettiva, un avvenimento ricorrente è normale anche se ti può far schifo (ma il problema in questo caso è tuo). La seconda è totalmente inverificabile e soggettiva perché (cosa della quale in Vaticano si lamentano in parecchi ma a me invece sembra nel complesso bellissima) dipende dai valori relativistici, a volte negoziabili a volte no, del singolo individuo.

E allora, sul piano statistico quello che sta avvenendo in questa campagna elettorale  è del tutto normale, coerente, prevedibile, verrebbe da dire inevitabile, anche se ci piacerebbe pensare che si poteva evitare (ma come?).berlusconi-e-una-pessima-politica-solo-insult-L-tT1WnG

Sul piano etico-morale, invece, che degli adulti, maggiorenni e vaccinati, si esisbiscano in ragionamenti e ripicche reciproche da Scuola Materna (e senza che la maestra intervenga a sedare i tumulti) può disturbare quelli dallo stomaco più debole.

In questi casi può essere utile ricorrere a un campione che si spera rappresentativo degli eventi che concorrono a formare uno scenario (citarli tutti sarebbe lodevolissimo in termini di completezza dell’informazione, ma poi si sa che l’informazione non può mai essere veramente completa, allora ognuno la taglia e la cuce come ritiene opportuno e chi non la pensa come lui può dirgli “Si vergogni, lei è un fazioso!”):

– Matteo Renzi che manda a dire “Se i bersaniani di Palazzo Vecchio non la smettono di contestarmi io non faccio la campagna elettorale per Bersani.”.

berlusconi_giletti_arena_me_ne_vado_ansa_01– Qualche peone berlusconiano che non si pèrita di dichiarare in pubblico “Visto che i giudici del processo-Ruby [come oramai tutti lo chiamano per comodità, forse qualcuno usa anche il termine “Rubygate”] hanno già deciso di condannare Silvio prima delle elezioni, non valeva la pena di far cadere il governo.”.

– Il Professore e il Cavaliere che se ne dicono di tutti i colori. Dal Cavaliere al Professore ricordo “mascalzone”, “leaderino”, “servo di Casini”, “quando torneremo al governo farò aprire un’inchiesta sulle sue manovre per subentrarmi”; dal Professore al Cavaliere “pifferaio magico”,  “vecchio illusionista ringalluzzito”, “si fatica a seguire la linearità del suo pensiero”.

BEPPE GRILLO– Beppe Grillo stringe platealmente la mano a un esponente di Casa Pound sostenendo che non vede differenza fra lui e un esponente del MoVimento 5 Stelle, e rimbeccato perfino con garbo eccessivo da qualche giornalista dice qualcosa del tipo “Non rompetemi le palle con l’antifascismo che m’incazzo”.  Poi dice che bisognerebbe eliminare i sindacati e che vuole “uno Stato con le palle” (Paolo Rossi chioserebbe con uno dei suoi “Cazzo volesse dire….”). Nulla ho più voglia di dire sulle fatwe a chi non la pensa come lui, sulle Parlamentarie in cui hanno votato pochi intimi (con i parametri del diritto al voto noti solo a Casaleggio), sul sospetto che gli eletti a 5 Stelle (che saranno sicuramente una miriade) se la potrebbero giocare nel loro territorio ma che, trasferiti di peso a Roma, rischieranno di avere ben poca possibilità di incidere  sulle sorti del Paese (io sto con chi aveva consigliato allo Zio di candidare un certo numero di indipendenti già minimamente addentro al mondo della politica per attenuare il penoso rischio di vedere eletti una gioiosa comitiva di dilettanti allo sbaraglio).

marco_pannella– Pannella, che evidentemente pensa che il Partito Radicale sia al centro dell’Universo e tutto lo scenario politico gli ruoti intorno, non si périta di cercare un’intesa elettorale, sia pure solo per le elezioni regionali laziali, con la destra fascista non pentita e non emendata, cristiano-integralista e antiabortista, di Storace, con la scusa “Il Pd non ci vuole.” (E chiedersi perché?). Chi dovesse cercare il post in cui celebravo il suo ennesimo sciopero della fame con toni quasi epici troverà solo le mie scuse per averlo scritto.

L’impressione globale è che, non escluso Grillo, l’obiettivo sia quello di vendere una coalizione elettorale come un prodotto, tenendo i sondaggi d’opinione (che a questo punto possono serenamente essere derubricati a “ricerche di mercato”) costantemente sulla scrivania, pronti ad aggiornare la strategia alla prima variazione in più o in meno di uno 0,1 per cento propria od altrui; piuttosto che cercare di proporre con calma ed equità (ma buon Dio, temo che questa parola oggi provochi reazioni allergiche a quasi ogni contribuente, non saprei dire se a ragione o a torto) un almeno pedestre abbozzo di ricetta per far fuoriuscire il Paese-Scarpa  dalla crisi economico-finanziaria, politica, etico-morale più allucinante da una novantacinquina d’anni a questa parte (desiderate che vi spieghi come andò a finire la precedente o più o meno ve lo ricordate tutti? Appunto…).

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Da questa modalità sembra salvarsi in parte il solo Pd che, attraverso il banalizzatore Bersani, incapace di originalità ma forse proprio per questo incapace anche di corbellerie troppo plateali, ricicla obsoleti gridi di battaglia un po’ vintage che riportano a una Prima Repubblica della quale, paradossalmente e ignominiosamente, non sarebbe anormale che tutti provassimo una certa qual nostalgia. Esterrefatti da come sta finendo la Seconda e impauriti da quello che potrebbe significare la Terza. E infatti gli ultimi sondaggi lo danno in turbinosa caduta. Meritata?

Questo post ha avuto una gestazione lunghissima. Non volevo scriverlo. Non volevo pubblicarlo. Ma se lo state leggendo si vede che…

Buona vita a chiunque si stia ostinando a sopportarmi ad onta di ogni strenua decisione e voto contrario.

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Berlusconi, Bersani, Di Pietro, Grillo.

Delle volte bisogna avere il coraggio di dire quelle cose che a qualunque osservatore ingenuo e un po’ ignorante salterebbero tautologicamente all’occhio come la differenza fra bufalo e locomotiva al Buffalo Bill di De Gregori. Mentre all’osservatore colto e smaliziato sembrano delle trappole dialettiche e gli viene una incoercibile malsana voglia di sospendere il giudizio, menare il can per l’aia e fare una miriade di distinguo.

Berlusconi è praticamente asserragliato nel suo bunker con la nuova fidanzata, che ha sfoggiato più o meno come si fa con la nuova fuoriserie in tribuna VIP a S. Siro in occasione di una delle poche vittorie a cui potrà oramai ambire, perché il calcio ha più pazienza della politica. Ho tanta compassione di lui che non lo identifico con soprannomi, nicks, definizioni estemporanee (anche se “il Bisunto dal Signore” non era malaccio e rispetto allo Psiconano era di mio conio personale). Alla fortunata signorina consiglierei molta attenzione e magari una discreta fuga all’inglese. Il nome Eva Braun le dice nulla?

Lo slittamento semantico (e di fatto anche pragmatico) di Silvio dalla dimensione politica a quella dell’imbonimento da piazzista romagnolo (ragassino Alfano lassiami lavorare per piazere) ha fatto un giro completo su se stesso. Ormai lui non studia più una linea politica ma crea un marchio. Spiega ad Allegri che vorrebbe Guardiola, ad Alfano che vorrebbe Casini, alla nuova fidanzata che rivorrebbe la Ruby ma preferisce non incasinarsi ulteriormente, sposta uomini come carrarmatini del Risiko in modo isterico e compulsivo. “Allora guarda, tu fai un partito di centrodestra per conto tuo e poi ci alleiamo, tu esci per Via Margutta dicendo che sono matto, io ti querelo e poi facciamo la pace in diretta televisiva, tu fai finta di rifondare il PSDI ma in realtà fondi una bocciofila a Scandiano…” eccetera eccetera eccetera.

La coerenza, da tempi immemori e non sospetti, la considera noiosa ed antiquata. Preferisce fondere, confondere, rifondere infine rifondare in un fuoco di fila di cortine fumogene, giochi di prestigio, colpi di teatro, anche se più che colpi di teatro ormai gli ci vorrebbero delle gran botte di culo.

Fidenza e Piacenza fanno rima, sono a 36 chilometri di distanza e ci si parla un dialetto molto simile. Vincenzo Bernazzoli è di Fidenza. Pierluigi Bersani è di Piacenza.

Cavando fuori dal cilindro tutta la moral suasion di cui dispone ha anche lui probabilmente raschiato il fondo del barile dei consensi e adesso si pavoneggia di un vantaggio di 9 punti percentuali sul suo competitor Matteo Renzi (anche se Renzi dice che sono 5 ed è già in piena bagarre agonistica per piazzare la volata, secondo me ha la foto di Federico Pizzarotti sul cruscotto della macchina).

L’unico vero autentico successo non tanto per Bersani ma per il Pd sarebbe stata una sua vittoria al primo turno. Così, anche se Renzi non dovesse vincere al ballottaggio, è comunque emerso quello che tutti sanno: che la fusione a freddo fra postdemocristiani e postcomunisti è una minchiata assoluta che si sfalda e si sfarina al primo refolo di vento. Non diversamente da quella fra postitalioti e postfascisti, questa tiene leggermente di più perché c’è un coefficiente di interessi privati e intrallazzi decisamente inferiore e perché il capo è molto più bonaccione ed accomodante.

Del resto, il Pigi dopo la disfatta parmigiana se ne uscì nella tavanata galattica “Non abbiam perso, abbiamo non-vinto”.

Rischia di ripeterlo di qui a 4-5 giorni.

La stagione politica di Di Pietro appare drammaticamente conclusa, con un inquietante simmetria rispetto a quella del suo nemico storico. E si conclude per ragioni, per carità tutt’altro che identiche, ma in qualche modo omologhe alle ragioni per cui si sta concludendo il ventennio scarso di discesa in campo berlusconiana: l’uno e l’altro sono entrati in politica più per disperazione che per reale convinzione (anche se a Di Pietro quasi tutti riconoscono motivazioni più d’interesse nazionale che personale) e hanno impostato il loro partito come una creatura personalizzata e leggermente feudale, nè l’uno nè l’altro (da uno me l’aspettavo, dall’altro meno e ci sono rimasto anche male) badando troppo alla qualità e all’affidabilità dei collaboratori.

Dopo reiterati sondaggi trionfali, il MoVimento le cui contromisure (bestia: lapsus freudiano, inizialmente avevo scritto “controfigure” e la cosa meriterebbe una bella analisi che adesso mi sa discretamente briga fare) si limitano all’invettiva appare in drastica flessione, mentre la data delle elezioni si è avvicinata ulteriormente (è quasi certo che verranno anticipate a marzo): qualunque bravo statistico direbbe che stiamo assistendo a un semplice fenomeno di regressione sulla media dopo episodiche fluttuazioni verso risultati sovradimensionati al reale appeal elettorale del Dream Team dello zio. Ne provo della reale sofferenza perché mi affascinava l’idea di un movimento di vera autentica rifondazione della politica che aveva significative possibilità di conquistare la maggioranza del paese (a parte l’immonda porcata di cercare di cambiare la legge elettorale per vanificarne la possibile vittoria, sulla quale mi sono già pronunciato).

Ma proprio perché a Beppe voglio il bene che si vuole a un fratello maggiore, non posso non dire che da un po’ non lo vedo pienamente all’altezza del movimento che lui non ha nè creato nè fondato, perché l’hanno fondato i suoi lettori/commentatori (e all’inizio neanche ne volevi sapere, Beppe, se hai buona memoria, spero ti abbiano convinto le insistenze dei tuoi sostenitori e non alchimie dialettico-strategiche del Branduardi In Carne tuo consigliere spirituale), e di cui dovrebbe essere semplice garante.

A parte l’agghiacciante battuta del punto-g (seconda solo al dare della troia all’Onorevole Levi-Montalcini), le scomuniche in perfetto stile vetero-comunista, le semplificazioni un po’ troppo da bar e, anche per lui, uno slittamento semantico e pragmatico in questo caso fra politica e show comico-parodistico-satirico, ma una satira di grana a volte veramente grossolana, tutto questo crea un allarmante scollamento fra lui come immagine mediatica “forte” e tutte le cose meravigliose che succedono a Parma, a Mira, a Comacchio, a Sarego e dovunque ci siano consiglieri comunali a 5 stelle, seri responsabili e a volte perfino troppo austeri, diversissimi da colui che li rappresenta. Che costituiscono un’immagine mediatica debole e del tutto eclissata dalle intemperanze del “santone”.

Beppe, mezzo passo indietro sarebbe più che sufficiente. Ma fallo.

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"Lo scrittore è una persona vigliacca, opportunista, sacrificata al gioco continuo della

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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Annamaria - liberi pensieri

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

TerryMondo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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