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La fine del mondo?

 

21_dicembre_2012

Ma davvero tu credi
che nel dicembre del 2012
(come sta scritto in polverosi codici)
la Terra ucciderà tutti i suoi eredi?
 
Asteroide
 
E chi lo disse?
Ma i Maya, saggi lucidi e profondi
che sbagliavan di trentatrè secondi
a indovinar la data di un’eclisse.
 
Botto
 
Se davvero la Terra
smetterà di ruotare all’improvviso
ci troveremo tutti in Paradiso
e non per colpa dell’effetto-serra.
 
Fine
 
L’han detto i Maya,
e i loro vaticinii son precisi,
e quindi resteremo tutti uccisi
(per quanto triste a noi la cosa appaia).
 
sole
 
Eran sicuri
che un ciclo di ben 25.000 anni
si sarebbe concluso tra gli affanni
portando tempi mostruosi e oscuri.
 
black hole
 
E noi tapini (chi se n’era accorto)
andati avanti siamo come sciocchi
senza avvertire i lugubri rintocchi
di questa ch’era la campana a morto
di quella che chiamiamo umanità,
di cui il pianeta Terra si sbarazza
(come tirare l’acqua nella tazza)
complice un cambio di polarità.
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Berlusconi, Bersani, Di Pietro, Grillo.

Delle volte bisogna avere il coraggio di dire quelle cose che a qualunque osservatore ingenuo e un po’ ignorante salterebbero tautologicamente all’occhio come la differenza fra bufalo e locomotiva al Buffalo Bill di De Gregori. Mentre all’osservatore colto e smaliziato sembrano delle trappole dialettiche e gli viene una incoercibile malsana voglia di sospendere il giudizio, menare il can per l’aia e fare una miriade di distinguo.

Berlusconi è praticamente asserragliato nel suo bunker con la nuova fidanzata, che ha sfoggiato più o meno come si fa con la nuova fuoriserie in tribuna VIP a S. Siro in occasione di una delle poche vittorie a cui potrà oramai ambire, perché il calcio ha più pazienza della politica. Ho tanta compassione di lui che non lo identifico con soprannomi, nicks, definizioni estemporanee (anche se “il Bisunto dal Signore” non era malaccio e rispetto allo Psiconano era di mio conio personale). Alla fortunata signorina consiglierei molta attenzione e magari una discreta fuga all’inglese. Il nome Eva Braun le dice nulla?

Lo slittamento semantico (e di fatto anche pragmatico) di Silvio dalla dimensione politica a quella dell’imbonimento da piazzista romagnolo (ragassino Alfano lassiami lavorare per piazere) ha fatto un giro completo su se stesso. Ormai lui non studia più una linea politica ma crea un marchio. Spiega ad Allegri che vorrebbe Guardiola, ad Alfano che vorrebbe Casini, alla nuova fidanzata che rivorrebbe la Ruby ma preferisce non incasinarsi ulteriormente, sposta uomini come carrarmatini del Risiko in modo isterico e compulsivo. “Allora guarda, tu fai un partito di centrodestra per conto tuo e poi ci alleiamo, tu esci per Via Margutta dicendo che sono matto, io ti querelo e poi facciamo la pace in diretta televisiva, tu fai finta di rifondare il PSDI ma in realtà fondi una bocciofila a Scandiano…” eccetera eccetera eccetera.

La coerenza, da tempi immemori e non sospetti, la considera noiosa ed antiquata. Preferisce fondere, confondere, rifondere infine rifondare in un fuoco di fila di cortine fumogene, giochi di prestigio, colpi di teatro, anche se più che colpi di teatro ormai gli ci vorrebbero delle gran botte di culo.

Fidenza e Piacenza fanno rima, sono a 36 chilometri di distanza e ci si parla un dialetto molto simile. Vincenzo Bernazzoli è di Fidenza. Pierluigi Bersani è di Piacenza.

Cavando fuori dal cilindro tutta la moral suasion di cui dispone ha anche lui probabilmente raschiato il fondo del barile dei consensi e adesso si pavoneggia di un vantaggio di 9 punti percentuali sul suo competitor Matteo Renzi (anche se Renzi dice che sono 5 ed è già in piena bagarre agonistica per piazzare la volata, secondo me ha la foto di Federico Pizzarotti sul cruscotto della macchina).

L’unico vero autentico successo non tanto per Bersani ma per il Pd sarebbe stata una sua vittoria al primo turno. Così, anche se Renzi non dovesse vincere al ballottaggio, è comunque emerso quello che tutti sanno: che la fusione a freddo fra postdemocristiani e postcomunisti è una minchiata assoluta che si sfalda e si sfarina al primo refolo di vento. Non diversamente da quella fra postitalioti e postfascisti, questa tiene leggermente di più perché c’è un coefficiente di interessi privati e intrallazzi decisamente inferiore e perché il capo è molto più bonaccione ed accomodante.

Del resto, il Pigi dopo la disfatta parmigiana se ne uscì nella tavanata galattica “Non abbiam perso, abbiamo non-vinto”.

Rischia di ripeterlo di qui a 4-5 giorni.

La stagione politica di Di Pietro appare drammaticamente conclusa, con un inquietante simmetria rispetto a quella del suo nemico storico. E si conclude per ragioni, per carità tutt’altro che identiche, ma in qualche modo omologhe alle ragioni per cui si sta concludendo il ventennio scarso di discesa in campo berlusconiana: l’uno e l’altro sono entrati in politica più per disperazione che per reale convinzione (anche se a Di Pietro quasi tutti riconoscono motivazioni più d’interesse nazionale che personale) e hanno impostato il loro partito come una creatura personalizzata e leggermente feudale, nè l’uno nè l’altro (da uno me l’aspettavo, dall’altro meno e ci sono rimasto anche male) badando troppo alla qualità e all’affidabilità dei collaboratori.

Dopo reiterati sondaggi trionfali, il MoVimento le cui contromisure (bestia: lapsus freudiano, inizialmente avevo scritto “controfigure” e la cosa meriterebbe una bella analisi che adesso mi sa discretamente briga fare) si limitano all’invettiva appare in drastica flessione, mentre la data delle elezioni si è avvicinata ulteriormente (è quasi certo che verranno anticipate a marzo): qualunque bravo statistico direbbe che stiamo assistendo a un semplice fenomeno di regressione sulla media dopo episodiche fluttuazioni verso risultati sovradimensionati al reale appeal elettorale del Dream Team dello zio. Ne provo della reale sofferenza perché mi affascinava l’idea di un movimento di vera autentica rifondazione della politica che aveva significative possibilità di conquistare la maggioranza del paese (a parte l’immonda porcata di cercare di cambiare la legge elettorale per vanificarne la possibile vittoria, sulla quale mi sono già pronunciato).

Ma proprio perché a Beppe voglio il bene che si vuole a un fratello maggiore, non posso non dire che da un po’ non lo vedo pienamente all’altezza del movimento che lui non ha nè creato nè fondato, perché l’hanno fondato i suoi lettori/commentatori (e all’inizio neanche ne volevi sapere, Beppe, se hai buona memoria, spero ti abbiano convinto le insistenze dei tuoi sostenitori e non alchimie dialettico-strategiche del Branduardi In Carne tuo consigliere spirituale), e di cui dovrebbe essere semplice garante.

A parte l’agghiacciante battuta del punto-g (seconda solo al dare della troia all’Onorevole Levi-Montalcini), le scomuniche in perfetto stile vetero-comunista, le semplificazioni un po’ troppo da bar e, anche per lui, uno slittamento semantico e pragmatico in questo caso fra politica e show comico-parodistico-satirico, ma una satira di grana a volte veramente grossolana, tutto questo crea un allarmante scollamento fra lui come immagine mediatica “forte” e tutte le cose meravigliose che succedono a Parma, a Mira, a Comacchio, a Sarego e dovunque ci siano consiglieri comunali a 5 stelle, seri responsabili e a volte perfino troppo austeri, diversissimi da colui che li rappresenta. Che costituiscono un’immagine mediatica debole e del tutto eclissata dalle intemperanze del “santone”.

Beppe, mezzo passo indietro sarebbe più che sufficiente. Ma fallo.

Uno splendido settantenne mancato.

Se non fosse morto in una maniera veramente indecorosa ed assurda, quasi sicuramente evitabile, oggi James Marshall Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre 1942, compirebbe 70 anni.

“Born in the war” cantavano gli Who nel pezzo d’apertura di “Quadrophenia”, anche se per gli Stati Uniti la guerra era qualcosa che non riguardava il territorio nazionale (l’unica azione in qualche modo “bellica”, con tutti gli enigmatici dubbi che si porta appresso, sarà perfezionata sul territorio americano quasi 60 anni più tardi).

Ma è nei primi anni ’40 che nasce una strepitosa generazione di musicisti, di creativi, alcuni di loro veri e propri intellettuali (John Lennon e Jim Morrison “poeta maledetto” su tutti), altri forse più “emozionali” che intellettuali (e Jimi si colloca come la punta di diamante in mezzo a costoro) ma tutti incredibilmente creativi.

Ed è ad un paio d’anni di distanza, tutti a 27 anni di età, che quattro di loro si sono consegnati alla leggenda con delle strane morti oblique certamente non da ragionieri del catasto: Brian Jones, appunto Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison. Che poi a 27 anni siano anche morti Kurt Cobain e Amy Winehouse rincalza una inquietante probabilità statistica per una regolare rockstar.

Seattle, come Los Angeles e San Francisco, si affaccia sulle mostruose inconcepibili onde dell’Oceano Pacifico ma non fa parte della California. E’ la città principale dello Stato di Washington, che ovviamente non ha nulla a che fare con Washington città che riposa all’altro lato del continente e fa da cuscinetto fra la California e il Canada.

Se Jimi fosse ancora vivo, se non fosse morto soffocato dal suo vomito dopo una notte ad altissima gradazione alcolica (sarebbe bastato, dicono alcuni suoi biografi, trasportarlo in ospedale su una specie di portantina dove potesse stare seduto e non ottusamente sdraiato su una barella) la musica rock non sarebbe la stessa.

Non c’è nessun motivo di dubitare che avrebbe interagito con tutti i grandi rocker, da Lou Reed a Frank Zappa, da John Lennon a David Bowie, da Eno a Bono, da Jaco Pastorious a Keith Emerson e non è neppure lontanamente immaginabile quali e quante influenze sarebbe riuscito a produrre.

Jimi non era solo il più grande eccezionale chitarrista mai apparso sulla scena della musica rock, ma anche un visionario confezionatore di canzoni (testi e musica) perennemente sospese fra la realtà e il sogno, fra una dinamica strada di metropoli americana e la seconda stella a destra residenza di Peter Pan.

I Beatles hanno fatto quel po’ po’ che hanno fatto nello spazio limitato di un settennato. Il dritto di Chicago Sugar Bing di Fred Buscaglione, per altro, con l’aiuto di Jimmy lo Sfregiato nello spazio limitato d’un mattìn aveva svaligiato sette banche. Ma Jimi ha fatto quello che ha fatto nello spazio incredibilmente ridotto di 3 anni, quattro album pubblicati in vita più altri tre postumi di livello assoluto, e una prolusione profluvio processione di album dal vivo che fanno pensare che stesse in tour 800 giorni all’anno (ma forse qualcuno è farlocco e taroccato).

Di lui ho ricordato, in apertura di post, la sua performance più lacerante e lancinante, in una livida alba americana dell’estate 1969 a chiudere il raduno rock più leggendario della storia.

Voglio concludere con questo che è il suo pezzo più bello, una favola che stempera l’angoscia nella dolcezza e immagina un onirico amniotico freudiano viaggio nelle profondità dell’oceano, dapprima col testo e poi con gli effetti sonori (da 4:30 in poi).

Paolo ricorda ma forse ha i ricordi confusi.

[Riassunto delle puntate precedenti: Paolo è un negoziante di una cittadina emiliana con qualche mania di grandeur (la cittadina, lui la grandeur non ha la più pallida idea di cosa sia) che da alcuni anni è rimasto vedovo e sembra che la cosa non abbia fatto bene nè al suo morale nè al suo carattere. Succede sempre così ai mariti un po’ innocentemente maschilisti: che finché la moglie cava centomila castagne dal fuoco sembra tutto scontato, quando l’angelo del focolare viene a mancare se ne scopre improvvisamente l’insostituibilità. Però è anche vero che nella sua bottega non si fanno affari esagerati ma capitano un sacco di persone e fatti curiosi, compresi Eufemio Torelli e Gerard Depardieu.]

Paolo ricordava la sua città quando era ancora una borgata di campagna che non sognava metropolitane, summit, expo, feste della pantegana, ma a volte non era sicuro di ricordarsi bene. A modo suo capiva benissimo che a una certa età i ricordi non hanno più bisogno di essere esatti, anzi guai se lo sono. Basta che ti tengano compagnia, e allora te li puoi storcere come vuoi, come puoi, come ti viene, come ti riesce.

Ricordava una bicicletta cigolante, talmente cigolante che il campanello era diventato un optional che tanto si sentiva che arrivava da una cinquantina di metri. E ricordava l’unica colossale rotonda che spaccava la Via Emilia quasi a metà, adesso ce n’erano una cinquantina dove si vede che gli impresari edili amici del sindaco o di qualche assessore ci avevano mangiato primo secondo contorno frutta dolce caffè ammazzacaffè, che lui adesso che aveva venduto la macchina e neanche trovava più la patente ad attraversarle a piedi non c’era verso, c’era sempre qualcheduno che gli sbraiava dietro “Oh nonno stattene a ca’!!” sfiorandolo col paraurti.

Quando la domenica cercava di sedersi al parco col giornale, che poi guardava quasi esclusivamente i morti la posta e il commento al Vangelo di Don Incerto che ricordava da ragazzino, tanto brighellone che non avresti scommesso un cinque sul suo futuro e adesso guardalo che scriveva che pareva San Pietro redivivo, le panchine erano talmente piene di disperazione e desolazione urbana che gli veniva un po’ di rabbia ma poi, che alla fine era buono, un groppo alla gola per tutti quei ragazzi che si vedeva lontano un miglio che cercavano sera e non avevano un fischio da fare per tutta la giornata, meno che meno di festa.

Così qualche volta si portava dietro un po’ di focaccia ligure quella con lo stracchino che era una bomba calorica che faceva da primo e secondo, ma molti si offendevano quando gliela offriva e allora alla fine se la mangiava lui che era anche buona.

Poi ricordava la piazza del mercato dove c’erano tutte le sue vecchie botteghe (la sua era un po’ più in periferia anche se era sicuramente la più antica ma non lo sapeva quasi nessuno) che adesso sembrava uno scorcio di Forte dei Marmi o Rimini con dei videobar col karaoke e una miriade di ragazzotti ubriachi da mattina a sera che il venerdì e il sabato sera sembrava ci godessero a fare una massa informe e a non lasciarti passare.

E’ proprio vero, lui oramai era come il latte uscito dal bricco e andato a finire dove nessuno l’avrebbe più bevuto, al massimo via un colpo di borasso, cos’è quella bagaglia sporca e puzzolente, spetta che la tiriamo via che poi non ci pensiamo più.

Ma il ricordo più bello che gli salivano sempre le lacrime era la prima volta che il babbo l’aveva lasciato da solo in negozio dopo settimane e settimane in cui gli aveva spiegato tutto. E quando era tornato, che lui aveva venduto mezza forma di pecorino e due etti di prosciutto e c’erano ancora i clienti che gli facevano i complimenti, il babbo gli aveva arruffato tutti i capelli come si fa a volte col pelo dei cani, e a lui gli aveva fatto un impressione che se la sentiva identica ancora adesso, e lì era sicuro che il ricordo era esatto preciso proprio lui. Peccato che la mamma era morta il mese prima che sarebbe stata contenta anche lei.

E poi naturalmente si ricordava il giorno che era arrivata la Francesca con sua mamma che quella volta aveva fatto confusione col resto ma il babbo non se n’era accorto, e la mamma della Francesca aveva detto una roba tipo “Veh che hai fatto colpo su quel giovanottino, tientelo buono perché è un gran buon partito” e lui era diventato rosso semaforo e non era riuscito neanche a dire “Volete altro?” che la voce gli faceva fichetto.

Anche se lui non avrebbe voluto essere un buon partito, gli piaceva di più essere il pirata Morgan bello e misterioso che non sai mai cosa puoi aspettarti da lui se ti fa un favore o ti sfida a duello.

Ma s’era ben accontentato alla fine, perché la Francesca poi veniva anche senza la mamma e quando lui le aveva chiesto se la domenica dopo lei veniva al cinema con lui e lei aveva detto mica solo sì ma naturalmente allora che il pirata Morgan se ne restasse pure nei Caraibi che era poi lo stesso.

Adesso che la Francesca non c’era più, ma solo adesso e pensarci prima no eh? Adesso Paolo pensava a quante cose belle avrebbero potuto fare insieme che lei con dei giri di parole gliele faceva capire ma lui non trovava mai il tempo o semplicemente gli sapeva briga perché dopo aver lavorato era stanco.

Anche se qualche volta lui l’aveva sognata, gliel’aveva chiesto e lei aveva risposto che no, era lo stesso, non voleva che si stancasse troppo che non le faceva mancare niente. Certo che i sogni alla fine però li sognava lui e allora li poteva un po’ far finire come voleva lui e allora gli rimaneva comunque il dubbio.

(continua)

Esiste ancora l’intelligenza o è una specie protetta?

 

L’attività intellettuale diventa ogni giorno di più uno spreco energetico ed un oggetto di scherno ed ilarità. Come scimmie implose in un grottesco ritorno ab ovo torniamo a comunicare attraverso il non verbale e disimpariamo ad usare la parola. O la usiamo pressochè esclusivamente come arma per demarcare la nostra diversità ed esprimere la nostra alterigia, non come un gradevole gioco per sfiorarci e conoscerci. Tanta è la paura della solitudine (e sotto sotto della morte) che ce la infliggiamo sdegnosamente da soli piuttosto di dover combatterla. Come non citare una vecchia canzone del Banco del Mutuo Soccorso (Miserere alla Storia, 1972) “Quanta vita ha ancora il tuo intelletto se dietro a te scompare la tua razza?”.

A volte mi capita di chiedermi il significato di parole o concetti quotidianamente usati e un po’ mi diverto a trovare significati ogni giorno un po’ diversi. Non è che questo esercizio si possa fare di continuo: la vita ci chiede spesso e volentieri tutta una serie di automatismi mentali, comportamentali e relazionali senza i quali la vita sociale sarebbe una bolgia ingovernabile. Se un giudice nel bel mezzo di un processo; uno psicoanalista nel bel mezzo di una seduta; un marine nel bel mezzo di un attacco; una rockstar vicina ai 70 ridotta  come una mummia egizia nel bel mezzo di un assolo si chiedessero all’unisono “Cosa ci sto facendo io qui?” l’ordine costituito imploderebbe nel giro di pochi secondi. Meglio di no!

Cos’è l’intelligenza? Cosa distingue una persona intelligente? A volte in questi casi l’etimologia viene in aiuto, altre volte no. Intelligere in latino significa capire, e a sua volta intelligere è composta da intus+legere, insomma “leggere dentro”.

By the way, I always think “What am I doing here ?”  every time  I  go on stage not finding any kind of proper answer. But constituted order never imploded for that.

Vale a dire, con una lettura quasi tautologica, che la persona intelligente è quella che capisce, legge dentro, va in profondità. Non mi basta, e ho il sospetto che questo significato della parola “intelligenza” implichi una visione della realtà di tipo meccanicistico: la realtà c’è, è là fuori, basta allungare una mano per toccarla, allungare un piede per entrarci.

Ma come dice Von Foerster, “un albero che cade nella foresta produce rumore solo se c’è un orecchio nelle vicinanze”, altrimenti produce solo delle insignificanti onde acustiche che vengono perdute. La realtà esiste perchè noi la costruiamo. E oltre a costruirla la legittimiamo.

Se adesso mio nonno Romolo morto nel lontano 1939 potesse tornare in vita e mi vedesse in questo preciso momento farebbe una fatica enorme a capire quello che sto facendo; da quell’uomo curioso e ingegnoso che doveva essere stato, mi tempesterebbe di domande a molte delle quali non saprei rispondere, ad altre risponderei in modo per lui incomprensibile, ad altre ancora risponderei in modo tale da provocargli ulteriori domande. Morale: io considererei il nonno un colossale rompiballe, e lui avrebbe una ben misera visione della mia salute mentale. La sua realtà agricola prebellica avrebbe ben pochi addentellati con la mia realtà del terzo millennio, e forse potremmo parlare solo di sentimenti ed emozioni (quelle sì che si mantengono costanti) o forse nemmeno di quelli perchè comunque le parole sono cambiate, o le stesse parole vengono usate in modo diverso.

Allora al diavolo l’etimologia, a me sembra che l’intelligenza abbia più a che fare con la capacità di risolvere problemi e di affrontare l’imprevisto in modo costruttivo (senza farsi invadere dal panico e senza regredire dal registro razionale a quello emozionale del bambino che aspettava il trenino e trova il carbone).

Non si tratta di “leggere dentro” per scoprire arcani misteri e sentirsi così un po’ più uguali a Dio. No! Si tratta piuttosto di mettere insieme, collegare, stabilire legami logici, organizzare una massa di percezioni & informazioni ogni giorno più ingente.

Prendiamo tre grandissimi pensatori: in ordine di apparizione Marx, Freud ed Einstein.

In modi diversi, tutti e tre hanno riletto in maniera piuttosto globale, anzi a questo punto direi proprio “riscritto” intere pagine di ciò che fino allora sembrava sacrosanto pacifico e acquisito.

Perchè il progresso non produceva maggiore armonia sociale? Perchè lo sviluppo dell’educazione e dell’informazione non rendeva le persone più felici ma anzi le faceva ammalare? Perchè il pianeta Mercurio certe volte saltabeccava dalla sua orbita prendendo per il culo Isaac Newton e la sua teoria della gravitazione universale? 

A questi problemi nessuno dei tre ha risposto con le armi del banale buon senso.

Non sono stati semplicemente “intelligenti”, se “essere intelligenti” a pensarci bene può voler dire capire come conviene muoversi per sopravvivere tra i vincoli e le risorse che ci circondano e non essere nè il nano delle nostre paure nè il gigante dei nostri sogni.

Sono stati originali e creativi: e per essere queste due cose non basta limitarsi a dire “Non è così, è in tutto un altro modo”. Quella è semplice ribellione, sindrome del bastian contrario e, qualora diventi insistente e reiterata, pazzia vera e propria.

Torniamo all’etimo, che un po’ aiuta e un po’ confonde le idee, ma vediamo un po’. Originale viene da “origine”, quindi inizio, partenza, avvio. Originale è una parola “a doppia entrata”, un po’ come “responsabile” che può indicare sia una persona della quale fidarsi e alla quale affideresti volentieri le tue chiavi di casa e la tua figlia minorenne, sia l’autore di qualche atroce misfatto.

Originale può avere un senso retrospettivo, la prima versione di una canzone famosa o la prima stesura di un romanzo; o un senso attuale, colui che apre una strada nuova tale per cui, appunto, gli altri non potranno che copiarlo. “Originèl” in parmigiano è per altro sinonimo di pazzo furioso, e questo vuol dire che solo il successo delle proprie idee, e il progressivo loro riconoscimento da parte della comunità scientifica o culturale, ci salverà da un’etichetta di pericolosi alienati mentali.

“Creativo” è una parola ancora più ambiziosa perchè allude in qualche modo ad un processo che ha qualcosa a che vedere con come Dio Padre un bel giorno decise di mettere ordine nel caos primordiale. Come osserva sagacemente Bateson nel suo “Mente e natura” Dio non trasse le cose dal nulla ma diede ordine, significato e ridondanza a qualcosa che, senza il suo intervento, sarebbe rimasto amorfo. Insomma, non lavorò sulla materia ma sull’informazione. Era un gran cibernetico, insomma.

Così, a fortiori, l’uomo moderno. Apparentemente tutto è stato già detto, scritto e pensato. Ma ancora oggi si possono disporre le idee in modo diverso e collegarle, appunto, in maniera creativa e originale. Pensate cosa si può ancora fare con sole 12 note (compresi i diesis che quasi nessuno si ricorda mai di menzionare).

Ma probabilmente manca all’appello il quarto termine della prolusione: la “produttività”.

E qui parafrasiamo Marx e sosteniamo che la creatività (che può essere originale ma a volte può non esserlo in maniera troppo vistosa) sta alla produttività come il possesso e la coscienza dei propri mezzi e delle proprie risorse sta al fenomeno della “alienazione”.

Spesso a un giornalista, a uno psicologo, a un avvocato, per non parlare di un fattorino o di un operaio generico, viene semplicemente chiesto di essere “produttivo”: erogare un tot di prestazioni standard nel tempo dato senza rompere troppo i coglioni. Non occorre alcuna intelligenza, tanto meno originalità e Dio ce ne scampi e liberi dalla creatività, per fare questo: anzi si consiglia di scollegare il cervello e riprodurre ad infinitum schemi precotti e spesso già digeriti ed evacuati.

Quello che mi fa angoscia è che questa “maledizione della produttività” in alcuni casi scantona dal campo del lavoro e sguscia tra le emozioni e i rapporti sociali:

produttività erotica (numero di partner accumulati con relativa tacca sulla sponda del letto; numero di orgasmi avuti e fatti avere; percentuale di individui che cedono immediatamente alle mie strategie seduttive ormai talmente automatiche da aver perso qualunque parvenza di comunicazione e rassomigliano più ad induzioni ipnotiche);

produttività educativa (quanto è piena la giornata dei miei figli fra corsi di tennis, lezioni di informatica, ginnastica correttiva e altri pesanti attentati alla loro autodeterminazione);

produttività didattica (mettere in pratica tutte le cazzate della riforma-Gelmini controllando bene che le esigenze dei singoli allievi non alterino il regolare espletarsi delle attività)

produttività gastronomica (cfr. Burghy e Mc Donald’s): far mangiare il maggior numero di persone nel minor tempo possibile così che gli manchi il tempo materiale di capire come li stiamo intossicando.

Paolo Candiani con un inatteso “ospite d’odore”.

 

[Riassunto delle puntate precedenti: Paolo è un negoziante di una cittadina emiliana con qualche mania di grandeur (la cittadina, lui la grandeur non ha la più pallida idea di cosa sia) che da alcuni anni è rimasto vedovo e sembra che la cosa non abbia fatto bene nè al suo morale nè al suo carattere. Succede sempre così ai mariti un po’ innocentemente maschilisti: che finché la moglie cava centomila castagne dal fuoco sembra tutto scontato, quando l’angelo del focolare viene a mancare se ne scopre improvvisamente l’insostituibilità e allora sono cavoli amari…]

 

Ogni tanto capitava anche che venissero dei giornalisti o dei semplici curiosi a visitare la bottega. Paolo li riconosceva subito, e sapeva altrettanto immediatamente che non avrebbero comprato un bel niente.

I giornalisti li capiva, che non compravano nulla, anche se qualcuno dei più furbi faceva intuire con eleganti giri di parole che avrebbe gradito in omaggio un mezzo prosciutto o qualche chilo di parmigiano ben stagionato per dare  all’articolo maggior risalto e un tono un po’ più agiografico.

Ma i curiosi, che a loro volta arrivavano dopo aver letto l’articolo di qualche giornalista che scriveva bene della bottega anche dopo essersene tornato in redazione a mani vuote, beh loro qualcosa lo potevano ben comprare. In ogni caso a Paolo faceva un certo qual piacere ricevere i loro complimenti e vederli che si aggiravano per la bottega come se fossero in una specie di museo. Anche se dopo cinque minuti il piacere si era già estinto e alla quarta domanda smetteva direttamente di rispondere o rispondeva con degli enigmatici borbottii e, salvo casi disperati di curiosoni rompimaroni da ricovero immediato, il pellegrinaggio si interrompeva bruscamente.

Una volta era capitato perfino Gerard Depardieu che parlava un italiano tipo Ispettore Clusò ed era ubriaco fradicio però simpaticissimo e lui sì che aveva fatto spesa per più di 100 euro e faceva dei versi di apprezzamento che Paolo era piegato in due dal ridere come non gli capitava da almeno un paio d’anni.

Poi capitava il Torelli, sporco come un cane, maleodorante ma sprizzante saggezza e filosofia, che a Paolo veniva da dire avessi avuto mezza della sua cultura ce lo davo in quel posto a tutti ma nel frattempo va bene che io sono io e lui è lui.

Ed Eufemio se ne tornava in stazione con mezzo chilo di mortadella, settotto micche, dalvolti uno scaglione di grana, che poi come suo solito dimenticava in giro e finiva nello stomaco di qualche tunisino che Paolo ciavrebbe dato qualcosaltro.

Se veniva l’arcangelo Gabriele a portarselo via faceva anche una bella roba, pensava Paolo in bilico fra un lieve afflato mistico di carità cristiana e cattolico decoro e un afflato un po’ più pesante che uscito Eufemio c’era da deodorare la bottega che andava via mezza bomboletta alla volta.

Ma tanto che sta al mondo è un povero diavolo anche lui, era l’inevitabile conclusione. Certo però che quando gli tirava il vento da dietro si capiva 5 minuti prima che stava arrivando.

Quando era morta la Francesca Paolo aveva venduto la casa, i mobili, la macchina, aveva regalato tutto il guardaroba alla Caritas e per 1 mese aveva girato per l’Europa come uno zingaro. A Praga l’avevano perfino arrestato per vagabondaggio perché l’avevano trovato addormentato sui gradini di una chiesa, la testa appoggiata alla valigia, dopo che non era riuscito a trovare posto in nessun albergo. E a Malaga era andato per la prima e unica volta a puttane ma era tanto ubriaco che poi non si ricordava niente.

Certe mattine si svegliava e non si ricordava nemmeno se era a Lisbona o ad Amsterdam. Quello che è certo è che non c’era nessun piacere in quel lungo frenetico viaggio, solo la disperata voglia di stare lontano dai posti dove Francesca era vissuta, aveva respirato, aveva cucinato e forse lo aveva amato.

Già.

Ma la Francesca era stata innamorata di lui? Lui non glielo aveva mai chiesto e lei non glielo aveva mai detto. A Paolo avrebbe fatto piacere ricordare il suono della voce di sua moglie che gli diceva qualche bella frase d’amore come quelle che qualche ragazzino o ragazzina scriveva sui muri o sulle panchine del parco. Ma oramai l’occasione era persa.

Al ritorno in Italia era andato ad abitare in un bilocale ammobiliato tanto che cercava una casa vera e propria, ma poi si era abituato e la casa vera e propria non gli serviva più a niente. Due volte alla settimana una signora moldava gli veniva a fare le pulizie e a lavare e stirare i suoi quattro stracci. Era incredibile come ci si potesse abituare anche all’infelicità e considerarla una condizione come tutte le altre.

(continua).

Paolo e Francesca – Mancata gita a Pianadetto.

[Riassunto della prima puntata: qui la storia non è come quella di Eufemio e nemmeno come quella di Lancillotto e Morgana, dove nelle prime quattro righe si era subito delineata la trama. Di Paolo nella prima puntata abbiamo capito alcune cose ma tante altre verranno svelate poco alla volta. Quello che sappiamo è che Paolo vive in tempi che non lo rappresentano ed ha una feroce nostalgia del secolo precedente, e che gestisce un’antichissima bottega che dai primi dati a nostra disposizione è sicuramente una drogheria di qualche cittadina emiliana o romagnola. Sappiamo che da qualche anno non c’è più Francesca, che quasi sicuramente doveva essere sua moglie, e le ultime righe ci fanno supporre che gli affari vadano fra il catastrofico e il disastroso. Di più per ora non sappiamo.]

Quanto gli mancava la Francesca. E quanti rimorsi gli aveva lasciato. A partire da quella domenica mattina che lui continuava a parlare parlare parlare e poi ancora parlare di una gita che voleva fare a Pianadetto, e lei era già morta.

Ictus fulminante, non ha sofferto.

Ma come fanno presto i medici a dire le loro verità. Cosa ne sapevano? C’erano nella sua testa tanto che lei moriva e lo lasciava lì da solo che non sapeva neanche cucinarsi un uovo fritto?

Era anche andato da uno psicologo, Paolo, seguendo il suo istinto e forse la sua disperazione. Aveva letto da qualche parte che la psicologia studia l’anima umana, che lui in tutta franchezza pensava che a quelle cose lì ci pensassero i preti, poi su Radio 105 aveva sentito che qualcuno diceva che gli psicologi erano dei confessori laici, anche se il conduttore diceva che no, se mai erano i confessori che erano degli psicologi che avevano messo su la tonaca.

Comunque c’era andato. Aveva speso 800 euro anticipati per un ciclo di 10 sedute che secondo lo psicologo erano il minimo indispensabile per capire se c’erano le indicazioni per il trattamento, e alla fine lui aveva detto che non c’erano le indicazioni. Va bene.

Lo psicologo non è che gli aveva detto molto, anzi quasi nulla, ma con un giro di parole gli aveva fatto capire che era una bella cosa che lui non avesse bisogno di un vero trattamento, anche se lui avrebbe avuto la tentazione di chiedere se non tutti gli 800 almeno 2-300 euro indietro. Ma alla fine il succo era che non era matto. “E’ la vita, signor Candiani” gli aveva detto lo psicologo accompagnandolo all’uscio. “Eh no, dottore. E’ la morte, ma va bene lo stesso”  avrebbe voluto rispondere lui. Alla fine non era matto, era solo vittima di un dolore che gli mangiava le budella ma si vede che il cervello glielo aveva lasciato intatto.

Quante cose sapeva fare la Francesca. Era fin incredibile. Compariva in negozio come per miracolo quando lui cominciava a non farcela più da solo (i vari garzoni di bottega che aveva di volta in volta assunto non li teneva in negozio che facevano solo confusione, li mandava a consegnare la spesa a domicilio o a riordinare il magazzino, loro tornavano e dicevano che in magazzino c’era tutto in ordine, Paolo andava a controllare e disordinava qualcosa a tradimento poi gli diceva “Veh giovane leone, controlla meglio che di ordine ce n’è poco un bel po’…”). E poi correva a casa dove trasformava (Dio solo sa come, ma forse nemmeno lui) scampoli di scarto in splendidi maglioni, gonne, giacche; generi alimentari ormai invendibili in gustosissimi manicaretti; e un omettino piccolo e flaccido nel figlio di Gary Cooper, ma questo Paolo lo metteva con grande pudore quasi fra parentesi.

Ma essere piccolo e flaccido forse non era il più grande dei problemi. La Francesca a quello non ci badava. Era quel problema del, com’è che si chiamava? Azoto qualcosa… Che praticamente quando che lui godeva gli usciva fuori poco più dell’acqua fresca. Quello l’aveva fatta soffrire, e lui avrebbe voluto parlarne tante volte.

Quando erano andati a Bologna dal dottore, che pareva proprio il dottor Balanzone, grasso com’era, sentenzioso com’era, bolognese com’era che sembrava che a Bologna avessero la scienza infusa e da loro fossero tutti con l’anello al naso che secondo lui era vero il contrario, ecco che gli veniva in mente la parola, azoospermia, avevano fatto il viaggio di ritorno in silenzio e poi lei era andata in bagno in autogrill ed era tornata con gli occhi rossi che tirava su col naso, “Ci devo avere un po’ di allergia ai pollini”, e Paolo non aveva detto niente ma era pieno inverno.

Due maschi e due femmine ci aveva promesso alla Fra quando facevano l’amore le prime volte, ma allora con la marcia indietro che non erano ancora sposati e lei di sposarsi col pancione non aveva proprio genio. Che saperlo poteva anche tirare dritto senza problemi che era poi lo stesso.

Mentre tirava su la saracinesca quella mattina di novembre che era ancora scuro Paolo si chiedeva come sarebbe stata la vita adesso con dei figli. Una delle poche cose che lo psicologo gli aveva detto, e l’aveva fatto star male ma era vera, anzi più queste cose sono vere più ti fan star male, che gli altri non sono al mondo per aderire ai nostri desideri, che probabilmente significava per fare quello che vogliamo noi. E lui si riferiva alla Francesca che era vero, faceva quello che Paolo desiderava ma senza bisogno che lui glielo chiedesse, quasi come se le facesse piacere ma forse lo faceva solo perché doveva, perché era quello che aveva fatto sua mamma con suo babbo e sua nonna con suo nonno e via indietro nel tempo.

Allora no, senza la Francesca era meglio che non ci fossero neanche dei figli a cui lui sicuramente non avrebbe saputo dare buoni consigli, visto che quei pochi amici che aveva ai loro, di figli, non sapevano cosa raccontare.

Mentre tirava su la saracinesca per un attimo si sentì l’uomo più solo del mondo, come se la sua città non gli appartenesse (mentre lui non riusciva a smettere di appartenerle anche se lei non se lo meritava), come se neppure il suo corpo gli appartenesse per non parlare del suo pensiero.

Ma durò quei 10-20 secondi. Capitava tutte le mattine e ci stava facendo il callo.

(continua)

Paolo Candiani – Un eroe dei nostri tempi. Prima di chissà quante puntate.

Se Paolo avesse parlato un linguaggio forbito da aspirante intellettuale, avrebbe pensato e detto che si sentiva “un reduce del Novecento”. Ma Paolo parlava come madrelingua un volgare vernacolo della Bassa Padana che aveva pochi e incerti appigli letterari per poter essere definito dialetto se non addirittura “lingua”.

E nel suo volgare vernacolo i concetti erano quelli, vernacolari e popolari, della sopravvivenza quotidiana.

In ogni caso Paolo si sentiva fuori posto. Ecco, il concetto di “fuori posto, disperso, sperduto” aveva almeno 3-4 coloriti referenti semantici nel suo linguaggio quotidiano. Uno, in particolare, lo accomunava al latte fuoriuscito e versato dalla pentolaccia perché nessuno si era incaricato di stare attento all’ebollizione.

Nelle mattine di fine autunno come quella, con un sole ancora luminoso ma dallo scarsissimo potere riscaldante, Paolo faceva anche fatica a ricordarsi quanti anni aveva, da quanti anni Francesca non c’era più, da quanti anni tutte le sue giornate (comprese quelle festive, dove trovava sempre il modo di sistemare qualche scaffale, riordinare il bancone, decidere quali forme di cacio erano già pronte a passare da malsicure ed incerte ipotesi di vendita alla certezza di un rapido autoconsumo, ed eccettuate solo le due settimane di chiusura in agosto) avevano avuto la bottega come fulcro e perno assoluto.

Da quanti anni la bottega esistesse, invece, di quello Paolo non poteva dubitare. Era orgoglioso di quella insegna, “Candiani, dal 1821 con voi” che aveva attraversato i decenni, le epoche e le storie e 7 generazioni di bottegai, che aveva messo su poche settimane dopo l’unità il bisnonno del bisnonno Nestore Candiani e che oggi gli facilitava il conto.

Le 5 sacre parole erano rimaste immutate, ma nel tempo la veste grafica era costantemente cambiata. La prima insegna era stata dipinta a mano da un pittore di Bologna che era venuto in città apposta e aveva chiesto come onorario due prosciutti e una forma di parmigiano. Quella attuale era un display ipermoderno in cui le lettere si inseguivano, sembravano giocare fra loro e con sagome di formaggi, salumi e ortaggi, si accendevano e si spegnevano tanto che ormai solo Paolo capiva bene cosa ci fosse scritto.

Tutte le mattine apriva a orari più da bar che da bottega di alimentari, perché poteva offrire dei paninazzi strapieni di ogni ben di Dio (quelli che lui chiamava i panini-blum) al medesimo prezzo dei paninucci tisici che si mangiavano in due secondi (i panini-poff) che offriva il bar di fronte.

In realtà erano due anni almeno che nessuno comprava più i suoi panini prima di montare in corriera per andare nelle varie fabbriche dell’hinterland, l’ultimo era stato un nottambulo milanese che se ne era mangiati sei di fila direttamente in bottega, annaffiati da una bottiglia di lambrusco e due lattine di doppio malto, per poi scappare senza pagare quando Paolo era andato a rispondere al telefono nel retrobottega.

(continua)

Post n. 100 – C’è vita e vita.

Ed eccoci al centesimo post su WordPress.

Quando mi trovavo su Leonardo (che per almeno 4-5 anni ho sentito in tutto e per tutto casa mia, un condominio meraviglioso che sicuramente Franz, Rita e Terry ricordano per averlo anche loro frequentato) ero solito celebrare il raggiungimento della cifra tonda con una certa qual autoironica pomposità.

Questa volta scelgo il basso profilo, e dopo aver rapidamente fatto un brindisi virtuale e spento idealmente le candeline, procedo come se questo fosse il post numero 83 o 216.

La vita di qualcuno è lineare, scontata, prevedibile e un po’ noiosa: con una dose sufficiente di fantasia, quella tranquillizzante assenza di rischio e di imprevisti può surrogare la felicità. Anzi, se non se ne è mai conosciuta un’altra, la felicità può anche sembrare quella.

La vita di qualcun altro è colorata, avventurosa, variegata, dinamica, piena da scoppiare (le giornate sembrano sempre dannatamente corte, come certe valigie sono bastardamente troppo piccole per tutto quello che sogneresti di portarti appresso) di cose incontri esperienze stimoli: e qui sembrerebbe non occorrere alcun tipo di fantasia per definirla “felice”.

La vita di qualcun altro ancora è monotematica: incentrata su una variabile indipendente e non negoziabile che può essere il denaro, il sesso, il lavoro, la salvezza degli altri, il dominio, la prepotenza, la trasgressione. In questo caso, anche con tutta la fantasia del mondo, si stenta a percepire tracce di felicità in questa disperata e masochistica impostazione esistenziale.

Poi ci sono vite vuote, sotto vuoto spinto, da cui una specie di idrovora succhiacontenuti ha espunto ogni parvenza di significato. Per alcuni questa assenza di stimoli assomiglia all’atarassia dei filosofi cinici ed è la più sublime forma di felicità: quella del gatto, del cane o del neonato che, saziate le pulsioni elementari, si può addormentare e dimenticarsi tutto finché non gli torna fame o non gli duole qualcosa.

E infine, e non è detto che siano le ultime della classifica, ci sono quelle vite che si srotolano sul crinale dell’immaginario, del simbolico, del virtuale, dell’allegorico e dell’allusivo, dove le cose non sono mai unicamente quello che appaiono ma acquistano delle sfumature del tutto personali; l’andamento è lento e cadenzato e lascia spazio alla ricerca e alla curiosità. Nulla di quello che hai è veramente tuo ma nulla di quello che non hai ti manca davvero.

Il denaro non è né un fine né un mezzo, è qualcosa che ogni tanto arriva e più spesso se ne va, un simpatico amico col quale comunque non metteresti mai su casa insieme perché dopo un po’ che ci discorri ti comincia già ad annoiare.

Le persone sono più importanti per la traccia che lasciano nella memoria piuttosto che per le cose che materialmente fanno; e alla fine non c’è neppure un bisogno sfrenato di viaggiare perché il mondo, ormai, ce l’hai tutto dentro di te e il sorgere del sole da dietro una fila di tigli, la comparsa di Venere nel cielo serale, quel vento caldo di primavera che ti scompiglia i pensieri, l’onda di piena della Parma da Ponte Dattaro, una canzone di Lucio Dalla, un racconto di Hemingway, una birra doppio malto sorseggiata senza fretta su una panchina del Parco Ducale rileggendo per la diciottesima volta quella instabile sghemba cattedrale pagana che è “Diavoli” di Paolo Nori, sono tutti momenti che sconfinano nell’infinito.

In una vita così, che ci crediate o no, non c’è neanche alcuna paura della morte non perché ci si aspetti un premio nell’aldilà tale da rendere, per confronto, la permanenza in questa “valle di lacrime” un assoluto tormento. Ma perché dopo una vita lunga il giusto, piena il giusto, sofferta il giusto, combattuta il giusto, vissuta all’ombra di una composta dignità e di una sostanziale autosufficienza affettiva, l’incontro col Grande Nulla è del tutto gradevole e rassicurante.

A quei pochi che mi leggono, mi capiscono e mi sopportano, buona vita.

Che cosa penso delle ONLUS

 

ONLUS: Organizzazioni Non Lucrose di Utilità Sociale.

Organizzazioni? La maggior parte sono accolite di parrocchiani guidate da un parroco di mezza età in crisi di identità, con qualche tentennamento nella propria missione e più di un cedimento interiore nei confronti delle parrocchiane più platealmente vistose.

Di organizzato non c’è quasi nulla, ruoli compiti e mansioni ballonzolano dall’uno all’altro in un casino organizzato che, se applicato al gioco del calcio potrebbe fruttare fortunose vittorie, una volta applicato all’appoggio e al recupero di personaggi multiproblematici frutta solo un nefasto, nefando ed ineffabile caos.

Non Lucrose? Nei casi più innocenti l’Associazione copre le perdite della parrocchia; nei casi meno innocenti fette più o meno grandi degli utili, che dovrebbero come da statuto essere tassativamente reinvestite nell’acquisto di beni e servizi (in primis assunzione e qualificazione del personale) finiscono nelle tasche di chi ha la possibilità, per così dire, di accedere al bilancio e “addomesticarlo”.

Così, mentre i potenziali beneficiari dei servizi dell’ONLUS mangiano cibi scaduti, insalubri e spesso oltre i limiti estremi del commestibile, lavorano come schiavi i più coglioni gratis e i meno coglioni con una simbolica borsa-lavoro a spese dell’Ente Pubblico, soggiornano in stanze malsane, umide, dalla manutenzione inesistente se non sono essi stessi a spendere antichi talenti come idraulico imbianchino muratore carpentiere riparatutto, direttori presidenti e operatori VIP viaggiano su lussuose autovetture fornite dall’ONLUS, si concedono prolungate vacanze in luoghi ameni talvolta con la scusa dello studio talvolta senza neanche quella, vestono firmatissimi ed ottengono ad affitti simbolici o direttamente in comodato gratuito begli attici in centro città.

Di Utilità Sociale? Qui entriamo nel campo della semantica e, come diceva bene Claudio Lolli nel topico anno 1977, “la semantica è violenza oppure è un’opinione”.

Cosa vuol dire “utile”?

In termini di raffinata filosofia esistenzialistico-paradossale, un tumore è utile se mi aiuta a scoprire la precarietà della vita; uno squalo è utile come netturbino dell’Oceano; Vittorio Sgarbi è utile per meglio apprezzare (per subitaneo ed evidente contrasto) i pregi della signorilità e della buona educazione.

Se per utilità sociale intendiamo, come si legge nei depliants autoincensatorii di talune ONLUS, “rimuovere le cause del disagio dalla strada”, allora certe Comunità o Gruppi Famiglia o Centri di Accoglienza danno un tetto e un pasto caldo a soggetti che altrimenti vagolerebbero dispersi per la città delinquendo ad libitum (ammesso e non concesso che non continuino imperterriti a delinquere, maledetti ingrati, nonostante tetto letto e pasto caldo) e svolgono, direbbe Oscar Wilde, lo stesso ruolo di un campo di rugby, “togliere alcuni energumeni per un periodo limitato dal centro cittadino”.

Ma se per utilità sociale intendiamo un reale recupero e reinserimento di siffatti figuri, ben poche ONLUS possiedono (e/o si curano di sviluppare) strumenti idonei a un compito così assoluto.

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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