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Entropia

 Jeremy Rifkin live on stage

Sei anni e mezzo fa, quando ho aperto un anomalo, atipico, particolare, strano, sghembo, squinternato, scompaginato blog che avevo per l’appunto chiamato “Elogio dell’entropia” ero stupefatto (e direi che lo sono ancora) nel vedere come la seconda legge della termodinamica si applicasse non solo al mondo della fisica, ma anche a quello della convivenza civile. Secondo questa legge, non vi è alcuna tendenza in natura a passare dal disordine all’ordine o dal semplice al complesso, come afferma l’evoluzionismo; è vero il contrario!

Si tratta di una delle leggi scientifiche più importanti, più universalmente applicabili, ma soprattutto è una di quelle di più elementare comprensibilità. Ogni sistema fisico va in decadenza con il passare del tempo: infatti, la materia tende verso la disorganizzazione, se lasciata a se stessa.

Per esempio, senza manutenzione, le case si diroccano, le nostre automobili si arrugginiscono e si deteriorano, e così via. 

E questo costante passaggio dall’ordine al disordine, con dissipazione (perdita) di energia, è quella che viene definita entropia. Ora, come quella strana figura di economista che è Jeremy Rifkin ha evidenziato nel suo epocale volume che si chiama guarda caso proprio Entropia, il genere umano riesce a costruire strutture ordinate a livello architettonico, socio-culturale, politico, produttivo e quant’altro solo aumentando l’entropia generale del suo ecosistema. In parole più povere, per costruire dell’ordine si aumenta la tendenza al disordine.

La mia impressione, però, è che anche le creazioni dell’Uomo tendano alla dissoluzione, al disordine. O per meglio dire, occorre una quantità di energia ogni giorno maggiore per “tenere insieme” l’organizzazione sociale, ormai largamente globalizzata, del pianeta. Laddove le strutture create dall’uomo divengono troppo complesse, e/o l’impegno profuso per tenerle insieme viene meno parzialmente o del tutto, le strutture implodono, collassano, diventano rapidamente autoreferenziali (cioè non c’è più modo di controllarle o dirigerle o limitarle dall’esterno, cominciano a produrre esse stesse le proprie leggi e funzionano in modo sempre più sganciato da quelle che erano le loro funzioni originarie).

Questo vale per la politica: in origine nota come l’Arte di governare le società, già nel 1966 per un giovane Guccini era solo far carriera, e sarebbe un po’ lungo analizzare cosa è diventata oggi.

Questo vale per la Sanità Pubblica: nata come uno dei correlati fondamentali degli ideali democratici ottocenteschi e novecenteschi, per un giovane Claudio Lolli già nel 1973 era implosa nella raccapricciante visione di Hai mai visto una città dove si nasce e si muore in un grande ospedale, un grattacielo  moderno a struttura di tipo aziendale, dove la morte è un fatto statistico del tutto normale, e come descrivere oggi le Aziende Sanitarie Locali, grottesco incrocio tra un Comando Presidio militare e il Castello di Kafka? Meglio non provarci nemmeno.

E questo vale per il Sistema Educativo: la scuola pubblica dell’obbligo dovrebbe essere uno spazio di riequilibrio interclassista, una palestra di tolleranza e di educazione nel senso più ampio del termine, il teatro oserei dire sacro del passaggio del sapere di base tra le generazioni: mentre invece vi lavorano e la frequentano personaggi sempre più assurdi, coinvolti in una terrificante deriva entropica, gli insegnanti sempre più frustrati sottopagati e indifesi, gli alunni sempre più demotivati strafottenti del tutto inconsapevoli del perché sono lì.

E questo vale per i rapporti umani: schiacciati dalla fretta, dal bisogno di far carriera, da un costo della vita sempre più alto, da un’organizzazione del lavoro sempre più alienante, da una totale perdita di significato del nucleo familiare come trasmissore di cultura, di valori, di atteggiamenti, non sappiamo più amarci, non sappiamo più parlare, viviamo i nostri momenti di incontro senza più nessun rispetto per l’Altro; anche le nostre case sono diventate il museo della nostra capacità di acquisto, di quanti viaggi esotici abbiamo potuto fare, di quanti costosi inutili gadgets possiamo permetterci….

E’ questo il vento subdolo e feroce dell’entropia che soffia quotidianamente su tutto quello che facciamo. Personalmente, ho imparato a costruirmi i miei piccoli, specialissimi e segreti significati in minuscole nicchie ecologiche dove in teoria l’entropia non dovrebbe arrivare. A volte ci riesco, altre volte anche questi spazi si aprono di colpo e vengono invasi dalla terribile confusione che c’è là fuori. Allora, lentamente, raccatto i pezzi e inizio con lenta sapiente maestria la costruzione di una nicchia ancora più protetta e segreta.

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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TerryMondo

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