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Piazzale della Pace (Parma) 22.09.12 h. 14.15-16.45 con inopinato intermezzo musicale.

[Post-scriptum nel tempo ma pre-scritto nello spazio: Mi rendo conto che chi dovesse leggere questo post sapendo poco o nulla di cosa è successo a Parma in questi ultimi 6 mesi resterebbe perplesso e dovrebbe chiedere delucidazioni. Chi di Bernazzoli, Vignali, Pizzarotti, programma elettorale del M5S sa già tutto salti la parte fra parentesi quadre. Merci.

Colgo l’occasione per integrare quanto scritto con alcune informazioni supplementari: il nuovo sindaco di Parma appartiene al Movimento 5 Stelle: le 5 stelle in questione sono acqua pubblica, trasporti, sviluppo, connettività ed ambiente, in sintesi si collegano al concetto di “decrescita” ed hanno molto a che fare col lavoro del filosofo, ecologista, scrittore, maitre a pensèr Jeremy Rifkin. E’ stato eletto nel maggio scorso da una popolazione inviperita per gli 800 (ottocento, devo fare come per gli assegni per evitare che qualcuno pensi che mi siano scappati 1 o 2 zeri di troppo) milioni di debito accumulati dalla precedente amministrazione di centro-destra, per le imbarazzanti infiltrazioni malavitose negli appalti pubblici, per i faraonici e spesso inutili lavori pubblici che servivano a fare arricchire gli amici degli amici, per la cessione delle forniture di acqua luce gas e ritiro spazzatura all’IREN, azienda privata che opera con feroce logica neocapitalista e, last but not least, per la costruzione di un inceneritore che quasi nessuno vuole, salvo quel manipolo di potentati che si raccolgono intorno all’Unione Industriali e alle banche e che dalla precedente amministrazione aveva avuto carta bianca assoluta.

La popolazione inferocita aveva punito Ubaldi, sindaco di Parma dal 1998 al 2007 (il suo successore Vignali si è dimesso nel 2011 ed ha abbandonato la politica lasciando pochi rimpianti) non ammettendolo neppure al ballottaggio. Nel testa a testa finale, il candidato del centrosinistra Bernazzoli (presidente della provincia di Parma, e come tale favorevole all’inceneritore, come viene spiegato qui) e qui è riuscito nell’impresa di prendere qualche voto in meno che al primo turno.

La manifestazione di sabato 22 era organizzata dal Movimento 5 Stelle, a spese proprie e non del Comune, per tornare sull’argomento dell’inceneritore costoso, inquinante, inutile, tecnicamente e legalmente obsoleto (dal 2020 tutti gli inceneritori saranno fuori legge nell’intera Comunità Europea).

Spero che adesso si capisca meglio il tutto. Altrimenti chiarirò ulteriormente.]

Non posso neanche valutare da quanto tempo non mi capitava perché di fatto non mi era mai capitato.

Per ritrovare un’emozione simile (ma in un contesto totalmente diverso) debbo andare a ritroso nel tempo di alcune ere geologiche e rifarmi alla mia uscita in trance dal cinema dopo la visione del “Tommy” di Ken Russell.

Avevo 18 anni, tutti i capelli e pesavo 56 chili.

Ma è un parallelo improprio e perfino un po’ superficiale, perché lì c’era l’animalesca soddisfazione edonistica per l’incontro tra il rock al suo apice e il cinema d’autore (ma alternativo “quel tanto”) con suoni e immagini che perforavano la tenera armatura di un soggetto che si sarebbe liberato della sua adolescenza una ventina d’anni più tardi, quindi figuriamoci quanto vi fosse dentro all’epoca.

Trovarmi nella condizione di pensare “Adesso se non mi metto alla tastiera di un computer nei prossimi 20 minuti potrei avere degli scompensi caratteriali anche seri” non mi era mai capitato.

Se nel 1975 ci fosse stato qualcosa che assomigliava a una tecnologia digitale penso che i miei commenti su “Tommy” avrebbero impegnato le mie ore successive.

Non c’era.

Oggi non sono più così fragile agli stimoli esterni, ma ogni tanto mi emoziono. Magari per delle cose marginali. Per certe cose che ci sono ma che tanti non vedono, che stanno lì come un regalo ad una sposa che finisce nell’angolo buio della stanza, ma la birichina sa che glie l’ha regalato il suo grande amore finito male.

E allora oggi, nella manifestazione-show contro il famigerato inceneritore, mi sono emozionato e forse commosso respirando uno strano fluido etereo che però, cribbio, non mi sembrava di essere stato il solo a respirare.

Non ve lo so spiegare, non state a insistere che non c’è verso.

L’infernale plètora di demoni, che sembravano quelli di Dostoevskij o al limite di Paolo Nori che come cerniera tra Parma e Mosca ha un suo perché, degli accreditati-stampa non l’avvertiva per nulla e si muoveva con le cadenze, gli stilemi e i borborigmi degni di un concerto di Lady Gaga sperando che faccia vedere una tetta nel retro-palco.

Ma accanto a quella minoritaria rumorosissima tribù che chiamava il sindaco come una casalinga annoiata e strafatta di nocino chiamerebbe il suo cane al parco, c’era una tribù composta, silenziosa, attenta e, per l’appunto così mi sembrava, emozionata.

Gente abituata a reboanti promesse dei politici (Fem’ma chi, fem’ma lì, fem’ma d’ed sù, fem’ma d’ed zò)che si trovava di fronte a un giovane sindaco e a un leggermente meno giovane assessore all’Ambiente che parlano il linguaggio comune e non il politichese, illustrano le problematiche, convocano esperti da tutta Italia lasciandoli liberi di esprimersi, magari non l’hanno fatto apposta ma si sono situati nel solco di un kennedyano “Non chiedete cosa il Comune di Parma può fare per voi, chiedete cosa voi potete fare per il Comune di Parma.

Gente che, per tutta l’estate, aveva goduto di un bellissimo seppur austero programma di concerti a costo zero di giovani promettenti artisti locali, chè non è che si possa restare per sempre ai Corvi e a Scialpi




contrapposto ai dibattiti con ricco gettone di presenza che tanto piacevano a un Vignali già assediato e ad un passo dalle dimissioni nel programma 2011. E, perchè no, di una presentazione della nostra mitica compagine gialloblù (mi rifiuto di chiamarla “crociata” per dei motivi che non sto a spiegare) nel surreale stupendo quanto difficile scenario di Piazzale della Pace (laboratorio a cielo aperto di tolleranza reciproca e, se il Dio immanente che c’è dentro ognuno di noi lo vorrà, di un’integrazione che oggi è solo parziale) e non nel tempio calciofilo del Tardini.

Federico tiene. Ha capito cosa conta nella vita e cosa non conta un tubo, o forse lo sapeva già di suo e questa anomala esperienza di potere glie l’ha confermato. Chi lo conosce ne parla bene, e chi ne parla male non ha nessuna intenzione di verificare la validità del suo (pre)giudizio.

E Grillo? Direte voi. Un pittoresco tenero ospite d’onore, un papà con un leggero principio di Alzheimer che vuol bene a tutti e tutti gli vogliono bene, diversissimo dal Grillo di Milano 2006 altezzoso e sarcastico (questo è incazzato sul serio e non per finta e quando parla faccio fatica a scorgere in lui le stimmate del demagogo che tanti sono sicuri di vedere con adamantina chiarezza), che sapientemente interviene con parsimonia perché si sente (e sicuramente lo è) un “valore aggiunto” rispetto a qualcosa che può e deve camminare con le proprie gambe.

Il mio apparato informatico è molto rudimentale, sia relativamente a un cellulare che fa filmati di 10″ non scaricabili in rete sia relativamente ad una definitiva morte del mio più volte ricordato Notebook Toshiba che (diversamente da Leonardo) mi ha lasciato vedovo inconsolabile.

Ma forse è meglio così.

Perché avrei potuto inondare l’etere di filmati e foto, e invece così mi affido allo strumento tribale della parola come veicolo principe delle emozioni, e che come tale non mi ha mai tradito.

Come è stato bello scrivere questo post.

Non lo rileggo nemmeno. Corro a godermi la città che risuona ancora di splendide vibrazioni.

Buon vichènd a tutti. E mi raccomando piano coi commenti che poi faccio fatica a leggerli tutti.

Lui e lei

Lui e lei erano lì, in un bilocale di periferia ordinato fino alla maniacalità. Lui giocava in casa e lei in trasferta, e quindi i suoi gol valevano doppio, ma lei faceva finta di non saperlo e si difendeva come l’Inter di Picchi. Ma neanche lui, in realtà, aveva particolari intenzioni di andare in forcing, e palleggiava a trequarti campo in una fitta ragnatela di passaggi senza per ora tentare l’affondo.

<Né lui né lei si erano particolarmente curati per l’occasione: che non si pensasse neanche per idea che si erano incontrati per motivi meramente edonistici. Si erano incontrati per capire cosa c’era tra loro, si erano incontrati perché non potevano non incontrarsi, si erano incontrati perché la vita è una sola, si erano incontrati perché nell’equilibrio fra desiderio e coscienza il desiderio aveva trovato un colpo di karatè che aveva steso la coscienza per qualche ora, si erano incontrati perché alla fine erano specialisti nel fare le cose che non andavano fatte.

Lei aveva parlato per due ore di suo marito e di sua figlia, di sua figlia e di suo marito, di quel bastardo di suo marito e di quella gnesa di sua figlia, e lui lisciandosi la barba aveva ascoltato quell’allucinante conglomerato di luoghi comuni versandole da bere ogni venti minuti circa. Quel vino sapeva di tappo, era molto dozzinale e ricordava vagamente lo sciroppo per la tosse che a lui da bambino veniva somministrato tutti gli inverni anche quando di tosse non ne aveva. Ragion per cui, tanto più che lo aveva portato lei, lui si era limitato a un assaggio iniziale simulando poi un’astemia che era qualcosa che non lo aveva mai riguardato.

Lei lo guardava trovandolo a tratti splendido e a tratti insopportabile e si chiedeva come poteva aver recuperato la giacca su cui lei aveva pianto un paio di mesi prima spargendoci sopra uno strato compatto di rimmel, fondotinta, lacrime, cispettina e chissà che altro. Lui pensava tra sé a che furbata aveva fatto comperando una giacca identica a quella che, tagliata in innumerevoli pezzettini in quanto irrecuperabile, contribuiva alla maniacale pulizia del suo cucinotto.

Poi all’improvviso uno strano rumore li fece trasalire: attraverso le pareti in cartongesso dall’appartamento dei vicini si levò un rumore ritmico: cri-cri-cri. Se lui fosse stato il ragionier Gorreri impiegato all’assessorato alle Varie ed Eventuali avrebbe certamente gridato “Andate a gussare al Parco Ducale, maiali!!!”, per sentirsi rispondere “Adèsa l’è s’rè!”.

“Hai sentito cosa fanno?” chiese lei. “Quello che io e te abbiamo fatto una volta sola, con te tesa come uno stoccafisso” avrebbe voluto rispondere lui, ma con un sogghigno che voleva essere (e lei effettivamente trovò) molto sexy si limitò a dire “Secondo te?”.

Lei “Se lui è un uomo adesso mi salta addosso. Mi strappa i vestiti di dosso come sbuccerebbe una mela. Ma siccome io sono una signora, una donna sposata e una mamma affettuosa, spero che lui sia tanto uomo da provarci ma tanto gentiluomo da fermarsi prima che ricapiti l’irreparabile.”.

Lui “Se lei ci tiene davvero mi lancia un segnale. Chessò, una spallina leggermente abbassata, la lingua passata più volte sulle labbra, quella sua manotta grassoccia che mi si appoggia alla clavicola. Ma tanto si sa, quelle cose le fa solo quando c’è qualcuno nella stanza accanto che potrebbe entrare da un momento all’altro (e se ci scoprisse mi gioco le balle che darebbe la colpa a me),”

Lei “Dio bonino mi sto eccitando, e adesso che faccio? Gli cedo? Ma posso cedergli solo se lui ci prova, e per ora mi sta guardando in silenzio con una faccia che non si capisce niente. Se gli dico che ho voglia sono finita, non solo per stasera ma per sempre… E poi devo tornare a casa per mezzanotte se no la Renault diventa una zucca e mio marito diventa un vendicatore della notte. Orologio alla mano, sarebbe una sveltina e la sottoscritta di sveltine non ne ha mai fatte… Beh, almeno non negli ultimi due anni…”

Lui “Se lei fosse degna delle mie parole parlerei. Ma lei mi ascolta sempre con quell’aria compunta di chi ha capito tutto ma che sotto sotto non ha capito niente. E poi, il fatto che dalle informazioni in mio possesso ultimamente l’ha data via a cani e porci mi spacca a metà: una metà la schifa e una metà si dice ‘Vabbè, e io non sarò mica peggio del tale e del talaltro che notoriamente hanno goduto delle sue grazie?’.”

Lei “Chissà perché quella volta che gli ho detto ‘Stiamo abbracciati tutta la notte, sarà bellissimo lo stesso’, lui ha borbottato una roba su un certo Elio. Sarà quell’Elio che mi portava a ballare quattro anni fa? E lui come fa a saperlo?”.

Lui “Ma quella volta che abbiamo combinato, in fondo in fondo le è piaciuto, visto che lubrificata lo era, e quindi tanto schifo non le doveva poi fare, o devo giudicare il tutto negativamente in base alla sua totale assenza di gemiti durante e di commenti dopo?”.

Lei “Gesù Gesù Gesù il Falerno mi sta a fare effetto. E io che l’avevo portato per farglielo bere a lui… E mo’ non ci sto a capire più niente, so solo che sto bene. Anzi no, che bene? Sto malissimo, sono una donnaccia che si ubriaca in casa del suo ganzo…”.

Lui “Ecco, lei è bella andata. Si ostina a fare la bevitrice anche se non tiene neanche un boero. Molto probabilmente, anzi direi sicuramente, quella bottiglia di orribile vino le è servita per disinibirsi. Ma a questo punto io non ho più margine di manovra: posso fare l’amore con una donna ubriaca solo se:

a) sono ubriaco almeno come lei, possibilmente molto di più, dopo di che probabilmente non se ne fa niente per problemi banalmente meccanici;

b) c’è la sostanziale sicurezza che la serata si sarebbe conclusa in orizzontale anche se si fosse bevuto spuma al ginger;

c) lei è non dico esclusivamente, ma almeno prioritariamente mia.

A rigor di logica, dovrebbero valere tutte e tre le condizioni, ma ci si potrebbe accontentare di una. Allora, scartando a priori b) e c), cosa faccio? Vado al bar sotto casa e compero una bottiglia di whisky a 20 euro quando alla Conad la pagherei 9 e 50, e poi ne bevo una significativa porzione? E se poi mi capita come dieci anni fa, quando mi sono addormentato durante un cunnilinguus e quando mi sono svegliato lei non c’era più?”.

In quel mentre suonò il cellulare di lei. Lei era tanto ubriaca che lasciò su il viva voce, e la cadenza del marito di lei si sparse per la stanza. Parlava con un tono talmente concitato da mangiarsi le parole, ma ogni tre secondi pronunciava un inequivocabile “Venaccàsa”.

Lui e lei cominciarono a farlo che il povero marito, del tutto non cosciente del vaso di Pandora che aveva involontariamente scoperchiato, stava ancora parlando e ripetendo il suo verso come la gallina leopardiana: come un cane di Pavlov che all’improvviso capisce che è il momento appropriato per salivare, si attorcigliarono convulsamente in tutti i pochi angoli, letti esclusi, fisicamente adatti alla bisogna. Si attorcigliarono e si contorsero senza gioia e senza piacere ma con una rabbia reciproca e per tutto il resto dell’umanità che li bruciava fino ad ustionarli. Maltrattandosi percuotendosi ed ignorandosi a vicenda lo fecero senza neanche lo sforzo di immaginarsi ognuno dei due un partner diverso al posto di quello disponibile per quella sera. Lo fecero per dimostrarsi che non ne valeva la pena; lo fecero per concludere ingloriosamente (con venti minuti di esplicito) tre lunghi mesi di asfissianti sottintesi. Lo fecero. E alla fine lei si rilassò per un attimo e disse quelle due misere parole per un totale di cinque lettere che era abituata a dire solo ed esclusivamente quando aveva la tassativa certezza che non sarebbero state prese sul serio: né questa volta fece eccezione.

Lui contenne la sua lingua tagliente sulla quale urgeva un "Ti ha fatto abbastanza schifo?", si ricompose rapidamente e la guardò con un'espressione che poteva significare qualunque cosa lei avesse ritenuto giusto che quel momento dovesse significare. Lei zoppicò verso il bagno (durante i contorcimenti precedenti si era dolorosamente storta una caviglia e aveva anche battuto la nuca contro lo spigolo del tavolino) con la voglia di dire "Non vale, si rifà tutto da capo…" ma contemporaneamente con la paura che suo marito setacciasse la città alla sua ricerca o, semplicemente, le facesse un pesante terzo grado al ritorno a casa.

OK, lei avrebbe potuto citare la bionda che scappava affannata per le scale, gli inequivocabili sms sul cellulare di lui che lui continuava a spiegare come scherzi, sbagli di numero, gratuite provocazioni, le battute allusive alle cassiere del bar in sua presenza, ma lui sarebbe riuscito a convincerla che (suvvia!) se lui era un po' brighellone era perchè lei non era più la stessa donna di quando si erano conosciuti mentre lui era addirittura ringiovanito.

Quando ripassò dalla cucina sperò che lui la abbracciasse e se la tenesse stretta senza dire nulla: ma lui era troppo orgoglioso per farlo, si limitò ad accompagnarla al portone senza neanche sfiorarla. E concluse la serata gustandosi uno splendido film di Totò.

La luna e il signor Hyde

Arriva prima o poi il momento in cui si smette di comunicare e si comincia a metacomunicare, cioè a comunicare sulla comunicazione: è come se due o più immaginari giocatori a un certo punto sospendessero il gioco e si mettessero a commentare le regole del gioco stesso, magari per cambiarle, magari per arrivare a tenersele immutate dopo averne verificato l’efficacia, o magari (caso estremo ma non impossibile) per decidere che l’unica regola è quella di fare senza regole.

Arriva prima o poi il momento in cui si smette di apprendere meccanicamente e si comincia a deutero-apprendere, cioè a modificare il modo in cui si apprende, ad imparare a imparare: è come se un immaginario studente smettesse di apprendere date, teoremi e dimostrazioni e decidesse che di lì in avanti non gli interessa tanto e solo imparare cose nuove ma affinare gli strumenti cognitivi, cioè in parole povere l’intelligenza (intelligere significa capire, comprendere, ma più sottilmente ‘leggere dentro”, trovare nessi, collegamenti e relazioni, insomma creare categorie e distinzioni); o meglio, come se un novello Galileo Galilei smettesse per un attimo di esplorare il cielo e si dedicasse a modificare il suo telescopio.

Ed arriva prima o poi il momento in cui si capisce, col Gattopardo, che “tutto deve cambiare perchè non cambi nulla” e si cominciano a mettere in discussione i mille microcambiamenti che attraversano ed appestano la nostra vita quotidiana per considerarli futili ed irrilevanti, e si cerca e si insegue quel meta-cambiamento, quel cambiamento strutturale che una volta espletato e portato a termine non lascerà più nulla com’era prima.

Nell’universo dei blog, più rarefatto ed intellettuale di quello rumoroso e tendente allo spensierato di Facebook, si incontrano e si intrecciano fasci puri di emozioni e pensieri del tutto privi di tutte quelle etichette fastidiose ma inevitabili (e per certi versi indispensabili) nella vita reale.

Alla fine dov’è che siamo “più veri”?

Nella nostra quotidiana valle di lacrime, dove ci sentiamo dolorosamente e noiosamente prodotti della nostra storia?

O in queste sporadiche incursioni nell’universo virtuale dove coesistono mille mondi paralleli, e la nostra storia può essere continuamente riscritta, resettata, ricostruita nello spazio di un secondo?

Chissà perchè, mi vengono in mente due brani di rara bellezza, che qui di seguito riproduco:

Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.

Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli
?

Ogni tanto anche noi, come il Ciaula pirandelliano o il pastore errante di Leopardi, abbiamo una percezione dei mostruosi ed inimmaginabili abissi cosmici e , forse, degli ancora più mostruosi ed inimmaginabili abissi della nostra autocoscienza, del dono/condanna di essere in grado di riflettere su noi stessi.

Quanti Ciaula, quanti pastori erranti vagabondano per il web in cerca di una parziale ma rassicurante identità, una identità che ricorda la fulminante frase di Shakespeare “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”?

Sono quelle domande un po’ retoriche ma non troppo che vale la pena di fare anche senza bisogno di inseguire una risposta testuale.

Eufemio in Paradiso – L’infanzia del Filosofo, Esercizi di libero pensiero

[Il senza tetto Eufemio si sveglia inopinatamente una mattina non su un cartone ma addirittura in Paradiso; la cosa dovrebbe provocargli una gioia immensa ma invece succede tutt’altro, ed inizia per lui un tormentato itinerario nelle misteriose circonvoluzioni di uno spazio/tempo illimitato alla ricerca di qualcuno che gli somigli; e alla fine lo troverà, nei panni di un altero misterioso personaggio che, non volendogli declinare le proprie generalità, Eufemio chiamerà il Filosofo, anche lui finito in Paradiso contro la sua volontà e addirittura tentato di emigrare all’Inferno. Abbiamo imparato qualcosa sull’infanzia di Eufemio, ora vediamo cosa ci racconta il suo atipico compagno].

Il Simile, il Filosofo, l’Eretico, il Misterioso amava gettare spesse coltri di fumo sulla propria infanzia: ecco che una volta si descriveva ultimo di 12 figli di una famiglia di suonatori girovaghi, un’altra volta esposto sui gradini di San Biagio e accudito fino alla maggiore età da volenterosi fraticelli che gli insegnarono con pazienza ed umiltà tutte le basi dello scibile umano e della libertà di pensiero, un’altra volta ancora, unico figlio ufficiale di un irrequieto capitano di ventura che mille altri ne aveva disseminati per il mondo, e questa sembrava la versione più attendibile.

A 13 anni era scappato di casa perché aveva deciso di scalare la mostruosa montagna che si ergeva solitaria ad occupare il suo orizzonte e che il babbo gli diceva essere il confine estremo del mondo, e che il nonno gli diceva che di quando in quando con la logica implacabile del mondo minerale inorganico seminava morte, terrore e distruzione.

Arrivare sulle pendici del mostro non aveva occupato più di un paio d’ore di affrettato agitatissimo cammino: l’ascensione era stata un’impresa ben più ardua: ma aveva proseguito anche perchè, con la sua vivace intelligenza di quasi scugnizzo, si era reso conto che a un certo punto ridiscendere era più arduo e pericoloso che continuare a salire.

Man mano che saliva il paesaggio si faceva spettrale, lunare avrebbe detto un suo coetaneo del XX secolo nutrito di cinema e TV,
ma a lui sembrava solo spaventoso e inospitale, e fantasticava che prima o poi qualche ancestrale creatura materializzatasi dalle latèbre stesse della sua malata fantasia l’avrebbe assalito e divorato vivo.

Mentre la giornata primaverile si ammantava in modo improvviso e inopinato di nuvole temporalesche che sembravano ammonirlo a non proseguire oltre, lo scapestrato giovincello raggiunse la sommità, occupata da una terrificante voragine che, decise facendosi il segno della croce, era il boccaporto dell’inferno.

Ma oltre quella mostruosa visione si stendevano a perdita d’occhio due cose che aveva solo immaginato, non del tutto sicuro che ci fossero realmente: la città enorme sconfinata concentrata di virtù e peccati, abitata da nobiluomini e mariuoli in egual misura (erano più i secondi già allora, in realtà), tempio di sovrana sapienza e animalesca ignoranza; e poco più in là il velluto blu del Padre Oceano che probabilmente arrivava fino alle Americhe da poco discoverte dove vivevano creature al di là di ogni immaginazione.

Il futuro Filosofo tornò indietro ridendo e piangendo, rotolando lungo le pendici del mostro che non gli faceva più paura. Adesso sapeva, e non gliel’avrebbero più fatta in barba. Le rotolate gli provocavano sbucciature alle braccia e alle gambe, strappavano la casacca nuova che la mamma gli aveva cucito con tanto amore, ma il dolore lo esaltava ancora di più.

“Da oggi crederò solo a ciò che vedrò con i miei occhi, nessuno potrà mai dirmi cosa devo vedere sentire e pensare”. E intanto era scoppiato il più terribile dei temporali. Dio lo voleva punire per la sua intraprendenza.

Ma a casa la sera la metaforica punizione di Dio non fu nulla rispetto alle nerbate del babbo, che non smise fin quando non lo vide svenuto che vomitava sangue.

“Soffri più tu per codeste nerbate che io che le ricevo, padre crudele che mai mi amasti” furono le sue ultime parole prima di perdere i sensi, e quando usò parole simili quasi mezzo secolo più tardi in una circostanza non meno drammatica non si rese conto che il circolo si era chiuso.

Eufemio in Paradiso – Eufemio picèn.

[Il senza tetto Eufemio si sveglia inopinatamente una mattina non su un cartone ma addirittura in Paradiso; la cosa dovrebbe provocargli una gioia immensa ma invece succede tutt’altro, ed inizia per lui un tormentato itinerario nelle misteriose circonvoluzioni di uno spazio/tempo illimitato alla ricerca di qualcuno che gli somigli; e alla fine lo troverà, nei panni di un altero misterioso personaggio che, non volendogli declinare le proprie generalità, Eufemio chiamerà il Filosofo, anche lui finito in Paradiso contro la sua volontà e addirittura tentato di emigrare all’Inferno.]

Al confronto della cattedrale gotica speculativa del Filosofo, Eufemio era una pieve di campagna dove potevi anche scoprire qualche chicca pittorica ma, insomma, l’effetto complessivo era un po’ diverso.

E’ vero, nella sua condizione di aggregato supercompatto di energia aveva le stesse potenzialità del suo “presunto” simile, ma non è che basti avere uno Steinway in salotto per diventare dei grandi pianisti.

Eufemio era nato il giorno stesso che la Rai aveva inaugurato le trasmissioni via satellite. Trasmissioni che Eufemio, quando cominciò a capire qualcosa, si rifiutava di guardare perché era convinto che il satellite avesse una telecamerina e riprendesse le manifestazioni (di solito sportive) da centinaia di chilometri d’altezza, mentre il satellite si limitava a fare da specchio riflettente del segnale TV per triangolarlo in direzione di Via Teulada. Il Filosofo non sarebbe caduto in un così pacchiano equivoco neppure da piccolissimo, ma andiamo avanti.

L’infanzia di Eufemio era trascorsa, ironia del destino, in una via che portava il suo stesso cognome, e che a quel tempo era l’estrema periferia sud-est della città dal nome dolce come una caramella.

Lo stadio, a poche centinaia di metri, segnava l’inizio della città vera e propria, ma prima di arrivarci c’era una vasta distesa di spiazzi erbosi dove far volare rudimentali palloni, alcune volte letteralmente di stracci o di cartapesta, altre volte portati come una reliquia dai bambini più ricchi che se l’erano visto comprare in qualche elegante negozio di articoli sportivi, e tutti erano obbligati a giocare di fino con dei tocchetti da fighetta perché a tirare delle cannonate la sfera si deformava e poi ci si poteva giocare al massimo a rugby.

Durante l’infanzia di Eufemio, a poco a poco, si eressero porte da calcio e linee di demarcazione che segnavano il confine del sogno (da qui in poi sei il nuovo Rivera, da lì in poi sei un teppistello di periferia che finirà barbone a dormire in stazione) entro cui inseguire le capricciose traiettorie di palloni non regolamentari e forse neppure opportuni, che non ne volevano sapere di andare d’accordo con i tuoi piedi più o meno come la tua vita non andava d’accordo coi tuoi desideri.

Nè Eufemio nè i suoi si rendevano conto di essere in pieno boom economico. Antimo Torelli era un imbianchino. Argia Spaggiari in Torelli una sarta.

Poi c’era la Dirce, quella che secondo la mamma non era buona da niente e quindi doveva fare di tutto.

Poi c’era Pomponio, che secondo la mamma sapeva fare di tutto e quindi era esentato dal fare alcunchè, a cui il papà aveva dato ad intendere che via Pomponio Torelli era dedicata a lui ma lui non se ne vantava in giro perché aveva un buon carattere.

Poi c’era Erminio, che aveva due occhi strani da cinesino e si inceppava anche solo a dire “Ciao”, che quelli del Comune lo volevano mandare in un centro specializzato a Milano, ma l’Argia una volta li aveva presi a gallinate in faccia, la gallina s’era tutta sfatta e per quella sera niente brodo, ma quelli là non si erano più fatti vedere.

E poi Eufemio, di dieci anni più piccolo di Erminio e di venti più piccolo della Dirce, frutto di una estemporanea dimenticanza del preservativo da parte di Antimo e di una non esausta fertilità dell’Argia allora ultraquarantenne. Storia che Eufemio conosceva a menadito fin da bambino, datasi l’abitudine del babbo di raccontarla tutte le volte che esagerava col Lambrusco, cioè praticamente tutte le sere.

A quel punto la mamma non si divertiva proprio per niente, se ne andava sbattendo la porta e urlando “E pensaci te alòra a sparecchiare e lavare i piatti che c’è caso che ti fa passare la basa, e non mettere le posate in mezzo ai piatti e i piatti in mezzo ai borassi, buono da niente…”.

Invece i fratelli ridevano, compreso Eufemio che solo verso i 14 anni capì che forse non c’era tanto da ridere. Erminio spesso se la faceva addosso e più pisciava più rideva, più rideva più pisciava. Mentre Pomponio girava per la cucina facendo la pantomima che gli faceva male il fegato dal tanto ridere e intanto che la mamma non c’era fregava qualcosa dal frigorifero.

La Dirce no. A lei venivano gli occhi lucidi e tirava su col naso come se le fosse venuto un raffreddore fulminante.

Senza tanti giri di parole, Eufemio era capitato fra capo e collo fuori da ogni oculata programmazione, in un momento in cui il lavoro tirava un po’ di più e il papà non spendeva tutto al bar con gli amici o con “le donnacce”, Pomponio studiava da ragioniere, la Dirce cominciava a fare progetti col moroso che lavorava in Provincia, l’Argia sperava di potersi riposare un po’. Ed Erminio, lui era sempre Erminio in ogni momento e forse era l’unico che a quel piagnone rompiballe aveva voluto bene fin dall’inizio e voleva giocare solo con lui.

Anche il papà gli voleva un po’ bene in un modo tutto suo. Per Antimo quel bambino era l’emblema della sua virilità, la sua copia conforme di cui essere orgoglioso. Ma in casa contava come il due di coppe quando briscola è bastoni, perchè decidevano tutto le donne.

Compiangendosi, dandosi l’aria delle martiri cristiane ma in realtà tirando le fila della faniglia.

La costruzione di un amore

L’essere umano è una creatura biologica non particolarmente ben riuscita (i delfini, i gatti, i leoni, perfino gli squali sono creature molto più esteticamente belle e perfettamente adattate alla loro nicchia ecologica, a differenza dell’Homo Mica Tanto Sapiens che non si adatta a nessuna nicchia ecologica e non ha il minimo rispetto per il proprio ambiente): condivide con le altre creature biologiche una fortissima pulsione a crescere e moltiplicarsi (cioè, volgarizzerebbe Benigni, a mangiare e a trombare) ma non sa più nè mangiare nè vivere la sessualità in una maniera naturale.

Peccato, io non so mangiare
peccato, io non so dormire
non so camminare in un prato
non so neanche amare
peccato. (Giorgio Gaber, L’impotenza, 1973).

Come evidenzia Gaber, sono tante le cose che l’uomo non sa più fare: in compenso ha imparato a farne tante altre complessivamente inutili e perniciose. Ha sviluppato una razionalità che frammenta la realtà, isola le variabili, disconnette elementi per loro natura connessi.


E’ colpa del pensiero associativo se non riesco a stare adesso qui. (Franco Battiato, Segnali di vita, 1981).

Ma, soprattutto, in parte attraverso l’invenzione delle religioni, in parte attraverso il pensiero filosofico, ha inseguito da sempre la mistificatoria idea di finalità e di destino.

Finalità e destino non hanno nulla di reale, nessun riscontro pragmatico, sono una raffinata illusione del genere umano.

Sì vabbè, dirà quel lettore che non ha ancora rabbiosamente interrotto la lettura di questo post, ma cosa c’entra questo con l’amore?

C’entra, c’entra… In realtà, la ricerca di una persona dell’altrui o proprio sesso risponde al bisogno di provare un piacere fisico (il motivo dell’accoppiamento di tutti gli esseri viventi) e di avere una conferma narcisisistica (motivazione secondaria che possono avere solo gli organismi dotati di un adeguato livello di autocoscienza, capaci cioè di riflettere su di sè): conferma narcisistica che può a sua volta biforcarsi in un bisogno di ricevere (che bello che sei, che uccello lungo che hai, che belle tette che ti ritrovi, che splendido sorriso etc. etc. etc.) o in un bisogno di dare, aiutare, sostenere, dirigere (in questo caso di solito il/la partner non ti fa alcun complimento ma denuncia col non verbale la propria dipendenza da te, e magari dai complimenti che tu ti ostini a fargli/le nonostante di solito non se li meriti).

Se esistesse veramente una e una sola anima gemella, eventualmente gestita da Eros, Cupido, i fidanzatini di Peynet, gli innamorati di Prevert, Eros Ramazzotti, gli innamorati di Umberto Tozzi, le possibilità statistiche che noi possiamo veramente incontrarla sono totalmente vicine allo zero.

Se invece pensiamo alla costruzione di un’anima gemella le possibilità statistiche tornano, vivaddio, a nostro favore: si individua un materiale apparentemente casuale, come farebbe qualunque bravo scultore, e lo si tenta di modellare secondo i nostri desideri. Ma il problema, la complicazione, o a pensarci meglio la fortuna, è che intanto anche lui/lei modella te…

Perché il fatto (o il problema) è che a considerare il proprio partner l’anima gemella ci si può arrivare, ma si tratta di un processo costruttivo e non di una “scoperta”, di un processo costruttivo che spezza le vene delle mani e mescola il sangue col sudore, un qualcosa spesso di infinitamente doloroso.

Non credo a ciò che in Francia chiamano ‘coup de foudre’:
l’amore occupa i capillari molto lento
mediando la ragione con un nuovo sentimento. (Enrico Ruggeri, Rien ne va plus, 1986).

Ed è appunto un processo mooooooooolto lento, appunto di modellaggio reciproco, in cui la tendenza ancestrale è fondersi e confondersi (ma nella realtà è il più forte che “assorbe” l’altro), ma la vera sapiente abilità è se mai quella di smussarsi poco per volta, andare a caccia di complementarietà e di coppie concavo-convesso che non sono solo deliziosamente genitali

Ma a due innamorati questo non basta, non può bastare, o forse viceversa è troppo, troppo complicato e troppo duro, quando la abbacinante fiamma dell’innamoramento ti fa pensare che è già tutto scritto. Allora si dimentica che l’innamoramento è un fantastico quanto impegnativo punto di partenza, e ci si fonde/confonde in una prospettiva “eterna” in cui il tempo non esiste più.

E R O R E !!!! avrebbe detto Paolo Panelli in una puntata di Studio Uno o Canzonissima.

Amarsi implica l’epica fatica di coniugare due mondi e farli cantare minimamente all’unìsono, l’audace intraprendenza di trovare stimolanti le differenze, la vigile lucidità di non farsi condizionare dalle apparenti similitudini, ma soprattutto significa capire che una storia d’amore è tale se i due protagonisti sono capaci e disposti a riconquistarsi OGNI SINGOLO GIORNO e a volte praticare l’arte quasi zen del perdono.

E l’ultima parola come spesso capita la lascio a Giovanni Lindo Ferretti, questa volta non alle prese con i suoi consueti incubi paralessicali ma con queste semplici dirette parole:

amarti m’affatica mi svuota dentro
qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto

amarti m’affatica mi dà malinconia
che vuoi farci è la vita.

Se volete innamorarvi, ora sapete a cosa andate incontro. Ma mi raccomando, continuate a farlo…

Omaggio a Roberto Roversi

La saga di Eufemio può aspettare e può essere rimandata a domani senza nessun tipo di rammarico: oggi le luci della ribalta le merita tutte un particolarissimo esempio di uomo di cultura, scontroso e quasi maniacalmente insofferente di qualunque omologazione, anche della più innocente: Roberto Roversi, che a sei mesi di distanza dal suo inquieto figlioccio Lucio Dalla lascia l’esistenza fisica per consegnarsi alla leggenda.

Il XXI secolo è talmente prosaico e prosastico che sembra non ci sia più spazio per la poesia; è talmente stracarico di attualità e di narrazioni che sembra gli spazi della fantasia si siano azzerati; è talmente rumoroso e sovradimensionato che l’intimismo del poeta che si fruga dolorosamente nell’anima alla ricerca di parole che significhino se stesse ma anche qualcosa d’altro muove quasi alla commiserazione.

Nel XXI secolo i pochi poeti superstiti devono sopravvivere come eternamente giovani pellerossa crudelmente ipostatizzati nel soffio caldo della loro ormai obsoleta creatività.

E così era stato anche per Roberto.

Ce lo immaginiamo tentare senza successo qualche pallido sorriso guardando il mare tempestoso ed inquinato del 2000 solo relativamente al sicuro dentro il guscio di noce del suo talento, da un unico oblò che avrebbe avuto bisogno di una passata di Vetril.

Lo salutiamo con uno degli splendidi testi che aveva regalato a Dalla (gli aneddoti ci dicono, fra l’altro, che questa è l’unica volta che Roversi scrisse le parole su una musica preesistente): un testo che, per chi lo sa leggere con la dovuta attenzione, già 40 anni fa ci parla dell’agonia del linguaggio poetico rispetto al linguaggio lineare e didascalico della narrazione in cronaca. Qui il coyote vince, ma è la sua ultima quasi miracolosa vittoria. Per chi sa ancora ascoltare l’erba crescere sulla mano, e siamo rimasti davvero in pochissimi.

“La gara è fra il coyote e una stella
a chi sa e vuol raccontare
il gruppo più fantastico di storie
che si possa ricordare
ma mentre il coyote
è un mancatore di parola e un mentitore
la stella che cadente è la più bella
con la coda che si muove con splendore
e su una pietra i due stan nel fuoco della notte
a raccontarsi a turno con le voci calde o rotte
la stella parla adagio e il coyote grida forte
buttati in questo gioco, per chi perde c’è la morte.

Ma col passar del tempo
la stella fa fatica a raccontare
e invece le parole del coyote corrono
come acqua di un fiume verde verso il mare
e mentre passa il vento in alto un’aquila si desta
e carica di voci, luci è tutta la foresta
la notte passa il cielo è rosso di mattina
finisce questa gara incominciata dal destino.
La stella allora si dichiara spenta e muore
ed ora è un pugno di cenere il suo splendore.

Perché vince il coyote
il racconto non lo dice ma lo lascia immaginare
la vita è fantasia, è coraggio,
è lotta dura con la voglia di inventare
e se la stella con la coda tante storie raccontava,
la fantasia del coyote col suo fuoco la bruciava
e poi faceva ascoltare l’erba crescere sulla mano
e il grido della risacca di un prossimo uragano

Elenco di considerazioni e metafore sul M5S

A volte sulle vicende della politica possono intrecciarsi metafore varie e diverse: ad esempio, così per citare la prima cosa che casualmente mi viene pensata, l’evoluzione/involuzione del MoVimento 5 Stelle richiama alla mente da una parte il Pifferaio di Hamelin e dall’altra l’Apprendista Stregone, magari in versione disneyana con Topolino che fa ballare una congrega di scope.

I pochissimi che seguono il mio blog (però quei pochi mi sembrano fedeli ed attenti) sanno benissimo che seguo il blog di Joe Cricket fin dai suoi albori, che lo considero il mio padre putativo (il blog di Beppe sta al mio come Little Richard e Bill Haley stanno ai Beatles, Bo Diddley e Muddy Waters agli Stones, Willie Dixon ai Led Zeppelin, Amy Winehouse a Giusi Ferreri, se non ci fosse stato il suo non ci sarebbe stato neanche il mio e magari nessuno si sarebbe chiesto “Ma perché Beppe Grillo e Luca Rinaldoni non aprono un blog?”).

E sanno benissimo che ricordo e faccio ricordare che la nascita del MoVimento 5 Stelle è stata il frutto di reiterate veementi pressioni di una crescente aliquota dei suoi commentatori, perché inizialmente Grillo di fare attivamente politica proprio non ne voleva sapere.

Poi le cose hanno preso una piega largamente imprevista: sicuramente nessuno, neppure i sostenitori più accesi ed acritici (e io mi situo un paio di livelli più in basso), avrebbe potuto prevedere lo stupefacente successo di un movimento senza sedi fisiche (la sede virtuale ma comunaue unica, come prevede il Non-Statuto, è il blog stesso) che non rappresentava nessuna lobby se non quella di chi non ne poteva più di una Seconda Repubblica che aveva ereditato tutti i peggiori virus della Prima passando se mai da una corruzione sotterranea ed ipocrita ad una corruzione manifesta e compiaciuta di se stessa, con un programma bello ma leggerissimamente vago scopiazzato in toto da Jeremy Rifkin e con l’unica ma eccezionale risorsa dell’entusiasmo e della pulizia di un coraggioso manipolo di neofiti della politica.

Oggi “i Grillini” fanno notizia.

We all know that you are news,
but are you king, king of the Jews?

chiede Pilato a Cristo in Jesus Christ Superstar. Come dire (e qui la metafora diventa megalomanica) che fare notizia è relativamente facile, ma essere il Messia “qui tollit peccata mundi” è un po’ più impegnativo.

Nel giro di pochi giorni, quasi preannunciate a mo’ di ouverture dal già storico post in cui il messianico blogger si paragona al Nemico Pubblico del 1984 di Orwell (quello che catalizza il rituale catartico-ipnotico dei “due minuti di odio” quotidiani), si sono succedute tre notizie:

1. La ventilata collusione di Grillo con la Massoneria, di cui Joe sarebbe la punta di diamante relativamente a un progetto di ordine nuovo planetario, e qui lascio la parola a un blogger che quando narra sembra Hemingway, quando affabula sembra Tolkien e quando entra nella cronaca mi fa dire che se fossi il direttore di un quotidiano gli affiderei tutti gli editoriali;
2. Il controverso fuori onda di Giovanni Favia, da non confondersi con Povia, che fa pensare che uno che si fa prendere in mezzo così o è un boccalone nador dall’ingenuità devastante o la sa lunga da qui a Orione;
3. L’ultimo dei seguitissimi e, per quanto ne so, credibili sondaggi di Ballarò che sostiene che, se si votasse domani mattina, una ipotetica e per il momento fantomatica alleanza Grillo-Di Pietro andrebbe testa a testa col Pd per governare il Paese.

Tutte e tre le notizie, diverse fra loro nei contenuti e diverse nell’impatto (gravissima la prima se fosse vera, e mi rifiuto di credere che lo sia, per certi versi “neutra” la seconda con Favia che si mette nella scia di Tavolazzi e in un certo senso di Fini, buona ma inquietante la terza) rientrano nell’arcipelago semantico di quello che succede attorno a un grande partito.

Il problema è che il MoVimento 5 Stelle non è un grande partito e non lo vorrebbe neppure diventare.

Grillo è l’artefice di un grande gioco di società che, come tale, ha funzionato splendidamente finchè si trattava di protestare. Per entrare nelle stanze del potere e cambiare veramente le cose occorre un salto di qualità. Anche se non ti saprei dire quale. E nel frattempo Grillo e i suoi prodi ne dovranno sopportare e vedere, come si dice a Parma, felice reame a 5 stelle, “di ogni”.

Non dimentichiamoci, e qui concludo, che un MoVimento 5 Stelle che è di fatto già ora il terzo partito d’Italia come potenziale elettorale fa paura e dà fastidio a quasi tutto l’orbe terracqueo.

Il plus-amore.

Amo profondamente questa umanità rumorosa e sudaticcia che si coagula in instabili gruppi solo per celebrare meglio la propria incoercibile solitudine.

Amo questo pianeta ridotto a brandelli ed edipicamente violentato dai suoi stessi figli, molto peggio di quanto farebbe una razza aliena.

Amo il trascorrere implacabile del tempo che azzera il tuo futuro e allontana il tuo passato, lasciandoti in un eterno presente da cui protervi sgocciolano giorni tutti uguali.

Amo l’inutile fretta e la feroce paura di perdere tempo che fa schizzare la gente da un niente ad un altro niente, il dovere che spinge tutti a sacrificare la propria identità.

Amo la finta cortesia del negoziante o del barista che in realtà ti odia perché per lui servire gli altri è diventata una maledizione da Antico Testamento, una delle sette piaghe, il segnale dell’ira divina contro di lui.

Amo gli idioti rituali del week-end, sì è sabato! “divertiamoci un casino”, le famigliole che traspirano disperazione e che sono già da alcuni anni implose su sè stesse ma neanche loro se ne sono accorte, le code nei Centri Commerciali, le affannose ricerche di un parcheggio, le carognate sulla strada.

Amo una società che deprezza il merito e valorizza la meschinità, in cui solo i furbetti hanno diritti e tutti gli altri prego accontentarsi dello stretto indispensabile.

Sono tutto una roba d’amore.

Peccato che l’Universo non ricambi il mio sentimento.

Anch’io sono tutta una roba d’amore. Peccato che mia moglie non mi capisca. Weeeeeendy!!!!

Eufemio in Paradiso – Il Filosofo medita, specula ed argomenta.


[L’homeless Eufemio viene assunto in Cielo contro la sua volontà e la cosa non gli fa troppo piacere. Vagabondando per gli spazi eterni ed infiniti alla fine trova un enigmatico personaggio che sembra aver condiviso la sua sorte. I due sono molto diversi ma alla fine devono accettarsi per quello che sono. Scopriamo che l’enigmatico personaggio è stato traslato in Paradiso come riparazione ad una ingiusta condanna a morte per eresia. Ma chi sarà?… Per conoscerlo meglio, e magari indovinare la sua identità, questo post gli è interamente dedicato].

Il Filosofo era riuscito a scoprire che l’Inferno era molto diverso da come lo raffigurava la superstizione popolare: niente fiamme, niente torture, niente diavoli col forcone, ma qualcosa di molto più raffinato.

Qualcosa che ricordava un eretico meno geniale di lui, ma più accondiscendente coi potenti, almeno quel tanto che basta per essere semplicemente esiliati e non condannati a una morte atroce, e la sua ingegnosa teoria del contrappasso.

I dannati, corredati di un fedele simulacro del proprio corpo mortale con tutti i suoi principali acciacchi (che non guarivano e non peggioravano, stavano lì e si davano un contegno), non facevano altro che ripetere per l’eternità, senza alcuna evoluzione, le scriteriate condotte che li avevano destinati alla Pena Suprema.

Per i primi 2-3000 anni si divertivano da pazzi, poi cominciavano a collassare, e passavano l’eternità implorando di essere spenti nell’oblio, o alternativamente di essere trasferiti a un Inferno con fiamme, torture e crudeli sevizie. Senza ovviamente ottenere soddisfazione.

Il Grande Eretico era stuzzicato fin nel profondo della sua intricata coscienza da una simile sfida. Avrebbe voluto dimostrare che, prima di tutto, le sue non erano scriteriate condotte ma coerenti applicazioni di una rigorosa speculazione sul rapporto fra l’Uomo e l’Infinito; e che, correlativamente, il ripetere all’infinito e per l’eternità la sua sete di virtute e conoscenza (che fatto non fu a viver come un bruto) non gli avrebbe provocato noia alcuna.

Voleva l’Inferno. E sentiva che poteva piegarlo ai suoi desideri.

Ma c’era un fastidioso particolare. L’Inferno non l’aveva materialmente visto, aveva avuto diverse (ma convergenti) percezioni a distanza di anime dannate che gli trasmettevano immagini angoscianti (per loro) della pena che stavano subendo.

Ma…

Se a sostenere che non c’erano fiamme, non c’erano torture e sevizie, men che meno diavoli col forcone, fosse stato il Maligno in persona, che il Filosofo sapeva per esperienza diretta essere particolarmente abile a camuffarsi per portare il nero soffio dell’entropia nelle ordinate vite degli uomini?

Negli ultimi giorni in cui attendeva la sua esecuzione, il Filosofo si era andato convincendo di quella che, più la metteva a fuoco, più gli sembrava una verità inconfutabile: il Male pre-esiste al Bene, il Maligno è perennemente presente nella vita umana a scompigliarne i percorsi e renderne aleatorii i destini, mentre il Bene è una perenne astrazione, un obiettivo mai raggiunto, un utopico anelito.

Inoltre, e questa era la cosa che in fondo lo inquietava di più, nei suoi viaggi attraverso la Galassia per conoscere altri mondi abitati, in nessuno di questi aveva trovato traccia di religione e di coscienza di Dio.

“Ce sta qualcosa ca nun quaglia” pensava il Nostro con la sintesi espressiva propria del suo volgare. L’avesse dovuto tradurre in fiorentino, lingua che usava preferenzialmente nelle sue lezioni, non se la sarebbe potuta cavare con niente di meno che “Havvi una contraddizio in tra la pretesa universalità del Dio nostro e la pletora di creature che vivendo in mondi lontani nulla sostengono di lui conoscere”.

Un Dio che sosteneva di aver creato l’Universo e che si faceva conoscere ed adorare solo dagli abitanti di uno sperduto pianeta ai margini della Via Lattea? Andiamo, non aveva senso…

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Un roseto in via Cerreto

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Il Blog di Beppe Grillo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Annamaria - liberi pensieri

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

TerryMondo

Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

Rossi Orizzonti

...e navigando con le vele tese io sempre cercherò il mio orizzont

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(camminare nel presente)