Archivi Mensili: febbraio 2013

Lettera semiaperta a Beppe Grillo.

 

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“Qui si parrà la tua nobilitate”.

Caro Zio, non so se vuoi imporre il tuo gioco come cerca di fare Prandelli, come diceva di fare Sacchi ma ogni tanto era tutto contenimento e ripartenze (ma se gli dicevano “difesa e contropiede” s’incazzava, sulla parola “catenaccio” abbandonava la conferenza-stampa), come fa da 30 anni Zdenek Zeman prendendosi le sue responsabilità e i suoi esoneri.

O se privilegerai una tattica che corre lungo l’asse Rocco-Trapattoni che prevede l’attesa delle mosse dell’odiato avversario-nemico, perennemente vissuto come ingiustamente superiore (“Vinca il migliore”. “Speremo de no”). Una tattica cinica che prevede lo sfiancamento dell’avversario per colpirlo spietatamente e un po’ vigliaccamente negli spazi che lui stesso, in debito d’ossigeno, ti lascia a disposizione.

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Ovviamente io propendo per la prima ipotesi.

Nella tua splendida villa di S. Ilario non mi è chiaro quali sogni facevi.

Ma le mie capacità ipotetico-deduttive sono tali da indurmi a credere che se avessi dovuto chiedere un esito idoneo e preferibile a queste elezioni, avresti chiesto una cosa del genere.

Né un voto in più né un voto in meno.

Adesso il Pd ha bisogno di voi. Ma anche voi avete bisogno di lui. E’ la medesima, quasi identica situazione, di 35 anni fa fra Dc e Pci. La non sfiducia. Le convergenze parallele.

Con una differenza. Che l’attuale Pd è molto meno peggio della vecchia Dc, anche se per motivi che mi sfuggono ci terrebbe ad assomigliarle. E voi, potenzialmente, siete non peggio del Pci di Berlinguer con tendenza al meglio.

Nel Pd ci sono parecchi parlamentari che possono spiegarvi in coerenza e lealtà che bestia strana è il Parlamento Italiano. E ognuno di voi può spiegare ai parlamentari del Pd che cos’è la Sinistra, che io continuo a vedere molto più nel vostro programma che nel loro.

L’Italia, come dire, vi guarda.

Secondo me ce la potete fare.

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Non vincete mai.

pierluigi-bersani-e-il-si-alla-tavIl cattocomunista della Pedemontana Piacentina ha la porta spalancata davanti. E’ in piena corsa all’altezza del dischetto del rigore senza difensori frapposti fra lui e la linea del goal. Il portiere è a terra in seguito a un colossale scivolone sul terreno irregolare e viscido dello Stadio Elettorale. Il suo pubblico rumoreggia e gode pregustando il gol. Il pubblico di fede avversa sta già sfollando, le bandiere ripiegate, i beffardi striscioni abbandonati a terra, la testa bassa e l’espressione mesta.images

Parte un tiro poderoso che però incontra un soffio di vento. La palla sta clamorosamente uscendo. Per fortuna impatta nel posteriore dell’arbitro e, mentre il portiere nel frattempo rialzatosi cerca disperatamente di smanacciarla fuori, varca lemme lemme la linea di porta.

Il Pd (o chi per esso in un fantomatico futuro pretenderà di incarnare la natura di una sinistra moderata, responsabile, minimalistica, europeista, non invisa al Vaticano includendo peraltro una robusta aliquota di cattolici credenti, praticanti, osservanti, l’espressione “pretendere di” non implica ovviamente il “riuscire a”, specie in questo caso) assomiglia all’Inter di una decina d’anni fa. E, come l’Inter, potrà vincere una tornata elettorale in modo pieno e manifesto solo se e quando qualche sentenza dall’alto dichiarerà Berlusconi ineleggibile e Grillo stanco di fare politica e ritirato nella sua splendida villa (o, a ben vedere, andrebbe bene anche viceversa), quando in buona sostanza correrà da solo.

Nel frattempo, il paziente ed educatissimo elettorato di centrosinistra (mai un’intemperanza, mai un improperio, fair play estremo nei confronti dei competitors fino a rigenerarne uno che sembrava scoppiato sui tornanti del Tourmalet e aspettare che rientrasse in gruppo rinfrancato e con rinnovate chances di vittoria, fuor di metafora il Tourmalet coincide con l’autunno 2011 e il fair play nel vedere le elezioni nel 2012 come la peggiore iattura possibile, de gustibus non est disputandum) si deve accontentare di vittoriuzze risicate e beffarde, per certi versi epiche nel loro decorso ma talmente intrise di problemi e dubbi da precludere qualsivoglia forma di giubilo.

E adesso?

E adesso il cattocomunista più buono e inconsistente dell’emisfero boreale (anche perché dubito che ne esistano nell’emisfero controlaterale) deve fare i conti, insieme alla sua compagine, con una grottesca serie di errori tattici, strategici, tecnici, fisico-atletici, d’azione di pensiero e di parola.

1. Molte dichiarazioni piene di rammarico se non di rabbia di esponenti Pd fanno capire (anche se nessuno lo ammetterà mai in modo implicito) che qualcosa di simile alla tragedia in due battute di Campanile (Napolitano: “Pierluigi, te la senti?”; Bersani “Oh Giorgio, siam pazzi?”) è realmente avvenuto, e che il Pd ha preferito barattare una vittoria che allora sarebbe stata bulgara (ma seguita da un governo del Paese di difficoltà sesto grado superiore con triplo avvitamento carpiato del menisco) con una vittoria meno certa ma seguita da un governo del paese più agevole (tanto che il Professore & i Suoi Tecnici, riedizione di Adelmo & i Suoi Sorapis o Nino Dale & His Modernists, facevano il lavoro sporco).

2. Permettere delle primarie senza filtri, bizantinismi, gherminelle assortite, sbarramenti, impedimenti per impedire a tantissimi sostenitori di Renzi di votare (al ballottaggio) per il loro beniamino  molto probabilmente non avrebbe alterato il risultato finale ma adesso non lascerebbe spazio a cocenti dubbi: i sondaggi valgono quello che valgono, ma indicavano l’appeal del Pd con Renzi candidato premier di 7-8 punti percentuali superiore a quello di un Pd col Pigi incorporato.

3. Le continue sistematiche ridondanti stucchevoli excusationes saepe non petitae “Siamo in sostanziale sintonia con la linea europeista ed austera del Professor Monti, non siam mica qui a far la rivoluzione d’ottobre che poi siam pure fuori stagione” non credo siano state giovevoli a compattare il proprio elettorato; probabilmente, in un miope calcolo da bottega, si è cercato di tenere buono un potenziale alleato i cui senatori potevano tornar buoni. Peccato che il potenziale alleato porti in Senato quattro gatti e che l’arruffianamento nei suoi confronti abbia spostato badilate di voti verso il Dream Team a 5 Stelle.

E qui si coagulano tante di quelle considerazioni, alcune gioiose altre problematiche altre metà e metà, che è d’uopo farle oggetto di un successivo post.

(continua)

Massimo Zamboni a Parma.

 

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Chi ha conosciuto e magari amato i CCCP e poi i CSI e la loro strana intricata istrionica proposta musicale, non può non avere nella mente, negli occhi e nelle orecchie l’ipnotica sciamanica carismatica presenza di Giovanni Lindo Ferretti, frontman cantante ideologo custode dell’ortodossia autore dei testi e chissà quante altre cose.

Qualcuno in meno ricorderà un omino smilzo e segaligno con grossi occhiali da miope e una faccia e un look complessivo più da bibliotecario che da rock star che era quasi sempre leggermente spostato sulla sinistra (per chi guarda) rispetto a Ferretti e portava a tracolla una chitarra elettrica che suonava con l’aria di chi pensa e starebbe quasi per dire “Non è che mi consideri proprio un chitarrista, per quello c’è Giorgio Canali alle chitarre disturbate, però se non disturbo resto volentieri fino alla fine del concerto”.

massimo-zamboni-0_26006--400x320Quell’omino si chiamava e si chiama Massimo Zamboni, nato a Reggio nell’Emilia il 27 gennaio 1957. E quell’omino era all’Oratorio Nuovo di Parma giovedì scorso a raccontare una storia. Una storia inquieta e ondivaga che oscilla fra Berlino, Mosca, l’appennino reggiano e la Mongolia e ovviamente una Reggio talmente complessa e articolata dietro la sua apparente semplicità da aver prodotto sia il Tricolore che le Brigate Rosse. Una storia accidentalmente, ma non del tutto necessariamente, anche musicale che include il punk, la techno, la new wave, marxismo e cattolicesimo, primi posti in classifica e totale disinteresse per il consenso popolare, cataste di maiali sacrificati, un’Emilia paranoica e parabolica,  la Settimana Enigmistica e Topolino*

Per brevità chiamato artista, direbbe De Gregori. La parola artista penso che gli farebbe venire la dissenteria.

Per maggiore dettaglio chiamiamolo testimone di un trentennio.

Quando gli ricordo che nel 1999 erano stati per una settimana primi in classifica, con l’ultimo album dei CSI “Tabula rasa elettrificata”, nè più nè meno degli altri 3 precedenti totalmente privo della benché minima concessione al grande pubblico, e gli chiedo cosa aveva significato questo dato di fatto per lui, Massimo esordisce attribuendo il successo in Hit Parade ad una “strana anomalia spaziotemporale” e la sua risposta alla domanda è “Tre mesi dopo avevo lasciato i CSI perché quello che stava succedendo intorno al gruppo non aveva più nulla a che vedere con la mia idea di fare musica”, lasciando pudicamente solo intendere, ma è un sillogismo implicito che tiriamo tutti, che agli altri membri non incluso Ferretti quello che stava succedendo alla fine non dispiaceva per nulla.C_s_i__-_tabula_rasa_elettrificata_-_back

Massimo Zamboni c’è tutto, in questo episodio. Al di là delle evocative concomitanze temporali per cui i CCCP sono morti col morire degli anni 80 e i CSI sono implosi a cavallo del cambio di millennio, con sublime disinteresse e spregio per il 2000.

E c’è ancora di più, Massimo Zamboni, nel suo concludere l’incontro con quella che potrebbe sembrare una captatio benevolentiae** (ma allora la si fa all’inizio e non alla fine) quasi si scusa: “Comunque non ho ben capito cosa ci sto a fare in mezzo a musicisti parmigiani che suonano e cantano tutti meglio di me”.

Cosa ci stai a fare, benedetto uomo? Quando finalmente imbracci la chitarra acustica, in ogni tua rudimentale e rozza pennata c’è un pezzo di storia e si respira una bestia strana e sfuggente che si concede a pochi, che non so se si chiama arte ma sicuramente si chiama cultura. Ecco cosa ci stai a fare.

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*Zamboni racconta, verso il finire dell’incontro, quando l’atmosfera propende all’informale, il suo divertimento nel venire a conoscenza di un servizio sui CSI sull’ebdomadario della Disney con intervista totalmente inventata, e il suo restare per un bel po’ con la matita a mezz’aria quando nel cruciverba di prima pagina della Settimana Enigmistica all’1 orizzontale, tre lettere, risulta la definizione “famoso gruppo emiliano” .

“Proprio noi che all’inizio della carriera prima dello spettacolo tiravamo uno sbarramento di filo spinato fra noi e il pubblico come a dire  Di voialtri non ce ne potrebbe fregare di meno.” 

** Captatio benevolentiae invece si può sicuramente chiamare la dichiarazione di Woody Allen quando gli hanno fatto vedere degli spezzoni di Zelig, il varietà televisivo di cabaret per famiglie che trae il nome da un suo celebre film: “Ma sono IO che dovrei ispirarmi a loro…”. Claudio Bisio fece finta di crederci.

La deriva. Da “Elogio dell’entropia, agosto 2008 e buono ancora adesso.

Andare alla deriva non è poi così brutto: significa riconoscere, in accordo con la metafora gioiosamente marinaresca che tale espressione evoca, che esistono correnti oceaniche talmente forti che il tuo misero malandato timone non può sperare attendibilmente di controbatterle.

Allora è meglio abbandonare il timone e smettere di giocherellare con delle vele che, non solo non sai usare, ma ti aggrovigliano con i loro mille fili, legacci, gomene fino a lasciare sulla tua sensibile pelle segni indelebili.

Andare alla deriva, espressione che i benpensanti usano con significato molto negativo e con fare sprezzante, è viceversa un’esperienza vagamente zen, che andrebbe accompagnata con dei piccoli mantra in sanscrito o in parmigiano stretto.

E’ un’esperienza definitiva e seminale che può sganciarti da una vita inutilmente produttiva e restituirti a una vita produttivamente inutile; emanciparti da una folle sanità e regalarti una sana e consapevole follia (che ovviamente salva il giovane dall’entropia e dall’iscrizione al PdL).

Nell’andare alla deriva scopri i mille sapori nascosti, gli infiniti retrogusti, gli interminabili irrinunciabili baluginii dell’esistenza, che nel seguire faticosamente e banalmente una rotta con un principio e una fine non riusciresti mai a distinguere.

[“Ma dal basso puoi scoprire le sottili incrinature che non puoi studiare all’Università” cantava Gianfranco Manfredi sul finire degli anni ’70, quando le case discografiche non avevano alcun problema a dare spazio anche a chi cantava delle idee. E i talent-show erano non solo ancora lontani, ma virtualmente inimmaginabili neanche con tutti gli allucinogeni della Terra.]

Nell’andare alla deriva riscopri il gusto del ritorno al processo primario, quello delle libere associazioni e della creatività più indiscriminata: da quel momento una rosa cessa di essere “una rosa e nulla più” (credo si tratti di una citazione di William Blake ma non ci giurerei) e (questo invece è sicuramente William Blake) puoi vedere l’universo in un granello di sabbia.

Se poi riesci a fare tutto questo senza diventare buddhista, cultore del reiki o affiliato a qualche associazione italo-indiana, insomma senza intrupparti in qualche megacarovana del trascendente ma restando orgogliosamente e testardamente un uomo con la sua storia e la sua individualità, la soddisfazione è ancora più sottile.

Come cantava il mitico e totemico Augusto Daolio nell’ormai preistorico 1985 nel pezzo d’apertura dell’album dal profetico titolo CI PENSERA’ POI IL COMPUTER (Dio se ci ha pensato…)

La vita è un fiume lento
ricama la poesia
ti prende per la mano solo
se tu hai tanta fantasia
se vedi oltre le nubi
il sole che non c’è
se senti dentro le voci forti
che gridano la verità.

Noi sempre alla deriva
noi sola ambiguità
noi fermi ad aspettare un treno
che non arriverà.

E’ vero, il treno non arriverà, e la cosa non ci procurerà alcuna delusione perché nel profondo lo sapevamo e forse facevamo solo finta di aspettarlo: uno dei motti di quelli come noi è o non è “E’ meglio viaggiare pieni di speranza che arrivare”?

Le sparate elettorali. Post in diretta, quasi instant-post.

Godetevi, se il vostro browser o chi o cosa per esso ve lo permette, questa antichissima e gustosa canzone di un Bennato dal suo album d’esordio, allora appena reduce (pensate!) da una lunga e fruttuosa collaborazione con Herbert Pagani per cui aveva scritto la musica di, fra le altre, “Ahi le Hawaii” e “Cin cin con gli occhiali” (che ai testi ci pensava lui, visto che era e rimane uno dei più grandi parolieri italiani).

Essa serve da apripista per questo post che, senza moralismi nè giudizi tranchant, ma solo come gaia rievocazione di questa poco gustosa sagra paesana (chiamarla campagna elettorale mi sembrerebbe improprio), riassume rapidamente le sparate e le balle più stratosferiche di questi ultimi giorni.

In ordine assolutamente sparso, man mano che mi vengono in mente:

Oscar Giannino, tachilalico (e, si spera, anche tachipsichico, ma direi di sì, visto che le cose che diceva a Radio 24 potevano non sempre essere condivise ma avevano la massima coerenza e  sembravano snocciolate a braccio e non lette), snob, discretamente narcisista, geniale fondatore di un partito dal banalotto nome “Fare per fermare il declino” (che sembrava però, trainata dalla sua vulcanica presenza, poter addirittura far paura a Berlusconi che per causa dei voti da lui sottratti paventava di perdere la Lombardia che poteva dargli ben 27 senatori e attestarsi su un 3-4% a livello nazionale) inventa lauree e master totalmente inesistenti. E’ il Professor Zingales (che sembra uscito da un racconto di Paolo Villaggio) a sbugiardarlo disgustato, un suo compagno di partito. Il che potrebbe essere ottimisticamente interpretato come un esempio di quanta onestà intellettuale e trasparenza ci sia in ogni nuovo partito (mediamente ci mettono da un massimo di 3-4 anni a un minimo della tempistica di una dichiarazione di Zdenek Zeman), o pessimisticamente interpretato come “Vatti a fidare degli amici!”. Come divertentissimo pendant, Giannino viene smentito perfino dal Mago Zurlì che nega di averlo avuto fra i concorrenti dello Zecchino d’Oro del ’68 come lui invece sosteneva. In un effetto domino allibente, si arriva a dubitare delle conclamate attività di benefattore pubblico, dei problemi di salute che lo costringerebbero all’uso del bastone, e last but not least della sua pura e semplice esistenza in vita.

Silvio Berlusconi promette che toglierà l’IMU e rimborserà quella versata nel 2012 (non aggiunge “qualora venga eletto” e addirittura nnon mi sembra di avergli neanche sentito aggiungere “quando sarò eletto”, un uomo d’azione come lui non si perde in queste proposizioni secondarie) e fin qui passi. Ma invia a non si sa quanti milioni di poveri cristi una “comunicazione urgente” di rimborso IMU che ha spinto una succosa aliquota dei destinatari a presentarsi in posta col portafogli già aperto in mano. Secondo la maggior parte dei giuristi interpellati, partendo dal fondo abbiamo: procurata interruzione di pubblico servizio, turbativa dell’ordine pubblico, usurpazione di pubblici poteri, circonvenzione d’incapace, truffa, voto di scambio. Si vede che i processi che ha in corso gli sembran pochi. Mi fermo qui, con Giannino ho infierito perché alla fine è più divertente.

Mario Monti dichiara con tono solenne e un po’ dispiaciuto che “la Merkel non gradirebbe troppo una vittoria del centrosinistra”.  Siamo a metà strada fra un “Lo dico alla maestra” e la minaccia un po’ mafiosa in diretta di Ignazio La Russa al povero Badaloni (e a una sua collega di cui non ricordo il nome) del Tg3 di una decina di anni fa: “La dirigenza Rai non è tanto contenta di voi, è meglio che cambiate modo di fare giornalismo”; lodevole per buonismo la pacatissima risposta di Badaloni, “Onorevole, ci voglia bene…”. Ai Trettrè (e purammè) sembrerebbe “na strunzata”, perché il fantasmatico terrore non della Merkel ma di tutto il mondo, che miracolosamente continua a guardare all’Italia con simpatia e speranza, fiducia non stiamo ad esagerare, è una nuova vittoria dell’inventore del “cucù”, che lei da mesi fa di tutto per non incontrare, il ridacchino con Sarkozy diamolo perfino per prescritto.

Beppe Grillo (sì, una ce n’è anche per lui): “Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno”. Restando nell’ambito alimentare-gastronomico, il Dream Team pentastellato ha (e chi ha letto il mio post precedente sa che non v’è ironia alcuna in codeste parole) tutta la mia stima ed apprezzamento ma dovrà impiegare un congruo lasso di tempo per riuscire anche solo a capire come funziona nella realtà un Parlamento. Non basta dire “Porteremo in Parlamento un modo totalmente nuovo di fare politica”? Servono davvero queste metafore truci e belliche?

Bersani: “La prima cosa a cui metteremo mano se avremo la maggioranza sarà la legge sul conflitto d’interessi che renderà Berlusconi ineleggibile”. Mi sembra la più grossa.

M5S: “Comunque vada sarà un successo”.

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E’ inutile girarci troppo attorno: che lo si affermi con entusiasmo, con sconforto, con ribrezzo, con raccapriccio, con sincera ammirazione, con un ferriniano “Non capisco ma mi adeguo”, con sublime sottile indifferenza, con cinico disprezzo, con ironico perfino un po’ sarcastico distacco, con adamantina partecipazione, con un coacervo di emozioni in lotta fra loro, attendendo di zompare in cima al carro del vincitore quanto meno morale, travolti da un’ondata di adrenalina, spiazzati dal decorso degli eventi, inclini a una presa d’atto notarile ma intimamente poco convinti, vogliosi di fare un sedicente scoop, fulminati sulla Via Emilia da un refolo di aria nuova e fresca, stomacati dalle arrampicate sugli specchi di una classe politica non alla frutta ma già a lavare i piatti perché non aveva da pagare il conto, come la si voglia girare voltare confezionare cucinare mangiare digerire metabolizzare e se nel caso defecare, lo scudetto d’agosto di questo campionato elettorale (che tale sembra, viste le modalità da Curva Sud con le quali è spesso condotta la campagna elettorale; nè lo stesso Grillo, men che meno anzi, sembra stazionare in tribuna VIP) lo vincono i Grillo Boys, l’impenitente banda dei Pentastellati, il Dream Team a 5 Stelle.

BALLOTTAGGI: PARMA '5 STELLE', PER GRILLINI AVAMPOSTO VERSO PARLAMENTOChi mi legge con attenzione (potrei enumerarli a memoria senza bisogno di controllare perché ne conosco nome età indirizzo e gruppo sanguigno) sa perfettamente che al MoVimento 5 Stelle mi lega un rapporto molto simile a quello che mi lega a Parma, o che mi legava alla Betty durante i nostri 12 tortuosi anni di matrimonio.

E poi siccome sono inveteratamente e atavicamente abituato a contenere e modulare affetti ed emozioni, dopo l’onda di piena dell’innamoramento in me tende sempre a prevalere un campione rappresentativo di tutti i sentimenti legittimamente esperibili, con largo beneficio d’inventario e del dubbio (se volete vi ripeto la frase celebre secondo la quale il ‘900, oltre che “il secolo breve” è stato il secolo del dubbio sistematico, dopo un ‘800 insopportabile col suo irrealistico e semplicistico positivismo, e io sono e resto un uomo del ‘900 e se passo da obsoleto francamente me ne infischio).camerata_b1--180x140

Ho vissuto quasi in diretta l’epopea della vittoria di Federico Pizzarotti contro il superfavorito Vincenzo Bernazzoli (in confronto l’impresa del Milan col Barcellona di ieri sera è “roba da rèdder”, come direbbe Dino Sarti a Spométi o Andrea Mingardi a Gig’) e questo ha sicuramente cementato l’affezione verso i Pentastellati.

 pizzarotti_favia_grillo_555Ma, nel contempo, ho visto quanto e come (e aggiungiamoci pure un “qualmente” per fare pendant) un sindaco giovane (ma l’attualmente pluri-inquisito Vignali, che lo aveva preceduto, quando è stato eletto aveva un anno meno di lui, però ne dimostrava 47 di più nel modo di fare, e ovviamente non lo dico come complimento nei confronti del Vigna), ingegnoso e volenteroso quanto inesperto e a volte esageratamente e compiaciutamente naif possa trovarsi spesso (e purtroppo per lui ma anche per noi che lo abbiamo votato e continuiamo a credere in lui) a malpartito se non leggerissimamente alla deriva contro i poteri forti (stampa, finanza, imprenditoria e scusatemi se ne ho dimenticato qualcuno) della sua stessa città.beppe-grillo-tavolazzi

E, lasciando perdere la controversa esperienza di Pizzarotti alla guida della sua tua mia nostra vostra loro Parma, non ho potuto non registrare le sgradevoli svisate (chiamiamole così in un empito eufemistico) della strana coppia Casaleggio-Grillo rispetto all’epurazione  islamico-stalinista dei rèprobi veri e presunti, alle per me poco convincenti “parlamentarie” alle quali, di fatto, ha partecipato una ristrettissima oligarchia di fedelissimi (non il  massimo della trasparenza e della democrazia, il Pd è stato quasi sbranato per aver posto dei filtri molto più modesti che hanno però instillato in moltissimi, quorum ego, il dubbio che si volesse evitare la “iattura” di una vittoria di Renzi) e (ma lì probabilmente il Branduardi dei poveri non ha responsabilità alcuna) le tonanti dichiarazioni contro i sindacati e contro l’antifascismo (dopo un poco commendevole siparietto di smancerie e cordialità con gli esponenti di Casa Pound, che lo stesso Alemanno, e sto dicendo Alemanno!, vede come il fumo negli occhi).salsi-grillo-258

Però vedere le piazze piene dove parla Grillo, sentirgli parlare il linguaggio della gente comune, vedergli riprendere i temi a me carissimi che ruotano intorno al meta-concetto di una sana decrescita, laddove Bersani continua ad incartarsi con la prospettiva neomontiana o paramontiana di una improbabile “ripresa dello sviluppo”, non riesco a negarlo: mi apre il cuore.

I dubbi restano e molti vorrei che nel tempo venissero cancellati, non c’è alcuna adesione fideistica.

Ma la soddisfazione lievemente trasgressiva di votare una incerta e magari perdente utopia, rispetto alla lagna di rivotare  un “usato insicuro” che è la triste un po’ lugubre attuale  connotazione del Pd, quella credo che non vorrò togliermela.

E poi, in questo febbraio di meteoriti, di papi che gettano la spugna, di icone dello sport e della promozione dei diversamente abili che ammazzano la morosa per San Valentino, di undici dopolavoristi che asfaltano undici robocops catalani, insomma in questo febbraio di eventi non previsti e a volte di ambigua interpretazione, hai visto mai?……….. 

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Il mio ex-amico Valter (con la v) di Fidenza mi farà inseguire da tutte le sue api se legge questo post. Spero per le sue deboli coronarie che non lo legga.

Buona vita e buon voto a tutti.

Siamo uno sputino nel Cosmo e quante arie ci diamo…

 

meteorite-caduta-in-russia-15-febbraio-2013-by-alexeya

Erano 104 anni che non c’era una caduta di meteoriti in territori abitati, e guarda caso in entrambe le occasioni la pioggia celeste ha prescelto come obiettivo la Russia, la prima volta “prima”  e la seconda volta “dopo” l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

In realtà, come molti di voi sapranno, i danni più rilevanti non sono stati provocati dai frammenti giunti a terra (la maggior parte di pochi millimetri cubi di volume) ma dalla terrificante onda d’urto successiva all’esplosione, avvenuta a qualche chilometro d’altezza.

La Russia, pur depurata di una dozzina di repubbliche che componevano la vecchia URSS, è ancora un paese sconfinato che si estende attraverso un continente e mezzo come nessun altro al mondo (solo la Turchia e l’Egitto si estendono anch’essi  su due continenti, ma la parte europea della Turchia e quella asiatica dell’Egitto sono entrambe una minima aliquota della superficie totale) e quindi le probabilità stattistiche che qualcosa che deve succedere nei pressi della crosta terrestre avvenga in Russia sono più alte rispetto al Lussemburgo o a St. Kitts & Nevis.

Fermandosi la mia competenza astronomica ad amatoriali letture in biblioteca di buoni e gradevoli libri di divulgazione scientifica non ho molto di più da dire sull’evento astronomico in sè. Le mie considerazioni bypassano anche, ovviamente, nuove possibili ventilate concomitanze fra l’abdicazione del Papa e fenomeni “mostruosi” (nel senso etimologico originario del termine) che accompagnano questa epocale vicenda.

Quello che invece ci tengo a dire è che, mentre le calamità terrestri [spesso, ma non sempre e non necessariamente, causate in parte da una grave incuria umana nella manutenzione della propria Casa Per Antonomasia (qualunque inquilino che trattasse così il suo appartamento si troverebbe sotto un ponte nel giro di poche settimane)] ci ricordano che siamo come formichine inermi e insignificanti nella vastità già di per sè ingente del globo terrestre, questa visita di frammenti petrosi cosmici ci ricorda che l’immenos globo terrestre è in realtà un microscopico lillipuziano pianeta in un sistema solare periferico ruotante intorno a una tra i 100 miliardi circa di stelle che fanno parte della Via Lattea, che stazza circa 40.000 anni luce di estensione lungo il braccio più lungo, e purtuttavia è solo una tra i miliardi di galassie di un universo la cui estensione globale è stimabile intorno a una decina di miliardi di miliardi di miliardi di anni luce (credo si debba dire 10 alla ventisettesima).

In Russia per ora non è morto nessuno (ci sono 2 feriti gravi in ospedale e un migliaio di feriti “generici”, quasi tutti trafitti da schegge di vetro impazzite che correvano alla velocità di una Ferrari) anche se i danni sono impressionanti.

Un asteroide di ben altre dimensioni (che secondo gli astronomi non ha nulla a che vedere col meteorite russo) più o meno nelle stesse ore ha mancato la Terra di un’inezia (è passato più vicino dell’orbita lunare).

Siamo uno sputino nel Cosmo e ci accapigliamo per ore discutendo se Crozza ha il diritto di andare a Sanremo a prendere per i fondelli Berlusconi  e, punteggiando diversamente la sequenza di eventi, se un gruppo che potremmo definire simpaticamente “contro-claque” ha il diritto di interrompere la performance del comico disturbando un 99% che se ne stava in silenzio e sembrava apprezzare; o se la quarta sconfitta in campionato della Juventus significa crisi; o se bere vino rosso con piatti di pesce è una tamarrata galattica o una finezza da intenditori.

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Pistorius, Pastorius, San Valentino, il nero soffio dell’entropia sotto la coltre rassicurante della celebrità.

C’è chi festeggia San Valentino sparando alla morosa.

Non ho presente quanta e quale importanza abbia la suddetta festività in Sudafrica, bellissimo paese (specie ora che è stato liberato dall’oscena macchia dell’apartheid e, per una di quelle riconversioni tipiche della storia umana, parrebbe essere diventato un importante laboratorio di convivenza e integrazione fra le etnie, per carità non fatemi usare la parola “razza” che per me è solo un armonioso bellissimo pesce protagonista di bellissime riprese subacquee di Folco Quilici) sulle cui usanze e costumanze ho meno informazioni di quante non ne abbia sulla Gran Bretagna e gli Stati Uniti, a cui il Sudafrica assomiglia ma fino a mezzogiorno.

Nè credo che Pistorius (che da oggi entra nella cronaca nera come il suo quasi omonimo Pastorius, massacrato da un buttafuori tanto da arrivare in ospedale ancora vivo con un occhio fuori dall’orbita) avesse presente la ricorrenza nel momento in cui ha ritenuto opportuno concludere una lite con la propria partner a colpi di rivoltella.

Così impara ad essere una donna, deve aver pensato.

Pistorius come Pastorius, in quella strana magia delle assonanze su cui Freud ha scritto delle pagine di assoluta bellezza letteraria, quando la psicoanalisi era ancora un materiale giovane caldo (e per molti assolutamente scandaloso) e non un banale rumore di fondo della nostra stanca civiltà in cui Dio è morto e anche il Papa ne prende sconsolatamente atto.

Cogliamo questo scherzo del caso, e ricordiamoci per un attimo quello che accomuna questi due personaggi. Se Paolo Rossi è riuscito a trovare similitudini fra Charlie Parker ed Evaristo Beccalossi e a costruirci molte delle sue fortune di comico, fra Oscar e Jaco ne esiste qualcuna in più.

E la struttura che connette, per usare un concetto a me carissimo, queste due vicende è l’emergere dell’entropia, del destino beffardo, della nemesi da sotto una coltre di dolcezza, simpatia, coraggio e genialità.

Jaco Pastorius è stato il più grande bassista della storia senza possibilità di confronto: da Jack Bruce a John Entwistle, da John Paul Jones a Tim Bogert, da Paul Mc Cartney a Sting, da Greg Lake a Tony Levin,  loro erano in piena zona Champions ma Jaco era semplicemente in una categoria siderale con n=1. Con uno strumento umile e sacrificato (che in alcuni pezzi dominati dal metallo urlante delle chitarre si intuisce più che sentirsi) ha fatto delle cose che attengono più alla magia che alla tecnica.

Ha trascorso gli ultimi mesi della sua esistenza vagabondando come un homeless senza arte nè parte, con un’ubriachezza full-time, pateticamente cercando di salire sul palco dei concerti degli ex-colleghi fino a fare la fine sopra ricordata.

Oscar Pistorius è stato (e continuerà ad essere nonostante tutto) un simbolo ed un esempio per qualunque disabile non voglia arrendersi all’evidenza della sua menomazione e possa e voglia sfidare la natura e il destino perché l’handicap collegato alla disabilità venga ridotto fino a scomparire o fino a diventare, alla fine, quella “diversa abilità” che a volte è un contentino ipocrita che tacita i nostri sensi di colpa, ma altre volte è un incontrovertibile dato di fatto.

Tra parentesi: nè più nè meno come nessuno sportivo sopravvissuto a un tumore deve togliere, secondo me, la fotografia di Lance Armstong dal comodino.

Ha probabilmente concluso la sua epopea di eroe post-moderno, di bladerunner reale e non immaginario,  vendicandosi a colpi di pistola di una donna troppo bella, troppo energica, troppo adulta, troppo tutto che lui sostiene di aver scambiato per un ladro (e la giustificazione mi sembra una specie di lapsus sintomatico di una verità nascosta).

Ennio Flaiano diceva che tutto si perdona agli altri meno che il successo. Ma Oscar e Jaco ci dimostrano che, in talune circostanze, non lo si perdona neppure a sè stessi.

San Valentino quest’anno cade nel secondo giorno di quaresima. Ciavéte fatto caso?

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Parlare di San Valentino fra un Papa che getta la spugna e le elezioni in un certo senso più drammatiche e significative del secondo dopoguerra può suonare futile.

Infatti lo è.

Ma se John Lennon, che era John Lennon voglio dire, non Toto Cutugno, subito dopo “Imagine”, nell’album omonimo, inserisce un gradevole pezzo honky-tonky dal testo acuminato (Crippled inside), e conclude l’intero album con una dichiarazione d’amore alla moglie degna di Piero Focaccia, lasciate che anch’io possa mescolare generi e tematiche in modo scandalosamente disinvolto.

San Valentino è una festa paradossale ed inutile, in realtà come quasi tutte le feste che non consentono giorni di ferie, avventurosi ponti, tredicesime mensilità.

Spesso si sovrappone e si intreccia al Carnevale che, nella sua veste generalista, è più liberamente fruibile e più significativo. Quest’anno l’ha mancato di un paio di giorni e (ciavéte fatto caso?) casca e forse si fa male nel secondo giorno di quaresima, col Papa che abdica e il Caimano convinto di rimontare. E se quest’anno se ne stava direttamente a casa? In questi casi qualunque abitante del ducato a 5 Stelle potrebbe chiosare “An sariss miga mort nisò!!!”
A cosa serve San Valentino? Per gli innamorati è sempre festa e non bisogna aspettare il 14 febbraio per scambiarsi epocali promesse, fantastici regali, mirabolanti prestazioni porno-erotiche.

Per chi innamorato non è, San Valentino è un momento di spiacevole voyeuristico contatto con l’ostentato piacere degli altri.

Con una distinzione.

  • Chi innamorato non è e non è nemmeno in coppia, può se preferisce tapparsi in casa stappando una bottiglia di quello buono per brindare alla persona più meravigliosa che conosce (sè stesso): questa antinomia tra tappare sè stessi e stappare un’innocente bottiglia meriterebbe commenti di tipo euristico-ermeneutico ma al momento non mi escono e quindi meglio per tutti.
  • Chi invece e per contro innamorato non è ma è in coppia, avete chiaro il concetto?, ecco, per lui San Valentino è una feroce e inumana tortura. Che fare? Dirsi la verità e festeggiare la ricorrenza con un minuto di silenzio ? O mentire e mentirsi e non smettere più e confondere spesso Lenìn con Gesù? Dopo di che andare con la/il partner ad ostentare la tua finta gioia come la puttana di una vecchia canzone delle Orme? Consentendo a chi innamorato non è e non è nemmeno in coppia di fissarti con gli occhietti cisposi e l’alito agliato mormorando a scelta “Tsè”, “Pfui” o “Tsk”.

E chi, più che in coppia era in triangolo fino a non tantissimo fa, come si regola?

  • Si imbottisce di San Miguel doppio malto nel locale che vide alcuni dei momenti più alti del suo genio di seduttore sperando di non vedere entrare nessuna delle due sedotte e abbandonate (o sedotte e abbandonatrici? Boh….) in compagnia di qualche esemplare etnico del quale poter dire “E beh, ma allora…”, prima di andare a vomitare nel cesso Dio solo sa se per il disgusto o per la rabbia?
  • Si imbottisce di San Miguel doppio malto nel luogo sopra menzionato ma poi corre a casa e segue le interessantissime sfide di Uefa League delle nostre squadre contro compagini dell’est dai nomi inpronunciabili?
  • Si chiude in biblioteca a studiare Lacan fino all’orario di chiusura?
  • Si chiude in biblioteca a leggere una interessante autobiografia di Mike Bongiorno?
  • Fa un giro in bici al Parco Cittadella sperando di non incontrare una delle due sedotte e abbandonate/abbandonatrici che abborda tutti gli uomini soli che trova indipendentemente dal loro grado di impresentabilità (chè starsene da soli al Parco Cittadella per di più di San Valentino fa escludere una qualche somiglianza con Raul Bova), e se la incontra si allontana scuotendo mestamente la testa, gesto inutile perché lei neanche lo ha visto, o peggio neanche lo ha riconosciuto?
  • Manda ironici sferzanti sms a tutte le sue ex meno alle due summenzionate? Concludendo tutti con la sto(r)ica frase Non attendo alcuna risposta ma incazzandosi come una pantera perché tutte lo prenderanno sul serio…

Lasciamo la risposta ai nostri pochi ma sagacissimi lettori. E nel frattempo, buon San Valentino a chi ci crede.

Su chi non fu altri che un uomo come Papa passato alla storia.

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Ho come l’impressione che di fronte ad un avvenimento così inaspettato ed estremo le reazioni siano fin troppo contenute e banali. “Il Papa si è dimesso” si dice, come se si trattasse di un amministratore condominiale che si è rotto gli zebbedei di star dietro alle liti di pianerottolo.

Ma può morire un fiume? Si chiedevano i Nomadi una ventina d’anni fa.Nomadi

Ma può abdicare un Papa? Ci chiediamo oggi. Certamente lo può fare. Questo ce lo dice la prassi e la logica.

Una delle citazioni più famose del Maestro Sommo Dante Alighieri è “… che per viltade fece il gran rifiuto“, citazione che nel tempo ho dedicato a svariate donne che non hanno ritenuto opportuno accoppiarsi con me preferendomi uomini più terra terra oppure (orrore!) occupazioni come l’uncinetto, la preparazione di manicaretti,  la lettura di Susanna Tamaro, la visione del TG 4 e altre risibili rinviabili attività. Questa citazione era destinata a Celestino V, che rinunciò al papato dopo pochi mesi (Wikipedia ci informa che pontificò, si dice così no?, dal luglio al dicembre 1294; Giovanni Paolo I fu in carica per un periodo ancora più breve ma, come dire?, non per sua libera scelta) rendendosi conto che era superiore alle sue limitate capacità. Fu premiato con una rapidissima beatificazione (anche se Dante la pensava in modo leggerissimamente diverso) e sostituito (questo forse non tutti lo sanno o lo ricordano) da quel Bonifacio VIII che settecento anni dopo Dario Fo descriverà come uno dei papi più intrallazzatori e lontani dalla spiritualità che la chiesa cristiana ricordi. 20130211_celestino

I giornali ci ricordano che ci furono altri 5 papi che abdicarono oltre al povero Celestino, ma effettivamente l’ultimo risale al ‘400 e quindi se n’era forse un po’ persa l’abitudine.

Essendo poi il papato una carica e non una condanna, che sia a vita è una concessione e non un obbligo. Sicuramente un papa non può essere deposto o subire impeachment, visto che la dottrina lo ritiene infallibile e implicitamente indiscutibile. Ma può essere indotto a rinunciare alla sua carica, e la storia ci racconta che questo fu lo scenario di tutte e 6 le abdicazioni precedenti (la situazione largamente più paradossale fu quella di Clemente I, uno dei primissimi papi, che fu addirittura arrestato ed esiliato, allora evidentemente il potere temporale era molto più forte di oggi rispetto a quello ecclesiastico, ma non “deposto”,  fu lui a decidere di abdicare).San_Clemente_I_Romano_F

Celestino V, il più famoso perché  la sua rinuncia ebbe la cassa di risonanza di una delle opere letterarie più famose di tutti i tempi, fece parziale eccezione perché inizialmente non ne voleva sapere, e non ci fu bisogno di particolari insistenze o minacce, anzi (poveraccio!) agli occhi di quell’intransigente di Dante passò perfino da vigliacco piuttosto che da uomo saggiamente avveduto e cosciente dei propri limiti.

imagesCAV4ESMTNell’era della comunicazione globale e pervasiva, si sono succeduti un Papa che (non so quanto volontariamente e coscientemente, ma secondo me un bel po’ dell’uno e dell’altro) è rimasto in carica anche se devastato dalla malattia alludendo in modo ostensivo e senza alcuna auto-indulgenza al martirio di Cristo (comodo celebrare il suo sacrificio senza minimamente condividerlo, può pensare qualcuno, come fanno fior di parroci, vescovi, cardinali obesi e viziati) e uno che, vecchio e stanco, si ritira come un qualunque bibliotecario. O amministratore condominiale.

Il gran rifiuto di Ratzinger ha avuto delle concomitanze sulle quali i superstiziosi e/o i ricercatori di significati metafisici in una realtà di solito povera di senso (le due categorie di fatto coincidono) possono sbizzarrirsi.

  • Più o meno contemporaneamente all’annuncio papale un fulmine ha colpito il Cuppolone: a memoria d’uomo non era mai successo.00_fulmine_san_pietro_ansa
  • Poche ore dopo il suddetto annuncio l’Italia settentrionale è stata funestata da una violenta prolungata nevicata che ha bloccato scuole, aereoporti, uffici.
  • Nanni Moretti aveva previsto tutto in “Habemus papam”  (lui, con la consueta modestia, dice di aver anche previsto la caduta dei regimi comunisti in “Palombella rossa”, la fine del berlusconismo ne “Il caimano”, ma allora mettiamoci anche la capacità degli psicoanalisti a maneggiare meglio il dolore degli altri che il proprio ne “La stanza del figlio”).Habemus-Papam-gall4
  • L’annuncio è avvenuto un giorno prima dell’anniversario dei Patti Lateranensi.
  • patti_lateranensi_1929Un anno fa il Papa aveva reso onore alla salma di Celestino come se già alla Grande Rinuncia ci avesse fatto un pensierino.

Che Chiesa ci restituisce questa mossa lucida e disperata di chi “non fu altri che un uomo come Papa passato alla storia”?

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Il calvario di Giovanni Paolo II che si aggravava e letteralmente “si disgregava” sotto l’occhio, qualcuno direbbe spietato ma io dico semplicemente cinico e indifferente, di telecamere e cineprese, ci richiama a una cristianità ancestrale e un po’ primitiva.

Meglio ancora, a un cattolicesimo ancestrale e primitivo, perché la maggior parte delle numerosissime chiese protestanti si fonda su un rapporto fra l’uomo e il divino basato sulla gioia, mentre il cattolicesimo insiste sulla croce, sul sacrificio, sulla sofferenza, sull’espiazione ed è ossessionato dal senso del peccato. Resta storica, quasi leggendaria una sua frase (molto probabilmente apocrifa, ma le leggende umane viaggiano sempre a un metro da terra e sono sempre un po’ apocrife, sempre un po’ in bilico fra realtà e deformazione fantastica): “Non si scende dalla croce“.

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La rinuncia fredda, teutonica, annunciata quasi senza emozione (che non significa che emozioni non ci siano state, ma solo che non sono state ammesse alla pubblica visibilità) di Benedetto XVI ci richiama a una religiosità in un certo senso più contemporanea e moderna che si alimenta anche di dubbi e non solo di dogmatiche certezze.

Perché è inutile girarci intorno, un finissimo teologo come Ratzinger non può non avere chiarissimo il fatto che, come lo stesso Dario Fo ha illustrato alla sua magistrale maniera (avrebbe saputo farlo benissimo, e lo ha dimostrato più volte in altre circostanze, con una modalità  in stile “quasi conferenza colta” come direbbe un professore di antiche ascendenze pistoiesi), Gesù è stato assolutamente esplicito su altri punti (vedi la sua pedissequa descrizione della Comunione che non può lasciare àdito a dubbi), ma di un suo vicario in Terra non ha proprio detto nulla. E da uomo razionale ed espertissimo quale egli è, egli sa capisce e fino a qualche settimana fa apparentemente accettava questo compromesso fra la parola di Cristo e le esigenze gerarchiche della chiesa.

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Avete presente no, l’incontro fra Jesus e Bonifax che, insieme alla fame dello Zanni è il momento di più sfrenata comicità di “Mistero buffo” (anche se il momento più alto in assoluto è l’interpretazione che Franca Rame offre di Maria sotto la croce, andate su youtube e troverete tutte e tre le scene, linkarvele significherebbe considerare i miei lettori pigri e imbranati ed essi certamente non lo sono).

E mentre l’estroverso Woytjla col suo “Se sbaglio mi correggerete” (anche se lui alludeva probabilmente solo ad errori di linguaggio, ma inizialmente molti l’avevano, nel caso scandalizzandosi, interpretata in una più vasta accezione) aveva messo quasi in scherzosa discussione l’infallibilità papale, Ratzinger ha fatto molto di più. E’ uscito da una tautologica ed autoreferenziale immagine della provvidenza divina, per cui è impensabile che Dio stesso non illumini i cardinali preposti all’elezione e non infonda loro le dritte giuste (qualunque laico ancor più laico di me, che un certo misticismo in fondo lo coltivo, chiederebbe beffardo “Ma allora perchè non ce la fanno mai al primo colpo?”) ed ha affondato, secondo me in maniera culturalmente preziosa e stimolante, la figura del Papa nel mondo degli uomini.

Habemus Papam - Radio Studio Centro

Un uomo che, con tutta la sua fede e con tutto l’apparato autoconfermativo che lo circonda, può (e forse deve, nella sua posizione) essere il primo a chiedersi e chiedere “Ma perché Dio permette tutto questo? A parte la spiegazione capziosa e sofistica del lasciarci il libero arbitrio. E quella ancora più ipocrita di metterci alla prova con le più atroci sofferenze e disillusioni per poter verificare quanto forte e incrollabile è la nostra fede. Perché non fa capire in qualche modo ai suoi rappresentanti ufficiali che non si conduce così la più grande comunità religiosa del mondo?”.

Fra le righe, con grande delicatezza e senza traccia di polemica, ha fatto capire che una Chiesa cattolica devastata dagli scandali, dalle invidie, dalle lotte intestine, lontana dalla realtà, intollerante e arrogante, ha bisogno di una direzione rigida e severa di cui lui non è minimamente capace nè mai lo è stato. [Aggiunta postuma in data 14.2: nei giorni successivi qualcosa in questo senso, sempre con grandissimo stile e garbo ma con altrettanta chiarezza, mi dicono che l’ha anche esplicitato.]

Ha implicitamente “urlato” che anche i sacerdoti, anche le alte ed altissime gerarchie ecclesiastiche sono fallibili e non possiedono la verità.

Sono sicuro che quelle altissime gerarchie non se ne daranno per intese.

Ma molti cattolici, secondo me, capiranno e stanno già capendo i veri, profondi motivi di una scelta che, interpretata in termini oscurantisti, sarebbe quasi sacrilega, e invece è di una saggezza e dignità fuori dal comune.

Credo di aver finito.

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Se si ritorna significa quanto meno (a) che si hanno ancora gli strumenti dinamici per trasmigrare da un punto all’altro e (b) che si possiede ancora una mappa. Ma pensandoci meglio il punto (b) può essere omesso, delle volte si ritorna per puro caso e, dopo aver detto “Ma dài…” si decide di trattenersi. Quanto a lungo non si sa.

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